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venerdì 17 maggio 2024

Buone notizie (ma va mantenuta la rotta)

 Non si tratta di una sfida facile, ma notizie positive stanno arrivando: secondo i dati riportati dagli Stati membri dell’Unione Europea nell’aprile 2024, le emissioni inquinanti e climalteranti sono calate del -15,5%  paragonate all’anno precedente, facendo sperare realisticamente che l’obiettivo (vincolante) della riduzione di -55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990 sia alla portata. 

La diminuzione è stata causata principalmente dai settori della generazione di elettricità e dall’industria, che hanno registrato un minor contenuto di carbonio come effetto delle loro attività. La crescita delle fonti rinnovabili è stata dovuta principalmente ad un aumento di fattorie eoliche con buon +17 GW, e di +56 GW di pannelli solari aggiuntivi.

La Commissione immagina quindi di portare l’Unione ad una riduzione dell’88% al 2040, in linea con l’obiettivo di zero emissioni nette al 2050. 

Mantenere questo obiettivo e riuscire a raggiungerlo sarebbe una delle più grandi imprese dell’UE, e probabilmente della Storia che, senza eccessi ma consapevolmente, andrebbe riscritta sostituendo la sequenza di battaglie che si impara sui libri con la sequenza dei traguardi raggiunti dal pensiero e dalle attività umane. L’idea, paventata da molti, che il processo possa essere gravoso se sostenuto nel mondo solo dall’Europa va ribaltata: l’Europa può fare da guida in un percorso che riguarda tutti, vista la sua posizione di potenza economica. 


Nello specifico, anche il meccanismo Ets sta funzionando, dopo alti e bassi attraversati da quando è stato lanciato nel 2005. Le emissioni sotto il cap and trade sono ora del 47% al di sotto dei livelli del 2005, e sulla strada giusta per raggiungere il target di una diminuzione del -62% al 2030 - necessaria nel quadro del “Fit for 55”. Il rafforzamento del sistema, e la sua estensione ai trasporti marittimi, possono rendere sempre più efficace il mercato del carbonio, conveniente la riduzione delle emissioni sul piano dei costi, e contribuire efficacemente alla decarbonizzazione dell’economia.

Le riduzioni principali in questo ambito hanno riguardato il settore della produzione di energia, dove soltanto la produzione elettrica ha fatto registrare un calo delle emissioni di ben -24% in un anno, e il settore delle industrie energivore, con -7%. Purtroppo, continuano a crescere le emissioni nel trasporto aereo, con +10%.


Il parere di chi scrive è che gli obiettivi saranno raggiunti se si continuerà con un impegno concreto e se saremo capaci di fare comunità, cioè di avere obiettivi comuni e “sentiti” da tutti, e di prendere provvedimenti comuni adeguati, come lo è il Next Generation EU. La transizione ecologica è una via eccezionale per l’innovazione tecnologica in ogni ambito, e se sapremo gestirla al meglio, un’occasione eccezionale di miglioramento, non certo di regresso. Politicamente, questo significa rafforzare l’Unione, non indebolirla come alcune forze politiche propongono - e le prossime elezioni del Parlamento europeo sono un’occasione formidabile per i cittadini per indicare la strada.


Le informazioni e i dati provengono dai siti comunitari 


https://climate.ec.europa.eu/


e dal numero di Aprile della rivista The Economist.





venerdì 29 marzo 2024

L’approvvigionamento energetico dopo l’attacco russo all’Ucraina

 In un contesto conflittuale e di grave pericolo nei rapporti fra la Russia e l’Occidente quale quello che stiamo vivendo ormai da tempo, i temi della difesa comune dell’Unione Europea e dell’approvvigionamento energetico sono centrali, ed almeno il secondo è allo stesso livello del primo, anche se se ne parla assai di meno. La dipendenza dell’Unione e in particolare dell’Italia dalle risorse energetiche russe raggiungeva livelli incredibili (si importava il 40% del gas) prima dell’aggressione all’Ucraina e capaci di mettere seriamente in difficoltà il sistema economico in caso di ostacoli, e da molto tempo evidenziavano la necessità (ora diventata impellente) di diversificare le fonti e i Paesi di provenienza di alcune di esse. Diversificare le fonti, in particolare aumentando la quota di rinnovabili e incrementando l’efficienza, è l’unico modo che ha un territorio che, come il nostro, possiede solo quantità marginali di fonti fossili tradizionali, e non può essere che una scelta positiva, anche a prescindere dal minor impatto ambientale. 

Ora lo stiamo facendo, e in tempi stretti come mai prima d’ora. 


Al livello europeo,  come si legge sul sito del Consiglio Europeo, “La percentuale di gas russo da gasdotto nelle importazioni dell'UE è scesa da oltre il 40% nel 2021 all'8% circa nel 2023. Per quanto riguarda il gas da gasdotto e il GNL combinati, la Russia ha rappresentato meno del 15% delle importazioni totali di gas dell'UE. La riduzione è stata possibile soprattutto grazie a un forte aumento delle importazioni di GNL e a una riduzione generale del consumo di gas nell'UE.”

Dunque, in meno di due anni, l’UE ha ridotto moltissimo l’importazione di gas naturale dalla Russia, aumentando le importazioni via nave di GNL e riducendo il consumo. Dal che, emerge con evidenza che si può ridurre i consumi.

Dall’infografica interattiva alla pagina indicata al link in calce, si rileva che le maggiori variazioni che hanno consentito questo risultato sono l’incremento delle importazioni dagli Stati Uniti e proprio la riduzione dei consumi complessivi. In particolare, si legge anche che nel giro di un anno da agosto 2022 e gennaio 2023 i paesi dell'UE hanno ridotto collettivamente la quantità di gas naturale consumato nell'UE del 19%, vale a dire di 41,5 miliardi di metri cubi, con percentuali diverse nei vari Paesi.

La sicurezza dell’approvvigionamento e l’autonomia energetica, per quanto possibile, sono fondamentali, e ancor più, decisive nel ruolo e nella collocazione geopolitica internazionale dell’Europa, tanto quanto la famosa difesa comune che è arrivato il momento di porre in essere al più presto.


L’Italia ha applicato le indicazioni europee con un Piano di contenimento dei consumi che, insieme agli effetti degli alti costi energetici,  ha raggiunto l’obiettivo di ridurre i consumi di gas nello stesso anno di oltre il 18%, dunque in linea con la media UE. Siamo inoltre il secondo Paese dell’Unione per stoccaggio di gas (il primo è la Germania) prima dell’inverno appena trascorso, e abbiamo registrato un notevole incremento delle installazioni di fonti rinnovabili - senza i sussidi pubblici. Probabilmente, a guidare il tutto è stata più la dinamica dei prezzi che le indicazioni politiche, ma la situazione appare in evoluzione. Inoltre, abbiamo aumentato le importazioni da Paesi diversi e ridotto notevolmente quelle dalla Russia - che però non sono state azzerate. Algeria, Azerbaijan, Norvegia, Libia e Russia, che contribuisce per meno di un decimo di quanto faceva prima.

Evitare di dipendere fortemente da un solo Paese, e cercare di ridurre le necessità complessive di gas, sono linee guida indispensabili in questa fase. Anche questo aspetto va a beneficio della sicurezza energetica, che si trova alla base della sicurezza di un Paese.

Quanto prima l’Unione si doterà davvero di una politica energetica comune e di una difesa comune, tanto prima raggiungeremo gli obiettivi legati al ruolo internazionale e al benessere della cittadinanza che ci siamo dati.


Il link indicato nell’articolo:


https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/eu-gas-supply/





giovedì 14 marzo 2024

Politiche eco e mondi da salvare

 Sostiene Antonio Guterres (Segretario dell’ONU) durante l’intervista di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa che “abbiamo bisogno di solidarietà internazionale seria per mettere insieme le risorse e le capacità di tutti, perché è un problema di vita o di morte per noi e per il Pianeta; noi saremo in prima linea come Nazioni Unite in questa battaglia”, in riferimento alla crisi climatica che l’intero pianeta sta attraversando.

Va dato atto a Guterres di essersi espresso più volte in modo molto netto sul tema pesante del cambiamento climatico e come farvi fronte, in un contesto globale in cui, invece, il risiko delle grandi potenze sembra prevalere irresponsabilmente e come se non ci fossero sul tavolo problemi talmente grandi da avere la capacità di portare tutti noi, grandi potenze incluse, dritti nel baratro. I sistemi naturali sono in tali condizioni da portare l’umanità fuori dai percorsi consolidati verso territori in gran parte sconosciuti e per la parte restante preoccupanti se non interveniamo in breve tempo a modificare la rotta. In questo contesto, i contendenti nelle varie guerre che infestano il pianeta sono l’immagine dell’irresponsabilità, se non la personificazione dell’istinto di thanatos che dalla psiche esce e si fa arma per uccidere tutti quanti il più in fretta possibile. Nessuno di costoro mostra di aver capito che esiste un problema più grande per risolvere il quale dovremmo unirci e agire in modo coerente. E l’ONU non sembra in grado di farglielo capire.


Va dato atto anche all’Unione Europea di perseverare nella propria linea ambientalista (che è una bella parola, molto concreta e assai poco “ideologica”) come mostra la recente approvazione da parte del Parlamento della Direttiva sull’Efficienza Energetica degli Edifici, da tutti ribattezzata Direttiva sulle “case green”. Per la cronaca, e riguardo i partiti italiani, hanno votato contro: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Azione, mentre hanno votato a favore: Partito Democratico, Movimento5stelle, Verdi e Sinistra, Italia Viva. 

Se ne parla da anni, anzi da decenni, della necessità di intervenire per risparmiare energia nei settori di consumo anziché produrla, e l’efficienza energetica è la strada più lineare e incontestabile. Gli edifici datati, per come sono stati costruiti, richiedono molta energia per riscaldare, per raffrescare o per illuminare, mentre sono sul mercato tecnologie che consentono risparmi notevoli efficientando l’edificio, fino a renderlo “quasi zero” vale a dire con consumi bassissimi e impatti ambientali altrettanto bassi, con considerevoli risparmi in bolletta. Si parla da anni di iniziare dagli edifici pubblici, e dalle scuole, palestra dell’incoerenza sociale nel momento in cui insegni agli studenti come risparmiare energia o fare la raccolta differenziata dentro aule fredde piene di spifferi dalle finestre monovetro con termosifoni al massimo e cappotti sulle spalle. Chi le ha costruite, con quali denari, e aggiungerei con quali architetti?

I partiti contrari dicono che non si trovano i soldi per simili interventi, ma sono gli stessi che intendono trovare i soldi per ponti giganti inutili, per condonare le imposte agli evasori, per piste olimpioniche che diventeranno cattedrali nel deserto - dopo naturalmente aver abbattuto un bosco di larici secolari.

Dunque l’Europa mantiene il ruolo di guida a livello mondiale sui temi ambientali, ruolo che ha da anni, e che può essere un grande beneficio sociale e politico se ben sfruttato. Non si tratta di porre in essere decisioni che ostacolino la nostra economia, che sarebbe un errore grave, si tratta di incidere sull’economia mondiale, orientandone la forma e i contenuti.  Essere i primi in qualcosa che avverrà dovunque. L’Europa nell’ambito economico è una potenza mondiale e può esercitare la sua influenza sul piano globale. 


“Non siamo riusciti a far sì che la gente comune abbia l’esperienza concreta dei benefici della transizione” sostiene la Ministra Teresa Ribera del governo Sanchez, in una recente intervista sul Corriere della Sera. Credo che in larga misura sia vero. Perché, oltre ai benefici ambientali, sempre indiretti nella percezione del cittadino, la transizione ecologica può portare notevoli benefici economici, occupazionali, sociali legati allo sviluppo sostenibile. Si tratta di un salto in avanti, non indietro, che è invece la direzione in cui ci porterebbe il mantenimento dello status quo. Questo aspetto è sempre in secondo piano, e forse è anche colpa nostra, degli ambientalisti, non aver saputo comunicare efficacemente la positività legata a questo cruciale passaggio. La cultura di base ha un ruolo, accanto alla sensibilità di ciascuno, determinante nel costruire percorsi fatti di idee e proposte orientate allo sviluppo sostenibile. “Conoscere il tuo pianeta è un passo verso il proteggerlo” sosteneva il grande oceanografo Jacques Cousteau, e spesso manca proprio il primo passo, una cultura ecologica di base per iniziare un cammino che porti sulla via della sostenibilità.








giovedì 4 gennaio 2024

Appennino sotto attacco

 La montagna non è al sicuro: stanno cercando di imbrigliarla con funi, pali di cemento, cabinovie, ovvero con un grande progetto di impianti di risalita per sciare fra Emilia e Toscana, una idea certo non nuova per lo “sviluppo” della zona con il turismo basato sulla neve. Se poi la neve non c’è, il medesimo “sviluppo” non si fa vergogna di spararla eventualmente con i cannoni, facendo ricorso ad abbondanti consumi di energia e di acqua - che c’è sempre meno - per far girare l’economia guadagnando denaro invece di preservare l’energia e la risorsa idrica per scopi più utili, e fare girare l’economia in altro modo.

Su basi come queste si governano i territori, vale a dire senza vedere oltre la punta del proprio naso, senza considerare anni di riflessioni sui modelli di sviluppo alternativi - con cui troppo spesso è sufficiente riempire i discorsi preelettorali - e senza valutare nemmeno il cosiddetto adattamento al cambiamento climatico, parte fondante della strategia delle Nazioni Unite in risposta al maggiore problema che ci troviamo ad affrontare a livello planetario. I climatologi, dal canto loro, ci informano che la neve che comunque verra’ sara’ piu’ probabile nei mesi di gennaio e febbraio, cioè lontano dal periodo delle festività, e del turismo, natalizie.


L’Appennino in questione è il crinale fra Emilia Romagna e Toscana, nella zona del Corno alle Scale, un’area che possiede già impianti per lo sci, ma che soffre ogni inverno sempre più del riscaldamento globale che riduce fino ad azzerare la presenza di neve. Il rischio concreto è di costruire una cattedrale nel deserto (magari a perenne monito dell’ottusità) spendendo cifre importanti.

La vicenda nasce nel 2016, all’epoca del Governo Renzi, quando un accordo di programma fra Governo, Regione Emilia-Romagna e Regione Toscana, guidate rispettivamente da Stefano Bonaccini, tuttora in carica, e da Enrico Rossi, nel frattempo sostituito da Eugenio Giani eletto nel 2020, viene siglato per “il sostegno e la promozione congiunta degli impianti sciistici della montagna tosco-emiliano-romagnola” (da Greenreport). Lo scopo è potenziare impianti già esistenti e costruirne dei nuovi su entrambi i versanti, toscano ed emiliano romagnolo. Un progetto calato dall’alto, senza alcun legame con i territori. Il costo complessivo ad oggi sarebbe intorno ai 16 milioni di euro, di cui circa 6 milioni a carico dello Stato e 10 milioni a carico della Regione Toscana. La Regione Emilia Romagna mette sul piatto per parte sua oltre 7 milioni di euro per 15 progetti fra cui quelli riguardanti il versante emiliano degli impianti in questione.

Sono passati alcuni anni, ma mentre tutto lasciava pensare che la realizzazione degli impianti fosse ormai un’idea del passato, il 9 marzo dello scorso anno è stato depositato a Pistoia lo Studio di Fattibilità. Dunque, si vuole procedere.


La scelta viene immediatamente criticata e disapprovata da numerose associazioni ambientaliste, e non solo o non strettamente tali, come Legambiente, WWF, Lipu, di cui si leggono le osservazioni all’indirizzo in calce, CAI, di cui un bell’articolo viene altresì linkato in calce, Italia Nostra, Fridays for Future, Touring Club, Spi-CGIL, e altre. Si forma nel 2020 un comitato denominato Un Altro Appennino è Possibile presente sia sul versante emiliano romagnolo sia sul versante toscano. Il comitato ha posto in essere una raccolta fondi per presentare un ricorso al Consiglio di Stato, che ha avuto ottimi risultati: è stata superata la soglia prefissata di 10.000 euro, raggiungendo la cifra di oltre 12.000 euro. 

La domanda a questo punto sorge spontanea: ma a questo si deve arrivare? A fare ricorso? 

Certo, sono numerosissime le opposizioni a progetti di varia natura sul territorio italiano, si formano comitati per ogni cosa, è stata stigmatizzata la tendenza a non volere nulla dove ciascuno vive da un acronimo inglese (NIMBY), ci si oppone un po’ a tutto, rinnovabili comprese. La sensazione, però, è che si arrivi a questo perché la fiducia cieca non è sufficiente. Infatti, proprio in casi come questo che stiamo esaminando le amministrazioni che hanno fatto la proposta avrebbero il dovere - il dovere - di spiegare con chiarezza i benefici, i costi, gli impatti ambientali, e soprattutto le ragioni di una scelta che implica un intervento esteso sul crinale appenninico (zona di grandissima importanza naturalistica) in una fase storica che, salvo oscillazioni statistiche che saranno sempre più contenute, vedrà sparire progressivamente l’innevamento naturale alle quote interessate. Poi faremo la neve con i cannoni? Di quale sviluppo “sostenibile” stanno parlando?


Credo fermamente che non sia possibile individuare una linea semplice da seguire per costruire un tipo di sviluppo concretamente sostenibile, ma che sia necessario di volta in volta approfondire i vari aspetti di un progetto e calibrarne costi e benefici, nel contesto locale, nazionale, e quando necessario sovranazionale. In questo caso, davvero si fatica a comprendere le ragioni di una scelta, che sembra più dettata da ansia di costruzione che da una ponderata analisi. 


La realtà è che il progetto andrebbe fermato, e andrebbero riviste le prospettive di sviluppo della zone interessate, valutando alternative più adatte al nuovo clima e alla necessità di ridurre sempre più e prima che sia tardi le conseguenze sui sistemi naturali delle attività umane. Abbiamo creato noi lo sviluppo che ha cancellato la neve, e ora vogliamo costruire impianti per sciare sulla neve: mettiamoci d’accordo su ciò che vogliamo fare, una volta tanto.


L’articolo su Greenreport: 


https://greenreport.it/news/clima/nuova-funivia-doganaccia-corno-alle-scale-le-osservazioni-di-legambiente-wwf-e-lipu/


L’articolo del CAI:


https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/ha-ancora-senso-nel-2023-realizzare-nuove-funivie/


Il sito del comitato Un Altro Appennino è Possibile:


https://www.unaltroappennino.it



mercoledì 27 settembre 2023

Abbiamo ancora bisogno dell’ambientalismo?

 Stiamo assistendo ad una sorta di polarizzazione degli atteggiamenti nei confronti del problema ambientale, con movimenti che attuano forme se non estreme comunque invasive ed eclatanti di protesta (blocco del traffico sui principali assi viari, vernice lavabile su opere d’arte, etc) ed esponenti del giornalismo ed opinionismo nei media che portano avanti una vera e propria crociata contro idee ed espressioni ambientaliste fatta di articoli, testi e dibattiti. Di certo una situazione simile non porta bene allo sviluppo di un approccio serio al tema dell’impatto antropico sull’ambiente, e sarebbe necessario un intervento nel dibattito capace di orientare l’attenzione verso il problema reale e le sue caratteristiche. Perché non lo si risolve paventando il peggio, e non lo si risolve negandolo. L’ambientalismo più razionale e fondato nei fatti oggettivi necessita di una scossa, e di un risveglio potente.


I contenuti non mancano. Oltre al tema del cambiamento climatico e del riscaldamento globale, ormai entrato nella consapevolezza diffusa se non altro perché stimabile ad occhio nell’evoluzione degli eventi meteorologici nel giro di pochi anni, se ne elencano molti altri, che vanno dalla riduzione dell’estensione delle foreste primarie, al calo della biodiversità, alla diffusione nell’ambiente marino e terrestre delle microplastiche, all’inquinamento di aria, acqua e suolo a livello locale e a livello planetario. L’influenza di quasi otto miliardi di persone ma soprattutto di un sistema di consumo di risorse e produzione di rifiuti che non ha eguali nella storia e, a conti fatti, ha prodotto ricchezza soltanto per una parte della popolazione mondiale impattando pesantemente su tutti sono effetti non più trascurabili. 


Per rendersi conto dell’estensione attuale delle foreste c’è una mappa interattiva molto interessante all’indirizzo riportato in calce, dove in verde scuro sono rappresentate le foreste intatte, in verde chiaro quelle non più vergini ma alterate o degradate, in altri colori quelle perdute. Ed è impressionante osservare che le foreste veramente primarie, cioè mai disboscate dall’uomo, sono rimaste poche e spesso separate a formare ecosistemi importantissimi ma non più direttamente connessi fra loro. I disboscamenti procedono da decenni, fra i contrasti di coloro che vorrebbero salvarle e coloro che, quando possono (si pensi all’Amazzonia in Brasile durante il governo Bolsonaro), decidono di utilizzarle come risorsa. Ma le foreste vergini sono una risorsa finita e non rinnovabile, che una volta distrutta non tornerà più se non abbiamo la pazienza di attendere alcune ere geologiche. 


La biodiversità, una bella parola che definisce la ricchezza di specie viventi del pianeta, è in calo continuo ad un ritmo elevatissimo. Si legge sul sito istituzionale dell’Ispra: “Diversi studi riportano che il numero delle specie viventi sul pianeta possa variare da 4 a 100 milioni. Solo una parte di esse, però (da 1,5 a 1,8 milioni), è attualmente conosciuta e, come dimostrano le scoperte recenti, è possibile che ci siano ancora mammiferi sfuggiti all’osservazione degli zoologi. Si ritiene che molte specie vegetali e animali di ambienti tropicali o marini non siano mai state osservate, per non parlare degli invertebrati e dei funghi.”

E ancora: “si stima che ogni giorno scompaiano circa 50 specie viventi. L’estinzione è un fatto naturale, che si è sempre verificato nella storia della Terra. Mediamente, una specie vive un milione di anni. Il problema è che attualmente la biodiversità si riduce a un ritmo da 100 a 1000 volte più elevato rispetto al ritmo ‘naturale’. Questo fa ritenere che siamo di fronte a un’estinzione delle specie superiore a quella che la Terra ha vissuto negli ultimi 65 milioni di anni, persino superiore a quella che ha segnato la fine dei dinosauri.”

In altre parole, ogni giorno scompaiono 50 specie viventi di cui spesso non conosciamo nemmeno l’esistenza! La velocità è talmente elevata che il ritmo dell’estinzione è paragonabile a quello che portò alla scomparsa dei dinosauri. Non c’è nemmeno bisogno dell’asteroide, facciamo tutto da soli.


Di inquinamento locale si parla da due secoli, almeno dall’invenzione della tonalità di colore denominata “fumo di Londra” (un grigio scuro), mentre di microplastiche si parla da tempi recenti. Si legge su National Geographic che “In uno degli ultimi conteggi, risalenti al 2022, gli scienziati giapponesi dell'Università di Kyushu hanno stimato la presenza di 24.400 miliardi di frammenti di microplastiche negli strati più superficiali degli oceani, l'equivalente di circa 30 miliardi di bottiglie da mezzo litro”.  Trenta miliardi di bottiglie di plastica che non vediamo nemmeno ed entrano nella catena alimentare fino al nostro piatto. Non si sa ancora con esattezza quali siano le conseguenze sulla salute.


Tralascio il clima e i gas climalteranti perché è uno degli argomenti più spesso affrontati in questo blog. 


Altro che “ecoballe”, siamo in una fase di grave ed esteso attacco allo stato dell’ambiente, cioè quel posto dove dobbiamo vivere, e dove siamo vissuti sin qui. E’ necessario mettere i piedi per terra e studiare i mezzi per ridurre gli impatti ambientali, senza estremismi o scenari irrealizzabili, e senza resistenze che non fanno che ampliare il problema. Probabilmente è normale che, di fronte a cambiamenti necessariamente importanti, si muovano gli estremi e soprattutto si mettano di traverso i difensori dello status quo, ma il tempo è l’altra variabile di cui spesso dimentichiamo l’importanza. 

L’ambientalismo scientifico è l’unica strada che può portarci fuori dalla gabbia in cui ci siamo infilati (per questo non rientra nei palinsesti televisivi e raramente sulla carta stampata), senza dimenticare, come scrisse Konrad Lorenz, che soltanto “rendendoci conto veramente di quanto è grande, di quanto è bello il nostro mondo” potremo non disperare.

Apriamo gli occhi e interveniamo prima che sia tardi. Sia che abbiamo o no la sensibilità di un Konrad Lorenz. 



Gli indirizzi dei siti menzionati:


https://intactforests.org/world.webmap.html


https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita







venerdì 13 gennaio 2023

Avanti adagio

 Sull’ultimo numero della rivista Qualenergia (che presenta una copertina divisa in due parti: la prima, con l’immagine di una piattaforma di estrazione marina con la scritta Governo Meloni, la seconda con un impianto eolico off-shore e la scritta “dallo sblocco del gas a quello delle rinnovabili”) c’è un focus dal titolo “La corsa delle rinnovabili”, che fa ben sperare. Il sottotitolo, però, mette in guardia: “I segnali sullo sviluppo mondiale delle rinnovabili sono chiari ma la politica deve ancora attivarsi a pieno”. Per qualche ragione, la politica deve sempre attivarsi, il che vuol dire sempre arrivare in ritardo, figuriamoci poi se si tratta di rinnovabili. Restando nel nostro Paese, ancora non è chiaro quale direzione intende prendere il governo in tema di energia, e non sembra che abbiano idee chiare in proposito. Nulla di nuovo, dopo le esperienze che abbiamo vissuto nel passato (con governi di ogni colore, l’approssimazione e la tendenza al mantenimento dello status quo regnavano) sarebbe degno di nota se succedesse il contrario. Non so se si tratta di mala fede del Governo Meloni - i governi non hanno mai brillato in tema di energia e ancora meno di ambiente - piuttosto per ora mi sembra incapacità, ma forse serve altro tempo per “carburare”. Possiamo certamente aspettare ancora un po’ e vedere cosa faranno.

In ogni caso, nel 2022 le cose sono andate meglio del solito per le nuove rinnovabili, come attestano i dati: nell’articolo “Record rinnovabile” si parla di 3.230 MW di progetti autorizzati fotovoltaici ed eolici, con preponderanza di FV (2.923 MW), e si sottolinea la maggior efficienza degli iter autorizzativi a livello regionale, ed è una buona notizia. Altrettanto buoni sono gli effetti delle semplificazioni autorizzative. 

L’eolico on shore presenta le solite difficoltà, incontrando pareri contrastanti che spesso costituiscono la base per il blocco dei progetti. A mio parere, maggiore attenzione alle notevoli opportunità che vengono dall’eolico off shore porterebbe ad un miglioramento della situazione nel settore, con benefici notevoli. Riassumendo, qualcosa si muove ed è un bene, ma non è ancora sufficiente per una vera svolta green sul fronte della produzione energetica.

Ancora una volta, ricordo che la questione del caro bollette e del caro carburante non ha un’unica causa, ma una serie di cause (oscillazioni sul mercato dei prezzi delle fonti primarie, la struttura stessa del mercato energetico, la guerra, le speculazioni che approfittano delle situazioni che si creano, l’insieme delle caratteristiche del nostro sistema energetico) e non sarà la Guardia di Finanza - a cui va la massima stima -  a risolvere problemi che sono complessi e riguardano la politica energetica nel suo insieme. L’unica via per acquistare meno petrolio e meno metano dall’estero consiste nel promuovere rinnovabili ed efficienza energetica, quest’ultimo un capitolo ancora aperto e molto importante. Il metano presente nel sottosuolo italiano è, astraendo da considerazioni riguardanti la scelta di estrarlo in misura maggiore quando poteva essere indirizzata maggiormente alle fonti pulite, poca cosa rispetto ai bisogni del Paese. Estraiamolo pure (evitando così di essere tacciati di posizioni ideologiche) ma non risolverà il problema. 

Paradossalmente, abbiamo già inquinato così tanto che non fa più freddo d’inverno, almeno alle nostre latitudini, in modo che possiamo consumare meno e tenerci le scorte, che gli esperti fan del fossile minacciavano che non avrebbero raggiunto la fine dell’anno dai talk show televisivi. 

Una cosa è certa: il processo denominato di transizione energetica potrà essere ritardato - colpevolmente - da tutti coloro che sostengono il vecchio mondo, ma non potrà essere fermato. 




giovedì 13 ottobre 2022

La credibilità ambientalista si conquista con i fatti, non con le parole

 “11 GW di nuove rinnovabili italiane sbloccati nel 2022, di cui 9,5 GW pronti ad entrare in esercizio nei prossimi mesi e nella prima metà del 2023. Cifre che fanno impallidire i risultati degli anni precedenti e che racconta una nuova fase di crescita per l’energia pulita nazionale. I numeri li ricorda oggi il Ministero della Transizione Ecologica (MiTE) in una nota stampa, con l’obiettivo di fare chiarezza tra quanto già fatto dal Governo per sostenere le FER e quanto ancora da fare. Un intervento che cerca di rispondere alle diverse polemiche e preoccupazioni in merito al completamento dell’assetto normativo, e su cui oggi pesa (e non poco) il cambio di Esecutivo.”

Questo è quanto si legge sul sito www.rinnovabili.it in merito alla situazione riguardante le nuove rinnovabili. La speranza è che il nuovo esecutivo non fermi un processo che va invece alimentato, senza deviare su binari impercorribili a breve, privi comunque di benefici immediati e problematici (come, ad esempio, il nucleare). A questo proposito, vedremo cosa saprà fare il governo e chi saranno i Ministri dello Sviluppo e dell’Ambiente, che usualmente includono le deleghe relative all’energia.

Non si sentiva parlare da tempo del tema energetico con l’intensità attuale, dovuta al contesto che tende ad allontanarci dal gas metano, sia pure in prospettiva, e ad avvicinarci a forti produzioni rinnovabili, accompagnate da risparmio energetico. In realtà, avremmo dovuto introdurre misure di contenimento dei consumi ben prima dell’attuale crisi energetica e avremmo dovuto farlo per ragioni climatiche e ambientali: chiudere le porte dei negozi con il riscaldamento o il raffrescamento in funzione, abbassare l’illuminazione pubblica nelle ore centrali della notte, evitare di vivere in case riscaldate a 25 gradi in inverno sono misure di buon senso se si tiene conto di ciò che comporta produrre energia, soprattutto se viene prodotta in modo tradizionale con le fonti fossili inquinanti. Ma l’ambiente fatica a farsi rispettare oltre le chiacchiere in proposito, e le misure serie vengono prese solo in stato di emergenza.

Politicamente, il Paese ora sarà governato dalla coalizione di centrodestra, che di sicuro non ha mai brillato sul fronte ambientalista e in particolare su quello del rapporto fra energia e ambiente, accanto ad una minoranza di centrosinistra molto ristretta in Parlamento (penalizzata dalla legge elettorale in vigore) che dal canto suo allo stesso modo non ha mai brillato sul fronte ambientalista, eccezion fatta per alcuni (pochi) provvedimenti a volte assunti. L’Italia è infatti ferma da anni riguardo le nuove installazioni di eolico e fotovoltaico, con le rinnovabili che nell’insieme si attestano intorno al 35-38% sul totale elettrico, e della scelta di rallentare la diffusione delle rinnovabili che ora ci penalizza sono responsabili anche governi di centrosinistra, come il governo guidato da Matteo Renzi, all’epoca nel Partito Democratico. La ragione per cui ci si dovesse fermare intorno al trentacinque per cento (dell’elettricità) non è chiara, mentre è chiaro il favore fatto ai grandi gruppi del gas e del petrolio. Se qualcuno vuole ricordare entrando un minimo nel dettaglio cosa è successo alcuni anni fa, c’è un dossier di Legambiente molto chiaro all’indirizzo riportato in calce: i grafici in particolare sono molto eloquenti e mostrano il crollo degli investimenti nelle rinnovabili durante i governi Monti, Letta e Renzi negli anni 2011-2016.


Ha fatto bene Enrico Letta a scegliere in questa campagna elettorale di promuovere il tema ambientale ed energetico, ma farlo ora dopo che governi di centrosinistra (incluso il suo prima di Renzi) sono stati attivi nel rallentare o peggio nell’arrestare la grande crescita delle fonti pulite che si era faticosamente riusciti a creare, non appare credibile e l’elettorato non è più disponibile a cascarci. Fate le cose quando siete al governo, invece di parlarne per poi farne altre, e forse riguadagnerete la fiducia degli elettori - fra i numerosi suggerimenti che piovono da ogni parte orientati a portare il Partito Democratico fuori dalla débâcle in cui si trova questo forse è tra i più efficaci.


Dunque, ora non ci resta che stare a vedere cosa accadrà con il nuovo esecutivo, ma la spinta

derivante dalla situazione geopolitica che si è venuta a creare è notevole e, se ben gestita, può portare ad indirizzare la società verso la costruzione di un sistema energetico complessivamente migliore di quello del passato.


Il brano iniziale è tratto dal sito di Rinnovabili.it:


https://www.rinnovabili.it/energia/politiche-energetiche/nuove-rinnovabili-italiane-sbloccati-11-gw-2022/


Il dossier di Legambiente “Stop alle rinnovabili in Italia” si trova al seguente link:


https://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/dossier_stopallerinnovabiliinitalia2015.pdf





 


martedì 16 agosto 2022

Che gli eletti facciano la loro parte sulla transizione energetica

Bene, ora che conosciamo le liste elettorali per le elezioni del 25 settembre prossimo siamo a posto e possiamo passare ai problemi concreti. Con una postilla: che le rinnovabili corrono seri rischi, poiché se la sinistra è mediamente scarsa sulle politiche energetiche e ambientali, la destra è zero. Il rischio concreto se vincerà la destra, come prevedono tutti i sondaggi, è che si progettino centrali nucleari (di III Generazione, poiché la IV ancora non c’è) da sistemare sul nostro territorio, e si arresti quel poco che si sta facendo per la transizione ecologica nel campo dell’energia, e in ogni altro campo. Una prospettiva buia che spazzerebbe via le incertezze del passato, contenenti comunque aperture, scegliendo nettamente la strada del ritorno al nucleare e alle fonti fossili.

Sull’ultimo numero della rivista Qualenergia, dal titolo “Come uscire dalla crisi del gas”, sottotitolo “Sobrietà, rinnovabili ed efficienza”, a pagina 11 Sergio Ferraris scrive: “L’eolico off-shore galleggiante è una delle nuove frontiere delle rinnovabili. Le pale eoliche galleggianti offrono solo vantaggi. Sono installabili tra i 20 e i 40 km dalla costa e nonostante i loro 250 metri d’altezza appaiono all’orizzonte come una pagliuzza alta 6 millimetri a un metro di distanza, hanno un capacity load elevato del 40% e consentono delle eccellenti economie di scala viste le grandi potenze delle singole pale, oggi di 15 MWe. Oltre a ciò sono un’ottima occasione di sviluppo dei territori. Gli Stati Uniti, la Germania, la Spagna, la Gran Bretagna, la Scozia e persino la Grecia stanno ristrutturando alcuni porti per renderli dei veri e propri hub per l’eolico off shore galleggiante, mentre sul fronte italiano tutto sembra bloccato, nonostante te siano arrivate a Terna 31 GWe di richieste d’allacciamento per quest fonte rinnovabile.(...)”.  Aggiungiamo che l’eolico off shore (sistemato cioè al largo della costa marina) non presenta evidentemente i problemi paesaggistici che spesso ostacolano lo sviluppo dei parchi eolici sulla terraferma.

Ora, come sia possibile che in Italia ancora oggi tutto sembri bloccato, come sia possibile che arriviamo sempre in ritardo, che nessuno riesca a sveltire gli iter e aprire varchi nelle selve burocratiche che frenano il nostro Paese lasciandolo sempre dov’è, rimane in gran parte un mistero. Dei meandri decisionali i cittadini non sanno nulla. Ma sarei pronta a scommettere che se qualcuno si muovesse per costruire una centrale nucleare, o una a carbone, gli iter miracolosamente velocizzerebbero il tutto, con grande soddisfazione dei portatori degli interessi in gioco. Resta il fatto oggettivo che i cittadini hanno fermato il nucleare due volte, e possono farlo anche una terza volta.

In Emilia Romagna si parla da tempo della realizzazione di impianti eolici al largo della costa ravennate e riminese. Troppo spesso però gli enti locali hanno espresso dubbi e perplessità che speriamo ora vengano superati: lo stesso Presidente Stefano Bonaccini ha più volte ribadito che l’amministrazione regionale intende andare avanti con l’eolico off shore. Sarebbe davvero una svolta notevole, un beneficio per la regione e per il nostro Paese, un segnale che si possono fare davvero cose concrete, al di là delle parole.

Nel contempo, Ravenna si è candidata ad ospitare un rigassificatore, ovvero una nave che contiene un impianto capace di riportare il gas liquefatto (condizione necessaria al trasporto via mare) allo stato aeriforme. Da tempo sostengo che sono necessari in Italia alcuni rigassificatori per diversificare i Paesi di approvvigionamento del gas, dato che 60 Mtep di gas naturale non sono sostituibili immediatamente con fonti rinnovabili. Non c’è alcun dubbio che nessun rigassificatore sostituirà mai un tubo diretto, e che rigassificare richiede energia, ma la situazione attuale non lascia altre vie d’uscita, almeno temporaneamente.

Il vero punto centrale è che le scelte vanno fatte nell’ottica della decarbonizzazione, ovvero contenendo i consumi energetici, migliorando l’efficienza e promuovendo le fonti rinnovabili. Si tratta di una prospettiva perfettamente realizzabile e a cui dobbiamo dedicarci con impegno. La crisi climatica globale richiede un cambiamento radicale e urgente che può, se ben condotto, costituire un beneficio per la nostra società. 

Dunque, se una richiesta pressante va fatta a coloro che saranno eletti in Parlamento e a coloro che costituiranno il nuovo Governo essa è che non fermino le rinnovabili, già troppe volte ostacolate, e che non arrestino la cosiddetta transizione ecologica, perché sarebbe un danno gravissimo, forse il peggiore che potrebbero fare.






 



mercoledì 10 agosto 2022

In sintesi

 Oggi, per punti:


. i giochi non sono fatti, non si vince nei sondaggi, ma nelle urne;

. serve puntare ai contenuti, creare consenso nel merito, e finirla con i dettagli sulle alleanze;

. riguardo le liste, non considero uno scandalo che vi siano alcune candidature che non provengono dal territorio interessato, purché il metodo e il merito siano sensati, a partire dalle competenze e dalle qualità riconosciute del candidato;

. a tutti coloro che si improvvisano esperti di energia nei salotti tv va detto con grande rispetto che non si tratta di un tema che si può improvvisare, come emerge dal livello del dibattito medesimo che si viene a creare;

. a tutti coloro che si improvvisano esperti di energia nei salotti tv della destra tassapiattista va detto con chiarezza che IL NUCLEARE DI IV GENERAZIONE ANCORA NON ESISTE.


Col caldo, bisogna essere sintetici.




giovedì 4 agosto 2022

Votiamo candidati che mettano al primo posto il cambiamento climatico e la transizione ecologica dell’economia e dell’energia

 Come sempre, anche se forse non viene percepito come si dovrebbe, gli elettori hanno una grande forza in quanto possono orientare l’esito del voto andando oltre la semplice scelta della formazione politica. I candidati hanno - eccome - un peso negli esiti e ne va tenuto conto, magari con una selezione tematica che oggi può essere decisiva.

Il tema della crisi climatica è sotto gli occhi di tutti, e la necessità di costruire un sistema economico, sociale, finanziario, industriale, agricolo e dei servizi sostenibile è la chiave di volta di qualsiasi strada per il futuro, il perno di ogni cosa, e di questo parliamo da anni su questo blog (colgo l’occasione per ringraziare chi mi segue). Oltre ad essere fra le fondamenta, si tratta anche di una questione urgente, non più rinviabile, e richiede competenza. 

Possiamo fare in modo che questo punto sia un criterio selettivo. 


Su questo mi esprimo con una dichiarazione di voto: NON voterò nessuno che non ponga il tema del cambiamento climatico e della transizione ecologica dell’economia e dell’energia al primo posto. Nessuno che non abbia competenze in materia. E invito tutti a fare altrettanto. 


Chissà che non riusciamo ad incidere sull’ottusità dei partiti politici, capaci di parlare di ambiente ma non di fare scelte concrete.







sabato 30 luglio 2022

La sfida ambientale? E’ alla base di tutto

 Ciò che è successo sulla scena politica italiana ha lasciato sgomenti, ma dopo la sorpresa iniziale (seppure preceduta da qualche avvisaglia) va fatto un passo avanti sulla base di considerazioni razionali e non basate sull’emotività del momento. Il 25 settembre si vota e non sarà facile portare elettori ai seggi, in periodo estivo, dopo uno spettacolo che certo non depone a favore di una ritrovata serietà della politica. Come era prevedibile, i partiti, e nello specifico i partiti della destra (speriamo solo italiana) affiancati dai 5Stelle, sotto gli occhi di tutti hanno silurato Mario Draghi probabilmente soltanto sulla base di un calcolo di convenienza che li vedrebbe ora favoriti alle elezioni.


Lasciando l’insopportabile valzer delle alleanze ai rotocalchi televisivi, i temi da affrontare ci sono e sono pregnanti, e dovrebbero trovarsi alla base del dibattito pre-elettorale. Credo che siano riassumibili in tre punti sostanziali: 

. Costruire una rinnovata fiducia nelle istituzioni, sempre messa a dura prova dalla politica italiana;

. Porre al centro la questione ambientale, che riguarda l’economia, la finanza, il lavoro, le risorse, l’energia, la ricerca, l’ambiente ovviamente, il futuro;

. Rinnovare la qualità (elevata ma con problemi e diseguaglianze) del servizio sanitario nazionale pubblico, nella prospettiva dell’aumentato rischio di epidemie che il cambiamento climatico e la globalizzazione comportano.


Dopo decenni di aperta ostilità dei partiti tradizionali, ora sembra che il mondo politico sia più aperto alle prospettive che una azione complessiva volta alla sostenibilità comporta, e va premuto il pedale dell’acceleratore. Non si tratta di riportare l’Italia alla candela, come non molti anni fa si ammoniva, non si tratta nemmeno di attuare la decrescita felice, ricordando ad un’espressione più moderna, si tratta al contrario di promuovere un rinnovamento complessivo del sistema economico, industriale, finanziario, dei servizi, che adegui l’Italia alle sfide attuali (non a quelle del Novecento, già finito) e la prepari al futuro. Economia circolare, energie rinnovabili, efficienza, innovazione di processo e di prodotto, ecodesign, finanza verde, chimica verde, riciclo dei rifiuti e termovalorizzazione della (minima) frazione restante, ecolabel, ecoaudit, agricoltura biologica, allevamenti biologici, turismo sostenibile, città verdi, trasporto su ferro, elettrificazione del parco veicolare, trasporto pubblico, edifici pubblici incluse le scuole a consumo zero. C’è un mare di cose da fare. Che possono dare nuova spinta al nostro Paese, questa volta per nulla ostacolato dalla mancanza di materie prime, come si diceva un tempo, ma al contrario favorito dalla presenza di sole, e dalle storiche capacità manifatturiere. Ci sono interi settori di attività in affanno da tempo che possono ritrovare nuove prospettive nell’ambientalizzazione complessiva del nostro Paese. 

Questa è una base forte per un’agenda politica. Accanto a molti altri temi più tradizionali che toccano i diritti e le disparità spesso elevate, la sfida ambientale può fare crescere l’Italia e rinnovarla.

Porre l’ambiente al centro può inoltre essere una via per un nuovo rapporto fra uomo e natura e fra esseri umani, vuotando il contenuto del vaso delle cause delle guerre, dell’uso sbagliato del territorio, dello sfruttamento come unica via per progredire. Non può e non deve essere sempre così, ed una visione più armoniosa del mondo può aiutare a percorrere nuove strade.

Se qualcuno coglie l’opportunità e sarà in grado di passare ai fatti, credo che incontrerà anche l’apprezzamento dei cittadini e in particolare dei più giovani, direttamente toccati nel profondo da queste nuove sfide.







martedì 19 luglio 2022

Non abbiamo bisogno di una crisi di governo

Nell’impossibilità di inquadrare in un contesto fatto di regole, se non scientifiche almeno razionali, la politica in generale, e ancor meno quella italiana, bisogna affidarsi spesso alla contingenza, al sentire comune, e alle necessità concrete che delineano i contorni di una situazione oggettiva. Un territorio difficile da attraversare per tutti coloro che hanno un profilo “tecnico”, incluso Mario Draghi. Trovo chiara e comprensibile la sua posizione - non da due giorni, ma da mesi - nell’ambito in cui si trova ad operare: fare il Presidente del Consiglio in un Paese, l’Italia, dove i percorsi della politica sono incomprensibili ai più, sostenuto da una maggioranza variopinta espressione di tutto un po’, con formazioni politiche in vena di scissioni (tanto per cambiare), e una predisposizione nel complesso all’agire concreto e tecnico che si avvicina alla predisposizione al caldo di un congelatore.

Si dice spesso che Mario Draghi è (quasi) insostituibile per il ruolo internazionale che ricopre e che va a beneficio dell’Italia; nessuno dice se ce lo meritiamo, ma forse è meglio soprassedere. Penso che sì, che vada a beneficio del nostro Paese, e non solo, dell’Unione Europea intera. Non è cosa da poco nella situazione attuale, con la Russia in vena di rivendicare un ruolo importante nel panorama internazionale a costo di una guerra, con la necessità di operare per rendere sempre più autonoma l’Europa, e l’Italia ovviamente, sul fronte energetico, con la sfida posta dal cambiamento climatico al nostro modello di sviluppo economico tradizionale. 

Si dice anche che non sarebbe opportuna una crisi di governo adesso. Certo che no, non lo è, abbiamo bisogno di fare meno chiacchiere e più fatti - strano che la destra non ricorra più allo slogan “del fare” - e abbiamo bisogno di migliorare la nostra credibilità internazionale, sempre traballante. Cosa pensano i governi degli Stati europei della crisi attuale? Facile immaginare “i soliti italiani”; facciano un viaggio all’estero qualche volta invece di stare inchiodati a Roma dentro i palazzi del potere o dentro il Parlamento, ne trarrebbero beneficio, magari prima di attendere di essere inviati al Parlamento Europeo a coronamento della propria personale carriera politica. 

Che non sia opportuna una crisi di governo ora, con la pandemia, la guerra, i problemi economici, il riscaldamento globale, i ghiacciai che crollano, la siccità, lo capisce chiunque. Eccetto la destra: davvero Giorgia Meloni pensa di poter essere un Premier migliore di Mario Draghi? In molti pensano di no, i motivi se li vada a cercare.

Si dice infine che oltre mille Sindaci abbiano firmato un appello rivolto a Draghi perché resti, che numerose associazioni di volontariato abbiano firmato un appello analogo, che infine numerosissimi italiani non ne possano più dei giochi politici sulle loro spalle e desiderino che Draghi resti (se non si dice, lo ipotizzo io). 

Il Movimento 5 Stelle che doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno si è rivelato peggiore dei partiti che contestava nell’incarnare l’italica debolezza propositiva e fattiva, e questo gli costerà caro alle prossime elezioni. Il Movimento è finito, amen. 

Per stare ai fatti, il termovalorizzatore di Roma va realizzato, nel quadro di una corretta gestione dei rifiuti, e vanno realizzate le opere per le fonti rinnovabili sul territorio: non è più accettabile che le Soprintendenze blocchino regolarmente i progetti, anche di impianti avanzati a bassissimo impatto, mentre abbiamo estremo bisogno di fare davvero concretamente la transizione ecologica sul fronte dell’energia. Altrimenti se ne assumano la responsabilità.  Occorre intervenire e togliere veti anacronistici e frutto di disinformazione - che per qualche motivo sembra che si applichino soltanto alle rinnovabili, mai che si blocchi una funivia o il taglio di un bosco.

Per tutto ciò, mi unisco (per quello che vale) agli appelli: Mario Draghi resti, per favore. Non faccia vincere i giochi di palazzo, ma per una volta faccia vincere l’impegno concreto.








venerdì 1 luglio 2022

Situazione positiva? Sì, ma con giudizio

 Le ultime elezioni amministrative hanno mostrato un Partito Democratico che riesce a rappresentare il sentire comune della parte progressista della società e che riesce a smarcarsi dai luoghi comuni che pure lo riguardano. Questi credo che siano i dati principali che emergono dall’ultima tornata elettorale, tenuto conto di tutto, dei numeri complessivi che mostrano comunque una tenuta del centrodestra e soprattutto dell’astensione rilevante che ha riguardato soprattutto il secondo turno, quello dei ballottaggi. 

Non si tratta di dati di poco conto, visto che per anni abbiamo (anche in questo blog) evidenziato la carenza di profilo identitario del PD, la fatica a raccogliere le istanze e le sensibilità di coloro che dovrebbero costituire il suo elettorato, le difficoltà comunicative con ogni mezzo, inclusi i canali che offre la rete Internet. Sembra ora di assistere ad un’inversione della china, ancora non completa ma in corso, che vede un PD più aperto verso i cittadini e nello specifico verso chi non fa parte delle gerarchie, più propenso ad avvicinarsi ai problemi nuovi (ambiente, diritti, ricerca), più capace - soprattutto dopo il lockdown determinato dalla pandemia - nell’uso dei mezzi online. 

Non credo che la prova elettorale sia derubricabile come un fatto locale e limitato, credo invece che sia indicativa di una tendenza. Il PD non è apparso ammuffito, legato ai suoi schemi, lontano dai cittadini, ma è accaduto l’esatto contrario. Di tutto ciò va dato merito ad Enrico Letta e alla sua squadra, oltre che a molti dirigenti locali, che sono riusciti a svecchiare non le età, di questo non ci importa, ma i metodi. Cambia i metodi - un tempo nella sinistra statici come i fossili delle ammoniti - e cambierai anche i contenuti. 

Buon lavoro dunque a tutti i sindaci eletti, ed ottimo risultato per il PD, che deve continuare a guardare avanti.

Dalla tornata elettorale emergono spunti riguardanti anche il centrodestra: che si divide anche aspramente, che non ha una leadership riconosciuta da tutti loro, che entra in grave difficoltà quando si trova di fronte ad un centro sinistra (sopratutto PD) dinamico e capace di ragionare oltre i propri schemi classici. Dunque, una situazione speculare rispetto all’era berlusconiana, quando il capo era in grado di unire parti credo ben felici di avere qualcuno che le unisse di fronte all’elettorato. Sparito il suo ruolo guida sparisce anche l’unità un tempo tanto decantata. 

Del resto, come è noto, le vicende politiche possono prendere strade diverse da quelle previste da tutti, e questo vale anche per le prossime elezioni nazionali.


 


sabato 2 aprile 2022

Russia, Ucraina e uno scambio di missive

Un commento sui fatti recenti e tragici della guerra in Ucraina è naturale conseguenza dell’emergere di posizioni opposte nel dibattito pubblico. C’è stato uno scambio di lettere in questi giorni fra Michele Santoro e Enrico Letta, con una lettera del primo indirizzata al secondo, ed il secondo che ha risposto oggi stesso. Le due lettere sono reperibili rispettivamente sulla pagina Facebook di Santoro e sul sito del Partito Democratico, di cui segnalo l’indirizzo in calce.
Non condivido l’assunto alla base delle considerazioni espresse nella lettera che Michele Santoro ha scritto, credo anche ingiustamente riferita al Segretario del PD e al PD stesso. L’assunto consiste sommariamente nell’accusa di fare uso di pesi diversi a fronte di situazioni diverse a seguito di una forma deleteria di sottomissione al potere prevalente in Occidente riferibile agli USA, in assenza di iniziativa dell’Unione Europea.


Credo che si tratti di una tesi semplicistica sul piano politico, dimentica del passato, ben inserita in una linea critica del presente già espressa da altri, ma soprattutto di una tesi sbagliata.
Le ragioni sono persino semplici nella loro evidenza: innanzitutto la lettera manca di logica nel momento in cui riporta eventi storici analoghi sul piano delle guerre provocate e dell’infondatezza delle ragioni addotte, ma provenienti dal mondo occidentale, o da una parte di esso, in secondo luogo, afferma l’esatto opposto riguardo l’Europa unita di ciò che sta accadendo. Il primo è un fatto certo, il secondo è mia opinione personale, oltre che di molte altre persone.
Il fatto che la logica sia carente è chiarissimo nel momento in cui non si possono sommare due errori per fare una ragione. Se sono stati aggrediti Paesi sovrani in passato commettendo grave errore, per es. la guerra in Iraq per iniziativa dell’America con il Regno Unito sulla base delle inesistenti “armi di distruzione di massa” portata da Santoro fra gli esempi, non significa che un’aggressione all’Ucraina da parte della Russia risolva l’errore precedente; anzi, evidentemente lo aggrava. Due errori non fanno una cosa giusta. Più errori aggravano gli errori precedenti creando una tendenza, e certo non risolvono il problema ma lo portano lontano dalla possibile soluzione.  
Il fatto che l’Unione Europea sia assente o carente nel contesto di crisi attuale è l’esatto opposto di ciò che sta accadendo: mai come ora si parla di procedere verso la famosa difesa comune, mai come ora gli Stati dell’Unione si sono trovati ad esprimere posizioni così condivise. La Commissione Von Der Leyen ha dato una svolta all’UE, vuoi per la pandemia, vuoi per la guerra, ma affermare il contrario è fuori dalla realtà.


Il fatto che Erdogan, definito da Draghi tempo fa un “dittatore”, si stia adoperando per trovare una soluzione alla crisi non dipende da deficit di presenza UE ma dalla sua oggettiva posizione adatta al ruolo. Erdogan ha buoni rapporti con entrambi i contendenti, anche commerciali, e nonostante la Turchia sia membro della Nato è sufficientemente al confine del mondo occidentale da occupare una posizione accettabile dalla Russia, il Paese aggressore. Se non ci piace Erdogan, non significa che ci piaccia la guerra, e se i colloqui in Turchia servissero a fermarla sarebbe un bene. Anche in Turchia, inoltre, vale l’assunto che il popolo non è identificabile con il suo capo, e nemmeno lo Stato; la storia alle spalle ha portato l’ex-impero Ottomano sulla sponda occidentale pur restando un Paese di religione prevalentemente islamica. Non si tratta semplicemente di un Paese riguardo il quale chiudiamo un occhio per la sua appartenenza alla Nato, come molti sostengono, ma di un Paese vicino per ragioni storiche oltre che geografiche.


L’aggressione deliberata da Putin all’Ucraina è un atto criminale, fuori dal diritto internazionale, violento e moralmente inaccettabile. Se ce ne sono stati altri in passato, erano analoghi. Chi scrive, per inciso, ha a suo tempo manifestato contro le altre iniziative di attacco deliberato da qualsiasi parte provenissero. Non è vero che si era silenti. Piuttosto, viene da chiedersi dove era Michele Santoro nei mesi scorsi, prima di irrompere nel dibattito con un attacco all’Europa, al governo italiano, e al PD (quest’ultimo è uno degli sport preferiti da una parte dei sedicenti intellettuali di sinistra italiani, a volte con ragione, a volte no), prima cioè di cogliere una bella occasione di intervento pubblico.
L’Italia è un Paese libero e ognuno può dire ciò che vuole, lo dimostrano decine di dibattiti televisivi dove chiunque viene invitato a dire la propria, ormai troppo spesso con livelli bassissimi di qualità complessiva.


Infine, due parole sulla Russia. Credo che sia vero ciò che molti commentatori hanno scritto, cioè che i russi hanno il timore di aggressioni che da ovest raggiungano Mosca, con un percorso facile, libero da ostacoli. Ma non c’era un attacco in corso, e la guerra in Ucraina non può essere fatta passare per “un’operazione militare speciale”. Si tratta di un attacco deliberato che, probabilmente, nei piani russi doveva svolgersi in una settimana con il rovesciamento del governo ucraino. Non è andata così. 

Mosca è una città bellissima. Credo di non offenderla se affermo che non è “occidentale”, che il suo fascino per noi viene innanzitutto dal suo sapore già asiatico, nella luce che già ricorda le steppe, nelle cupole a cipolla, nei volti, nei modi. Anche là, così lontano, a Mosca, c’è una parte di Italia che risplende in buona parte delle architetture del Cremlino realizzate da architetti italiani. Anche a Mosca c’è un popolo che si trova da sempre a sopportare regimi autoritari e che non è identificabile con essi. L’idea della grande Russia è un conto, il dispotismo un altro. Putin ha fatto cambiare la Costituzione del suo Paese per poter restare al potere, e da lì agisce come un despota. Da lì ha scatenato una vera guerra offensiva e criminale. Questi sono fatti, i distinguo sono solo parole in libertà.
 
La risposta di Enrico Letta, che condivido, si trova al seguente link:
 
https://www.partitodemocratico.it/primo-piano/lettera-aperta-a-michele-santoro-su-pluralismo-e-guerra-in-ucraina/

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