giovedì 1 aprile 2021

Noi, la Natura, e il Coronavirus

 Non abbiamo mai avuto grande dimestichezza con la Natura, con le sue leggi, con i suoi ritmi, i suoi spazi; non l’abbiamo avuta come specie umana, ed in particolare come membri di quella che viene comunemente definita “cultura occidentale” di origine greco-romana, poi cristiana, e poi l’Umanesimo, il Rinascimento, l’Illuminismo, poi la modernità... La Natura è sempre rimasta sullo sfondo dell’evolversi del pensiero umano, eccettuato rare eccezioni (il cristianesimo di San Francesco, il Romanticismo) o ha riguardato alcuni pensatori la cui riflessione è stata troppo spesso travisata a supporto di teorie esoteriche fondate sul pensiero magico (si pensi a Pitagora o a Giordano Bruno). 

Nemmeno la Rivoluzione Scientifica, che ha aperto la strada alla comprensione delle leggi naturali spodestando la Filosofia Naturale che operava senza possedere gli strumenti adatti, ha saputo trovare la via giusta per indagare il rapporto fra noi - specie animale in grado di modificare profondamente l‘ambiente - e il mondo che ci ospita, anzi ha consentito uno sviluppo tecnologico senza precedenti, che ha rafforzato l’idea della disponibilità di un ipotetico nostro super potere nel rapporto con la Natura. Si tratta dell’avere a disposizione un fattore “ipotetico”: esiste veramente? Temo di no, ma non ne siamo consapevoli. (Il fatto di avere introiettato un’idea che ci riguarda e che non esiste dovrebbe essere oggetto di indagine approfondita per i numerosi aspetti che possiede e l’importanza che riveste).

Pensatori che hanno indagato questo ambito sono relativamente recenti, o recentissimi, testimoniando proprio il vuoto da riempirsi soltanto in caso di necessità, ormai estrema.

La storica carenza di riflessione in questo campo ha conseguenze di vasta portata che possono essere riassunte in due rami legati fra loro: la quasi totale assenza di senso di responsabilità riguardo gli effetti delle proprie azioni sull’ambiente e una radicata difficoltà persino nel comprendere fenomeni estesi spazialmente e di lunga durata temporale, che possono cioè riferirsi al mondo intero ed interessare periodi di tempo lunghi. Tradotto, in relazione al problema attuale del riscaldamento globale significa che non ci sentiamo responsabili e non ne riusciamo nemmeno ad afferrare le caratteristiche, inclusa la pericolosità. In relazione al secondo, gravoso, problema che ci sta affiggendo, l’epidemia di coronavirus Sars-Cov-2, significa di nuovo lo stesso, che non ci sentiamo responsabili e non ne comprendiamo del tutto le caratteristiche, a partire dal rischio di una crescita esponenziale (almeno al principio) dei contagi.


Forse non conosciamo nemmeno il mondo in cui viviamo, plasmato da noi. Il libro di David Quammen “Spillover” (uscito nel 2012!) ne propone una descrizione in colori vividi, per nulla piacevoli. Se non l’avete ancora letto, e pensate di farlo, preparatevi ad entrare in un mondo, il nostro, che non vediamo nei film, nei documentari, nei supporti che veicolano la cultura popolare - e si tratta di un mondo ad alto grado di rischio. Ci viviamo dentro ogni secondo della nostra vita.

Traggo da esso le prossime righe.

“Dovremmo sapere che le recenti epidemie di nuove zoonosi, oltre alla riproposizione e diffusione di altre già viste, fanno parte di un quadro generale più vasto, creato dal genere umano. Dovremmo renderci conto che sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo. Dovremmo capire che alcune situazioni da noi generate sembrano praticamente inevitabili, ma altre sono ancora controllabili. Gli esperti hanno già indicato questi fattori ed è pertanto facile elencarli. Abbiamo aumentato il nostro numero fino a sette miliardi e più, arriveremo a nove miliardi prima che si intravveda un appiattimento della curva di crescita. Viviamo in città superaffollate. Abbiamo violato, e continuiamo a farlo, le ultime grandi foreste e altri ecosistemi intatti del pianeta, distruggendo l’ambiente e le comunità che vi abitavano. A colpi di sega e di ascia, ci siamo fatti strada in Congo, in Amazzonia, nel Borneo, in Madagascar, in Nuova Guinea e nell’Australia nord orientale. Facciamo terra bruciata, in modo letterale e metaforico. Uccidiamo e mangiamo gli animali di questi ambienti. Ci installiamo al posto loro, fondiamo villaggi, campi di lavoro, città, industrie estrattive, metropoli. Esportiamo i nostri animali domestici, che rimpiazzano gli erbivori nativi. Facciamo moltiplicare il bestiame allo stesso ritmo con cui ci siamo moltiplicati noi, allevandolo in modo intensivo in luoghi dove confiniamo migliaia di bovini, suini, polli, anatre, pecore e capre, ratti del bambù e zibetti. In tali condizioni è facile che gli animali domestici e semidomestici siano esposti a patogeni provenienti dall’esterno (...) e si contagino tra loro. In tali condizioni i patogeni hanno molte opportunità di evolvere e assumere nuove forme capaci di infettare gli esseri emani tanto quanto le mucche o le anatre. Molti di questi animali i bombardiamo con dosi profilattiche di antibiotici e di atri farmaci, non per curarli ma per farli aumentare di peso e tenerli in salute il minimo indispensabile per arrivare vivi al momento del macello, tanto da generare profitti. In questo modo favoriamo l’evoluzione di ceppi batterici resistenti. Importiamo ed esportiamo animali domestici vivi, per lunghe distanze e a grande velocità. Lo stesso avviene per certi animali selvatici usati in laboratorio, come i primati, o tenuti come esotici compagni. Commerciamo in pelli, contrabbandiamo carne e piante, che in certi casi portano dentro invisibili passeggeri patogeni. Viaggiamo in continuazione, spostandoci da un continente all’altro ancora più in fretta di quanto faccia il bestiame. (...) Cambiamo il clima del globo con le nostre emissioni di anidride carbonica e spostiamo le latitudini a cui le zanzare e zecche vivono. Siamo tentazioni irresistibili per i microbi più intraprendenti, perché i nostri corpi sono tanti e sono ovunque”. (Cap. 9)

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