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venerdì 13 febbraio 2026

L’energia in UE per costruire una strategia

 Bene affrontare il tema energetico a livello europeo, di cui si parla in questi giorni, ma deve essere chiaro che si tratta di costruire una strategia, e non soltanto di aggiustare qualcosa per contenere le bollette, sempre troppo care, soprattutto in alcuni Paesi fra cui il nostro. Una strategia che non può essere solo energetica: deve essere energetica e industriale, nel quadro della costruzione di ciò vogliamo essere nel futuro, di quale parte vogliamo giocare nel contesto internazionale, e di cosa desideriamo per noi stessi, cittadini europei. 

Le ragioni dei prezzi alti in bolletta (di cui abbiamo parlato più volte) sono molteplici, dalle condizioni geopolitiche internazionali, al prezzo del gas, alle tassazioni, alle condizioni meteo di un dato periodo, al meccanismo stesso della formazione del prezzo dell’energia elettrica. Non bastano interventi puntuali su un fattore se manca una visione complessiva. E bisogna decidere se la visione complessiva consiste nello smantellare il green deal e tornare a gas e petrolio come l’America di Trump, oppure nel rendere più efficace il green deal stesso accostandolo a politiche industriali capaci di far procedere parallelamente i percorsi della transizione energetica, della riduzione delle emissioni climateranti, e dello sviluppo industriale. 

Ad oggi, non siamo stati capaci di farlo, e per questo il green deal ha scontentato molti, che non hanno visto prospettive adeguate oltre le regole e i limiti imposti. Ma la risposta alle difficoltà non può essere tornare al mondo di prima, quello cioè che ha creato il problema e non ha gli strumenti e nemmeno la cultura adatta a risolverlo (non per niente Trump se la cava negando semplicemente l’esistenza del riscaldamento globale e del cambiamento climatico). La risposta si trova nel correggere la rotta.


In questa fase, l’Italia e l’Europa sono strette in una morsa: il ritorno al fossile in arrivo dagli USA, e le tecnologie per le rinnovabili in arrivo dalla Cina. Per l’appunto, non siamo stati capaci di costruire una prospettiva europea in questo settore (per inciso, il più importante). La vera sfida sarà la costruzione di una filiera energetica nostra, affiancata dai settori industriali che servono, sostenendo contemporaneamente la ricerca e l’innovazione. Va messo in atto questo e va fatto al più presto (in altre parole, andava fatto da tempo). Il prezzo della bolletta è soltanto un aspetto di un contesto che è ampio e articolato. 

Una prospettiva di questo genere sarebbe inoltre capace di delineare un ruolo per l’UE, e per l’Italia, nel quadro internazionale. Essere dipendenti da altri energeticamente e tecnologicamente significa esserlo anche politicamente. Acquistare petrolio e gas dagli USA e pannellli solari, batterie, inverter dalla Cina comporta una forma di sudditanza molto profonda, e non basterà certo vendere le nostre automobili a combustione interna al Sud America (vedi il Mercosur), perché non sappiamo ancora fare quelle elettriche a costi accettabili, a salvarci. 

Per inciso, perché non sappiamo ancora costruire auto elettriche a prezzi popolari, come invece fanno i cinesi? Non si tratta solo di mancato sfruttamento del lavoro, si tratta anche e soprattutto del fatto che da noi le case automobilistiche hanno scelto per troppo tempo di non investire per cambiare, dando per scontato - o semplicemente rimandando nel tempo - che le cose sarebbero sempre andata avanti come sempre, business as usual. 

Invece no, anche in Cina imparano a fare ricerca e innovazione industriale, e spesso lo hanno imparato da noi, dalle nostre filiali dalle loro parti.

Dunque, tornando al punto, la strategia deve essere complessiva, senza perdere di vista i valori e gli obiettivi, anzi associandoli alle caratteristiche del nostro sistema produttivo. Su questa base si può fare moltissimo, creando una prospettiva realistica capace di rispondere alle esigenze del presente.



venerdì 10 novembre 2023

Economia, industria, ecologia si incontrano alla Fiera di Rimini

 Per avere un’idea delle potenzialità industriali, economiche, occupazionali, oltre naturalmente a quelle di miglioramento delle condizioni dell’ambiente, della green e circular economy bisogna fare un salto in questi giorni a Rimini, dove ogni anno si tiene la Fiera Ecomondo. 

Dall’energia ai rifiuti, dal ciclo dell’acqua alle tecnologie a basso impatto, dall’agricoltura al recupero del suolo, al monitoraggio ambientale, ai veicoli, all’industria tessile. Tutti coloro che, nel tempo, paventavano un “ritorno alla candela” su suggerimento ambientalista possono farsi un viaggetto al mare per vedere di persona di cosa si tratta. E non da ora: sono ventisei anni, dall’ottobre 1997, che si tiene a Rimini l’appuntamento con l’economia e l’ecologia. Perché le due cose devono andare insieme, economia ed ecologia, apparentemente agli antipodi, sostanzialmente legate nel mondo moderno.


Quest’anno, sono oltre 1.500 espositori, con un incremento del 10% soltanto rispetto allo scorso anno, per 150 mila metri quadrati di spazi espositivi. Una crescita continua dell’industria e dell’economia green, qui ben rappresentata, che non ha visto recessioni in questi anni, nonostante guerre, pandemie, e difficoltà di vario genere. Il programma di quattro giorni ha visto anche decine di convegni e incontri sugli argomenti più disparati, con la partecipazione di esperti e rappresentanti delle istituzioni dal livello locale all’Unione Europea. 

L’edizione 2023 ha visto alcuni focus tematici specifici: stato di implementazione nazionale delle priorità e dei progetti faro PNRR con particolare attenzione alle filiere RAEE, carta-cartone, tessile, plastica; stato di adozione, a livello europeo ed internazionale, dell’economia circolare in termini di efficienza nei processi e nei prodotti, ecodesign, riciclo e uso delle materie prime seconde nelle filiere industriali in vari settori; ripristino e rigenerazione degli ecosistemi,  dei suoli e dell’idrosfera con approfondimenti sulla produzione e valorizzazione sostenibili delle risorse agro-forestali, l’uso sostenibile della risorsa idrica e del mare (blue economy), la gestione e valorizzazione integrata delle acque reflue e dei rifiuti organici municipali;  città verdi e circolari, più fresche e salutari, più efficienti nella gestione e consumo del cibo, della risorsa idrica, dell’energia e dei rifiuti; ricerca e innovazione con i finanziamenti europei diretti a sostenerle; nuove normative, procedure e policies nazionali ed europee, investimenti e financing, start up, creazione di partenariati, formazione e comunicazione.

Oltre a ciò, gli Stati Generali della Green Economy hanno lo scopo di costruire una strategia per il futuro. Come si legge sul sito: “ Gli Stati Generali della Green Economy, promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy, formato da 68 organizzazioni di imprese, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica e con il patrocinio della Commissione europea, vedono quest’anno la loro XII edizione. Essi hanno l’ambizione di promuovere un nuovo orientamento dell’economia italiana verso una green economy per aprire nuove opportunità di sviluppo durevole e sostenibile ed indicare la via d’uscita dalla crisi economica e climatica”.


Tutto questo mostra che c’è moltissimo lavoro da fare in un ambito che è il solo capace di delineare un futuro accettabile, e auspicabilmente desiderabile, nel difficile contesto internazionale attuale. C’è un mondo da costruire poco alla volta, capace di rispondere alle sfide più gravose. Il cambiamento climatico dovuto e guidato dal sistema tradizionale economico e industriale è la maggiore, seguita da tutte le altre, inquinamento, biodiversità, depauperamento delle risorse, ma la prospettiva non è soltanto in risposta ad un problema che abbiamo creato - e già così non è poco - la prospettiva è positiva perché è capace di realizzare poco alla volta un futuro migliore sotto moltissimi aspetti, la salute, l’equità, l’ambiente di vita e quello naturale.

La Fiera Ecomondo fa ben sperare e guardare al futuro con fiducia.


Link al sito:

www.ecomondo.com




mercoledì 13 settembre 2023

Una risorsa di plastica

 La filiera della plastica è, e può essere sempre più se ben gestita, un ambito fondamentale dell’economia circolare e in generale della green economy. La plastica non è una risorsa da eliminare, ma da utilizzare correttamente - va da sè che il primo passo consiste nel non disperderla nell’ambiente - creando un sistema che consenta il miglior utilizzo possibile minimizzando gli impatti ambientali. Un circolo chiuso, nel quadro dell’Economia Circolare.

Si è appena conclusa (lo scorso 8 settembre) Plast, la manifestazione dedicata al settore, alla Fiera di Milano e dopo 5 anni di assenza, a cui hanno partecipato 1.510 espositori da 55 Paesi. Gli esempi di riciclo sono numerosissimi e spesso sorprendenti, come il livello di innovazione tecnologica, molto avanzato. La fiera ha offerto persino un servizio esclusivo di calcolo della propria “Carbon Footprint di Organizzazione” (Impronta di Carbonio aziendale) per verificare la sostenibilità dell’impresa.


Il ramo presenta dati economici positivi. Secondo quanto riferisce Il Sole24ore, uno studio di MECS Amaplast sul settore delle tecnologie per la plastica e la gomma, il fatturato nel 2022 è stato di oltre 4 miliardi di Euro, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente, in particolare con un export positivo e fortemente in crescita, +8,5%.

Da un’altra analisi effettuata da Teh Ambrosetti emerge il fattore moltiplicatore del settore,  risultando infatti che ogni 100 Euro investiti se ne generano €218, mentre contemporaneamente si stima di poter incrementare il recupero da ora al 2030 fino ad oltre il 19%, raggiungendo l’obiettivo del 10% dei rifiuti in discarica con 5 anni di anticipo. 


Naturalmente, tutto ciò non significa che non sia utile e benefico ridurre l’utilizzo della plastica nella nostra vita quotidiana: rinunciare alla plastica monouso, al sacchetto sostituito da una borsa riutilizzabile, alla bottiglietta quando si può portare una borraccia, al contenitore sempre nuovo quando sono in vendita prodotti sfusi o confezioni separabili, sono comportamenti virtuosi che qualora venissero portati avanti da tutti porterebbero a ridurre considerevolmente gli sprechi e migliorare la gestione dei rifiuti. Ma la completa eliminazione della plastica dal nostro mondo sarebbe impossibile se non dannosa allo stato attuale, e una corretta gestione circolare di quanto ci serve comunque sembra un obiettivo concreto e raggiungibile. 


La Green Economy si fonda anche su questo, e rappresenta una prospettiva di crescita non fittizia, creata ad arte, o costruita sulla creazione di nuovi bisogni spesso realmente inutili, ma necessaria.


Per saperne di più:


https://www.plastonline.org


https://www.ilsole24ore.com/art/plastica-italia-filiera-25-miliardi-fatturato-centro-questione-ambientale-AFYEoYk?refresh_ce=1








giovedì 4 agosto 2022

Votiamo candidati che mettano al primo posto il cambiamento climatico e la transizione ecologica dell’economia e dell’energia

 Come sempre, anche se forse non viene percepito come si dovrebbe, gli elettori hanno una grande forza in quanto possono orientare l’esito del voto andando oltre la semplice scelta della formazione politica. I candidati hanno - eccome - un peso negli esiti e ne va tenuto conto, magari con una selezione tematica che oggi può essere decisiva.

Il tema della crisi climatica è sotto gli occhi di tutti, e la necessità di costruire un sistema economico, sociale, finanziario, industriale, agricolo e dei servizi sostenibile è la chiave di volta di qualsiasi strada per il futuro, il perno di ogni cosa, e di questo parliamo da anni su questo blog (colgo l’occasione per ringraziare chi mi segue). Oltre ad essere fra le fondamenta, si tratta anche di una questione urgente, non più rinviabile, e richiede competenza. 

Possiamo fare in modo che questo punto sia un criterio selettivo. 


Su questo mi esprimo con una dichiarazione di voto: NON voterò nessuno che non ponga il tema del cambiamento climatico e della transizione ecologica dell’economia e dell’energia al primo posto. Nessuno che non abbia competenze in materia. E invito tutti a fare altrettanto. 


Chissà che non riusciamo ad incidere sull’ottusità dei partiti politici, capaci di parlare di ambiente ma non di fare scelte concrete.







domenica 13 settembre 2020

All’idrogeno, e al nostro Paese, può spettare un ruolo importante, purché ben programmato

 Diventare nel 2050 il primo continente climate neutral al mondo: una sfida impegnativa, quella lanciata dall’Europa, che dovrà essere studiata e progettata adeguatamente in ogni dettaglio. La maggiore sfida dei nostri tempi, quella da cui maggiormente dipende il nostro futuro, anche se certo non l’unica. 

Uno dei fili più interessanti della rete che deve comporre la trama fatta di ricerca-tecnologia-industria-energia necessaria a raggiungere l’obiettivo è costituito dall’idrogeno. L’idrogeno è un vettore energetico (quindi non è una fonte di energia) che nella combustione con adeguate tecnologie non produce carbonio, non impatta cioè sulla composizione atmosferica con sostanze che vanno ad alterare i parametri climatici. La produzione dello stesso, però, deve essere verde per avere impatto zero, provenire cioè da fonti rinnovabili o più in generale, come si dice, deve trattarsi di idrogeno a basse emissioni di carbonio (low carbon hydrogen). 

Lo scorso 8 luglio 2020, l’Europa ha lanciato la sua strategia sull’idrogeno, con un primo convegno di nascita della European Clean Hydrogen Alliance (Alleanza Europea per l’Idrogeno Pulito), costituita da stakeholder pubblici, privati, della società civile. Si legge sul sito (gli indirizzi web citati nel’’articolo sono tutti in calce) che lo scopo consiste in un’ambiziosa diffusione delle tecnologie per l’idrogeno, rinnovabile o a basse emissioni di carbonio, al 2030, unendo la produzione, la domanda e la trasmissione e distribuzione. Con l’Alliance, l’Unione Europea intende costruire per sé un ruolo di leadership globale in questo ambito, a supporto dell’impegno di raggiungere la neutralità climatica al 2050. La partenza sarà immediata al fine di essere in grado di fornire 1 milione di tonnellate di idrogeno verde già nel 2024, e 10 milioni di tonnellate al 2030.


Numerosi commentatori hanno rilevato che il nostro Paese potrebbe avere un ruolo di rilievo in questa sfida, e uno studio propone scenari avveniristici. L’Italia potrebbe diventare un hub di un combustibile pulito centrale per l’Europa importando idrogeno prodotto dagli impianti solari del Nord Africa, con un risparmio del 10-15% rispetto a una produzione locale. Il nostro Paese possiede una capillare infrastruttura per il trasporto del gas storicamente costituita che la collega al reto d’Europa e al Nord Africa, che apre a nuove possibilità di utilizzo.  La ricerca che esamina tale prospettiva è stata condotta da The European House-Ambrosetti in collaborazione con SNAM, ed è stata presentata nel corso del 46° Forum The European House-Ambrosetti, a Cernobbio: “H2 Italy 2050: una filiera nazionale dell’idrogeno per la crescita e la decarbonizzazione dell’Italia”. Sul sito si può scaricare l’intero studio, e fare riferimento ad una chiara tabella denominata “Filo Logico”, molto interessante. L’apporto allo sviluppo sostenibile sarebbe notevole: nuovi ambiti di sviluppo industriale verde, occupazione, contributo consistente alla lotta al cambiamento climatico.

Al 2050 la ricerca stima una penetrazione potenziale del 23% dell’idrogeno nei consumi finali, che può permettere un taglio nelle emissioni di CO2 del 28% rispetto all’anno base 2018.


Un articolo del Sole24ore del 13 agosto scorso descrive altre vie in proposito. Si legge che “Fare della produzione di idrogeno da fonti rinnovabili e del suo utilizzo il vettore di sviluppo delle regioni dell’area del cratere sismico del 2016 e 2017: il progetto di Aecom (multinazionale dell’engineering con base a Los Angeles, 20,2 miliardi di dollari fatturati nel 2019 e 57 mila addetti nel mondo) è nelle mani della Presidenza del Consiglio, dopo la positiva presentazione ai Ministri Patuanelli e De Micheli e sarà presto oggetto di uno studio di fattibilità”.

Si parla cioè di realizzare un polo dell’idrogeno in una delle zone in crisi a causa del sisma dell’Appennino centrale. Si tratterebbe di produzione di idrogeno verde effettuata in loco, incluse le tecnologie per le celle a combustibile. La strategia includerebbe i trasporti, con la sperimentazione dei primi treni a idrogeno in Italia. In sostanza, un piano per l’idrogeno nelle zone colpite dal terremoto a tutto tondo, produzione e utilizzo, accanto ad una ricostruzione dei centri abitati sul modello delle comunità energetiche. 


Si tratta di prospettive che devono diventare concrete, a condizione che vadano inserite in una strategia complessiva e coerente. Abbiamo vissuto nel passato altre esperienze che dovrebbero averci insegnato molte cose: dalla diffusione delle rinnovabili sul territorio in assenza dei Decreti attuativi (arrivati 7 anni dopo), all’impegno finanziario sul fotovoltaico senza investire sulla produzione industriale dei pannelli, o di altre componenti, alle difficoltà evidenti nel coinvolgere la cittadinanza nella transizione energetica. 

L’energia splittata fra i vari Ministeri viene ampiamente penalizzata, mentre si tratta di un tema centrale per lo sviluppo dell’Italia. Qualcuno ricorderà l’importanza che ha avuto la strategia energetica nello sviluppo del nostro Paese nel dopoguerra; ora deve essere più o meno lo stesso, nel quadro di una prospettiva nuova che include la tutela dell’ambente. Con la differenza che oggi ci troviamo fortunatamente nell’Unione Europea e possiamo interagire in modi e con tempi ben diversi da allora.


L’articolo del Sole24ore:

“Parte dal Centro Italia un maxi piano per l’idrogeno”, 13/8/2020, a firma di Michele Romano.


I siti dell’European Clean Hydrogen Alliance:


https://ec.europa.eu/growth/industry/policy/european-clean-hydrogen-alliance_en


https://hydrogeneurope.eu/events/european-clean-hydrogen-alliance-launch-event


Lo studio Ambrosetti:


https://www.ambrosetti.eu/ricerche-e-presentazioni/h2-italy-2050-una-filiera-nazionale-dellidrogeno-per-la-crescita-e-la-decarbonizzazione-dellitalia/









venerdì 21 agosto 2020

Per salvarci dalla crisi climatica non serve fermare tutto e tornare alla candela, ma impegnarci seriamente con politiche green

Quante volte abbiamo sentito la frase “ma allora, secondo le tesi ambientaliste dovremmo fermare tutto e tornare indietro ai tempi passati”, quante volte il suo contenuto è stato lo spauracchio di coloro che governavano e della politica in genere. La tesi del ritorno indietro in realtà esiste, ma non può essere considerata logica ed unica conseguenza della necessità di proteggere l’ambiente. Anzi, secondo chi scrive si tratta di un’opzione che porterebbe ad esiti contrari a quelli che si vorrebbe ottenere con la sua applicazione: sette miliardi di persone che vivessero ricorrendo alle risorse naturali in modo diretto avrebbero un impatto ambientale distruttivo in un tempo brevissimo. La questione ambientale è complessa - nel senso della teoria della complessità - ed evolutiva: l’ambiente che caratterizza oggi il pianeta Terra non è lo stesso del passato, l’equilibrio preistorico è irraggiungibile e coloro che lo sognano fanno un puro esercizio di fantasia, e l’unica via che abbiamo la possibilità di seguire è quella tecnologica. Sarà un insieme costituito da una corretta applicazione delle tecnologie nuove, di politiche adeguate, di riduzione delle diseguaglianze sociali con conseguente possibilità di accesso per tutti alle tecnologie medesime, la chiave per aprire la porta del futuro. Il futuro non sarà, e non dovrà mai essere, simile al passato (il caso contrario, sarebbe una catastrofe planetaria). 

Una ricerca pubblicata su Nature Climate Change esamina l’effetto sulle tendenze globali dei parametri che caratterizzano il cambiamento climatico della chiusura dovuta all’epidemia denominata Covid-19. Nella tragedia costituita da una nuova malattia virale che per molti risulta essere mortale, abbiamo un’occasione d’oro di studio di un fatto senza precedenti: per mesi tutto il mondo ha fermato quasi completamente le attività, viaggi, spostamenti ridotti al minimo per le merci, fabbriche, aziende, impianti industriali, scuole, negozi e botteghe, feste, sagre, cinematografi, teatri, eventi sportivi, ogni tipo di attività escluso l’essenziale. La necessità di fermare il contagio per quanto possibile e la migliore capacità di organizzazione che indubbiamente oggi abbiamo rispetto a momenti nel passato che hanno visto epidemie simili hanno portato ad una condizione collettiva mondiale mai accaduta prima. Il mondo umano si è fermato per un po’. Verificare se questo fatto porti a conseguenze di intensità significative sullo stato dell’ambiente a livello globale presenta vari motivi di interesse in vista della scelta delle strategie da adottare per scongiurare la crisi climatica: innanzitutto la possibilità di diminuire gli apporti degli inquinanti emessi, poi una sorta di esperimento collettivo (forzato) direttamente misurabile. 

Lo studio in oggetto, dal titolo  “Current and future global climate impacts resulting from COVID-19” (“Impatti sul clima globale correnti e futuri risultanti dal Covid-19”, scaricabile all’indirizzo in calce) esamina le conseguenze della riduzione dei gas ad effetto serra e degli altri inquinanti dell’aria dovuta al lockdown sulle tendenze abituali e stima l’entità delle riduzioni nel periodo da febbraio a giungo 2020. Alcuni composti con effetto riscaldante, come gli NOx (ossidi di azoto), calano del 30%, ma la diminuzione viene compensata da un’analoga diminuzione degli ossidi di zolfo che indeboliscono la capacità degli aerosol di raffreddare l’atmosfera. Il clima è un sistema complesso, con decine di variabili ad effetti diversi, e spesso di segno opposto, legate tra loro, con cicli di vita diversi ed effetti indiretti, e i risultati non sono per nulla facili da trovare, tanto che si usano modelli matematici per simulare gli andamenti dei parametri più importanti. Questi modelli matematici hanno comunque dimostrato da tempo la loro affidabilità. In buona sintesi, lo studio in oggetto sostiene che gli effetti della chiusura globale dovuta alla pandemia da Covid-19 sulla temperatura media globale siano trascurabili: un raffreddamento valutato intorno al centesimo di grado Celsius al 2030, quasi niente.  Spingendosi poi ad analizzare percorsi diversi, emerge che se scegliessimo di stimolare l’economia in senso “verde” e in misura definita “moderata” potremmo arrivare ad emissioni zero per il 2060, mentre se optassimo per un investimento maggiore, ma comunque fattibile, nell’economia verde potremmo raggiungere una diminuzione del 50% delle emissioni climalteranti al 2030 rispetto allo scenario base ed emissioni zero al 2050. La differenza principale fra le ultime due opzioni riguarda il fatto che la seconda, la più performante, consentirebbe con una probabilità superiore al 50% di limitare la crescita della temperatura a +1,5°C, ovvero di attuare la scelta più restrittiva raccomandata nell’Accordo di Parigi del 2015. Tradotto in termini semplici: possiamo farcela, ma occorre una ripresa fortemente orientata all’innovazione a basso impatto ambientale, con un impegno collettivo che includa i Paesi più poveri e i Paesi più ricchi e potenti, come gli Stati Uniti. Come la pandemia di Covid-19 la crisi climatica riguarda tutti, nessuno escluso.

La Natura che occupava nuovamente spazi durante la chiusura forzata di quasi tutte le attività umane ci ha mostrato, per un tempo breve, quale sorta di impatto abbiamo noi sul mondo. L’eccezionalità del caso ci ha portato per un attimo a vedere chi siamo noi sulla Terra, come la prima foto della Terra dallo spazio ci portò a vedere di colpo quanto piccolo, limitato e isolato fosse il nostro mondo. La possibilità di ridurre le conseguenze delle attività umane sui sistemi naturali, ed in particolare di contenere quanto possibile il riscaldamento globale, viene oramai mostrata e descritta da una serie di studi scientifici molto chiari circa le scelte da fare. In poche parole, non sarà un ritorno al passato, non sarà una chiusura delle attività, a salvarci, ma una scelta precisa delle politiche da porre in atto.

La pubblicazione scientifica citata può essere scaricata al seguente indirizzo (in inglese):

https://www.nature.com/articles/s41558-020-0883-0.pdf




giovedì 7 maggio 2020

Competitivi a livello mondiale nei settori green

A volte, ci sono notizie che fanno ben sperare. Si legge sul sito dell’agenzia ANSA, che l'Italia, assieme a Cina, Stati Uniti e Regno Unito, è tra i paesi che potrebbero "vincere alla grande nella transizione globale verso un'economia verde nei prossimi decenni". L’articolo riporta le conclusioni di una ricerca condotta dall'Università di Oxford e della Smith School of Enterprise and the Environment, e pubblicata su Research Policy.
In breve, avrebbero costruito un grande database di prodotti qualificabili come “verdi” e hanno classificato le attuali capacità di produzione dei medesimi articoli e della loro esportazione da parte dei vari Paesi. Dalle conclusioni dello studio si trae l’indicazione a proposito di quali Paesi emergeranno come leader nell'economia sostenibile: fra essi, il nostro Paese.
L'Italia, infatti, si colloca al secondo posto fra i Paesi in grado di esportare "i prodotti più verdi e complessi avendo una capacità di produzione green altamente avanzata che potrebbe sfruttare con l'aumento della domanda globale" di questi prodotti (valore calcolato sulla base di una nuova misura - il Green Complexity Index-Gci). Addirittura, l'Italia risulta al primo posto nella classifica proprio del Green Complexity Potential (Gcp): in altre parole, “ha il maggior potenziale per diventare competitiva a livello globale in prodotti ancora più green e tecnologicamente sofisticati”.

Lo sviluppo verde è, e sarà sempre più, la strada privilegiata da percorrere. Spesso siamo messi di fronte al fatto che il nostro Paese “non ha le risorse” o “vive da tempo al di sopra delle proprie possibilità” - il virgolettato si riferisce alla frequenza tradizionalmente alta di tali affermazioni - nel momento in cui il sistema economico tradizionale si basava (e in massima parte ancora oggi si basa) sul consumo di fonti fossili e materie prime che quasi non possediamo. Ma ora, le forme nuove di sviluppo economico, in cui le fonti rinnovabili e l’uso sempre più esteso di materie prime seconde sostituiscono le risorse tradizionali, insieme alla capacità specifica italiana di produrre manifattura e artigianato di prima qualità, aprono nuove opportunità che dovremmo considerare con attenzione. Le fonti rinnovabili di energia non mancano dalle nostre parti, come ben sappiamo da sempre, dal momento in cui siamo il Paese che sin dall’inizio del Novecento ha sviluppato idroelettrico e geotermia, non abbiamo carenza di insolazione, possiamo intervenire sul fronte dell’efficienza energetica alla fonte e sul lato del consumo. Abbiamo promosso le rinnovabili in anni recenti, abbiamo sostenuto - e con gli ultimi provvedimenti, continuiamo fortemente a sostenere - gli investimenti per il risparmio energetico. Infine, abbiamo la capacità di inserire i fattori qualità e stile praticamente in ogni cosa, dai prodotti manifatturieri a quelli agricoli, dall’edilizia al giardinaggio.
L’Italia potrebbe giocare un ruolo specifico nel prossimo futuro, economicamente interessante, ambientalmente leggero, per di più in linea con gli accordi internazionali di protezione del clima mondiale. Un tipo di sviluppo forse più adatto del precedente alle caratteristiche del nostro Paese.

Del resto, le energie pulite forniscono ormai oltre un terzo dell'elettricità mondiale, mentre la nuova capacità installata lo scorso anno è per i tre quarti rinnovabile (dati Irena). La costruzione di nuove centrali a fonte fossile è in calo in Europa e negli Stati Uniti, aumentano invece nei Paesi in via di sviluppo, che avrebbero bisogno concretamente del famoso sostegno finanziario per passare direttamente alle fonti pulite. Investire in misura rilevante nelle energie rinnovabili comporta riduzione delle emissioni di CO2, crescita del Pil, e creazione di posti di lavoro. Questo è il futuro, anzi l’unico futuro possibile. Non facciamo che ci colga impreparati.


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