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giovedì 11 giugno 2026

Approvato alla Camera il ddl che impegna il governo a riportare l’energia nucleare nel nostro Paese

 Tornerà o no l’energia nucleare in Italia? Secondo il governo sì e addirittura in tempi brevi, secondo molti no e assolutamente no in tempi brevi. Alla Camera è stato di recente approvato il ddl n. 2669 con la “delega al governo in materia di energia nucleare sostenibile” con alcune modifiche ma senza bisogno di porre la questione di fiducia. Ora il testo passa al Senato. Per la fine dell’anno sono attesi i decreti attuativi.


Dato che giocare con le parole della cultura ambientalista è diventato comune, il nucleare in questione sarebbe “sostenibile” ma non è dato sapere perché: un gioco di parole, appunto. Può essere utile a far credere che si tratti di qualcosa di diverso dal solito. Il tema è complesso, ma va detta subito una cosa precisa: il nucleare attuale non ha risolto nemmeno uno dei problemi che aveva trent’anni fa, o venti anni fa, all’epoca dei referendum che lo bocciarono due volte. Le scorie radioattive, la dismissione delle centrali a fine vita, il deposito geologico definitivo, il territorio del Paese che lo ospita che nel caso nostro non ha un chilometro quadrato che non sia sismico, gli alti costi per cui è necessario l’intervento statale. Gli SMR, gli Small Modular Reactors di cui si parla, non hanno nulla di innovativo se non la taglia, più contenuta rispetto al nucleare degli ultimi decenni (in precedenza, 300 MW era una taglia normale) e la costruzione modulare. Non ne esiste nemmeno uno in funzione nel mondo occidentale, alcune unità si trovano in Russia e in Cina. Siamo ancora al livello di prototipo, ma pare che producano molte più scorie radioattive di quanto producano gli impianti atomici tradizionali. Infatti, uno studio della Stanford University e della University della British Columbia  dal titolo “Nuclear waste from small modular reactors” analizza la gestione e lo smaltimento dei rifiuti nucleari prodotti arrivando alla conclusione che gli SMR, paragonati ai PWR su scala del Gigawatt, aumenteranno i volumi delle scorie. In particolare, il volume di combustibile nucleare spento aumenterà di un fattore 5,5, il volume dei rifiuti ad alta attività aumenterà di un fattore 30 e il volume dei rifiuti a bassa e media intensità aumenterà di un fattore 35. La questione investe ovviamente le caratteristiche che dovranno avere i depositi, temporanei e definitivi, di cui l’Italia dovrà - nel caso l’intento del governo andasse a buon fine - dotarsi. Questo aspetto va ad unirsi al tema dei costi, di cui abbiamo parlato nel post precedente (“Energia nucleare a buon mercato?”).  

Il tema dell’energia da fissione è e rimarrà per lungo tempo aperto, oggetto di studio, e si tratta di decidere se entrare nuovamente o no nella partita.

Se effettivamente tornerà il nucleare da fissione in Italia è dunque il punto centrale. In proposito, suggerisco di leggere l’articolo di Qualenergia (indirizzo in calce) che condivido e che riassume bene la questione. 


Infine, vale la pena ricordare perché in Francia, Paese tra i più nuclearizzati al mondo, il prezzo dell’energia elettrica è più basso che nel nostro Paese: vige una fortissima regolazione statale sul prezzo dell’energia con vari meccanismi fra cui il Regulated Access to Historic Nuclear Electricity ARENH, dall’inizio del 2026 sostituito dal VNU Versément nucléaire universel, mentre una parte è regolata da tariffe fisse concordate tra gestore e consumatore, e solo una quota ampiamente minoritaria è soggetta alle regole del mercato elettrico. Al contrario, noi dipendiamo, letteralmente anche nella formazione del prezzo, dal gas naturale che segue il mercato che a sua volta segue l’andamento del contesto politico internazionale, soprattutto dei Paesi fornitori. Uscire dalla dipendenza dal gas deve essere uno degli obiettivi primari per il futuro prossimo.



https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/



giovedì 14 maggio 2026

Energia nucleare a buon mercato?

 Si sente dire spesso che se avessimo il nucleare il prezzo dell’energia sarebbe inferiore. Ma è vero? Su cosa si basa questa affermazione, di solito fatta da coloro che sostengono che sarebbe un bene per il nostro Paese investire di nuovo sulle centrali nucleari?

In Italia abbiamo terminato l’avventura nucleare dopo un referendum seguente l’incidente di Chernobyl, poi riconfermato in tempi recenti quando il governo Berlusconi riproponeva l’energia atomica nel nostro Paese. Quando erano attive, fra gli anni ‘60 e gli anni ‘90, le nostre centrali nucleari contribuivano alla produzione nazionale con una quota intorno al 4%, e per questa percentuale abbiamo ancora scorie radioattive da sistemare, siti da dismettere, sito per lo stoccaggio definitivo da trovare, e per tornare là dove abbiamo lasciato dovremmo ricostruire tutte le competenze, le strutture, ricreare un sistema complesso, investire in questo obiettivo molti soldi pubblici.

Ma, a parte tutte le difficoltà legate ad un ritorno al nucleare nel nostro Paese, il nucleare stesso porterebbe a prezzi dell’energia più bassi?

Se lo sono chiesti recentemente in Australia, dove non hanno centrali nucleari, ma hanno ancora una quota importante di carbone (47%) una minore di gas (17%), pochissimo petrolio, e il resto sono rinnovabili. L’articolo “Will nuclear lead to cheaper energy prices?” pubblicato da SBS Australia, si può leggere all’indirizzo in calce, ed è abbastanza recente (2024).

Il grafico che segue è tratto da tale articolo. In ordine dall’alto al basso, elenca diverse fonti di energia indicando un range di valori LCOE in dollari per Megawattora. Le fonti di energia elencate sono il carbone, il gas naturale, carbone e gas con CCS (cattura del carbonio), il nucleare con i famosi “piccoli reattori modulari”, il nucleare convenzionale, il solare termico, il solare fotovoltaico e l’eolico.

Secondo questa analisi, i piccoli reattori modulari costano, per dirla in modo colloquiale, un occhio della testa, e la previsione al 2030 non migliora di molto la loro prestazione: attualmente, da 387 a 641 $/Mwh, molto più di qualunque altra fonte. Le meno care? Il solare e l’eolico.


Naturalmente, in rete si trovano anche altri articoli con valori diversi, ma i più recenti, basati quindi sulle rinnovabili attuali aventi costi sempre più bassi, indicano le fonti rinnovabili come le più economiche a confronto con le fonti fossili e con il nucleare. 

Vale la pena chiedersi come mai dunque Paesi con forte produzione nucleare abbiano la bolletta elettrica meno cara della nostra. Ne parleremo prossimamente. 

Per ora, riprendiamo le conclusioni dello studio australiano, che ricordando che l’investimento richiesto sarebbe molto elevato, soprattutto se è necessario costruire da zero un’intera industria, affermano che di nucleare oggi non ne hanno bisogno pur mantenendo mente aperta ad ogni possibilità.





L'articolo citato si trova al seguente indirizzo:


https://www.sbs.com.au/news/article/will-nuclear-lead-to-cheaper-energy-prices-experts-weigh-in/u4hg7ts3t




venerdì 8 dicembre 2023

Paradossi e conferenze (mondiali)

 Credevamo di cambiare il mondo, quando l’ONU ha iniziato le Conferenze sui cambiamenti del clima, ma siamo già alla ventottesima Conferenza delle Parti, la famosa Cop 28, e si fatica a notare decisioni davvero efficaci. 

La XXVIII Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici è in corso all’Expo City di Dubai, con la Presidenza degli Emirati Arabi Uniti, e terminerà il 12 dicembre 2023. Le incompetenze dei “grandi” sul tema che devono affrontare sono emerse immediatamente con le parole del Sultan Al Jaber, Presidente della Conferenza e capo della delegazione degli Emirati Arabi, che afferma che con l’eliminazione dei combustibili fossili si ritornerebbe all’era delle caverne. Non è dato sapere se si tratti di semplice ignoranza che porta a dichiarazioni da Bar Sport o di difesa dei propri interessi di produttori di petrolio. Infatti, è proprio del petrolio, che dobbiamo fare a meno.

I primi giorni della Conferenza sono stati caratterizzati anche da un rinnovato dibattito sul nucleare. Una ventina di Paesi, fra cui la Francia, gli Stati Uniti, il Regno Unito, hanno sottoscritto un patto per triplicare entro il 2050 la produzione di energia atomica, dato che la stessa non incide sulle emissioni climalteranti. Va detto subito, però, che il “nucleare pulito” di cui hanno vagheggiato immediatamente i giornali non esiste, e se si triplicherà qualcosa sarà il nucleare tradizionale, ben insediato come è noto proprio in Francia, negli USA e nel Regno Unito. Più difficile sarebbe un ritorno al nucleare dell’Italia, per una serie molto lunga di ragioni, fra cui le caratteristiche del  territorio, l’impegno finanziario richiesto, l’opposizione delle popolazioni locali, e tutte le difficoltà connesse a far tornare qualcosa che non c’è da trent’anni. (Di proposito non cito se non in parentesi il mai risolto problema della sistemazione delle scorie radioattive altrimenti qualcuno che legge e afferma che tale informazione è “ideologica” c’è di sicuro).

Interpellata sul tema, Meloni non chiude, anche se cita la fusione nucleare ovvero tutt’altra cosa, e Picchetto Fratin parla di “small modular reactors”, vale a dire la stessa cosa di un reattore tradizionale ma più piccolo, fino a 300 MW, e modulare, cioè più semplice da costruire e installare. Sarà interessante - se l’ipotesi andrà avanti, cosa che dubito - vedere quale Comune italiano si candiderà ad ospitare il piccolo reattore ma pur sempre reattore. 


Vedremo come finirà la Cop 28 e con quale dichiarazione di intenti, tenendo conto che il tempo è uno dei fattori in gioco. E’ uscito uno studio di cui ci parla la rivista Nature che afferma che siamo vicini ad alcuni “punti di non ritorno” che incombono sullo stato del pianeta Terra, come se manomettendo il telaio si deteriorasse tutta la tela della vita. Si legge inoltre nello studio che sono necessarie azioni incisive a breve termine, dato che in pratica non c’è più tempo. E’ sufficientemente grave? Non si tratta di tesi esposte da estremisti ambientalisti, ma di uno studio scientifico. Se qualcuno non capisce la differenza, è meglio che approfondisca i suoi studi, magari prima di intervenire in tv o sulla carta stampata.


Nel frattempo, sarebbe interessante rilevare il grado di inquinamento prodotto dalle due principali guerre in corso, dove Russi e Ucraini, Israeliani e Palestinesi si ammazzano reciprocamente ogni giorno - oltre ovviamente all’orrore delle violenze. Come se il mondo fosse infinito, nessuno ha capito nulla di ciò che è realmente, della portata planetaria delle distruzioni locali. Per non parlare del denaro speso in armi, in bombe destinate ad esplodere, ammazzare e devastare un territorio.

Il paradosso è che facciamo una Conferenza internazionale per salvare il mondo mentre accettiamo la guerra e la distruzione come mezzo di confronto fra Paesi. 

I richiami alla pace vanno sempre bene, ma in questi casi non servono: l’unico modo per farli smettere sarebbe un intervento delle grandi potenze mondiali, perché di questo si tratta, di confronti fra le grandi potenze. Lì, si gioca la partita, su un terreno ben più vasto della Striscia di Gaza, ed è su quel terreno che potrebbero, se ci fossero leaders di livello adeguato, porre fine al massacro.


PS: una risposta riguardo l’inquinamento prodotto dalle guerre mi arriva da un’articolo pubblicato sull’ultimo numero di Qualenergia, ed in particolare dalla guerra in Ucraina, e la aggiungo qui.  Uno studio valuta in 120 milioni di tonnellate di CO2 le emissioni causate dal conflitto, in modo diretto e indiretto, nei suoi primi dodici mesi, quanto quelle dell’intero Belgio nello stesso periodo.

Federico Butera, “Guerra al clima”, Qualenergia 4, 2023.


L’articolo citato sui punti di non ritorno si trova al seguente link:


“Catastrophic change looms as Earth nears climate “tipping points”, Jeff Tollefson, Nature, 

https://www.nature.com/articles/d41586-023-03849-y







lunedì 26 aprile 2021

Chiedi cos’era Chernobyl

 Oggi, 26 aprile 2021, cade un triste e minaccioso anniversario, quello della catastrofe di Chernobyl. Un’esplosione che ha coinvolto i nocciolo del reattore numero 4 di una centrale nucleare situata a Pripjat, nei pressi di Chernobyl, in Ucraina al confine con la Bielorussia, quando erano parte dell’Unione Sovietica. Si tratta del più grave incidente nucleare della storia, classificato di settimo grado insieme a quello occorso in Giappone nel 2011 alla centrale di Fukushima a seguito di un maremoto.

L’immagine in calce mostra la centrale, o quello che ne resta, come si presenta oggi (foto BBC), ricoperta da un secondo “sarcofago” dopo che il primo dava da tempo segni di cedimento. Questo dovrebbe durare circa un secolo, cioè nulla rispetto alla durata della pericolosità di ciò che contiene. Il lascito che le generazioni future gentilmente riceveranno è uno dei tanti, enormi, danni ambientali e sanitari che abbiamo seminato per il mondo per sostenere una crescita economica che non ha precedenti nella storia umana, che è andata a beneficio soltanto di una parte dell’umanità, che non può avere futuro nei termini in cui è stata realizzata pena la distruzione della Natura sulla Terra. Per questo le giovani generazioni, e quelle future, ne devono essere informate adeguatamente. 

Le centrali nucleari dovevano essere sicure. Sicurissime, come il Titanic. 

Ma è bastato l’errore umano a far precipitare gli eventi fino ad estrometterli da ogni margine di controllo. Il testo che segue è un brano tratto da un mio vecchio libro “Energia Nucleare. Caratteristiche e conseguenze del più potente sistema mai creato dall’uomo”, pubblicato nel 2005 quando sembrava che in Italia la prospettiva nucleare si riaprisse. 


“Il 25 aprile 1986 il personale della centrale iniziò a ridurre la potenza e, come se la sicurezza del reattore non fosse un’esigenza primaria, arrivarono a scortare il sistema di refrigerazione di emergenza, come richiesto del resto dall’esperimento che intendevano portare avanti: una verifica della possibilità di ricorrere all’energia meccanica del turboalternatore in fase di calo della oltranza per fare funzionare le pompe di emergenza. Il reattore funzionò a circa metà della potenza per alcune ore e verso le ore 23 essa venne ridotta ulteriormente, ma vuoi per errore vuoi per incompetenza, il livello della potenza scese addirittura fino a 30 MW termici, fatto che rende dominante un parametro che caratterizza questo tipo di impianto detto “coefficiente positivo del vuoto”. Intorno all’una della notte riuscirono ad alzarla di nuovo, fino a circa 200 MW termici, ma per mantenerla a tale livello ritirarono completamente le barre di controllo, perdendo così un’altra possibilità di controllare un reattore che nel frattempo era divenuto altamente instabile: l’ormai noto coefficiente di cui sopra significava nella pratica incrementi di vapore nei canali di raffreddamento e aveva a quell’ora già aperto la strada a crescite improvvise della potenza. L’instabilità era accentuata anche dalla minore quantità di acqua di raffreddamento che fluiva. Improvvisamente, una forte crescita della potenza fece perdere definitivamente i controllo del reattore agli operatori: alle ore 1.23 della notte del sabato 26 aprile 1986 un’esplosione di vapore, la distruzione del nocciolo, una seconda esplosione un attimo dopo, lo sfondamento del tetto dell’edificio di contenimento dell’impianto furono i primi, nefasti eventi del peggior incidente nucleare della storia.

Immediatamente, e per successivi dieci giorni, enormi quantità di radioattività furono disperse nell’ambiente sotto forma di gas, aerosol e frammenti del nocciolo. L’area circostante di 30 km di raggio venne evacuata e si cercò in ogni modo di abbattere la terribile polvere radioattiva lavando tutto ciò che c’era, ma queste misure non impedirono dosi alla tiroide con punte da 70 mSv negli adulti e 1 Sv nei bambini con picchi da 40 Sv nella zona di Gomel, e una media individuale di 15 mSv. Molte di queste persone hanno continuato a ricevere radiazioni anche negli anni successivi, in relazione alla località dove vennero alloggiate. (...)

Nelle ore successive, il pennacchio di fumo e di polvere radioattiva raggiunse il chilometro di altezza iniziando subito a depositare sul suolo i prodotti della fissione nucleare; poi, un cambio nella direzione dei venti portò la nube in giro sull’Europa, dapprima sulla Scandinavia, in seguito sulle zone centroeuropee e sull’Italia, dove la caduta degli elementi radioattivi contaminò i territori di tutti i Paesi, le aree agricole come le foreste, le case come gli animali selvatici, penetrando insieme all’acqua nel sottosuolo e giungendo, quindi, alla catena alimentare.”




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