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domenica 9 giugno 2024

Earthrise

 La Terra come non l’avevamo mai vista. Una delle immagini più iconiche del nostro tempo: la Terra che sorge vista dalla Luna.

Questa foto, insieme ad altre scattate durante le missioni spaziali negli anni ‘60 e ‘70, sono entrate nell’immaginario collettivo, determinando una svolta cruciale nello sviluppo del pensiero umano e della concezione del nostro posto nell’Universo. Le immagini sono potenti, si sa, più delle parole: un conto è studiare sui libri che la Terra è un globo sospeso nello spazio perché lo hanno detto gli scienziati, un conto è vederlo con i propri occhi. 

Un unico ambiente isolato nello spazio immenso. Queste immagini hanno impresso una svolta anche nella concezione dell’ambientalismo prevalente fino a quel momento: dal tema fondante conservazionista, comune allora alle (poche) realtà impegnate nella tutela ambientale, alla presa di coscienza collettiva che si tratta di ben più di questo, del mantenimento del nostro unico mondo in condizioni adatte ad ospitarci. Da concetto di nicchia, seppure importante, a responsabilità collettiva e imprescindibile.


Le conseguenze culturali di immagini come questa sono state pregnanti. Il concetto stesso di “bellezza” è uscito per la prima volta dagli ambiti terrestri locali, e si è esteso all’intero pianeta. Possiamo qualificare “bella”, o “bellissima”, la visione della Terra dallo spazio, abbracciandola tutta, estendendo per un momento il nostro sguardo dal nostro quotidiano all’extra-ordinario, allargando l’orizzonte fino al buio dello spazio, al freddo dello spazio, all’infinita’ dello spazio, avvertendo “a pelle” che solo laggiu’, nell’azzurro, nell’acqua, nella terra, nell’aria, possiamo vivere bene.


Grazie, e buon viaggio William Anders.






(Credits: NASA)

giovedì 14 marzo 2024

Politiche eco e mondi da salvare

 Sostiene Antonio Guterres (Segretario dell’ONU) durante l’intervista di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa che “abbiamo bisogno di solidarietà internazionale seria per mettere insieme le risorse e le capacità di tutti, perché è un problema di vita o di morte per noi e per il Pianeta; noi saremo in prima linea come Nazioni Unite in questa battaglia”, in riferimento alla crisi climatica che l’intero pianeta sta attraversando.

Va dato atto a Guterres di essersi espresso più volte in modo molto netto sul tema pesante del cambiamento climatico e come farvi fronte, in un contesto globale in cui, invece, il risiko delle grandi potenze sembra prevalere irresponsabilmente e come se non ci fossero sul tavolo problemi talmente grandi da avere la capacità di portare tutti noi, grandi potenze incluse, dritti nel baratro. I sistemi naturali sono in tali condizioni da portare l’umanità fuori dai percorsi consolidati verso territori in gran parte sconosciuti e per la parte restante preoccupanti se non interveniamo in breve tempo a modificare la rotta. In questo contesto, i contendenti nelle varie guerre che infestano il pianeta sono l’immagine dell’irresponsabilità, se non la personificazione dell’istinto di thanatos che dalla psiche esce e si fa arma per uccidere tutti quanti il più in fretta possibile. Nessuno di costoro mostra di aver capito che esiste un problema più grande per risolvere il quale dovremmo unirci e agire in modo coerente. E l’ONU non sembra in grado di farglielo capire.


Va dato atto anche all’Unione Europea di perseverare nella propria linea ambientalista (che è una bella parola, molto concreta e assai poco “ideologica”) come mostra la recente approvazione da parte del Parlamento della Direttiva sull’Efficienza Energetica degli Edifici, da tutti ribattezzata Direttiva sulle “case green”. Per la cronaca, e riguardo i partiti italiani, hanno votato contro: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Azione, mentre hanno votato a favore: Partito Democratico, Movimento5stelle, Verdi e Sinistra, Italia Viva. 

Se ne parla da anni, anzi da decenni, della necessità di intervenire per risparmiare energia nei settori di consumo anziché produrla, e l’efficienza energetica è la strada più lineare e incontestabile. Gli edifici datati, per come sono stati costruiti, richiedono molta energia per riscaldare, per raffrescare o per illuminare, mentre sono sul mercato tecnologie che consentono risparmi notevoli efficientando l’edificio, fino a renderlo “quasi zero” vale a dire con consumi bassissimi e impatti ambientali altrettanto bassi, con considerevoli risparmi in bolletta. Si parla da anni di iniziare dagli edifici pubblici, e dalle scuole, palestra dell’incoerenza sociale nel momento in cui insegni agli studenti come risparmiare energia o fare la raccolta differenziata dentro aule fredde piene di spifferi dalle finestre monovetro con termosifoni al massimo e cappotti sulle spalle. Chi le ha costruite, con quali denari, e aggiungerei con quali architetti?

I partiti contrari dicono che non si trovano i soldi per simili interventi, ma sono gli stessi che intendono trovare i soldi per ponti giganti inutili, per condonare le imposte agli evasori, per piste olimpioniche che diventeranno cattedrali nel deserto - dopo naturalmente aver abbattuto un bosco di larici secolari.

Dunque l’Europa mantiene il ruolo di guida a livello mondiale sui temi ambientali, ruolo che ha da anni, e che può essere un grande beneficio sociale e politico se ben sfruttato. Non si tratta di porre in essere decisioni che ostacolino la nostra economia, che sarebbe un errore grave, si tratta di incidere sull’economia mondiale, orientandone la forma e i contenuti.  Essere i primi in qualcosa che avverrà dovunque. L’Europa nell’ambito economico è una potenza mondiale e può esercitare la sua influenza sul piano globale. 


“Non siamo riusciti a far sì che la gente comune abbia l’esperienza concreta dei benefici della transizione” sostiene la Ministra Teresa Ribera del governo Sanchez, in una recente intervista sul Corriere della Sera. Credo che in larga misura sia vero. Perché, oltre ai benefici ambientali, sempre indiretti nella percezione del cittadino, la transizione ecologica può portare notevoli benefici economici, occupazionali, sociali legati allo sviluppo sostenibile. Si tratta di un salto in avanti, non indietro, che è invece la direzione in cui ci porterebbe il mantenimento dello status quo. Questo aspetto è sempre in secondo piano, e forse è anche colpa nostra, degli ambientalisti, non aver saputo comunicare efficacemente la positività legata a questo cruciale passaggio. La cultura di base ha un ruolo, accanto alla sensibilità di ciascuno, determinante nel costruire percorsi fatti di idee e proposte orientate allo sviluppo sostenibile. “Conoscere il tuo pianeta è un passo verso il proteggerlo” sosteneva il grande oceanografo Jacques Cousteau, e spesso manca proprio il primo passo, una cultura ecologica di base per iniziare un cammino che porti sulla via della sostenibilità.








mercoledì 27 settembre 2023

Abbiamo ancora bisogno dell’ambientalismo?

 Stiamo assistendo ad una sorta di polarizzazione degli atteggiamenti nei confronti del problema ambientale, con movimenti che attuano forme se non estreme comunque invasive ed eclatanti di protesta (blocco del traffico sui principali assi viari, vernice lavabile su opere d’arte, etc) ed esponenti del giornalismo ed opinionismo nei media che portano avanti una vera e propria crociata contro idee ed espressioni ambientaliste fatta di articoli, testi e dibattiti. Di certo una situazione simile non porta bene allo sviluppo di un approccio serio al tema dell’impatto antropico sull’ambiente, e sarebbe necessario un intervento nel dibattito capace di orientare l’attenzione verso il problema reale e le sue caratteristiche. Perché non lo si risolve paventando il peggio, e non lo si risolve negandolo. L’ambientalismo più razionale e fondato nei fatti oggettivi necessita di una scossa, e di un risveglio potente.


I contenuti non mancano. Oltre al tema del cambiamento climatico e del riscaldamento globale, ormai entrato nella consapevolezza diffusa se non altro perché stimabile ad occhio nell’evoluzione degli eventi meteorologici nel giro di pochi anni, se ne elencano molti altri, che vanno dalla riduzione dell’estensione delle foreste primarie, al calo della biodiversità, alla diffusione nell’ambiente marino e terrestre delle microplastiche, all’inquinamento di aria, acqua e suolo a livello locale e a livello planetario. L’influenza di quasi otto miliardi di persone ma soprattutto di un sistema di consumo di risorse e produzione di rifiuti che non ha eguali nella storia e, a conti fatti, ha prodotto ricchezza soltanto per una parte della popolazione mondiale impattando pesantemente su tutti sono effetti non più trascurabili. 


Per rendersi conto dell’estensione attuale delle foreste c’è una mappa interattiva molto interessante all’indirizzo riportato in calce, dove in verde scuro sono rappresentate le foreste intatte, in verde chiaro quelle non più vergini ma alterate o degradate, in altri colori quelle perdute. Ed è impressionante osservare che le foreste veramente primarie, cioè mai disboscate dall’uomo, sono rimaste poche e spesso separate a formare ecosistemi importantissimi ma non più direttamente connessi fra loro. I disboscamenti procedono da decenni, fra i contrasti di coloro che vorrebbero salvarle e coloro che, quando possono (si pensi all’Amazzonia in Brasile durante il governo Bolsonaro), decidono di utilizzarle come risorsa. Ma le foreste vergini sono una risorsa finita e non rinnovabile, che una volta distrutta non tornerà più se non abbiamo la pazienza di attendere alcune ere geologiche. 


La biodiversità, una bella parola che definisce la ricchezza di specie viventi del pianeta, è in calo continuo ad un ritmo elevatissimo. Si legge sul sito istituzionale dell’Ispra: “Diversi studi riportano che il numero delle specie viventi sul pianeta possa variare da 4 a 100 milioni. Solo una parte di esse, però (da 1,5 a 1,8 milioni), è attualmente conosciuta e, come dimostrano le scoperte recenti, è possibile che ci siano ancora mammiferi sfuggiti all’osservazione degli zoologi. Si ritiene che molte specie vegetali e animali di ambienti tropicali o marini non siano mai state osservate, per non parlare degli invertebrati e dei funghi.”

E ancora: “si stima che ogni giorno scompaiano circa 50 specie viventi. L’estinzione è un fatto naturale, che si è sempre verificato nella storia della Terra. Mediamente, una specie vive un milione di anni. Il problema è che attualmente la biodiversità si riduce a un ritmo da 100 a 1000 volte più elevato rispetto al ritmo ‘naturale’. Questo fa ritenere che siamo di fronte a un’estinzione delle specie superiore a quella che la Terra ha vissuto negli ultimi 65 milioni di anni, persino superiore a quella che ha segnato la fine dei dinosauri.”

In altre parole, ogni giorno scompaiono 50 specie viventi di cui spesso non conosciamo nemmeno l’esistenza! La velocità è talmente elevata che il ritmo dell’estinzione è paragonabile a quello che portò alla scomparsa dei dinosauri. Non c’è nemmeno bisogno dell’asteroide, facciamo tutto da soli.


Di inquinamento locale si parla da due secoli, almeno dall’invenzione della tonalità di colore denominata “fumo di Londra” (un grigio scuro), mentre di microplastiche si parla da tempi recenti. Si legge su National Geographic che “In uno degli ultimi conteggi, risalenti al 2022, gli scienziati giapponesi dell'Università di Kyushu hanno stimato la presenza di 24.400 miliardi di frammenti di microplastiche negli strati più superficiali degli oceani, l'equivalente di circa 30 miliardi di bottiglie da mezzo litro”.  Trenta miliardi di bottiglie di plastica che non vediamo nemmeno ed entrano nella catena alimentare fino al nostro piatto. Non si sa ancora con esattezza quali siano le conseguenze sulla salute.


Tralascio il clima e i gas climalteranti perché è uno degli argomenti più spesso affrontati in questo blog. 


Altro che “ecoballe”, siamo in una fase di grave ed esteso attacco allo stato dell’ambiente, cioè quel posto dove dobbiamo vivere, e dove siamo vissuti sin qui. E’ necessario mettere i piedi per terra e studiare i mezzi per ridurre gli impatti ambientali, senza estremismi o scenari irrealizzabili, e senza resistenze che non fanno che ampliare il problema. Probabilmente è normale che, di fronte a cambiamenti necessariamente importanti, si muovano gli estremi e soprattutto si mettano di traverso i difensori dello status quo, ma il tempo è l’altra variabile di cui spesso dimentichiamo l’importanza. 

L’ambientalismo scientifico è l’unica strada che può portarci fuori dalla gabbia in cui ci siamo infilati (per questo non rientra nei palinsesti televisivi e raramente sulla carta stampata), senza dimenticare, come scrisse Konrad Lorenz, che soltanto “rendendoci conto veramente di quanto è grande, di quanto è bello il nostro mondo” potremo non disperare.

Apriamo gli occhi e interveniamo prima che sia tardi. Sia che abbiamo o no la sensibilità di un Konrad Lorenz. 



Gli indirizzi dei siti menzionati:


https://intactforests.org/world.webmap.html


https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita







sabato 26 febbraio 2022

Cari partiti, ne avete la responsabilità

“IMPRUDENTE NON AVER DIFFERENZIATO MAGGIORMENTE LE NOSTRE FONTI DI ENERGIA” (Mario Draghi, informativa in Parlamento sulla situazione in Ucraina).


Surreale che il Parlamento abbia applaudito, visto che i partiti principali, nessuno escluso, e numerosi parlamentari sono i responsabili diretti della carenza ultradecennale della politica energetica italiana. Costoro hanno relegato per anni l’energia agli ultimi posti nell’agenda politica, quando non hanno apertamente ostacolato lo sviluppo delle rinnovabili e l’estensione dell’efficientamento, in contrasto con le tesi ambientaliste costantemente accantonate se non evitate all’interno dei partiti che hanno governato l’Italia negli ultimi trenta anni.

Qualcosa si è fatto ma con difficoltà, ritardi, e portando avanti una continua battaglia ad ogni livello, anche regionale e locale, contro tesi superate ma in voga fra la maggioranza degli esponenti politici. Fermo restando che ora importiamo il 40% del gas dalla Russia, e questo è un fatto.


Non per polemizzare, ma perché è giusto che ciascuno si assuma le proprie responsabilità.


A breve farò seguire un’analisi più dettagliata.


sabato 5 dicembre 2020

Lo Stato del Pianeta

 Oggi vorrei fare un paio di segnalazioni. La prima: il discorso del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres alla Columbia University “Lo Stato del Pianeta”. Si trova per intero sul sito dell’ONU all’indirizzo in calce, in inglese. 

Si tratta di un discorso duro, che espone con puntiglio tutti i principali problemi ambientali che affliggono il pianeta Terra, dei quali non facciamo fatica ad individuare le cause antropiche. Dopo i debiti ringraziamenti comincia così: “Cari amici, l’umanità sta facendo guerra alla natura. Questo è suicida. La natura sempre contrattacca - e lo sta già facendo, con forza e furia crescenti.” Segue un lungo elenco di disastri che in misura evidente ed inoppugnabile stanno caratterizzando il nostro mondo, il legame con le iniquità che colpiscono i più deboli, con i diritti dei popoli che vivono allo stato di natura, con le epidemie come quella che ci sta colpendo, e le iniziative già in campo o che si prospettano, per cambiare direzione. Conclude con le parole seguenti: “Questo è il tempo di trasformare le relazioni del genere umano con il mondo naturale - e gli uni con gli altri. E dobbiamo farlo insieme. Solidarietà è umanità, solidarietà è sopravvivenza. Questa è la lezione del 2020. Con un mondo disunito e in confusione che tenta di contenere la pandemia, impariamo la lezione e cambiamo percorso per il periodo centrale che abbiamo di fronte.”


Stiamo facendo guerra alla Natura (con la “N” maiuscola). Non dimentichiamolo quando subiamo le conseguenze di tempeste e uragani, quando la siccità riduce le riserve idriche, o quando l’eccesso di precipitazioni inonda il territorio, quando assistiamo alla fuga dei migranti da aree non più coltivabili. La guerra alla Natura - forse lascito di arcaiche pulsioni di sopravvivenza - è per assioma una guerra persa in partenza, ma di così ampia portata che espone ad un rischio estremo tutta l’umanità (presente e futura). Come dire, oltre a perderla l’abbiamo dichiarata noi e include il pulsante dell’autodistruzione. 

Dobbiamo dichiarare la pace, come sostiene Guterres, al più presto, magari scusandoci per l’equivoco. Siamo in tempo, ma il tempo è ora. Questo è il momento del cambio di prospettiva, non si ascoltino gli interessi contrari, le lobby di potere, non si ascoltino i mugugni di chi ci guadagna anche se piccolo, non si ascoltino le sirene dei sostenitori dello status quo, tanto tutto tornerà come prima. Stanno pensando solo al proprio tornaconto. 

In America Donald Trump, esimio antiambientalista estrattore e consumatore di risorse collettive, è stato mandato a casa senza il secondo mandato da Presidente. Al suo posto un nuovo Presidente con idee opposte, un cambio di un angolo piatto per il quale vorrei ringraziare gli americani a nome mio e forse anche a nome del resto del mondo. Non so cosa farà Biden nel concreto, ma è evidente la volontà degli elettori di cambiare nettamente percorso e prospettive. 

Dobbiamo cambiare radicalmente tutti. 

Questo è il tempo di un nuovo sistema economico e sociale che ci consenta di vivere in armonia fra noi, e con la Natura, lasciando in eredità ai giovani ed alle prossime generazioni un pianeta vivibile, ancora ricco di vita, di risorse, di opportunità. Per ottenere questo non dimentichiamo di non portare mai in posizioni di potere coloro che non credono nella scienza. Alla base delle difficoltà nell’approccio alla più grande sfida dell’umanità c’è il disconoscimento delle basi scientifiche del problema, una negazione che ne impedisce alla radice la soluzione. Questo non è più ammissibile.


La seconda segnalazione è più tecnica. Sul sito Qualenergia è presente un’utile raccolta di informazioni sul Superbonus 110% che contiene praticamente tutto, fra testi ufficiali, articoli, novità. Una vera e propria guida completa di commenti e analisi per chiarire o per necessità pratiche.


L’indirizzo dove leggere il discorso di Guterres:


https://www.un.org/sg/en/content/sg/speeches/2020-12-02/address-columbia-university-the-state-of-the-planet


La pagina di Qualenergia tutto sul Superbonus:


https://www.qualenergia.it/articoli/tutto-sul-superbonus-110-la-raccolta-di-qualenergia-it/

sabato 10 ottobre 2020

Allora, si può fare!

Non so se sia stata la pandemia, o se ci saremmo arrivati comunque, ma da un po’ sembra proprio che il vento stia cambiando. 

Non passa giorno che il dibattito pubblico non tocchi la questione ambientale, politica inclusa: dal Presidente del Consiglio Conte, alla Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen, dal Papa, ai dirigenti delle organizzazioni dell’industria e del lavoro, dalla scuola, alle associazioni di vari scopi e attività, alla pubblicità. 

Il Presidente Conte propone, fra le altre cose, di inserire il tema della tutela dell’Ambiente in Costituzione. La Costituzione italiana, da sempre lodata per la profondità ed il livello avanzato dei suoi contenuti, in effetti presenta un evidente vuoto sul tema ambientale, che si limita ad essere richiamato soltanto come “paesaggio”. Anche se con un articolo di contenuto estremamente circoscritto, va detto comunque che se tutelassimo il paesaggio davvero avremmo evitato gli scempi edilizi del dopoguerra, un’ulteriore prova che per lo più la nostra bella Costituzione è inattuata. La proposta di colmare questo vuoto va in ogni caso accolta con favore, arrivando a costituire un pilastro mancante alle fondamenta del nostro edificio comune. Sarebbe un bel passo avanti.

L’Unione Europea, frattanto, assume ancora una volta il ruolo di guida al livello internazionale sulla lotta alla crisi climatica. Il taglio di oltre la metà delle emissioni di gas ad effetto serra al 2030 può diventare una prospettiva concreta con le misure recenti messe in campo. Dopo la proposta della Commissione UE di ridurre del 55% le emissioni climalteranti entro il 2030, rispetto ai valori del 1990, il Parlamento europeo ha approvato un testo che chiede addirittura un bel -60% al 2030, a tutela del sistema climatico terrestre ed in favore di un progresso tecnologico e sociale a  basso impatto ambientale. Qui entrano in gioco anche gli orientamenti politici: Lega, Forza Italia, e Fratelli d’Italia hanno votato “no”. La propensione della destra a “tutelare” inquinamento e privilegi effimeri (anche gli inquinatori subiranno le conseguenze dei danni, impossibilitati a trasferirsi su Marte) non si smentisce, a danno della collettività (vedi link in calce).

Il programma Next Generation EU ha lo scopo di promuovere un avanzamento economico e sociale dopo la crisi della pandemia. Si legge sul sito “Il coronavirus ha sconvolto l'Europa e il mondo, mettendo alla prova i sistemi sanitari e previdenziali, le nostre società, le nostre economie e il nostro modo di vivere e lavorare insieme. Per tutelare la vita umana e i mezzi di sostentamento, per riparare il mercato unico e per costruire una ripresa duratura e prospera, la Commissione propone di liberare tutte le potenzialità del bilancio dell'UE. Con i 750 miliardi di € di Next Generation EU e il potenziamento mirato del bilancio a lungo termine dell'UE per il periodo 2021-2027, la potenza di fuoco complessiva del bilancio dell'UE arriverà a 1 850 miliardi di €.” Ebbene, Next Generation EU prevede di reperire il 30% dei 750 miliardi attraverso green bonds, titoli “verdi”, aventi scopi environmentally friendly. La finanza deve entrare nel problema ambientale e fare la sua parte.

E arrivano anche il social bonds, titoli “sociali”. In un tweet del 7 ottobre scorso, Paolo Gentiloni scrive “La prima grande emissione di bond europei sarà social. I 100 miliardi di #Sure per difendere il lavoro con strumenti come la Cassa integrazione saranno raccolti con #socialbonds”. 

Nell’ambito del pacchetto a sostegno dell’emergenza è stato adottato SURE, acronimo che in italiano ha il significato di strumento europeo di sostegno temporaneo per attenuare i rischi di disoccupazione in emergenza. I soldi necessari saranno raccolti con emissione di social bonds.

Infine, la Chiesa Cattolica si sta muovendo grazie ad un Papa lungimirante, le nuove generazioni grazie a Greta Thunberg. Persino la pubblicità che imperversa nelle televisioni: auto ibride se non elettriche, estetica green dell’auto e dello spot. Persino la Fiat si è convertita, e ci propone la 500 elettrica.

Qualcosa si muove davvero? Per quali motivi abbiamo perso tanto tempo, in realtà alcuni decenni?

Non intendo indagare i motivi qui, ma credo che sia lecito affermare che una parte della responsabilità del ritardo - pericoloso -  sia a carico delle classi dirigenti che ci hanno preceduto. Ambiente, e ambientalisti, sono stati in fondo all’agenda di qualsiasi partito politico, organizzazione sociale e impresa non direttamente orientate all’ambiente, fino ad oggi. Ora va bene così, ma non fermiamoci.


Di seguito, alcuni dei siti a cui fare riferimento per approfondire i temi trattati nell’articolo:


https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/ngeu-covid-19-recovery-package/


https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_20_940


https://www.eunews.it/2020/10/07/lavoro-lue-sul-mercato-social-bond-convincere-investitori-finanziare-sure/135750


https://www.eunews.it/2020/09/16/clima-ursula-von-der-leyen-propone-riduzione-delle-emissioni-del-55-entro-2030/134583


https://europa.today.it/ambiente/clima-parlamento-emissioni-lega-fdi.html

mercoledì 15 luglio 2020

La lista nera della finanza verde

Anche la finanza si accorge dei problemi ambientali, e a dire il vero, non da oggi. 
BlackRock è la più grande società di investimento nel mondo, con sede a New York, una società di gestione del risparmio “il cui scopo principale è affiancare un numero sempre maggiore di persone nella pianificazione del loro futuro finanziario” come si legge sul suo sito. Essa gestisce un fondo di oltre 6 mila e 500 miliardi di dollari e la sua rilevanza a livello internazionale è ben nota. 
E’ notizia di ieri che BlackRock ha individuato ben 244 aziende «che stanno compiendo progressi insufficienti nell’integrare il rischio climatico nei rispettivi business model e informative». Non solo: ha votato contro nelle assemblee di 53 società e per le restanti 191 ha «notificato lo stato di sorveglianza e il rischio di un'attività di voto nei confronti del management, nel 2021, qualora non compiano progressi sostanziali». Si legge in un articolo sul Sole24ore (all’indirizzo in calce) che “quella di BlackRock è una questione di business. «Il nostro impegno – si legge nel report – nasce dalla convinzione che il rischio climatico sia parte del rischio investimento, e che integrare fattori come sostenibilità e clima nei portafogli possa fornire agli investitori rendimenti migliori rettificati per il rischio». 
La finanza si accorge dell’ambiente, ed ora lo fa in modo plateale. Si può leggere la lista nera delle 53 società accusate di mancanza di iniziative adeguate al problema climatico suo medesimo articolo. Non c’è dubbio che il rischio climatico sia una parte notevole del rischio associato all’investimento, ed ora ne va tenuto debito conto.
A dire il vero, il fondo di investimento è stato nel passato, anche recente, accusato da parte ambientalista di investire in ambiti nocivi allo stato dell’ambiente, e questa potrebbe essere una risposta alle critiche. In ogni caso, si tratta di una risposta positiva, un ulteriore tassello nella realizzazione del mosaico del nostro futuro, che dovrà essere sostenibile semplicemente per esistere.   

In un altro bell’articolo pubblicato dal Sole il mese scorso (“Finanza e ambiente: perché la crisi sanitaria può essere un’occasione”) si descrive ancora una volta l’opportunità nascosta dietro la crisi, davvero drammatica, dovuta al Covid19: possiamo uscirne, e farlo affrontando come si deve la crisi più grande di tutte, quella che include tutte le altre, quella ambientale e climatica.
Si legge che Recovery Fund e Green New Deal, due programmi europei molto complessi, devono essere iniziative coordinate se vogliamo costruire il futuro dell’Europa. 
Una transizione verso la sostenibilità che non deve essere più una scelta - sì o no - dato che il sì è imprescindibile, ma un momento in cui ci si concentra su come farla. Il “come” è importantissimo per trovare risposte operative e concrete in un ambito in cui le parole certo non bastano (e sono state usate troppo spesso in sostituzione dei fatti). 
Nell’articolo, a firma di Angelo Baglioni, si legge inoltre che “ Il mercato degli investimenti finanziari sostenibili è in forte espansione da alcuni anni in tutto il mondo, e l’Europa è leader in questo settore”, ma che non mancano gli ostacoli, come un quadro di regole ancora incerto. Emerge comunque un’Europa molto impegnata in questo ambito, che guida il mondo e lo fa da anni, nonostante le notevoli difficoltà insite in una sfida nuova e globale. 
Abbiamo bisogno di una conversione ambientale dell’economia; in essa, la finanza verde ha un ruolo fondamentale, anche con l’attenzione della pubblica opinione che ha un’inaspettata influenza sulle scelte.

Gli articoli citati:

https://www.ilsole24ore.com/art/clima-blackrock-compila-lista-nera-bocciati-244-colossi-ADjW39d?refresh_ce=1

https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-ambiente-perche-crisi-sanitaria-puo-essere-un-occasione-AD2o6jV


martedì 30 maggio 2017

G7 dell'Ambiente a Bologna, fra ostacoli e indifferibilità dei temi




Una grande occasione per un confronto ad alto livello sui temi ambientali si presenterà i prossimi 11 e 12 giugno a Bologna, quando si terrà il G7 dell’Ambiente, un vertice con i Ministri dell’Ambiente voluto in città dal nostro Ministro Gian Luca Galletti. Fra essi, si annovera anche il responsabile degli Stati Uniti, Paese che intende uscire dall’accordo di Parigi a protezione del clima contro il riscaldamento globale.

E’ un’occasione importante, ed è bellissimo che si svolga a Bologna. Ne condivido la scelta e l’impostazione. La cosa più importante, però, è che non si tratti di una vetrina ma di un confronto vero, capace di portare risultati concreti.
Riguardo i temi sul tavolo, non c’è che l’imbarazzo della scelta, fra cambiamenti climatici, inquinamenti locali – che non sono più tanto “locali”, come la qualità dell’aria nella Pianura Padana o in altre grandi aree d’Europa come il bacino della Ruhr o i Paesi Bassi – grandi impianti inquinanti, fonti energetiche fossili, rifiuti nucleari e impianti nucleari obsoleti, inquinamento dell’acqua, perdita di biodiversità, taglio delle foreste, commercio di animali selvatici, etc. Temi importanti, che da molti anni si collocano fra le prime preoccupazioni dei cittadini, ma che continuano ad essere considerati in subordine rispetto ad altri dalla politica, e dalla cultura in genere. Temi sottovalutati da un vuoto innanzitutto culturale costruito da una politica chiusa a riccio sui propri schemi vetusti, che troppo spesso interviene soltanto per contenere la portata di provvedimenti di rilievo e orientarli in favore di scelte tradizionali, rinviando un processo che invece andrebbe favorito.
Si può invece fare moltissimo di quanto serve in termini sia di protezione sia di crescita e sviluppo, con la creazione di posti di lavoro utili, invece che di disoccupazione e “meccanismi flessibili” che dovrebbero favorire l’occupazione senza uno straccio di politica industriale.

A Bologna si preparano anche le contestazioni con una manifestazione per domenica 11 giugno, a cui parteciperanno numerose sigle ed associazioni. Il Ministro Galletti ha paventato l’eventualità di disordini (secondo quanto riportato da alcuni giornali).   Manifestare per ottenere risultati migliori su temi come quelli ambientali, sottovalutati dai partiti e dalla politica in genere, è un bene e un fatto molto positivo se l’espressione del proprio punto di vista viene incanalata e volta esclusivamente all’arricchimento del dibattito al fine di raggiungere obiettivi migliori. Il punto è e deve restare questo: il confronto tematico nel merito delle questioni. Il problema ambientale, per sua natura, è pieno di contenuti scientifici, tecnici, specifici, dunque non è di facile risoluzione, e non si presta ad interpretazioni semplicistiche o superficiali. Va affrontato entrando nel merito. Anche nei confronti degli Stati Uniti: non va dimenticato che un’amministrazione refrattaria alle politiche di protezione ambientale come quella attuale è stata preceduta da Obama, e soprattutto che l’America ha espresso autorevoli ambientalisti come Al Gore, Vicepresidente durante il governo di Bill Clinton, Premio Nobel per la  Pace proprio per il suo impegno ambientale, per un soffio (o forse per altro, nei mesi in cui il conteggio dei voti nella Florida governata dal fratello del suo avversario, George Bush non arrivava mai ad una conclusione accettata per poche centinaia di voti) mancato Presidente. Non va dimenticato, inoltre, che le tecnologie nuove e meno impattanti procedono nonostante tutto, nonostante presidenti recalcitranti e carbone a basso prezzo.  

Per contro, non va dimenticato che troppo spesso estremizzazioni poco fondate di questioni ambientali hanno portato acqua al mulino dei detrattori, che hanno trovato terreno per sostenere le loro tesi basate sugli errori degli altri. L’ambientalismo italiano ha vissuto anche questo, autocostruendosi ostacoli che si sono rivelati importanti battute d’arresto.
Insomma, che G7 sia, nel merito e senza ricette precostituite e inderogabili (che di solito si rivelano minestre riscaldate) tenendo conto che la verità in tasca non la possiede nessuno, e che proprio l’importanza dei temi ambientali, unita alla loro indifferibilità, richiede senso di responsabilità  e razionalità da parte di tutti.



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