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domenica 21 dicembre 2025

L’Europa, fra Ucraina e transizione verde, va avanti

 Riprendiamo gli approfondimenti su questo blog dopo un periodo di problemi tecnici che ne hanno rallentato la redazione.

Lo facciamo ripartendo dall’Europa, di cui alcuni pronosticano la disgregazione e altri no, ne vedono i passi in avanti, e siamo tra questi ultimi. Fra i temi più rilevanti dell’ultimo periodo annoveriamo le reazioni UE alla guerra offensiva della Russia in Ucraina e la parziale revisione delle regole di carattere ambientale sulle automobili al 2035. Sembrano temi slegati ma non lo sono, in quanto elementi di una strategia che l’UE sta costruendo e che mostra con chiarezza la volontà di andare avanti nel processo di unione. Tutto è migliorabile, ma sulla base di condizioni difficili, e sottoposta a spinte (esterne e purtroppo anche interne, seppur minoritarie) centrifughe opportuniste o semplicemente autolesioniste, l’Unione Europea sta reagendo, a volte con difficoltà ma nella giusta direzione.

Il Consiglio Europeo ha deciso di sostenere l’Ucraina con un prestito da 90 miliardi di euro a zero interessi fondato sul debito comune. Questo dovrebbe garantire la difesa del Paese aggredito dalla Russia per altri due anni, ovvero per un tempo stimato in cui la Russia entrerebbe in grave crisi a causa della guerra e delle conseguenze economiche che essa causerebbe al Paese aggressore. L’Unione ha scelto il debito comune, garantito dal bilancio europeo, con la partecipazione anche di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia che si sono astenute dal porre il veto con la condizione di tirarsi fuori dall’accordo. Il meccanismo della cosiddetta “cooperazione rafforzata” garantisce la possibilità di prendere decisioni anche difficili. Va detto comunque che i tre Paesi critici hanno probabilmente ragioni economiche per questa scelta, ma politicamente sono molto vicini a Putin e al suo governo, arrivando spesso a costituire un problema per l’Unione, soprattutto l’Ungheria. Un tema che dovrebbe essere affrontato con chiarezza: i membri dell’Unione devono condividerne finalità, valori, e costituzione, e chi non lo fa si pone automaticamente fuori. L’Unione Europea non può essere un bancomat di fondi utili all’economia di un Paese, e nient’altro.

L’utilizzo degli asset russi congelati non è stato approvato, e francamente non sembra una decisione infondata: l’idea di fare un’azione probabilmente in contrasto col diritto internazionale è oggettivamente rischiosa e un precedente di tal genere in futuro potrebbe creare problemi anche gravi. Il congelamento dei medesimi a tempo indefinito è invece una scelta giusta e opportuna.

Il debito comune, dunque, dopo la pandemia e il prestito per la difesa, torna in gioco, e contribuisce a fissare regole e modalità di intervento caratterizzanti l’UE, in un processo evolutivo non di poco conto. Non siamo stati fermi, come alcuni commentatori sostengono, ci siamo mossi e l’Ucraina è ancora in essere soprattutto perché l’Europa è intervenuta. Sono intervenuti anche gli USA ma, evitando di tentare di stabilire chi ha prevalso, è evidente che l’amministrazione americana ha obiettivi parzialmente simili ai russi per quanto riguarda l’Europa, espressi a chiare lettere più volte dal Presidente Trump. 

La vicenda delle auto elettriche, che dovevano inizialmente sostituire completamente le auto a benzina dal 2035, parla ancora una volta di unità. Chi scrive è ambientalista da sempre, questo blog lo è, e le auto elettriche rappresentano un passo in avanti nella tutela ambientale ma non sono prive di emissioni. Preferire che tutto il parco auto sia trasformato in elettrico non significa fare una scelta scontatamente ambientalista perché milioni di auto elettriche al posto di milioni di auto a combustione comportano consumo di acciaio, plastica, batterie, minerali, acqua ed elettricità per essere prodotte e fatte funzionare. Tutto ciò si può riciclare ma non si riduce a zero il consumo. 

L’unica scelta veramente ambientalista riguardo la mobilità consiste nel trasporto pubblico e collettivo, nelle biciclette, nei treni. Non nelle auto private. Sono anni che esistono nel Nord Europa interi quartieri nelle città abitati da cittadini senz’auto, vale a dire che rinunciano volontariamente all’automobile. Tali quartieri sono serviti da tram, hanno piste ciclabili, e le case non hanno il garage. Questa è la prospettiva per il futuro, e sarà meglio che Europa, Italia e amministrazioni nazionali e locali aprano gli occhi prima, per poter agire riorientando per tempo l’industria automobilistica. Come si possa pensare di fare la transizione ecologica mantenendo in essere l’economia e l’intero il sistema precedente non è dato sapere. 

Dunque, in proposito l’UE ha modificato l’impostazione iniziale che voleva chiudere con le auto a motore endotermico al 2035 sostituendola con un approccio più morbido: la Commissione propone che siano consentite soluzioni diverse, carburanti alternativi, motori ibridi, e la possibilità di portare avanti i motori tradizionali, ma il tutto vincolato al taglio del 90% delle emissioni, sempre al 2035. 

Questo è un fatto interessante perché il restante 10% ”dovrà essere compensato attraverso l’uso di acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto nell’Unione”, legando il settore dell’auto al settore siderurgico. Oltre a motori a biofuel o efuel. 

In sostanza, un compromesso che ha caratteristiche innovative e sembra avere un senso. 

Insomma, si può dire che l’Europa non rinunci alla sua unità e cerchi strade nuove per andare avanti. Il bicchiere può essere visto mezzo pieno o mezzo vuoto, ma coltiviamo la speranza nel bicchiere pieno a breve termine.



mercoledì 27 agosto 2025

Industria pulita: si può fare (e fa bene)

 Si parla spesso (e ne abbiamo parlato spesso anche in questo blog) della necessità di rendere coerente lo sviluppo industriale con la transizione energetica, e di farlo a livello di Unione Europea, oltre che dei singoli Stati. Sembra che qualcosa si muova, nonostante le difficoltà da sempre presenti nel costruire e armonizzare linee di intervento adeguate per il settore industriale. Anzi, si può dire che qualcosa si muove proprio a seguito delle scelte legate alle politiche green che dovrebbero portarci fuori dall’attuale dipendenza dai combustibili fossili e conseguente cambiamento del sistema climatico terrestre.


Il 26 febbraio 2025 la Commissione Europea ha lanciato il “Clean Industrial Deal”, un piano di interventi per orientare l’industria europea alla sostenibilità mediante una serie di iniziative che includono sostegno finanziario e semplificazione delle regole. Fra gli obiettivi, l’abbattimento degli ostacoli burocratici per rendere più chiaro ed efficace il contesto normativo, promuovere l’innovazione e l’industrializzazione in linea con il Green Deal con i suoi obiettivi di decarbonizzazione (che, ricordiamo, prevedono di arrivare alla neutralità climatica al 2050). Secondo le previsioni, il piano dovrebbe mobilitare oltre 100 miliardi di euro.


Per essere certi di non cadere negli inganni del greenwashing (cioè, facciamo finta di lavorare in modo sostenibile, ma non lo siamo realmente) l’Unione si sta dotando anche di un nuovo sistema di rendicontazione (per gli addetti ai lavori, Csrd, corporate sustainability reporting directive,  Csddd, corporate sustainability due diligence directive, oltre a adeguata tassonomia ambientale). Evitare di deregolamentare in campo ambientale è fondamentale per mantenere la barra dritta verso il traguardo della completa decarbonizzazione.


Nel nostro Paese, un nuovo rapporto del Coordinamento Free, di cui si parla in un articolo a pagina 96 della rivista Qualenergia di luglio/agosto, mostra con i dati i benefici occupazionali e industriali in genere della transizione energetica. Scrive Livio de Santoli “La transizione energetica in Italia rappresenta una delle sfide e opportunità più rilevanti dell’attuale decennio, non solo per rispettare gli obiettivi climatici fissati a livello europeo e nazionale, ma anche per le potenziali ricadute occupazionali e industriali su scala sistemica”. Dal fotovoltaico all’idrogeno verde, dal biometano alle pompe di calore, gli specifici ambiti industriali da sviluppare sono molti, richiedono competenze, e possono creare un futuro dove non siano più i prezzi del petrolio e del gas a guidare l’economia. 

Ribadiamo ancora una volta che, a questo proposito,  è necessario intervenire sul sistema di formazione dei prezzi dell’energia: con la rilevante quota attuale di rinnovabili non è più accettabile il meccanismo del prezzo marginale che ci lega ai costi di approvvigionamento del gas. Il prezzo dell’energia elettrica in Italia è troppo alto, legato all’acquisto dall’estero e di conseguenza alla situazione politica internazionale - e abbiamo visto cosa ha significato la scelta politica miope di dipendere per quasi la metà dell’approvvigionamento dalla Russia - e penalizza le nostre imprese. 

Al contrario, i costi sono destinati a ridursi notevolmente parallelamente al formarsi di un sistema più sostenibile, con proiezioni che indicano come, “in uno scenario 100% rinnovabile al 2050, i costi annuali complessivi dell’intero sistema energetico italiano potrebbero essere ridotti fino al 60% rispetto a quelli sostenuti durante la fase acuta della crisi energetica del 2022” e comunque paragonabili a quelli pre-crisi.


Per saperne di più sul Clean Industrial Deal qui c’è il ink:


https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/clean-industrial-deal_it




giovedì 14 marzo 2024

Politiche eco e mondi da salvare

 Sostiene Antonio Guterres (Segretario dell’ONU) durante l’intervista di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa che “abbiamo bisogno di solidarietà internazionale seria per mettere insieme le risorse e le capacità di tutti, perché è un problema di vita o di morte per noi e per il Pianeta; noi saremo in prima linea come Nazioni Unite in questa battaglia”, in riferimento alla crisi climatica che l’intero pianeta sta attraversando.

Va dato atto a Guterres di essersi espresso più volte in modo molto netto sul tema pesante del cambiamento climatico e come farvi fronte, in un contesto globale in cui, invece, il risiko delle grandi potenze sembra prevalere irresponsabilmente e come se non ci fossero sul tavolo problemi talmente grandi da avere la capacità di portare tutti noi, grandi potenze incluse, dritti nel baratro. I sistemi naturali sono in tali condizioni da portare l’umanità fuori dai percorsi consolidati verso territori in gran parte sconosciuti e per la parte restante preoccupanti se non interveniamo in breve tempo a modificare la rotta. In questo contesto, i contendenti nelle varie guerre che infestano il pianeta sono l’immagine dell’irresponsabilità, se non la personificazione dell’istinto di thanatos che dalla psiche esce e si fa arma per uccidere tutti quanti il più in fretta possibile. Nessuno di costoro mostra di aver capito che esiste un problema più grande per risolvere il quale dovremmo unirci e agire in modo coerente. E l’ONU non sembra in grado di farglielo capire.


Va dato atto anche all’Unione Europea di perseverare nella propria linea ambientalista (che è una bella parola, molto concreta e assai poco “ideologica”) come mostra la recente approvazione da parte del Parlamento della Direttiva sull’Efficienza Energetica degli Edifici, da tutti ribattezzata Direttiva sulle “case green”. Per la cronaca, e riguardo i partiti italiani, hanno votato contro: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Azione, mentre hanno votato a favore: Partito Democratico, Movimento5stelle, Verdi e Sinistra, Italia Viva. 

Se ne parla da anni, anzi da decenni, della necessità di intervenire per risparmiare energia nei settori di consumo anziché produrla, e l’efficienza energetica è la strada più lineare e incontestabile. Gli edifici datati, per come sono stati costruiti, richiedono molta energia per riscaldare, per raffrescare o per illuminare, mentre sono sul mercato tecnologie che consentono risparmi notevoli efficientando l’edificio, fino a renderlo “quasi zero” vale a dire con consumi bassissimi e impatti ambientali altrettanto bassi, con considerevoli risparmi in bolletta. Si parla da anni di iniziare dagli edifici pubblici, e dalle scuole, palestra dell’incoerenza sociale nel momento in cui insegni agli studenti come risparmiare energia o fare la raccolta differenziata dentro aule fredde piene di spifferi dalle finestre monovetro con termosifoni al massimo e cappotti sulle spalle. Chi le ha costruite, con quali denari, e aggiungerei con quali architetti?

I partiti contrari dicono che non si trovano i soldi per simili interventi, ma sono gli stessi che intendono trovare i soldi per ponti giganti inutili, per condonare le imposte agli evasori, per piste olimpioniche che diventeranno cattedrali nel deserto - dopo naturalmente aver abbattuto un bosco di larici secolari.

Dunque l’Europa mantiene il ruolo di guida a livello mondiale sui temi ambientali, ruolo che ha da anni, e che può essere un grande beneficio sociale e politico se ben sfruttato. Non si tratta di porre in essere decisioni che ostacolino la nostra economia, che sarebbe un errore grave, si tratta di incidere sull’economia mondiale, orientandone la forma e i contenuti.  Essere i primi in qualcosa che avverrà dovunque. L’Europa nell’ambito economico è una potenza mondiale e può esercitare la sua influenza sul piano globale. 


“Non siamo riusciti a far sì che la gente comune abbia l’esperienza concreta dei benefici della transizione” sostiene la Ministra Teresa Ribera del governo Sanchez, in una recente intervista sul Corriere della Sera. Credo che in larga misura sia vero. Perché, oltre ai benefici ambientali, sempre indiretti nella percezione del cittadino, la transizione ecologica può portare notevoli benefici economici, occupazionali, sociali legati allo sviluppo sostenibile. Si tratta di un salto in avanti, non indietro, che è invece la direzione in cui ci porterebbe il mantenimento dello status quo. Questo aspetto è sempre in secondo piano, e forse è anche colpa nostra, degli ambientalisti, non aver saputo comunicare efficacemente la positività legata a questo cruciale passaggio. La cultura di base ha un ruolo, accanto alla sensibilità di ciascuno, determinante nel costruire percorsi fatti di idee e proposte orientate allo sviluppo sostenibile. “Conoscere il tuo pianeta è un passo verso il proteggerlo” sosteneva il grande oceanografo Jacques Cousteau, e spesso manca proprio il primo passo, una cultura ecologica di base per iniziare un cammino che porti sulla via della sostenibilità.








venerdì 9 febbraio 2024

UE: eolico supera il gas nella produzione elettrica

 L’anno appena trascorso ha visto il raggiungimento ed il superamento di una serie di valori-soglia importanti nei Paesi dell’Unione Europea ben descritti nell’articolo di Qualenergia “Eolico batte gas, carbone ai minimi storici: l’elettricità dell’UE nel 2023” (in calce), che cita a sua volta un rapporto di Ember, organismo indipendente di studio sulle politiche energetiche che abbiamo già incontrato più volte, dal titolo “European Electricity Review 2024”.

Dice l’articolo che le fonti energetiche fossili per la prima volta sono calate fino a contribuire per meno di un terzo della produzione complessiva di elettricità, che l’eolico ha superato il gas generando 475 TWh contro 452 TWh, registrando un’aumento di 55 TWh, che eolico e fotovoltaico insieme hanno contribuito per oltre un quarto, precisamente per il 27%, alla generazione complessiva, e che tutte le rinnovabili insieme hanno superato il 40% della produzione totale arrivando al 44%. Da notare che si tratta di valori di produzione di energia elettrica, e non di potenza installata, quindi confrontabili direttamente con la generazione da fonte fossile.

Questi dati vanno affiancati ad un calo della domanda di quasi 2.700 TWh, corrispondenti a -3,4% rispetto al 2022.


Nello specifico, la produzione di energia da carbone ha raggiunto il minimo storico di 333 TWh, con un crollo nel giro di un anno di -26%, contribuendo alla generazione complessiva con il 12%. Anche il gas è diminuito, con 452 TWh corrispondenti ad una riduzione di -15% sull’anno precedente, e ad un contributo sul totale del 17%.







Nel grafico, che evidenzia con i colori il fatto nuovo che il vento, ossia una fonte energetica naturale e pulita, ha superato il gas nella generazione elettrica in Europa, si possono notare alcune altre caratteristiche. Innanzitutto, i valori di partenza riferiti all’anno 2000, nettamente diversi e distanti fra le fonti energetiche: bassissimi per vento e sole, intermedi per il gas e l’idroelettrico, elevati per nucleare e carbone. In secondo luogo, gli andamenti nel tempo: oscillante ma sostanzialmente stabile per la fonte rinnovabile storica, l’idroelettrico, calante per il nucleare, fortemente calante per il carbone, mentre il gas oscilla notevolmente nella fascia intermedia, e infine fortemente crescente per solare ed eolico. Questi dati ci dicono che la ormai famosa transizione ecologica è in corso, non si arresta - ricordate i timori di una frenata o di un arretramento ai tempi del lockdown del Covid? - e anzi procede nonostante tutti gli ostacoli, che comunque ci sono, basti pensare alle difficoltà che ci siamo trovati davanti quando abbiamo pensato di allontanarci dalla dipendenza  dalla Russia. Questo è il dato positivo: una volta iniziato il percorso, la via è tracciata, e non si torna indietro.

Il secondo elemento positivo che emerge dai dati è il calo delle emissioni inquinanti e climalteranti: si registra infatti un crollo record delle emissioni di -19%. Non è detto che si tratti di una tendenza stabile anno per anno, ma è molto probabile che si inserisca in una tendenza su un periodo più lungo di diminuzione delle emissioni provenienti dalla generazione elettrica.


Come dice Sarah Brown (Eu Programme Director di Ember, traduco dal sito) “La crisi energetica e l’invasione russa dell’Ucraina non hanno portato ad una rinascita di carbone e gas - anzi, ne siamo lontani. Il carbone sta uscendo dalla produzione, mentre eolico e solare crescono, e il gas è prossimo al declino. Ma non è tempo di compiacersi.” 

Penso che sia tempo di continuare a lavorare per creare un sistema efficiente di produzione energetica libera dalle fonti fossili, e questi dati mostrano che è possibile. 



Il rapporto di Ember si trova al seguente indirizzo:


https://ember-climate.org/insights/research/european-electricity-review-2024/


L’articolo che lo riassume sul sito di Qualenergia:


https://www.qualenergia.it/articoli/eolico-batte-gas-carbone-minimi-storici-elettricita-ue-2023/





venerdì 10 novembre 2023

Economia, industria, ecologia si incontrano alla Fiera di Rimini

 Per avere un’idea delle potenzialità industriali, economiche, occupazionali, oltre naturalmente a quelle di miglioramento delle condizioni dell’ambiente, della green e circular economy bisogna fare un salto in questi giorni a Rimini, dove ogni anno si tiene la Fiera Ecomondo. 

Dall’energia ai rifiuti, dal ciclo dell’acqua alle tecnologie a basso impatto, dall’agricoltura al recupero del suolo, al monitoraggio ambientale, ai veicoli, all’industria tessile. Tutti coloro che, nel tempo, paventavano un “ritorno alla candela” su suggerimento ambientalista possono farsi un viaggetto al mare per vedere di persona di cosa si tratta. E non da ora: sono ventisei anni, dall’ottobre 1997, che si tiene a Rimini l’appuntamento con l’economia e l’ecologia. Perché le due cose devono andare insieme, economia ed ecologia, apparentemente agli antipodi, sostanzialmente legate nel mondo moderno.


Quest’anno, sono oltre 1.500 espositori, con un incremento del 10% soltanto rispetto allo scorso anno, per 150 mila metri quadrati di spazi espositivi. Una crescita continua dell’industria e dell’economia green, qui ben rappresentata, che non ha visto recessioni in questi anni, nonostante guerre, pandemie, e difficoltà di vario genere. Il programma di quattro giorni ha visto anche decine di convegni e incontri sugli argomenti più disparati, con la partecipazione di esperti e rappresentanti delle istituzioni dal livello locale all’Unione Europea. 

L’edizione 2023 ha visto alcuni focus tematici specifici: stato di implementazione nazionale delle priorità e dei progetti faro PNRR con particolare attenzione alle filiere RAEE, carta-cartone, tessile, plastica; stato di adozione, a livello europeo ed internazionale, dell’economia circolare in termini di efficienza nei processi e nei prodotti, ecodesign, riciclo e uso delle materie prime seconde nelle filiere industriali in vari settori; ripristino e rigenerazione degli ecosistemi,  dei suoli e dell’idrosfera con approfondimenti sulla produzione e valorizzazione sostenibili delle risorse agro-forestali, l’uso sostenibile della risorsa idrica e del mare (blue economy), la gestione e valorizzazione integrata delle acque reflue e dei rifiuti organici municipali;  città verdi e circolari, più fresche e salutari, più efficienti nella gestione e consumo del cibo, della risorsa idrica, dell’energia e dei rifiuti; ricerca e innovazione con i finanziamenti europei diretti a sostenerle; nuove normative, procedure e policies nazionali ed europee, investimenti e financing, start up, creazione di partenariati, formazione e comunicazione.

Oltre a ciò, gli Stati Generali della Green Economy hanno lo scopo di costruire una strategia per il futuro. Come si legge sul sito: “ Gli Stati Generali della Green Economy, promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy, formato da 68 organizzazioni di imprese, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica e con il patrocinio della Commissione europea, vedono quest’anno la loro XII edizione. Essi hanno l’ambizione di promuovere un nuovo orientamento dell’economia italiana verso una green economy per aprire nuove opportunità di sviluppo durevole e sostenibile ed indicare la via d’uscita dalla crisi economica e climatica”.


Tutto questo mostra che c’è moltissimo lavoro da fare in un ambito che è il solo capace di delineare un futuro accettabile, e auspicabilmente desiderabile, nel difficile contesto internazionale attuale. C’è un mondo da costruire poco alla volta, capace di rispondere alle sfide più gravose. Il cambiamento climatico dovuto e guidato dal sistema tradizionale economico e industriale è la maggiore, seguita da tutte le altre, inquinamento, biodiversità, depauperamento delle risorse, ma la prospettiva non è soltanto in risposta ad un problema che abbiamo creato - e già così non è poco - la prospettiva è positiva perché è capace di realizzare poco alla volta un futuro migliore sotto moltissimi aspetti, la salute, l’equità, l’ambiente di vita e quello naturale.

La Fiera Ecomondo fa ben sperare e guardare al futuro con fiducia.


Link al sito:

www.ecomondo.com




mercoledì 27 settembre 2023

Abbiamo ancora bisogno dell’ambientalismo?

 Stiamo assistendo ad una sorta di polarizzazione degli atteggiamenti nei confronti del problema ambientale, con movimenti che attuano forme se non estreme comunque invasive ed eclatanti di protesta (blocco del traffico sui principali assi viari, vernice lavabile su opere d’arte, etc) ed esponenti del giornalismo ed opinionismo nei media che portano avanti una vera e propria crociata contro idee ed espressioni ambientaliste fatta di articoli, testi e dibattiti. Di certo una situazione simile non porta bene allo sviluppo di un approccio serio al tema dell’impatto antropico sull’ambiente, e sarebbe necessario un intervento nel dibattito capace di orientare l’attenzione verso il problema reale e le sue caratteristiche. Perché non lo si risolve paventando il peggio, e non lo si risolve negandolo. L’ambientalismo più razionale e fondato nei fatti oggettivi necessita di una scossa, e di un risveglio potente.


I contenuti non mancano. Oltre al tema del cambiamento climatico e del riscaldamento globale, ormai entrato nella consapevolezza diffusa se non altro perché stimabile ad occhio nell’evoluzione degli eventi meteorologici nel giro di pochi anni, se ne elencano molti altri, che vanno dalla riduzione dell’estensione delle foreste primarie, al calo della biodiversità, alla diffusione nell’ambiente marino e terrestre delle microplastiche, all’inquinamento di aria, acqua e suolo a livello locale e a livello planetario. L’influenza di quasi otto miliardi di persone ma soprattutto di un sistema di consumo di risorse e produzione di rifiuti che non ha eguali nella storia e, a conti fatti, ha prodotto ricchezza soltanto per una parte della popolazione mondiale impattando pesantemente su tutti sono effetti non più trascurabili. 


Per rendersi conto dell’estensione attuale delle foreste c’è una mappa interattiva molto interessante all’indirizzo riportato in calce, dove in verde scuro sono rappresentate le foreste intatte, in verde chiaro quelle non più vergini ma alterate o degradate, in altri colori quelle perdute. Ed è impressionante osservare che le foreste veramente primarie, cioè mai disboscate dall’uomo, sono rimaste poche e spesso separate a formare ecosistemi importantissimi ma non più direttamente connessi fra loro. I disboscamenti procedono da decenni, fra i contrasti di coloro che vorrebbero salvarle e coloro che, quando possono (si pensi all’Amazzonia in Brasile durante il governo Bolsonaro), decidono di utilizzarle come risorsa. Ma le foreste vergini sono una risorsa finita e non rinnovabile, che una volta distrutta non tornerà più se non abbiamo la pazienza di attendere alcune ere geologiche. 


La biodiversità, una bella parola che definisce la ricchezza di specie viventi del pianeta, è in calo continuo ad un ritmo elevatissimo. Si legge sul sito istituzionale dell’Ispra: “Diversi studi riportano che il numero delle specie viventi sul pianeta possa variare da 4 a 100 milioni. Solo una parte di esse, però (da 1,5 a 1,8 milioni), è attualmente conosciuta e, come dimostrano le scoperte recenti, è possibile che ci siano ancora mammiferi sfuggiti all’osservazione degli zoologi. Si ritiene che molte specie vegetali e animali di ambienti tropicali o marini non siano mai state osservate, per non parlare degli invertebrati e dei funghi.”

E ancora: “si stima che ogni giorno scompaiano circa 50 specie viventi. L’estinzione è un fatto naturale, che si è sempre verificato nella storia della Terra. Mediamente, una specie vive un milione di anni. Il problema è che attualmente la biodiversità si riduce a un ritmo da 100 a 1000 volte più elevato rispetto al ritmo ‘naturale’. Questo fa ritenere che siamo di fronte a un’estinzione delle specie superiore a quella che la Terra ha vissuto negli ultimi 65 milioni di anni, persino superiore a quella che ha segnato la fine dei dinosauri.”

In altre parole, ogni giorno scompaiono 50 specie viventi di cui spesso non conosciamo nemmeno l’esistenza! La velocità è talmente elevata che il ritmo dell’estinzione è paragonabile a quello che portò alla scomparsa dei dinosauri. Non c’è nemmeno bisogno dell’asteroide, facciamo tutto da soli.


Di inquinamento locale si parla da due secoli, almeno dall’invenzione della tonalità di colore denominata “fumo di Londra” (un grigio scuro), mentre di microplastiche si parla da tempi recenti. Si legge su National Geographic che “In uno degli ultimi conteggi, risalenti al 2022, gli scienziati giapponesi dell'Università di Kyushu hanno stimato la presenza di 24.400 miliardi di frammenti di microplastiche negli strati più superficiali degli oceani, l'equivalente di circa 30 miliardi di bottiglie da mezzo litro”.  Trenta miliardi di bottiglie di plastica che non vediamo nemmeno ed entrano nella catena alimentare fino al nostro piatto. Non si sa ancora con esattezza quali siano le conseguenze sulla salute.


Tralascio il clima e i gas climalteranti perché è uno degli argomenti più spesso affrontati in questo blog. 


Altro che “ecoballe”, siamo in una fase di grave ed esteso attacco allo stato dell’ambiente, cioè quel posto dove dobbiamo vivere, e dove siamo vissuti sin qui. E’ necessario mettere i piedi per terra e studiare i mezzi per ridurre gli impatti ambientali, senza estremismi o scenari irrealizzabili, e senza resistenze che non fanno che ampliare il problema. Probabilmente è normale che, di fronte a cambiamenti necessariamente importanti, si muovano gli estremi e soprattutto si mettano di traverso i difensori dello status quo, ma il tempo è l’altra variabile di cui spesso dimentichiamo l’importanza. 

L’ambientalismo scientifico è l’unica strada che può portarci fuori dalla gabbia in cui ci siamo infilati (per questo non rientra nei palinsesti televisivi e raramente sulla carta stampata), senza dimenticare, come scrisse Konrad Lorenz, che soltanto “rendendoci conto veramente di quanto è grande, di quanto è bello il nostro mondo” potremo non disperare.

Apriamo gli occhi e interveniamo prima che sia tardi. Sia che abbiamo o no la sensibilità di un Konrad Lorenz. 



Gli indirizzi dei siti menzionati:


https://intactforests.org/world.webmap.html


https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita







martedì 11 luglio 2023

Transizione ecologica (più) veloce cercasi

 Fa caldo? Sì, fa caldo, e a livello globale ancora di più. Se, infatti, in Italia il giugno dello scorso anno sembra essere stato assai peggiore dal punto di vista termico del giugno appena trascorso, sul piano planetario non è così, visto che abbiamo appena superato tutti i record precedenti. E da alcuni anni è un continuo superamento di valori alti già registrati, in una tendenza sempre crescente. 

Secondo la WMO (World Meteorological Organization), il mondo “ha appena avuto la settimana più calda mai registrata, che fa seguito al giugno più caldo mai registrato, con temperature della superficie del mare senza precedenti e un’estensione minima record del ghiaccio marino antartico”.

Secondo l’osservatorio sui cambiamenti climatici dell’Unione Europea, giugno è stato il mese più caldo a livello globale, superando di poco più di 0,5°C la media per il periodo compreso fra il 1991 e il 2020 (vale a dire una media su un periodo già caratterizzato dal riscaldamento globale) e superando di molto il giugno 2019, che era il record precedente. Inutile dire che tutto ciò va ad incidere pesantemente sulla nostra salute, sugli ecosistemi, sull’ambiente naturale così come lo conosciamo.


Quesì dati sono incontrovertibili, e si susseguono da decenni, quando (venti o trenta anni fa) i decisori politici nella quasi totalità negavano il trend, facendoci perdere così del tempo prezioso, che ora paghiamo a prezzo alto, nel ritardo che abbiamo accumulato e nelle conseguenze concrete che dobbiamo sopportare. La caldissima estate del 2022 ha comportato 22.000 morti legati al calore eccessivo in Europa, di cui 18.000 in Italia. 

Ora sono rimasti in pochi a negare l’evidenza, ma restano forme di resistenza che possono ritardare colpevolmente il processo che orami tutti chiamano “transizione ecologica”. A tal proposito, Giorgia Meloni ha affermato che va fatta, ma “non possiamo smantellare la nostra economia e le nostre imprese”, mentre il ministro Pichetto Fratin loda il PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima) da poco inviato alla Commissione Europea per il suo realismo lontano da pretese velleitarie. Dichiarazioni che, insieme ad una prima scorsa veloce del PNIEC stesso, indicano un agire timido, impostato nella difesa prioritaria dello status quo economico ed imprenditoriale italiano. L’errore è già presente qui, nell’impostazione politica; al contrario, la transizione ecologica, che è e sarà sempre più la via maestra mondiale, è una formidabile occasione per guardare avanti e impostare un futuro di sviluppo del nostro Paese - sviluppo che non si trova nei cardini e nei percorsi della crescita vissuta dall’Italia nel dopoguerra. Quella del governo (sostenuta dal contrasto esplicito alle tesi ambientaliste del coro dei quotidiani di parte destra) è un’impostazione di minima, fra l’altro già superata nei fatti da molte imprese italiane, che sfugge al confronto vero con il tema principale del nostro tempo.

Impostare una strada diversa diventa il perno di qualsiasi proposta concreta per il futuro, da fare adesso e velocemente, del nostro Paese.




giovedì 4 agosto 2022

Votiamo candidati che mettano al primo posto il cambiamento climatico e la transizione ecologica dell’economia e dell’energia

 Come sempre, anche se forse non viene percepito come si dovrebbe, gli elettori hanno una grande forza in quanto possono orientare l’esito del voto andando oltre la semplice scelta della formazione politica. I candidati hanno - eccome - un peso negli esiti e ne va tenuto conto, magari con una selezione tematica che oggi può essere decisiva.

Il tema della crisi climatica è sotto gli occhi di tutti, e la necessità di costruire un sistema economico, sociale, finanziario, industriale, agricolo e dei servizi sostenibile è la chiave di volta di qualsiasi strada per il futuro, il perno di ogni cosa, e di questo parliamo da anni su questo blog (colgo l’occasione per ringraziare chi mi segue). Oltre ad essere fra le fondamenta, si tratta anche di una questione urgente, non più rinviabile, e richiede competenza. 

Possiamo fare in modo che questo punto sia un criterio selettivo. 


Su questo mi esprimo con una dichiarazione di voto: NON voterò nessuno che non ponga il tema del cambiamento climatico e della transizione ecologica dell’economia e dell’energia al primo posto. Nessuno che non abbia competenze in materia. E invito tutti a fare altrettanto. 


Chissà che non riusciamo ad incidere sull’ottusità dei partiti politici, capaci di parlare di ambiente ma non di fare scelte concrete.







martedì 19 luglio 2022

Non abbiamo bisogno di una crisi di governo

Nell’impossibilità di inquadrare in un contesto fatto di regole, se non scientifiche almeno razionali, la politica in generale, e ancor meno quella italiana, bisogna affidarsi spesso alla contingenza, al sentire comune, e alle necessità concrete che delineano i contorni di una situazione oggettiva. Un territorio difficile da attraversare per tutti coloro che hanno un profilo “tecnico”, incluso Mario Draghi. Trovo chiara e comprensibile la sua posizione - non da due giorni, ma da mesi - nell’ambito in cui si trova ad operare: fare il Presidente del Consiglio in un Paese, l’Italia, dove i percorsi della politica sono incomprensibili ai più, sostenuto da una maggioranza variopinta espressione di tutto un po’, con formazioni politiche in vena di scissioni (tanto per cambiare), e una predisposizione nel complesso all’agire concreto e tecnico che si avvicina alla predisposizione al caldo di un congelatore.

Si dice spesso che Mario Draghi è (quasi) insostituibile per il ruolo internazionale che ricopre e che va a beneficio dell’Italia; nessuno dice se ce lo meritiamo, ma forse è meglio soprassedere. Penso che sì, che vada a beneficio del nostro Paese, e non solo, dell’Unione Europea intera. Non è cosa da poco nella situazione attuale, con la Russia in vena di rivendicare un ruolo importante nel panorama internazionale a costo di una guerra, con la necessità di operare per rendere sempre più autonoma l’Europa, e l’Italia ovviamente, sul fronte energetico, con la sfida posta dal cambiamento climatico al nostro modello di sviluppo economico tradizionale. 

Si dice anche che non sarebbe opportuna una crisi di governo adesso. Certo che no, non lo è, abbiamo bisogno di fare meno chiacchiere e più fatti - strano che la destra non ricorra più allo slogan “del fare” - e abbiamo bisogno di migliorare la nostra credibilità internazionale, sempre traballante. Cosa pensano i governi degli Stati europei della crisi attuale? Facile immaginare “i soliti italiani”; facciano un viaggio all’estero qualche volta invece di stare inchiodati a Roma dentro i palazzi del potere o dentro il Parlamento, ne trarrebbero beneficio, magari prima di attendere di essere inviati al Parlamento Europeo a coronamento della propria personale carriera politica. 

Che non sia opportuna una crisi di governo ora, con la pandemia, la guerra, i problemi economici, il riscaldamento globale, i ghiacciai che crollano, la siccità, lo capisce chiunque. Eccetto la destra: davvero Giorgia Meloni pensa di poter essere un Premier migliore di Mario Draghi? In molti pensano di no, i motivi se li vada a cercare.

Si dice infine che oltre mille Sindaci abbiano firmato un appello rivolto a Draghi perché resti, che numerose associazioni di volontariato abbiano firmato un appello analogo, che infine numerosissimi italiani non ne possano più dei giochi politici sulle loro spalle e desiderino che Draghi resti (se non si dice, lo ipotizzo io). 

Il Movimento 5 Stelle che doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno si è rivelato peggiore dei partiti che contestava nell’incarnare l’italica debolezza propositiva e fattiva, e questo gli costerà caro alle prossime elezioni. Il Movimento è finito, amen. 

Per stare ai fatti, il termovalorizzatore di Roma va realizzato, nel quadro di una corretta gestione dei rifiuti, e vanno realizzate le opere per le fonti rinnovabili sul territorio: non è più accettabile che le Soprintendenze blocchino regolarmente i progetti, anche di impianti avanzati a bassissimo impatto, mentre abbiamo estremo bisogno di fare davvero concretamente la transizione ecologica sul fronte dell’energia. Altrimenti se ne assumano la responsabilità.  Occorre intervenire e togliere veti anacronistici e frutto di disinformazione - che per qualche motivo sembra che si applichino soltanto alle rinnovabili, mai che si blocchi una funivia o il taglio di un bosco.

Per tutto ciò, mi unisco (per quello che vale) agli appelli: Mario Draghi resti, per favore. Non faccia vincere i giochi di palazzo, ma per una volta faccia vincere l’impegno concreto.








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