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venerdì 13 febbraio 2026

L’energia in UE per costruire una strategia

 Bene affrontare il tema energetico a livello europeo, di cui si parla in questi giorni, ma deve essere chiaro che si tratta di costruire una strategia, e non soltanto di aggiustare qualcosa per contenere le bollette, sempre troppo care, soprattutto in alcuni Paesi fra cui il nostro. Una strategia che non può essere solo energetica: deve essere energetica e industriale, nel quadro della costruzione di ciò vogliamo essere nel futuro, di quale parte vogliamo giocare nel contesto internazionale, e di cosa desideriamo per noi stessi, cittadini europei. 

Le ragioni dei prezzi alti in bolletta (di cui abbiamo parlato più volte) sono molteplici, dalle condizioni geopolitiche internazionali, al prezzo del gas, alle tassazioni, alle condizioni meteo di un dato periodo, al meccanismo stesso della formazione del prezzo dell’energia elettrica. Non bastano interventi puntuali su un fattore se manca una visione complessiva. E bisogna decidere se la visione complessiva consiste nello smantellare il green deal e tornare a gas e petrolio come l’America di Trump, oppure nel rendere più efficace il green deal stesso accostandolo a politiche industriali capaci di far procedere parallelamente i percorsi della transizione energetica, della riduzione delle emissioni climateranti, e dello sviluppo industriale. 

Ad oggi, non siamo stati capaci di farlo, e per questo il green deal ha scontentato molti, che non hanno visto prospettive adeguate oltre le regole e i limiti imposti. Ma la risposta alle difficoltà non può essere tornare al mondo di prima, quello cioè che ha creato il problema e non ha gli strumenti e nemmeno la cultura adatta a risolverlo (non per niente Trump se la cava negando semplicemente l’esistenza del riscaldamento globale e del cambiamento climatico). La risposta si trova nel correggere la rotta.


In questa fase, l’Italia e l’Europa sono strette in una morsa: il ritorno al fossile in arrivo dagli USA, e le tecnologie per le rinnovabili in arrivo dalla Cina. Per l’appunto, non siamo stati capaci di costruire una prospettiva europea in questo settore (per inciso, il più importante). La vera sfida sarà la costruzione di una filiera energetica nostra, affiancata dai settori industriali che servono, sostenendo contemporaneamente la ricerca e l’innovazione. Va messo in atto questo e va fatto al più presto (in altre parole, andava fatto da tempo). Il prezzo della bolletta è soltanto un aspetto di un contesto che è ampio e articolato. 

Una prospettiva di questo genere sarebbe inoltre capace di delineare un ruolo per l’UE, e per l’Italia, nel quadro internazionale. Essere dipendenti da altri energeticamente e tecnologicamente significa esserlo anche politicamente. Acquistare petrolio e gas dagli USA e pannellli solari, batterie, inverter dalla Cina comporta una forma di sudditanza molto profonda, e non basterà certo vendere le nostre automobili a combustione interna al Sud America (vedi il Mercosur), perché non sappiamo ancora fare quelle elettriche a costi accettabili, a salvarci. 

Per inciso, perché non sappiamo ancora costruire auto elettriche a prezzi popolari, come invece fanno i cinesi? Non si tratta solo di mancato sfruttamento del lavoro, si tratta anche e soprattutto del fatto che da noi le case automobilistiche hanno scelto per troppo tempo di non investire per cambiare, dando per scontato - o semplicemente rimandando nel tempo - che le cose sarebbero sempre andata avanti come sempre, business as usual. 

Invece no, anche in Cina imparano a fare ricerca e innovazione industriale, e spesso lo hanno imparato da noi, dalle nostre filiali dalle loro parti.

Dunque, tornando al punto, la strategia deve essere complessiva, senza perdere di vista i valori e gli obiettivi, anzi associandoli alle caratteristiche del nostro sistema produttivo. Su questa base si può fare moltissimo, creando una prospettiva realistica capace di rispondere alle esigenze del presente.



domenica 21 dicembre 2025

L’Europa, fra Ucraina e transizione verde, va avanti

 Riprendiamo gli approfondimenti su questo blog dopo un periodo di problemi tecnici che ne hanno rallentato la redazione.

Lo facciamo ripartendo dall’Europa, di cui alcuni pronosticano la disgregazione e altri no, ne vedono i passi in avanti, e siamo tra questi ultimi. Fra i temi più rilevanti dell’ultimo periodo annoveriamo le reazioni UE alla guerra offensiva della Russia in Ucraina e la parziale revisione delle regole di carattere ambientale sulle automobili al 2035. Sembrano temi slegati ma non lo sono, in quanto elementi di una strategia che l’UE sta costruendo e che mostra con chiarezza la volontà di andare avanti nel processo di unione. Tutto è migliorabile, ma sulla base di condizioni difficili, e sottoposta a spinte (esterne e purtroppo anche interne, seppur minoritarie) centrifughe opportuniste o semplicemente autolesioniste, l’Unione Europea sta reagendo, a volte con difficoltà ma nella giusta direzione.

Il Consiglio Europeo ha deciso di sostenere l’Ucraina con un prestito da 90 miliardi di euro a zero interessi fondato sul debito comune. Questo dovrebbe garantire la difesa del Paese aggredito dalla Russia per altri due anni, ovvero per un tempo stimato in cui la Russia entrerebbe in grave crisi a causa della guerra e delle conseguenze economiche che essa causerebbe al Paese aggressore. L’Unione ha scelto il debito comune, garantito dal bilancio europeo, con la partecipazione anche di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia che si sono astenute dal porre il veto con la condizione di tirarsi fuori dall’accordo. Il meccanismo della cosiddetta “cooperazione rafforzata” garantisce la possibilità di prendere decisioni anche difficili. Va detto comunque che i tre Paesi critici hanno probabilmente ragioni economiche per questa scelta, ma politicamente sono molto vicini a Putin e al suo governo, arrivando spesso a costituire un problema per l’Unione, soprattutto l’Ungheria. Un tema che dovrebbe essere affrontato con chiarezza: i membri dell’Unione devono condividerne finalità, valori, e costituzione, e chi non lo fa si pone automaticamente fuori. L’Unione Europea non può essere un bancomat di fondi utili all’economia di un Paese, e nient’altro.

L’utilizzo degli asset russi congelati non è stato approvato, e francamente non sembra una decisione infondata: l’idea di fare un’azione probabilmente in contrasto col diritto internazionale è oggettivamente rischiosa e un precedente di tal genere in futuro potrebbe creare problemi anche gravi. Il congelamento dei medesimi a tempo indefinito è invece una scelta giusta e opportuna.

Il debito comune, dunque, dopo la pandemia e il prestito per la difesa, torna in gioco, e contribuisce a fissare regole e modalità di intervento caratterizzanti l’UE, in un processo evolutivo non di poco conto. Non siamo stati fermi, come alcuni commentatori sostengono, ci siamo mossi e l’Ucraina è ancora in essere soprattutto perché l’Europa è intervenuta. Sono intervenuti anche gli USA ma, evitando di tentare di stabilire chi ha prevalso, è evidente che l’amministrazione americana ha obiettivi parzialmente simili ai russi per quanto riguarda l’Europa, espressi a chiare lettere più volte dal Presidente Trump. 

La vicenda delle auto elettriche, che dovevano inizialmente sostituire completamente le auto a benzina dal 2035, parla ancora una volta di unità. Chi scrive è ambientalista da sempre, questo blog lo è, e le auto elettriche rappresentano un passo in avanti nella tutela ambientale ma non sono prive di emissioni. Preferire che tutto il parco auto sia trasformato in elettrico non significa fare una scelta scontatamente ambientalista perché milioni di auto elettriche al posto di milioni di auto a combustione comportano consumo di acciaio, plastica, batterie, minerali, acqua ed elettricità per essere prodotte e fatte funzionare. Tutto ciò si può riciclare ma non si riduce a zero il consumo. 

L’unica scelta veramente ambientalista riguardo la mobilità consiste nel trasporto pubblico e collettivo, nelle biciclette, nei treni. Non nelle auto private. Sono anni che esistono nel Nord Europa interi quartieri nelle città abitati da cittadini senz’auto, vale a dire che rinunciano volontariamente all’automobile. Tali quartieri sono serviti da tram, hanno piste ciclabili, e le case non hanno il garage. Questa è la prospettiva per il futuro, e sarà meglio che Europa, Italia e amministrazioni nazionali e locali aprano gli occhi prima, per poter agire riorientando per tempo l’industria automobilistica. Come si possa pensare di fare la transizione ecologica mantenendo in essere l’economia e l’intero il sistema precedente non è dato sapere. 

Dunque, in proposito l’UE ha modificato l’impostazione iniziale che voleva chiudere con le auto a motore endotermico al 2035 sostituendola con un approccio più morbido: la Commissione propone che siano consentite soluzioni diverse, carburanti alternativi, motori ibridi, e la possibilità di portare avanti i motori tradizionali, ma il tutto vincolato al taglio del 90% delle emissioni, sempre al 2035. 

Questo è un fatto interessante perché il restante 10% ”dovrà essere compensato attraverso l’uso di acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto nell’Unione”, legando il settore dell’auto al settore siderurgico. Oltre a motori a biofuel o efuel. 

In sostanza, un compromesso che ha caratteristiche innovative e sembra avere un senso. 

Insomma, si può dire che l’Europa non rinunci alla sua unità e cerchi strade nuove per andare avanti. Il bicchiere può essere visto mezzo pieno o mezzo vuoto, ma coltiviamo la speranza nel bicchiere pieno a breve termine.



mercoledì 27 agosto 2025

Industria pulita: si può fare (e fa bene)

 Si parla spesso (e ne abbiamo parlato spesso anche in questo blog) della necessità di rendere coerente lo sviluppo industriale con la transizione energetica, e di farlo a livello di Unione Europea, oltre che dei singoli Stati. Sembra che qualcosa si muova, nonostante le difficoltà da sempre presenti nel costruire e armonizzare linee di intervento adeguate per il settore industriale. Anzi, si può dire che qualcosa si muove proprio a seguito delle scelte legate alle politiche green che dovrebbero portarci fuori dall’attuale dipendenza dai combustibili fossili e conseguente cambiamento del sistema climatico terrestre.


Il 26 febbraio 2025 la Commissione Europea ha lanciato il “Clean Industrial Deal”, un piano di interventi per orientare l’industria europea alla sostenibilità mediante una serie di iniziative che includono sostegno finanziario e semplificazione delle regole. Fra gli obiettivi, l’abbattimento degli ostacoli burocratici per rendere più chiaro ed efficace il contesto normativo, promuovere l’innovazione e l’industrializzazione in linea con il Green Deal con i suoi obiettivi di decarbonizzazione (che, ricordiamo, prevedono di arrivare alla neutralità climatica al 2050). Secondo le previsioni, il piano dovrebbe mobilitare oltre 100 miliardi di euro.


Per essere certi di non cadere negli inganni del greenwashing (cioè, facciamo finta di lavorare in modo sostenibile, ma non lo siamo realmente) l’Unione si sta dotando anche di un nuovo sistema di rendicontazione (per gli addetti ai lavori, Csrd, corporate sustainability reporting directive,  Csddd, corporate sustainability due diligence directive, oltre a adeguata tassonomia ambientale). Evitare di deregolamentare in campo ambientale è fondamentale per mantenere la barra dritta verso il traguardo della completa decarbonizzazione.


Nel nostro Paese, un nuovo rapporto del Coordinamento Free, di cui si parla in un articolo a pagina 96 della rivista Qualenergia di luglio/agosto, mostra con i dati i benefici occupazionali e industriali in genere della transizione energetica. Scrive Livio de Santoli “La transizione energetica in Italia rappresenta una delle sfide e opportunità più rilevanti dell’attuale decennio, non solo per rispettare gli obiettivi climatici fissati a livello europeo e nazionale, ma anche per le potenziali ricadute occupazionali e industriali su scala sistemica”. Dal fotovoltaico all’idrogeno verde, dal biometano alle pompe di calore, gli specifici ambiti industriali da sviluppare sono molti, richiedono competenze, e possono creare un futuro dove non siano più i prezzi del petrolio e del gas a guidare l’economia. 

Ribadiamo ancora una volta che, a questo proposito,  è necessario intervenire sul sistema di formazione dei prezzi dell’energia: con la rilevante quota attuale di rinnovabili non è più accettabile il meccanismo del prezzo marginale che ci lega ai costi di approvvigionamento del gas. Il prezzo dell’energia elettrica in Italia è troppo alto, legato all’acquisto dall’estero e di conseguenza alla situazione politica internazionale - e abbiamo visto cosa ha significato la scelta politica miope di dipendere per quasi la metà dell’approvvigionamento dalla Russia - e penalizza le nostre imprese. 

Al contrario, i costi sono destinati a ridursi notevolmente parallelamente al formarsi di un sistema più sostenibile, con proiezioni che indicano come, “in uno scenario 100% rinnovabile al 2050, i costi annuali complessivi dell’intero sistema energetico italiano potrebbero essere ridotti fino al 60% rispetto a quelli sostenuti durante la fase acuta della crisi energetica del 2022” e comunque paragonabili a quelli pre-crisi.


Per saperne di più sul Clean Industrial Deal qui c’è il ink:


https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/clean-industrial-deal_it




mercoledì 2 luglio 2025

Green Deal sì, Green Deal no

 Iniziamo da un paio di domande. Costa il Green Deal europeo? Sì. Perché l’attuazione del Green Deal ha un prezzo? Perché la straordinaria crescita economica degli ultimi due secoli ha dei costi che non sono stati considerati, che non rientrano nel calcolo della crescita economica, ma che esistono, e ora ci viene presentato il conto. Un conto salato che molti ancora rifiutano di vedere.


A volte è utile ripartire dalle fondamenta. Lo sviluppo economico che, innegabilmente, ha portato benefici ad una parte consistente dell’umanità è stato condotto a spese dell’ambiente. L’estrazione dei combustibili fossili dal sottosuolo (carbone, petrolio, metano), la loro combustione, l’immissione in atmosfera dei prodotti della combustione stessa hanno causato, e tuttora causano, danni gravi all’ambiente, ai sistemi naturali, alle persone che nell’ambiente vivono, cioè a noi tutti. Questo causa dei costi legati ai danni arrecati, all’aria inquinata, all’acqua e al suolo alterati, e alle conseguenze sanitarie sulle persone. Questi costi non rientrano nei calcoli economici, che infatti nell’economia classica restano “esterni” e così vengono chiamati, cioè rimangono a carico della collettività. L’incremento di spesa sanitaria dovuto alle malattie respiratorie che affliggono numerose persone residenti in aree con l’aria inquinata viene coperto con la fiscalità generale. Lo stesso vale tradizionalmente per tutti gli altri, dai depuratori, allo smaltimento dei rifiuti nocivi.

Ora, il problema si è talmente allargato che stiamo alterando i sistemi naturali dell’intero pianeta: la concentrazione di carbonio in atmosfera è diventata così alta da procurare un cambiamento del sistema climatico, la perdita di biodiversità procede a ritmi elevatissimi, la natura in generale si sta rapidamente deteriorando.

A causa del cambiamento del clima accadono fenomeni meteorologici estremi con maggiore frequenza e a questi rispondiamo sempre facendo a meno di integrare quei costi nel sistema economico, ma pagandoli con i soldi pubblici. Chi paga le conseguenze di una frana, di un’alluvione, le ondate di calore che comportano anche un aumento dei decessi dovuti al caldo? 


Ora, la natura ci sta presentando il conto. E non è retorica, ma fisica. 

Però, i parametri che determinano la crescita economica e che sono il principale metro di valutazione dell’attività di un governo non includono questi fatti. 

Dico subito che non si tratta di passare alla decrescita, ma di passare ad un’altra crescita economica, quella “verde”. Non abbiamo altre strade. 

Il Green Deal europeo tratta di questo, ovvero del passaggio ad un sistema economico maggiormente sostenibile per l’ambiente. Credo che l’UE debba tenere il punto, ma credo anche che la transizione “verde” non debba essere fatta solo di regole, ma anche di adeguate politiche industriali e sociali. Una parte della produzione industriale va riconvertita in ciò che serve per il greening della nostra economia; se non continueremo a fare componentistica per auto faremo componentistica per le rinnovabili, o per l’efficienza.

Sentire o leggere in ogni dove l’esponente politico di turno che dovrebbe occuparsi di questi temi affermare che dato che non è stata fatta una politica industriale adeguata bisogna rinunciare al Green Deal è sconcertante. Spetta a loro farla, costruendo un percorso che risolva un problema pressante. Sarebbe come dire che siccome non ho fatto il lavoro che dovevo resto dove sono e non risolvo un bel niente.


La ricerca da parte dell’Europa di procedere verso una società più sostenibile e più giusta è corretta e fondata. Ma va guidata: non puoi lasciare al singolo cittadino l’onere di trasformare la sua casa in classe A+, gli vanno forniti gli strumenti, anche finanziari. Vanno riparate le toppe che abbiamo fatto nel corso del tempo, immaginando un mondo in cui si poteva fare ciò che si voleva, senza tenere conto delle conseguenze ambientali. Un mondo che non esiste. 


Dunque, perché il Green Deal ha un prezzo? Perché abbiamo costruito un sistema economico che esclude l’ambiente, e la prosperità che siamo riusciti ad ottenere (per una parte soltanto dell’umanità) si basa sullo sfruttamento delle risorse naturali, con tutte le conseguenze che ora subiamo. Quindi, è l’economia tradizionale a sbagliare. Da tempo in effetti numerosi studiosi hanno proposto linee di pensiero e di azione diverse che vanno sotto il nome di “economia ecologica”, ma sarebbe troppo lungo trattarne i temi qui.


Dobbiamo però sapere che possiamo intervenire per correggere la rotta. Possiamo ora - non dopodomani, ma ora - cercare di rimediare e impostare di conseguenza un tipo di sviluppo che sia realmente sostenibile. Per noi e per le prossime generazioni, a cui già ora consegnamo un mondo profondamente alterato.







martedì 1 aprile 2025

Un progetto europeo per l’idrogeno liquido nel settore aereo

 Pur non essendo (ancora) la principale fonte di inquinamento, il trasporto aereo incide sulle emissioni complessive in percentuale non trascurabile, soprattutto se si considerano le previsioni di crescita intensa del settore prevista per il prossimo futuro. Secondo Enac, le emissioni dovute agli aerei sono attualmente del 3% circa, secondo altre stime, come quella presente sul sito dell’Europarlamento, sono del 3,4%, mentre sappiamo che in rapporto al numero di passeggeri e al numero di kilometri percorsi gli spostamenti aerei sono più inquinanti dell’automobile a benzina, e molto più inquinanti del treno (che resta il mezzo di trasporto migliore dal punto di vista ambientale).


Tenendo conto della continua crescita del trasporto aereo, si fa dunque pressante la necessità di ridurne gli impatti. Questo è lo scopo del progetto europeo HASTA, che vede un finanziamento di oltre 3 milioni di euro nell’ambito del programma Horizon UE, e a cui partecipano 15 partner da 8 Paesi (tutti europei più il Sudafrica). Per l’Italia ne fanno parte Enea, CNR, e le Università La Sapienza e Cusano. Lo scopo del progetto è sviluppare tecnologie basate sull’idrogeno liquido come carburante per gli aerei.

L’attività di ricerca, in particolare, verte sullo stoccaggio dell’idrogeno liquido per il suo utilizzo nell’aviazione civile al cui riguardo si progetta un innovativo serbatoio in grado di contenerlo in sicurezza.


Come si legge sul sito dell’Enea, “per consentire quantità maggiori di idrogeno in spazi ridotti l'idrogeno deve essere raffreddato a bassissime temperature (-252,87 °C), in modo da renderlo molto più denso rispetto alla sua forma gassosa”. La sfida principale consiste proprio nel trovare i mezzi e le tecnologie capaci di gestire stoccaggi e interventi di vario tipo a temperature estremamente basse.

L’idrogeno, però, se “verde” cioè prodotto da energie pulite, non produce emissioni di CO2, ma soltanto vapore acqueo, e costituirebbe un grande vantaggio se si riuscisse a creare una intera filiera sostenibile.


Per maggiori dettagli:


https://www.media.enea.it/comunicati-e-news/archivio-anni/anno-2025/trasporti-enea-nel-progetto-da-3-milioni-di-euro-per-l-idrogeno-liquido-nel-settore-aereo.html






giovedì 20 marzo 2025

Temi economici ed energetici sul tavolo del Consiglio Europeo del 20/3

 Cosa sta accadendo sul piano politico a livello europeo riguardo i temi energetici ed economici, lo spiega bene un articolo tratto dalla rivista Qualenergia, dal titolo “Il riarmo europeo è anche finanziario, e c’entra l’energia”.

Il dibattito pubblico e i titoli dei giornali si concentrano molto sulla proposta di “riarmo” da 800 milioni, mentre il resto rimane nell’ombra.

In realta’ diverse cose si muovono sul fronte economico e finanziario. Si legge nell’articolo, di cui in calce riporto il link, che “L’Europa ha un fabbisogno aggiuntivo di “investimenti verdi” al 2030 tra 403 e 558 miliardi di euro l’anno. Si tratta di risorse che devono sommarsi a quelle già impegnate e previste per i prossimi cinque anni, alla luce dei target Ue di carattere ambientale e anche sociale” secondo stime della BCE. Una unione dei mercati dei capitali che costituisce una “sorta di riarmo finanziario che può avere un riflesso diretto sulla capacità delle aziende Ue di competere sulla scena globale”, come si legge nel medesimo articolo.

Si tratta di temi che saranno discussi oggi e domani, 20 e 21 marzo, al Consiglio europeo. Sul tavolo, anche il tema dell’energia, con il percorso di decarbonizzazione e i passi specifici da compiere, come il decreto Fer X, e il disaccoppiamento gas-elettricità, fondamentali nel processo in corso.

Il tema di una Europa sempre più unita è decisivo riguardo i temi dell’ambiente e dell’energia, ma ritengo che l’Unione Europea abbia necessità di un sostegno forte sul piano ideale per potersi compiere. Bene il processo di unificazione dei mercati, che si svolga sui piani economico e finanziario, ma non basta: se si vuole andare oltre, ed è necessario se non indispensabile, bisogna puntare su una visione del futuro europeo che sia fondata su valori e ideali come solide fondamenta di ogni processo di natura politica, economica e sociale. 


L’articolo menzionato:


https://www.qualenergia.it/articoli/riarmo-europeo-anche-finanziario-entra-energia/








martedì 10 dicembre 2024

Crisi dell'auto e regole ambientali: agli anni '50 non si tornerà

Si parla spesso della crisi che sta investendo il settore dell’automobile (Stellantis, Volkswagen, per citarne due) e delle conseguenze negative che le scelte politiche a protezione del clima e dell’ambiente avrebbero sul settore. La conseguenza che si trae di solito è che sia sbagliato imporre regole e limiti che vanno a colpire un settore industriale che è alla base della nostra economia e che impiega, fra industrie dedicate e indotto, migliaia di posti di lavoro.

Partiamo da alcune assunzioni: l’economia tradizionale si basa sul consumo delle risorse e sull’emissione di sostanze inquinanti in atmosfera – su questo abbiamo fondato lo sviluppo finora – il settore delle automobili a combustione interna produce oggetti altamente impattanti, sia durante l’utilizzo, sia in fase di smaltimento, il sistema economico così fondato produce “costi esterni” che ricadono sulla collettività e che sono conseguenza delle alterazioni ambientali, come danni alla salute, danni ai sistemi naturali, danni da cambiamento climatico. Questi ultimi sono sempre più gravi e sono ormai sotto gli occhi di tutti.


Dunque, vogliamo cambiare. Per cambiare occorrono regole e limiti, ma porre regole e limiti senza portare avanti un’adeguata politica industriale non può che portare agli esiti attuali, con crisi nei settori, in questo caso dell’auto. Risulta persino ovvio.

La riduzione delle emissioni deve procedere insieme ad un riorientamento delle produzioni, nel processo e nel prodotto, sia per evitare problemi sia per trarre profitto dal cambiamento. La transizione ecologica è esattamente questo.

Nello specifico dell’auto, la questione si interseca con una non trascurabile modifica dei bisogni: l’attuale produzione di automobili ha come target di consumatori un insieme che si sta riducendo sempre più. L’auto non è più uno status symbol come è stato in passato, i suoi impatti sono noti a tutti, il suo acquisto comporta un investimento notevole. Le auto oggi in produzione rispecchiano visione e valori di trenta-quaranta anni fa. In Germania, così come in tutto il Nord Europa, non è raro che interi quartieri cittadini siano privi di auto per scelta degli abitanti, che si spostano con i mezzi pubblici.


Come si possa pensare che le cose restino eternamente come sono, con l’economia del dopoguerra, è un mistero. Ovviamente, accade il contrario, le cose si evolvono e oggi servono esperti di economia sostenibile che operino per il mondo di oggi e del futuro, esattamente come altri operarono per tirarci fuori dalla povertà in passato.


Non si può risolvere il problema negandone un altro ben più grave, ovvero l’altissimo grado di inquinamento che abbiamo già prodotto e che va ad alterare il sistema climatico dell’intero pianeta, lo si può risolvere intervenendo per modificare un sistema industriale ed economico che in buona parte si sta già riorientando (spesso precedendo la politica) da solo.

Dunque, regole sì, ma accompagnate da politiche industriali adeguate al mondo di oggi, non agli anni ‘50, nonostante i molti che si oppongono – probabilmente solo per proteggere interessi consolidati.





venerdì 29 marzo 2024

L’approvvigionamento energetico dopo l’attacco russo all’Ucraina

 In un contesto conflittuale e di grave pericolo nei rapporti fra la Russia e l’Occidente quale quello che stiamo vivendo ormai da tempo, i temi della difesa comune dell’Unione Europea e dell’approvvigionamento energetico sono centrali, ed almeno il secondo è allo stesso livello del primo, anche se se ne parla assai di meno. La dipendenza dell’Unione e in particolare dell’Italia dalle risorse energetiche russe raggiungeva livelli incredibili (si importava il 40% del gas) prima dell’aggressione all’Ucraina e capaci di mettere seriamente in difficoltà il sistema economico in caso di ostacoli, e da molto tempo evidenziavano la necessità (ora diventata impellente) di diversificare le fonti e i Paesi di provenienza di alcune di esse. Diversificare le fonti, in particolare aumentando la quota di rinnovabili e incrementando l’efficienza, è l’unico modo che ha un territorio che, come il nostro, possiede solo quantità marginali di fonti fossili tradizionali, e non può essere che una scelta positiva, anche a prescindere dal minor impatto ambientale. 

Ora lo stiamo facendo, e in tempi stretti come mai prima d’ora. 


Al livello europeo,  come si legge sul sito del Consiglio Europeo, “La percentuale di gas russo da gasdotto nelle importazioni dell'UE è scesa da oltre il 40% nel 2021 all'8% circa nel 2023. Per quanto riguarda il gas da gasdotto e il GNL combinati, la Russia ha rappresentato meno del 15% delle importazioni totali di gas dell'UE. La riduzione è stata possibile soprattutto grazie a un forte aumento delle importazioni di GNL e a una riduzione generale del consumo di gas nell'UE.”

Dunque, in meno di due anni, l’UE ha ridotto moltissimo l’importazione di gas naturale dalla Russia, aumentando le importazioni via nave di GNL e riducendo il consumo. Dal che, emerge con evidenza che si può ridurre i consumi.

Dall’infografica interattiva alla pagina indicata al link in calce, si rileva che le maggiori variazioni che hanno consentito questo risultato sono l’incremento delle importazioni dagli Stati Uniti e proprio la riduzione dei consumi complessivi. In particolare, si legge anche che nel giro di un anno da agosto 2022 e gennaio 2023 i paesi dell'UE hanno ridotto collettivamente la quantità di gas naturale consumato nell'UE del 19%, vale a dire di 41,5 miliardi di metri cubi, con percentuali diverse nei vari Paesi.

La sicurezza dell’approvvigionamento e l’autonomia energetica, per quanto possibile, sono fondamentali, e ancor più, decisive nel ruolo e nella collocazione geopolitica internazionale dell’Europa, tanto quanto la famosa difesa comune che è arrivato il momento di porre in essere al più presto.


L’Italia ha applicato le indicazioni europee con un Piano di contenimento dei consumi che, insieme agli effetti degli alti costi energetici,  ha raggiunto l’obiettivo di ridurre i consumi di gas nello stesso anno di oltre il 18%, dunque in linea con la media UE. Siamo inoltre il secondo Paese dell’Unione per stoccaggio di gas (il primo è la Germania) prima dell’inverno appena trascorso, e abbiamo registrato un notevole incremento delle installazioni di fonti rinnovabili - senza i sussidi pubblici. Probabilmente, a guidare il tutto è stata più la dinamica dei prezzi che le indicazioni politiche, ma la situazione appare in evoluzione. Inoltre, abbiamo aumentato le importazioni da Paesi diversi e ridotto notevolmente quelle dalla Russia - che però non sono state azzerate. Algeria, Azerbaijan, Norvegia, Libia e Russia, che contribuisce per meno di un decimo di quanto faceva prima.

Evitare di dipendere fortemente da un solo Paese, e cercare di ridurre le necessità complessive di gas, sono linee guida indispensabili in questa fase. Anche questo aspetto va a beneficio della sicurezza energetica, che si trova alla base della sicurezza di un Paese.

Quanto prima l’Unione si doterà davvero di una politica energetica comune e di una difesa comune, tanto prima raggiungeremo gli obiettivi legati al ruolo internazionale e al benessere della cittadinanza che ci siamo dati.


Il link indicato nell’articolo:


https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/eu-gas-supply/





giovedì 14 marzo 2024

Politiche eco e mondi da salvare

 Sostiene Antonio Guterres (Segretario dell’ONU) durante l’intervista di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa che “abbiamo bisogno di solidarietà internazionale seria per mettere insieme le risorse e le capacità di tutti, perché è un problema di vita o di morte per noi e per il Pianeta; noi saremo in prima linea come Nazioni Unite in questa battaglia”, in riferimento alla crisi climatica che l’intero pianeta sta attraversando.

Va dato atto a Guterres di essersi espresso più volte in modo molto netto sul tema pesante del cambiamento climatico e come farvi fronte, in un contesto globale in cui, invece, il risiko delle grandi potenze sembra prevalere irresponsabilmente e come se non ci fossero sul tavolo problemi talmente grandi da avere la capacità di portare tutti noi, grandi potenze incluse, dritti nel baratro. I sistemi naturali sono in tali condizioni da portare l’umanità fuori dai percorsi consolidati verso territori in gran parte sconosciuti e per la parte restante preoccupanti se non interveniamo in breve tempo a modificare la rotta. In questo contesto, i contendenti nelle varie guerre che infestano il pianeta sono l’immagine dell’irresponsabilità, se non la personificazione dell’istinto di thanatos che dalla psiche esce e si fa arma per uccidere tutti quanti il più in fretta possibile. Nessuno di costoro mostra di aver capito che esiste un problema più grande per risolvere il quale dovremmo unirci e agire in modo coerente. E l’ONU non sembra in grado di farglielo capire.


Va dato atto anche all’Unione Europea di perseverare nella propria linea ambientalista (che è una bella parola, molto concreta e assai poco “ideologica”) come mostra la recente approvazione da parte del Parlamento della Direttiva sull’Efficienza Energetica degli Edifici, da tutti ribattezzata Direttiva sulle “case green”. Per la cronaca, e riguardo i partiti italiani, hanno votato contro: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Azione, mentre hanno votato a favore: Partito Democratico, Movimento5stelle, Verdi e Sinistra, Italia Viva. 

Se ne parla da anni, anzi da decenni, della necessità di intervenire per risparmiare energia nei settori di consumo anziché produrla, e l’efficienza energetica è la strada più lineare e incontestabile. Gli edifici datati, per come sono stati costruiti, richiedono molta energia per riscaldare, per raffrescare o per illuminare, mentre sono sul mercato tecnologie che consentono risparmi notevoli efficientando l’edificio, fino a renderlo “quasi zero” vale a dire con consumi bassissimi e impatti ambientali altrettanto bassi, con considerevoli risparmi in bolletta. Si parla da anni di iniziare dagli edifici pubblici, e dalle scuole, palestra dell’incoerenza sociale nel momento in cui insegni agli studenti come risparmiare energia o fare la raccolta differenziata dentro aule fredde piene di spifferi dalle finestre monovetro con termosifoni al massimo e cappotti sulle spalle. Chi le ha costruite, con quali denari, e aggiungerei con quali architetti?

I partiti contrari dicono che non si trovano i soldi per simili interventi, ma sono gli stessi che intendono trovare i soldi per ponti giganti inutili, per condonare le imposte agli evasori, per piste olimpioniche che diventeranno cattedrali nel deserto - dopo naturalmente aver abbattuto un bosco di larici secolari.

Dunque l’Europa mantiene il ruolo di guida a livello mondiale sui temi ambientali, ruolo che ha da anni, e che può essere un grande beneficio sociale e politico se ben sfruttato. Non si tratta di porre in essere decisioni che ostacolino la nostra economia, che sarebbe un errore grave, si tratta di incidere sull’economia mondiale, orientandone la forma e i contenuti.  Essere i primi in qualcosa che avverrà dovunque. L’Europa nell’ambito economico è una potenza mondiale e può esercitare la sua influenza sul piano globale. 


“Non siamo riusciti a far sì che la gente comune abbia l’esperienza concreta dei benefici della transizione” sostiene la Ministra Teresa Ribera del governo Sanchez, in una recente intervista sul Corriere della Sera. Credo che in larga misura sia vero. Perché, oltre ai benefici ambientali, sempre indiretti nella percezione del cittadino, la transizione ecologica può portare notevoli benefici economici, occupazionali, sociali legati allo sviluppo sostenibile. Si tratta di un salto in avanti, non indietro, che è invece la direzione in cui ci porterebbe il mantenimento dello status quo. Questo aspetto è sempre in secondo piano, e forse è anche colpa nostra, degli ambientalisti, non aver saputo comunicare efficacemente la positività legata a questo cruciale passaggio. La cultura di base ha un ruolo, accanto alla sensibilità di ciascuno, determinante nel costruire percorsi fatti di idee e proposte orientate allo sviluppo sostenibile. “Conoscere il tuo pianeta è un passo verso il proteggerlo” sosteneva il grande oceanografo Jacques Cousteau, e spesso manca proprio il primo passo, una cultura ecologica di base per iniziare un cammino che porti sulla via della sostenibilità.








lunedì 24 ottobre 2022

Record solare in Europa

 A volte è bello leggere anche notizie positive, o fermarsi ad osservare gli aspetti positivi che pure ci sono e possono aiutare a perseguire la via giusta per uscire dalla crisi energetica e climatica (ma non solo) che stiamo vivendo. 

Secondo il think tank Ember, che opera per promuovere il passaggio nel mondo dalle fonti fossili alle fonti energetiche pulite stando a quanto si legge sul sito, in Unione Europea la scorsa estate abbiamo raggiunto una produzione solare record, addirittura il 12% dell’elettricità, aumentando notevolmente la quota rispetto alla stagione precedente, quando ci si fermava soltanto al 9%. Si tratta di un dato incoraggiante. Il sito di Ember è molto chiaro e ricco di dati, ma scarno di parole per cui occorre avere già un’idea del tema di cui si occupa. Vale la pena di consultarlo se si è alla ricerca di numeri, grafici e indicatori utili sul tema energetico con la finalità di favorire il passaggio alle energie rinnovabili. Riporto l’indirizzo in calce.  

Secondo lo studio riguardante l’Europa, il 12% di solare ha consentito di risparmiare 29 miliardi di euro di gas, stimati sul prezzo medio del gas nel periodo fra maggio e agosto 2022.  In termini di produzione energetica si tratta di 99,4 TWh, una quantità senza dubbio rilevante che sommata alla altre fonti rinnovabili segna cifre sempre più importanti (ricordate quando Ministri in carica sostenevano che con le rinnovabili si poteva raggiungere solo lo zero virgola?). In percentuale, le principali riguardano il 12% di eolico e 11% di idro, quote non lontane dal 16% del carbone, ancora diffuso un molti Paesi dell’Unione. 

I record solari sono stati battuti in 18 dei 27 Paesi UE, mentre 10 Stati superano il 10% di elettricità solare, con le quote maggiori spettanti a Olanda (23%), Germania (19%) e Spagna (17%). Per confronto, il solare fotovoltaico in Italia contribuisce all’elettricità mediamente per circa 8-9% (dati Terna).


Sostiene Ember che per raggiungere gli obiettivi a protezione del clima che l’UE si è data al 2030 questo tasso di crescita deve continuare regolarmente, evitando colli di bottiglia rappresentati dalle regole e alle decisioni interne a ciascun Paese - come è accaduto in Italia, ne abbiamo parlato nel post precedente. Risulta chiarissimo anche il fatto che il solare e tutte le fonti rinnovabili possono dare un contributo importante nel momento in cui la pratica normale finora di acquisto di una quota rilevante di gas dalla Russia è messa in discussione dalla crisi in corso, e speculazioni sui mercati rendono estremamente volatili i prezzi dell’energia. In Italia sarebbe ora che si superassero veti e blocchi burocratici che possono solo danneggiare il settore e ovviamente i cittadini in conseguenza dell’inerzia.


Sul sito sono presenti anche grafici molto chiari riguardo gli andamenti e le prospettive, utili per stabilire politiche energetiche opportune.

Il link è il seguente: 


https://ember-climate.org/insights/research/record-solar-summer-in-europe-saves-billions-in-gas-imports/ 



 


venerdì 2 settembre 2022

Una riforma non più rinviabile

 L’Unione Europea sta preparando “un intervento di emergenza e una riforma strutturale del mercato dell’energia”. Lo ha annunciato la presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen durante una conferenza stampa a Bled in Slovenia.

“L’impennata dei prezzi dell’elettricità mostra chiaramente i limiti dell’attuale funzionamento del mercato che era stato concepito in un contesto molto diverso”, ha detto Von Der Leyen. Il tema della continua impennata dei prezzi del gas e della necessità di una riforma del mercato sarà oggetto di discussione nella riunione di emergenza dei ministri dell’Energia dell’UE che si terrà a Praga il 9 settembre. (Il Sole 24 Ore del 29 agosto).


Il passo più importante da fare è proprio questo, una vera riforma del mercato dell’energia, altrimenti non saremo in grado di affrontare il problema degli altissimi costi che vanno a gravare su imprese e cittadini. La riforma deve essere europea, non ci sono gli estremi per intervenire su scala nazionale, come alcuni hanno proposto, in un sistema energetico fortemente interconnesso sia fisicamente sia commercialmente. Il fatto che la Spagna sia intervenuta per calmierare il prezzo del gas è dovuto alla peculiarità del suo sistema, con poche connessioni col resto d’Europa e una forte presenza delle rinnovabili - già oggi l’eolico da solo eguaglia in potenza i cicli combinati a gas, e il PNIEC spagnolo punta al 74% di rinnovabili al 2030. 

Attualmente, il prezzo del gas naturale in tutta Europa si forma al TTF (Title Transfer Facility) in Olanda. Tempo fa, per via dei prezzi allora generalmente più bassi sul mercato spot il medesimo venne preferito ai più sicuri contratti a lungo termine, andando incontro però ad un rischio maggiore di volatilità. Dapprima, il risveglio economico seguito ai lockdown mondiali a causa della pandemia poi la guerra della Russia contro l’Ucraina hanno generato la possibilità di speculazioni e di politiche volte a peggiorare la situazione (Putin ha compreso subito quale fosse la sua arma migliore contro l’Europa), ed il prezzo del gas ha cominciato ad oscillare vertiginosamente verso l’alto. Il prezzo dell’elettricità su base oraria, giorno per giorno,  si forma in base al “prezzo marginale”, ovvero l’ultimo kilowattora più caro che in quel momento va a soddisfare la domanda: quindi il prezzo del gas trascina con sé anche quello dell’elettricità, soprattutto in Paesi come il nostro in cui l’elettricità è fatta principalmente con il gas. Però anche da noi le rinnovabili coprono sempre più una parte consistente della generazione elettrica, e non si vede perché dovremmo pagare l’elettricità prodotta con l’acqua, il Sole o il vento al prezzo di quella prodotta con il gas. E’ del tutto evidente che bisogna sganciare il prezzo dell’elettricità da quello del gas, visto che i tempi sono cambiati e regole stabilite anni fa non hanno più ragione di esistere. 

Abbiamo mercificato tutto ed affidato il metano ai futures e ai derivati, ma per ora Sole e vento sono ancora liberi ed inesauribili - non giurerei sul fatto che a nessuno verrà in mente di farlo - e possono contribuire in misura determinante alla generazione elettrica. Nella fase attuale e nel futuro prossimo sarà ancora presente una quota di metano, che può dare stabilità al sistema elettrico soprattutto in presenza di una quota rilevante di rinnovabili intermittenti, con le fonti rinnovabili, e senza carbone e petrolio (quest’ultimo resterà, per un periodo almeno, limitato al settore dei trasporti).

Quanto alle misure per il risparmio energetico, esse sono sacrosante: dovremmo risparmiare energia per rispondere alla crisi climatica e ambientale e dovevamo farlo ben prima della crisi energetica. Come l’orchestra del Titanic, continuano a suonare mentre affondiamo, reagendo solo se scoppia una crisi che investe l’economia. Invece,  le porte chiuse nei negozi quando hanno riscaldamento o condizionamento acceso, i termosifoni a temperature ragionevoli e non da Tropici in gennaio, le luci delle insegne spente di notte, insieme alle mille soluzioni che la tecnologia ci offre, come i lampioni stradali che si accendono solo quando passa qualcuno, dovrebbero essere una risposta messa in campo già da anni per contenere un cambiamento climatico che investe la nostra società e la nostra stessa vita in misura potente e grave. Questo momento di crisi energetica può a questo punto diventare occasione, se ben gestita, per cambiare davvero direzione, verso un futuro di bassi consumi, efficienza e fonti energetiche pulite.





domenica 9 gennaio 2022

Notizie ambientali da sapere, per un anno migliore

 Dall’ultimo numero del 2021 della rivista La Nuova Ecologia, volevo trarre alcune notizie “verdi” che mi hanno maggiormente colpito, poi mi sono accorta che il sito della rivista pubblica l’intero elenco in uno speciale dedicato all’anno appena trascorso. 

Dalla prima “5 gennaio, la Sogin, con il nulla osta del ministero dello Sviluppo e di quello dell’Ambiente, pubblica la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) a ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Sono 67 i luoghi scelti, con differenti gradi a seconda delle caratteristiche, in sette regioni: Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia. Parte la fase di consultazione dei documenti” all’ultima: “22 dicembre, dal 1 gennaio 2022 sarà vietato allevare animali da pelliccia in Italia, come cincillà, volpi, visoni, procioni. La Commissione di Bilancio del Senato ha approvato un emendamento dell’Intergruppo parlamentare per i Diritti degli animali, a prima firma della capogruppo Leu al Senato Loredana De Petris, che prevede la chiusura definitiva entro sei mesi degli allevamenti ancora esistenti di animali da pelliccia in Italia e il divieto dell’attività su tutto il territorio nazionale”, c’è di che leggere per farsi un’idea dello stato delle cose in tema di ambiente. Nonostante qualcosa sia inequivocabilmente cambiato nella sensibilità delle persone fino ai governi in carica, c’è moltissimo da fare. E da vigilare: la nuova tassonomia green di cui si parla in UE è discutibile sul piano delle fonti di energia, cercando di inserire, sostanzialmente a beneficio di alcuni Paesi, gas e nucleare fra le fonti accettabili nella famosa fase di transizione. Del gas nella transizione si parla dai primi anni ‘90, e a dire il vero la medesima si sta prolungando un po’ troppo. Il tempo, come abbiamo scritto più volte, è una delle variabili in gioco e il passaggio a rinnovabili ed efficienza ora può essere concretamente realizzato.

Ci saremo. Con l’auspicio che il nuovo anno sia decisamente migliore del precedente, sotto ogni profilo.

Il link allo speciale de La Nuova Ecologia è il seguente:

https://www.lanuovaecologia.it/snowball/le-100-notizie-verdi-del-2021/





  


venerdì 20 agosto 2021

Afganistan in frantumi

 Ciò che sta succedendo in Afganistan è qualcosa di grave, che colpisce con forza l’animo di chi segue la vicenda, in buona parte inaspettato ma non imprevedibile, frutto, forse, di mire troppo alte: ricostruire una nazione non è uno scherzo.

Il fallimento ha riguardato infatti lo scopo più pregnante, dopo la sconfitta delle basi del terrorismo mondiale, mostrando ancora una volta che la democrazia “non si esporta con le armi”, come molti hanno sottolineato, e che vent’anni non bastano a porre le basi di una nazione nuova. Dunque, ha fallito la strategia di lungo termine messa in campo dagli Stati Uniti con gli alleati occidentali, e la ritirata precipitosa di questi giorni - male organizzata o forse mai organizzata - ha lasciato un Paese diviso, frantumato, povero, a cui i Talebani vogliono imporre la propria legge. In assenza di strutture statali e di una normativa adeguata si impongono coloro che fanno riferimento a leggi di natura religiosa, che esistono da secoli e probabilmente a molti sembrano credibili. Altrimenti non si spiegherebbe come mai i Talebani non siano scomparsi in questi venti anni, e si siano invece rinnovati con nuove leve di giovani che vent’anni fa erano bambini. Il processo culturale che porta ad uno Stato laico è lungo, e lo sappiamo bene anche noi in Italia dove lo Stato della Chiesa ha governato mezzo Paese per secoli - non faccio alcun parallelo nei contenuti, naturalmente, ma considero solo il piano della laicità, o meno. 

Una parte dell’Afganistan (che in italiano si scrive senza “h”) evidentemente ha creduto in noi, e soprattutto negli USA che guidavano la missione, ha collaborato, si è sentita libera di decidere il proprio futuro, e questi sono semi piantati che non spariranno semplicemente. Queste persone hanno dimostrato di essere disposte a rischiare la vita, e a morire, all’aeroporto di Kabul per fuggire. Abbiamo visto scene drammatiche. Queste persone vanno aiutate in ogni modo possibile, per loro e per non perdere davvero tutto ciò che si è fatto in questi anni.

Sul piano internazionale, molti sostengono che ora il Paese sarà terra di conquista commerciale per Cina e Russia. Dopo il “fallimento dell’Occidente”, o il “tramonto dell’Occidente”, e altri titoli simili, si faranno avanti le potenze asiatiche. Può essere, naturalmente, ma vedrei in questa vicenda più un fallimento degli USA, e della Nato, che non un fallimento dell’Occidente tutto, il che significa che se l’Unione Europea avesse una politica estera adeguata lo spazio si aprirebbe anche per lei, senza buttare nel cestino tutto ciò che si è fatto. La UE ha la potenzialità di rappresentare sulla scena mondiale qualcosa di diverso rispetto a quanto comunemente viene inteso con l’espressione “gli occidentali” e questo frangente sarebbe un bel banco di prova. 

Dopo aver definito quanto sta accadendo in Afganistan “una catastrofe” Josep Borrell si domanda “dov’è la nostra intelligence?” e se se lo chiede lui, figuriamoci se lo sappiamo noi, in un gioco continuo a simulare che l’Unione abbia un ruolo in politica estera. Lo deve costruire. Invece, si procede nel solito modo, USA e Nato, e noi al rimorchio, divisi e in ordine sparso. Se finalmente si muovesse qualcosa in Europa lo scenario mondiale potrebbe vedere cambiamenti interessanti capaci di cambiare radicalmente quanto siamo stati abituati fino ad oggi.






martedì 13 luglio 2021

Momenti cruciali

 E’ il nostro momento, come dicono molti? Chissà, a volte basta davvero convincersene per cambiare la direzione di marcia. 

Sta di fatto che la Nazionale di calcio ha vinto, meritatamente, la competizione Europea, che un tennista italiano, Berrettini, è arrivato in finale a Wimbledon, che un gruppo italiano, i Måneskin, ha vinto l’Eurovision Song, che è stato dato il via al Piano di ripresa e resilienza nazionale, e apparentemente siamo felici. Va anche detto che lo sono di meno i 422 dipendenti della GKN di Campi Bisenzio, a due passi da Firenze, licenziati con un messaggio Whatsapp, o le vittime di infortuni e decessi sul lavoro, sempre in numero elevatissimo, o i 5 milioni e seicentomila italiani che vivono in “povertà assoluta”, secondo quanto certifica ISTAT, numero in forte crescita lo scorso anno. La frase classica in questo caso è “non mancano le contraddizioni”, per cui appunto cerchiamo di contenerle perché contraddirsi non è mai una buona cosa. Un auspicato miglioramento delle nostre condizioni economiche deve portare con sè un contestuale miglioramento delle condizioni del lavoro e una consistente riduzione delle diseguaglianze. 

Il momento sembra a noi favorevole e una ventata di ottimismo non può che fare bene. Quando ci lamentiamo della scarsa considerazione di cui godiamo all’estero, non dimentichiamo che sta a noi ottenere l’esatto opposto e che, al contrario di quanto spesso sospettiamo, basta poco per rianimare l’immagine, a volte spenta, dell’Italia nel mondo: basta ritrovare gli aspetti migliori che caratterizzano il nostro Paese e noi stessi, e che sono molto apprezzati.

Mario Draghi sta guidando una fase interessante e difficile, un momento di passaggio dopo un dramma collettivo portato da un virus, il suo governo riassume le principali tendenze politiche del nostro Paese: da loro ci aspettiamo moltissimo. Sono responsabili dell’immediato e del futuro per una quota mai così elevata: crescita economica e riduzione dell’impatto ambientale, azzeramento delle conseguenze sul clima, riequilibrio delle dinamiche economiche e sociali interne, ruolo in Europa e nel Mondo.  Insomma, stanno delineando il nostro Paese nel futuro prossimo e anche più lontano nel tempo. 

In questo momento, il Paese è sostenuto dalla progressiva diffusione di una fiducia che, se non cieca, certo da tempo mancava in questa intensità. Pur con tutte le difficoltà ben note, siamo in Unione Europea (e continueremo a restarci), siamo un Paese con grandi potenzialità, e abbiamo ora la possibilità, grazie ad un finanziamento mai così ingente, di costruire il futuro che desideriamo. Non sprechiamo un’occasione irripetibile.

Non per niente il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha per titolo “Italia domani”. Per conoscerlo meglio, si può scaricare al seguente link:


https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR.pdf





domenica 6 giugno 2021

La sfida, decisiva, di Draghi e dell’UE

 L’ultimo numero di Limes (“Il triangolo sì”, 4/2021) è dedicato a quella che viene definito il nucleo della koinè europea, ovvero il Triangolo costituito da Italia, Francia, Germania. Non c’è dubbio che siamo una comune civiltà che si trova geograficamente sul continente europeo, che invece di sentirsi “vecchia” (la “vecchia Europa”) dovrebbe saper guardare al futuro, in un quadro evolutivo.

Parto dalla fine, non della rivista ma del ragionamento, ovvero dalla necessità di dotarci di “un’amministrazione pubblica degna del nome”. Questo dovrebbe essere obiettivo prioritario, o incluso fra i prioritari, di coloro che governano per molte ragioni. Soprattutto una: il tempo. L’assunzione del problema infatti non è nuova, ma il tempo che passa rende sempre più urgente la sua soluzione. Il numero citato della rivista porta avanti una tesi, ovvero che il confronto con la Francia ci spinga a farlo - meglio prima che poi. Lo scopo è naturalmente molto elevato, ovvero che l’Italia faccia la sua parte (finalmente) nel contesto internazionale ed europeo, in altre parole, che sia in grado di farla. Un fine assolutamente condivisibile e auspicabile.

Il contesto attuale di rafforzamento delle relazioni con la Francia dovrebbe aprirci gli occhi, e le capacità politiche visto che si tratta di giocare un ruolo di equilibrio, e decisivo, in Europa e nei rapporti con gli USA. La sensazione, quasi istintiva, è che ci sia spazio per noi e che l’aspettativa sia che lo riempiamo adeguatamente. Includendo il rapporto con gli USA, per noi strettissimo, si capisce in quale contesto ci troviamo e dobbiamo agire. 


Le affinità/diversità culturali ovviamente hanno la loro importanza, ma andando al sodo i conti mostrano che i legami sono intensi per noi con la Francia e con la Germania. E salta fuori persino la mia regione: l’Emilia-Romagna ha una posizione decisamente rilevante nel ragionamento se, insieme al resto del Nord Italia, presenta un interscambio commerciale con la Germania di prima categoria (si trova in terza posizione dopo Lombardia e Veneto). Non per niente il treno tedesco arriva fino a Bologna, e parte da Bologna verso Austria e Germania, la rete viaria di collegamento da Modena attraverso il Brennero (Statale 12, Autostrada, ferrovia) è la principale, e non ultimo, le spiagge romagnole sono mete consolidate del turismo germanico. Anche la Francia ovviamente ha grandi rapporti con le regioni del Nord Italia, ma la sua presenza si estende in modo più uniforme su tutto il territorio della penisola. 

Sono rapporti spesso asimmetrici sul piano della forza, ma visti da una luce positiva, sono parte del processo unificante l’Europa, che viaggia su binari suoi propri spesso indipendentemente dai tracciati della politica. 


L’analisi però non è completa se non si esamina la questione energetica. Basta dare un’occhiata a qualsiasi cartina dei condotti di gas per vedere ad occhio quale tipo di legame fisico - altro che culturale o sentimentale - ci riguardi. Il nostro Paese importa poco meno della metà del gas dalla Russia, poi dal Nord Africa, dalla Norvegia, dall’Olanda. Più o meno lo stesso per l’Unione Europea tutta, che dipende per poco meno della metà del fabbisogno di gas dalla Russia, da cui lo importa tramite gasdotti che percorrono migliaia di chilometri attraverso vari Paesi dell’Est. Quindi si dipana una matassa, sul territorio geografico e su quello politico, che verso Est ha uno dei suoi fili principali.

Ovviamente importiamo anche petrolio, ancora necessario soprattutto per i trasporti. 

Per questo la politica energetica dell’Unione sarà fondamentale. Perché non ci sarà nessuna considerazione storica, culturale, di affinità, che potrà incidere di più di una pura e semplice dipendenza energetica. Per questo la politica energetica dell’Italia sarà fondamentale. Per le stesse ragioni. 


Da qui discende la questione climatica - nei ragionamenti politici - non il clima che richiede stabilità, ma il clima che offre la porta aperta per ridurre la dipendenza energetica, che è e resta un fattore chiave. Qui si fa l’Europa, con la e maiuscola. Un continente ad emissioni zero (quasi) significa che ha ridotto in misura rilevante i suoi consumi di gas e di petrolio, e questo fattore va a cambiare le cartine con i gasdotti, i porti del petrolio o di GNL. Energia sua propria significa principalmente, per l’Europa, solare, eolica, idro, veicolata per via elettrica, e bassi consumi ottenuti con l’efficienza.

In attesa di grandi novità dalla fusione o dall’idrogeno, ad oggi significa questo.

Si tratta di una strada da percorrere senza esitazione, perché in gioco c’è il nostro futuro. Macron, Merkel, Von der Leyen lo hanno capito, noi dobbiamo fare altrettanto. 

Qui entra in gioco l’apparato statale cui abbiamo fatto cenno all’inizio. Siamo in grado di gestire i lauti fondi che avremo a disposizione? Next Generation EU è alla nostra portata? Questo è il punto cruciale che deve affrontare Draghi con il suo governo. Con tutta la volontà possibile.


domenica 2 maggio 2021

Conferenza S&D: La nostra Europa, il nostro Futuro

 Vorrei segnalare un avvenimento che può rivelarsi importante, almeno lo spero: il prossimo 3 maggio la “famiglia progressista” europea - così viene definita sul sito - terrà una Conferenza sul futuro dell’Europa denominata “La nostra Europa, il nostro futuro” (“Our Europe, our Future”). In pratica i partiti progressisti europei terranno una riunione in cui il cuore della discussione sarà il futuro dell’Europa, e l’incontro sarà trasmesso in diretta sul sito. L’indirizzo web è scritto in calce, e i documenti sono presenti sia in Inglese sia in Italiano.

Inutile dire dell’importanza che rivestono un rafforzamento dei rapporti reciproci e  un lavoro che porti alla creazione di una visione comune delle varie formazioni politiche che si inseriscono nel quadro progressista. Le difficoltà non sono mancate in passato, ed il lavoro sarà certo non breve, ma sarà importante non perdere la volontà di tracciare un percorso. 

Il Segretario del PD Enrico Letta è intervenuto in proposito ed è possibile leggere la sua dichiarazione all’indirizzo in calce. 

Credo che il Partito Democratico abbia un notevole contributo da dare in quest’ottica ed è un bene che si proceda in tal senso. Continuerò, da iscritta, a seguire il lavoro del partito nella consapevolezza che occorre fare passi avanti. Non tutto è risolto, mentre ci sono strade che si aprono e strade che ormai sono chiuse. A questo proposito, lascio l’area politica Sinistradem guidata da Gianni Cuperlo, a cui mi iscrissi nel 2013, perché ritengo semplicemente che abbia esaurito la sua spinta iniziale. La possibilità di aprire un’area di sinistra che contribuisse con contenuti di qualità e spessore è stata solo in parte sfruttata in questi anni soprattutto a causa di una visione ristretta e circoscritta oggi ampiamente superata, ma comunque ha dato un contributo che ritengo positivo. Ora,  occorre guardare avanti con maggior decisione alle sfide nuove che si pongono davanti ai nostri occhi con evidenza tale da non poter essere evitate (due su tutte, il rischio pandemico e il rischio climatico) e fare un salto di qualità nel merito dei problemi e nei metodi. Il tempo è maturo per un cambiamento nei contenuti, nelle modalità, nell’apertura a tutti coloro che vogliono contribuire alla costruzione politica del Partito Democratico. La strada è lunga ma interessante.


Gli indirizzi della Conferenza “Our Europe, Our Future” sono i seguenti:

https://www.socialistsanddemocrats.eu/it/events/conference-future-europe-our-europe-our-future

https://www.partitodemocratico.it/europa/letta-la-partecipazione-dei-cittadini-e-la-rivoluzione-per-il-futuro-delle-istituzioni-europee/







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