Visualizzazione post con etichetta gas naturale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta gas naturale. Mostra tutti i post

giovedì 11 giugno 2026

Approvato alla Camera il ddl che impegna il governo a riportare l’energia nucleare nel nostro Paese

 Tornerà o no l’energia nucleare in Italia? Secondo il governo sì e addirittura in tempi brevi, secondo molti no e assolutamente no in tempi brevi. Alla Camera è stato di recente approvato il ddl n. 2669 con la “delega al governo in materia di energia nucleare sostenibile” con alcune modifiche ma senza bisogno di porre la questione di fiducia. Ora il testo passa al Senato. Per la fine dell’anno sono attesi i decreti attuativi.


Dato che giocare con le parole della cultura ambientalista è diventato comune, il nucleare in questione sarebbe “sostenibile” ma non è dato sapere perché: un gioco di parole, appunto. Può essere utile a far credere che si tratti di qualcosa di diverso dal solito. Il tema è complesso, ma va detta subito una cosa precisa: il nucleare attuale non ha risolto nemmeno uno dei problemi che aveva trent’anni fa, o venti anni fa, all’epoca dei referendum che lo bocciarono due volte. Le scorie radioattive, la dismissione delle centrali a fine vita, il deposito geologico definitivo, il territorio del Paese che lo ospita che nel caso nostro non ha un chilometro quadrato che non sia sismico, gli alti costi per cui è necessario l’intervento statale. Gli SMR, gli Small Modular Reactors di cui si parla, non hanno nulla di innovativo se non la taglia, più contenuta rispetto al nucleare degli ultimi decenni (in precedenza, 300 MW era una taglia normale) e la costruzione modulare. Non ne esiste nemmeno uno in funzione nel mondo occidentale, alcune unità si trovano in Russia e in Cina. Siamo ancora al livello di prototipo, ma pare che producano molte più scorie radioattive di quanto producano gli impianti atomici tradizionali. Infatti, uno studio della Stanford University e della University della British Columbia  dal titolo “Nuclear waste from small modular reactors” analizza la gestione e lo smaltimento dei rifiuti nucleari prodotti arrivando alla conclusione che gli SMR, paragonati ai PWR su scala del Gigawatt, aumenteranno i volumi delle scorie. In particolare, il volume di combustibile nucleare spento aumenterà di un fattore 5,5, il volume dei rifiuti ad alta attività aumenterà di un fattore 30 e il volume dei rifiuti a bassa e media intensità aumenterà di un fattore 35. La questione investe ovviamente le caratteristiche che dovranno avere i depositi, temporanei e definitivi, di cui l’Italia dovrà - nel caso l’intento del governo andasse a buon fine - dotarsi. Questo aspetto va ad unirsi al tema dei costi, di cui abbiamo parlato nel post precedente (“Energia nucleare a buon mercato?”).  

Il tema dell’energia da fissione è e rimarrà per lungo tempo aperto, oggetto di studio, e si tratta di decidere se entrare nuovamente o no nella partita.

Se effettivamente tornerà il nucleare da fissione in Italia è dunque il punto centrale. In proposito, suggerisco di leggere l’articolo di Qualenergia (indirizzo in calce) che condivido e che riassume bene la questione. 


Infine, vale la pena ricordare perché in Francia, Paese tra i più nuclearizzati al mondo, il prezzo dell’energia elettrica è più basso che nel nostro Paese: vige una fortissima regolazione statale sul prezzo dell’energia con vari meccanismi fra cui il Regulated Access to Historic Nuclear Electricity ARENH, dall’inizio del 2026 sostituito dal VNU Versément nucléaire universel, mentre una parte è regolata da tariffe fisse concordate tra gestore e consumatore, e solo una quota ampiamente minoritaria è soggetta alle regole del mercato elettrico. Al contrario, noi dipendiamo, letteralmente anche nella formazione del prezzo, dal gas naturale che segue il mercato che a sua volta segue l’andamento del contesto politico internazionale, soprattutto dei Paesi fornitori. Uscire dalla dipendenza dal gas deve essere uno degli obiettivi primari per il futuro prossimo.



https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/



mercoledì 8 ottobre 2025

Il black out in Spagna non è stato causato dalle rinnovabili

 Fra le cause ipotizzate per il black out che ha colpito la Spagna e il Portogallo la scorsa primavera la grande diffusione delle rinnovabili ha conquistato i titoli dei giornali. A molti è sembrata la spiegazione perfetta di qualcosa che non funziona a dovere (chissà perché) e il rilancio di questa idea non verificata è stato piuttosto esteso.

Ora arriva un rapporto tecnico di Entso-E  (rete europea dei gestori dei sistemi di trasmissione elettrica) che esamina ciò che è accaduto in termini precisi, e lo si può scaricare al link in calce.

In breve, il rapporto chiarisce che non c’entra la rilevante quantità di rinnovabili nel sistema elettrico iberico con l’interruzione su larga scala dell’elettricità  accaduta lo scorso aprile, ma che il sistema stesso ha elementi di debolezza che hanno generato guasti dando il via ad una sequenza di eventi a catena, che in una specie di effetto domino hanno portato al black out. Senza entrare nei dettagli tecnici, le difficoltà  emerse sono state descritte con chiarezza. Secondo questa analisi, il livello di solare ed eolico era in linea con le medie stagionali. 

Dunque la Spagna dovra’ fare i conti con i problemi del suo sistema elettrico, ma per fare questo non dovrà rinunciare alle fonti rinnovabili. 


Per contro, il think tank Ember ha pubblicato un’analisi sull’andamento dei prezzi dell’elettricità, da cui emerge che la Spagna ha già disaccoppiato elettricità e gas, grazie proprio alla grande diffusione delle rinnovabili.

In particolare, come riporta un articolo della rivista Qualenergia, la crescita di eolico e solare ha ridotto del 75% l’influenza di gas e carbone, a partire dal 2019. Nella prima metà del 2025 - riporta l’articolo -  le fonti fossili hanno determinato il prezzo solo nel 19% delle ore, contro il 75% nel 2019. Il risultato è stato un calo significativo dei costi: i prezzi all’ingrosso in Spagna sono stati 32% inferiori alla media UE, e tra i più bassi d’Europa.

In pratica, si legge, “tra il 2019 e il 2025, la Spagna ha ridotto di tre quarti le ore in cui il prezzo dell’energia era fissato dal gas, passando dal 75% delle ore nel 2019 al 19% nel primo semestre 2025. Nello stesso periodo, il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità si è attestato a 62 €/MWh, ben sotto al costo medio di produzione a gas, pari a 111 €/MWh, e inferiore del 32% rispetto alla media europea”.

Si tratta di un risultato non da poco, in un periodo di prezzi alti dell’elettricità che sono dovuti a considerazioni e conseguenze sostanzialmente di economia tradizionale della situazione geopolitica internazionale. Al contrario, l’energia, e l’economia ad essa legata, dovrebbero fare un salto di qualità abbandonando vecchi schemi in favore di processi, variabili, e leggi più consoni ad un sistema energetico con forte quota di fonti pulite. La transizione, di cui si parla spesso, implica non uno ma una serie di cambiamenti, indispensabili nel momento in cui i precedenti meccanismi non sono più adeguati. 

Il caso della Spagna è significativo, dunque, per due motivi: la necessità di prevenire per quanto possibile il rischio di black out di un sistema elettrico, e gli effetti che una quota importante di rinnovabili possono avere sulla formazione dei prezzi. Un case-study che può insegnarci molto.


Gli articoli citati si trovano ai seguenti link:


https://www.entsoe.eu/news/2025/10/03/28-april-blackout-in-spain-and-portugal-expert-panel-releases-comprehensive-factual-report/



https://www.qualenergia.it/articoli/spagna-spezza-legame-gas-prezzi-elettrici/


venerdì 29 marzo 2024

L’approvvigionamento energetico dopo l’attacco russo all’Ucraina

 In un contesto conflittuale e di grave pericolo nei rapporti fra la Russia e l’Occidente quale quello che stiamo vivendo ormai da tempo, i temi della difesa comune dell’Unione Europea e dell’approvvigionamento energetico sono centrali, ed almeno il secondo è allo stesso livello del primo, anche se se ne parla assai di meno. La dipendenza dell’Unione e in particolare dell’Italia dalle risorse energetiche russe raggiungeva livelli incredibili (si importava il 40% del gas) prima dell’aggressione all’Ucraina e capaci di mettere seriamente in difficoltà il sistema economico in caso di ostacoli, e da molto tempo evidenziavano la necessità (ora diventata impellente) di diversificare le fonti e i Paesi di provenienza di alcune di esse. Diversificare le fonti, in particolare aumentando la quota di rinnovabili e incrementando l’efficienza, è l’unico modo che ha un territorio che, come il nostro, possiede solo quantità marginali di fonti fossili tradizionali, e non può essere che una scelta positiva, anche a prescindere dal minor impatto ambientale. 

Ora lo stiamo facendo, e in tempi stretti come mai prima d’ora. 


Al livello europeo,  come si legge sul sito del Consiglio Europeo, “La percentuale di gas russo da gasdotto nelle importazioni dell'UE è scesa da oltre il 40% nel 2021 all'8% circa nel 2023. Per quanto riguarda il gas da gasdotto e il GNL combinati, la Russia ha rappresentato meno del 15% delle importazioni totali di gas dell'UE. La riduzione è stata possibile soprattutto grazie a un forte aumento delle importazioni di GNL e a una riduzione generale del consumo di gas nell'UE.”

Dunque, in meno di due anni, l’UE ha ridotto moltissimo l’importazione di gas naturale dalla Russia, aumentando le importazioni via nave di GNL e riducendo il consumo. Dal che, emerge con evidenza che si può ridurre i consumi.

Dall’infografica interattiva alla pagina indicata al link in calce, si rileva che le maggiori variazioni che hanno consentito questo risultato sono l’incremento delle importazioni dagli Stati Uniti e proprio la riduzione dei consumi complessivi. In particolare, si legge anche che nel giro di un anno da agosto 2022 e gennaio 2023 i paesi dell'UE hanno ridotto collettivamente la quantità di gas naturale consumato nell'UE del 19%, vale a dire di 41,5 miliardi di metri cubi, con percentuali diverse nei vari Paesi.

La sicurezza dell’approvvigionamento e l’autonomia energetica, per quanto possibile, sono fondamentali, e ancor più, decisive nel ruolo e nella collocazione geopolitica internazionale dell’Europa, tanto quanto la famosa difesa comune che è arrivato il momento di porre in essere al più presto.


L’Italia ha applicato le indicazioni europee con un Piano di contenimento dei consumi che, insieme agli effetti degli alti costi energetici,  ha raggiunto l’obiettivo di ridurre i consumi di gas nello stesso anno di oltre il 18%, dunque in linea con la media UE. Siamo inoltre il secondo Paese dell’Unione per stoccaggio di gas (il primo è la Germania) prima dell’inverno appena trascorso, e abbiamo registrato un notevole incremento delle installazioni di fonti rinnovabili - senza i sussidi pubblici. Probabilmente, a guidare il tutto è stata più la dinamica dei prezzi che le indicazioni politiche, ma la situazione appare in evoluzione. Inoltre, abbiamo aumentato le importazioni da Paesi diversi e ridotto notevolmente quelle dalla Russia - che però non sono state azzerate. Algeria, Azerbaijan, Norvegia, Libia e Russia, che contribuisce per meno di un decimo di quanto faceva prima.

Evitare di dipendere fortemente da un solo Paese, e cercare di ridurre le necessità complessive di gas, sono linee guida indispensabili in questa fase. Anche questo aspetto va a beneficio della sicurezza energetica, che si trova alla base della sicurezza di un Paese.

Quanto prima l’Unione si doterà davvero di una politica energetica comune e di una difesa comune, tanto prima raggiungeremo gli obiettivi legati al ruolo internazionale e al benessere della cittadinanza che ci siamo dati.


Il link indicato nell’articolo:


https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/eu-gas-supply/





venerdì 9 febbraio 2024

UE: eolico supera il gas nella produzione elettrica

 L’anno appena trascorso ha visto il raggiungimento ed il superamento di una serie di valori-soglia importanti nei Paesi dell’Unione Europea ben descritti nell’articolo di Qualenergia “Eolico batte gas, carbone ai minimi storici: l’elettricità dell’UE nel 2023” (in calce), che cita a sua volta un rapporto di Ember, organismo indipendente di studio sulle politiche energetiche che abbiamo già incontrato più volte, dal titolo “European Electricity Review 2024”.

Dice l’articolo che le fonti energetiche fossili per la prima volta sono calate fino a contribuire per meno di un terzo della produzione complessiva di elettricità, che l’eolico ha superato il gas generando 475 TWh contro 452 TWh, registrando un’aumento di 55 TWh, che eolico e fotovoltaico insieme hanno contribuito per oltre un quarto, precisamente per il 27%, alla generazione complessiva, e che tutte le rinnovabili insieme hanno superato il 40% della produzione totale arrivando al 44%. Da notare che si tratta di valori di produzione di energia elettrica, e non di potenza installata, quindi confrontabili direttamente con la generazione da fonte fossile.

Questi dati vanno affiancati ad un calo della domanda di quasi 2.700 TWh, corrispondenti a -3,4% rispetto al 2022.


Nello specifico, la produzione di energia da carbone ha raggiunto il minimo storico di 333 TWh, con un crollo nel giro di un anno di -26%, contribuendo alla generazione complessiva con il 12%. Anche il gas è diminuito, con 452 TWh corrispondenti ad una riduzione di -15% sull’anno precedente, e ad un contributo sul totale del 17%.







Nel grafico, che evidenzia con i colori il fatto nuovo che il vento, ossia una fonte energetica naturale e pulita, ha superato il gas nella generazione elettrica in Europa, si possono notare alcune altre caratteristiche. Innanzitutto, i valori di partenza riferiti all’anno 2000, nettamente diversi e distanti fra le fonti energetiche: bassissimi per vento e sole, intermedi per il gas e l’idroelettrico, elevati per nucleare e carbone. In secondo luogo, gli andamenti nel tempo: oscillante ma sostanzialmente stabile per la fonte rinnovabile storica, l’idroelettrico, calante per il nucleare, fortemente calante per il carbone, mentre il gas oscilla notevolmente nella fascia intermedia, e infine fortemente crescente per solare ed eolico. Questi dati ci dicono che la ormai famosa transizione ecologica è in corso, non si arresta - ricordate i timori di una frenata o di un arretramento ai tempi del lockdown del Covid? - e anzi procede nonostante tutti gli ostacoli, che comunque ci sono, basti pensare alle difficoltà che ci siamo trovati davanti quando abbiamo pensato di allontanarci dalla dipendenza  dalla Russia. Questo è il dato positivo: una volta iniziato il percorso, la via è tracciata, e non si torna indietro.

Il secondo elemento positivo che emerge dai dati è il calo delle emissioni inquinanti e climalteranti: si registra infatti un crollo record delle emissioni di -19%. Non è detto che si tratti di una tendenza stabile anno per anno, ma è molto probabile che si inserisca in una tendenza su un periodo più lungo di diminuzione delle emissioni provenienti dalla generazione elettrica.


Come dice Sarah Brown (Eu Programme Director di Ember, traduco dal sito) “La crisi energetica e l’invasione russa dell’Ucraina non hanno portato ad una rinascita di carbone e gas - anzi, ne siamo lontani. Il carbone sta uscendo dalla produzione, mentre eolico e solare crescono, e il gas è prossimo al declino. Ma non è tempo di compiacersi.” 

Penso che sia tempo di continuare a lavorare per creare un sistema efficiente di produzione energetica libera dalle fonti fossili, e questi dati mostrano che è possibile. 



Il rapporto di Ember si trova al seguente indirizzo:


https://ember-climate.org/insights/research/european-electricity-review-2024/


L’articolo che lo riassume sul sito di Qualenergia:


https://www.qualenergia.it/articoli/eolico-batte-gas-carbone-minimi-storici-elettricita-ue-2023/





sabato 26 febbraio 2022

Cari partiti, ne avete la responsabilità

“IMPRUDENTE NON AVER DIFFERENZIATO MAGGIORMENTE LE NOSTRE FONTI DI ENERGIA” (Mario Draghi, informativa in Parlamento sulla situazione in Ucraina).


Surreale che il Parlamento abbia applaudito, visto che i partiti principali, nessuno escluso, e numerosi parlamentari sono i responsabili diretti della carenza ultradecennale della politica energetica italiana. Costoro hanno relegato per anni l’energia agli ultimi posti nell’agenda politica, quando non hanno apertamente ostacolato lo sviluppo delle rinnovabili e l’estensione dell’efficientamento, in contrasto con le tesi ambientaliste costantemente accantonate se non evitate all’interno dei partiti che hanno governato l’Italia negli ultimi trenta anni.

Qualcosa si è fatto ma con difficoltà, ritardi, e portando avanti una continua battaglia ad ogni livello, anche regionale e locale, contro tesi superate ma in voga fra la maggioranza degli esponenti politici. Fermo restando che ora importiamo il 40% del gas dalla Russia, e questo è un fatto.


Non per polemizzare, ma perché è giusto che ciascuno si assuma le proprie responsabilità.


A breve farò seguire un’analisi più dettagliata.


martedì 21 settembre 2021

Le cause del rincaro delle bollette richiedono interventi ad ampio raggio

 Il gravoso rincaro delle bollette di luce e gas di cui si parla da qualche giorno ha le sue cause, e dovrebbe spingerci a rimettere mano al tema energetico nel nostro Paese, visto che un evento che tocca direttamente tutti noi può ricevere più attenzione che non gli indispensabili appunti sulla conversione alla sostenibilità dell’intero sistema.

La quota sarebbe notevole - si parla di un 30% o 40 % - e il Governo sta lavorando per contenere i rincari che ricadono direttamente sulle famiglie.

La questione della struttura della bolletta è uno degli aspetti da considerare, rivedendo le varie voci e riequilibrando i pesi, ed è auspicabile che si intervenga in modo razionale e non una tantum al bisogno. 

Naturalmente, l’altro punto da esaminare, il più corposo e pregnante, consiste nel sistema energetico stesso che porta calore, carburanti ed elettricità a coprire i bisogni dei cittadini, dell’industria, dell’agricoltura. Il cambiamento in corso da anni ai fini della sicurezza e della sostenibilità ambientale va tenuto costantemente d’occhio ma soprattutto va calibrato in modo tale che la transizione ecologica sia accettabile sotto ogni profilo a partire da quello sociale, e perché no, persino desiderabile se riesce a delineare una migliore qualità della vita e uno sviluppo privo delle drammatiche conseguenze ambientali e sanitarie che già stiamo sperimentando.

La transizione ecologica ha un costo - come molti stanno affermando - che sarà più alto se continuiamo a promuovere la “vecchia” economia. Nel recente periodo, il sistema energetico italiano ha visto il gas sorpassare il petrolio, e le fonti rinnovabili conquistare percentuali importanti. Dal punto di vista delle fonti primarie, questo però non basta a modificare sensibilmente la sostanza: sottraendo infatti una quota di circa il 20% sul totale proveniente da fonti rinnovabili (con cui abbiamo superato l’obiettivo comunitario del 17%), il restante 80% è energia di importazione, vale a dire gas e petrolio prevalentemente acquistati all’estero, oltre ad una piccola quota di energia elettrica dai Paesi vicini. Questo ci espone ad almeno due fattori incisivi: primo, il prezzo della fonte primaria, oggi in crescita con la ripresa mondiale dopo la pandemia, e secondo, il prezzo della CO2 emessa, ora consistente dopo la riforma del sistema europeo di scambio delle emissioni Ets. E’ chiaro che continuare ad operare come prima, almeno in parte, ci espone sia ai problemi che abbiamo sempre avuto sia a quelli nuovi generati dalle politiche che intendono abbattere le emissioni climalteranti. 

Il prezzo delle quote di CO2, per inciso, è passato nel giro di un anno da 20 ad oltre 50 Euro per tonnellata, un fatto voluto per far finalmente funzionare un meccanismo pensato per ridurre in misura consistente le emissioni, dopo anni in cui il valore estremamente basso vanificava il tutto. Questa è la strada intrapresa, e non si tornerà più indietro.

Dunque, per spendere meno e meglio dobbiamo impegnarci per cambiare il sistema, senza perdere mai il filo. In particolare, la quota delle rinnovabili deve aumentare, insieme all’efficienza a monte e a valle di produzione e consumi. Al contrario di quanto alcuni scrivono a proposito di un presunto salasso dovuto alle politiche ambientali, le fonti pulite sono le uniche che possono modificare radicalmente un sistema eccessivamente dipendente dall’estero, tenuto conto anche che gli oneri derivanti dagli impatti ambientali delle fonti fossili sono sempre più elevati e ricadono sulla collettività, se non in bolletta, attraverso la fiscalità generale. IL vero salasso ce lo proporrà il cambiamento del clima terrestre se non resteremo entro il livello di guardia di +1,5°C di innalzamento della temperatura media.


Le considerazioni geopolitiche, inoltre, non sono certo una nota a margine. Oltre il 40% del gas che consumiamo proviene da un unico Paese, la Russia. Questo ci espone a variazioni del prezzo legate eventualmente alla quantità che viene resa disponibile, cioè all’offerta. Non è un tema da poco per un Paese come il nostro (e per quasi tutta Europa), e non sarebbe certo un nucleare ormai chiuso da decenni a risolverlo. Se non si presenteranno novità clamorose come la fusione nucleare, per ora occorre ragionare bene su ciò che si può fare adesso - non fra quindici anni - e trovare le strade per realizzarlo. Diversificare i Paesi da cui acquistiamo il gas può essere utile, ma sul lungo periodo acquisire una maggiore indipendenza sarebbe un beneficio notevole.

Consumi efficienti quindi bassi, e rinnovabili in ogni settore, termico ed elettrico, con una rivoluzione nei trasporti che ci consenta finalmente di liberarci dalla dipendenza dalla benzina o dagli altri derivati del petrolio. Non si tratta di un compito facile. La transizione ecologica non è cosa facile. 


martedì 16 maggio 2017

Presentata in Parlamento la nuova Strategia Energetica Nazionale 2017



La Strategia Energetica Nazionale 2017 sta prendendo forma. Dopo l’audizione parlamentare del primo di marzo scorso, il 10 maggio, di fronte alle Commissioni riunite Ambiente e Attività Produttive della Camera, si è svolta la seconda audizione dei Ministri Carlo Calenda (Sviluppo Economico) e Gian Luca Galletti (Ambiente).
Come recita il testo delle nuove slides (scaricabili all’indirizzo in calce), assai più corposo del precedente, dalla prima audizione parlamentare ad oggi sono stati sviluppati i contenuti preliminari della SEN 2017.  La Strategia Energetica Nazionale è un fondamentale documento programmatico sull’energia che si prevede verrà aggiornato nel 2020, e poi nel 2023.
A partire da ora, saranno soltanto 30 i giorni disponibili per la consultazione.

Sono già emersi i primi commenti in proposito, da parte degli stakeholders coinvolti, o semplicemente da coloro che seguono il tema. Il fatto che si tratti di un tema a forte caratterizzazione tecnica lo rende un po’ tradizionalmente ostico perciò scarsamente diffuso, mentre in realtà si tratta di uno dei maggiori interessi che riguardano la nazione, l’Europa, e noi tutti.
Alla lettura delle slides, una premessa incoraggiante va fatta. Seguendo da vent’anni gli scenari di politica energetica delineati di volta in volta dai vari governi che se ne sono occupati nel nostro Paese – considerati nel contesto dell’Unione Europea – mi viene quasi spontaneo rilevare il cambiamento che progressivamente ha assunto il percorso riguardante l’energia: da tesi “fossili”, con impostazioni fortemente consumistiche, costruite sulla base di un’ottica che associava alti consumi energetici a sviluppo economico e civile, siamo passati lentamente ma con costanza a tesi maggiormente “rinnovabili”, fondate su criteri di promozione dell’efficienza e del risparmio a tutela dell’ambiente, in un’ottica che associa consumi efficienti e rinnovabili a sviluppo economico e civile. Un cambiamento non di poco conto, che viene spesso definito un “cambio di paradigma” rimarcandone l’importanza e la nettezza; un cambiamento che non ha ancora raggiunto l’obiettivo, ma che è sicuramente un processo in atto. Tesi un tempo sostenute da pochi “ambientalisti” oggi sono scritte sui documenti ministeriali o comunitari, e sui trattati internazionali. Il cammino è ancora lungo (si può fare di meglio? Certamente , si può sempre fare di meglio), ma la strada è stata intrapresa. Questa nuova SEN, nel complesso e per ora (visto che non è ancora definitiva), vede alcuni punti da approfondire e migliorare su un impianto sostanzialmente corretto, e sicuramente migliorativo rispetto ad altre pianificazioni in materia viste in passato.

Ad un primo esame, la nuova SEN presenta una serie di caratteristiche interessanti e alcune criticità, collocate su una linea di fondo che si può considerare positivamente.
La prima opzione che emerge con evidenza è la prospettiva di terminare il ricorso al carbone tra il 2025 e il 2030. Vengono presentati tre scenari con uscita parziale e con uscita totale dal carbone, con la seconda che ci verrebbe a costare fra i 2,3 e i 2,7 miliardi di euro in investimenti in sicurezza e adeguatezza, con investimenti sulla rete o in nuove centrali e infrastrutture energetiche necessarie. Questo punto viene ovviamente apprezzato, almeno dalle associazioni ambientaliste: smettere il ricorso al carbone per produrre energia significa eliminare la fonte energetica più inquinante.

Il gas naturale resta fra le principali risorse, vista sia nell’ottica di sostegno alle rinnovabili, sia in quella della sicurezza dell’approvvigionamento.  Si prevede l’apporto dalle nuove linee di importazione, in vista anche delle scadenze di contratti a lungo termine, e si prevede un aumento delle importazioni di GNL per sfruttare l'opportunità di un mercato in oversupply fino a metà anni '20.
Le slides prendono in considerazione anche il settore trasporti, uno dei più problematici sul piano dell’adeguamento agli obiettivi ambientali, dove si parla di biocombustibili nell’attesa anche del decreto sul biometano (in verità, atteso da tempo), mentre gli obiettivi sull’elettrico sono piuttosto vaghi, in assenza di riferimenti ad eventuali incentivazioni. Questo aspetto richiede un approfondimento, visto che un’elettrizzazione spinta del parco veicolare italiano incide ovviamente sul sistema elettrico.

Riguardo le fonti rinnovabili, gli obiettivi sono in linea con quelli europei: sui consumi complessivi lordi al 2030 si prevede un 27,0% (ad oggi la stima è del 17,5%). Differenziando gli obiettivi per settore, sull’elettrico il 33,5% attuale dovrebbe diventare 48-50%, sulla climatizzazione si passerebbe dal 19,2% attuale al 28-30%, sui trasporti dal 6,4% (bassissimo dato attuale) al 17-19%.
Nella nuova SEN si parla inoltre di promuovere i grandi impianti fotovoltaici, introducendo contratti a lungo termine da attribuire tramite aste, mentre per i piccoli impianti è prevista la “promozione dell’autoconsumo”.

Il contesto in cui si opera nella produzione elettrica vede già da tempo una riduzione del parco termoelettrico, con una tendenza in atto che pone un tema di adeguatezza, anche nella gestione delle fonti rinnovabili, che sono variabili per loro natura.

Al fine di migliorare l’efficienza energetica in ogni settore, si ipotizza l’introduzione di un Fondo di garanzia a sostegno degli interventi di efficienza energetica nell’edilizia, con il coinvolgimento di istituti finanziari per un eco-prestito a tasso agevolato. Si pensa anche a stabilizzare il sistema delle detrazioni fiscali, con una revisione degli stessi. E’ chiaro che questi aspetti devono essere approfonditi, in particolare se finalizzati allo scopo di mettere in atto meccanismi capaci di smuovere gli investimenti per migliorare l’efficienza ed il risparmio energetico.

Nel documento non c’è alcun cenno alle trivellazioni.

Seguiremo gli sviluppi. Il materiale presentato alle Audizioni parlamentari si può scaricare ai seguenti indirizzi:







In evidenza

Auto elettriche UE: qualcosa si muove

  Sappiamo che il traffico veicolare contribuisce per circa un quarto alle emissioni di CO2 europee, e circa lo stesso o poco sotto con il 2...

Più letti