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martedì 10 dicembre 2024

Crisi dell'auto e regole ambientali: agli anni '50 non si tornerà

Si parla spesso della crisi che sta investendo il settore dell’automobile (Stellantis, Volkswagen, per citarne due) e delle conseguenze negative che le scelte politiche a protezione del clima e dell’ambiente avrebbero sul settore. La conseguenza che si trae di solito è che sia sbagliato imporre regole e limiti che vanno a colpire un settore industriale che è alla base della nostra economia e che impiega, fra industrie dedicate e indotto, migliaia di posti di lavoro.

Partiamo da alcune assunzioni: l’economia tradizionale si basa sul consumo delle risorse e sull’emissione di sostanze inquinanti in atmosfera – su questo abbiamo fondato lo sviluppo finora – il settore delle automobili a combustione interna produce oggetti altamente impattanti, sia durante l’utilizzo, sia in fase di smaltimento, il sistema economico così fondato produce “costi esterni” che ricadono sulla collettività e che sono conseguenza delle alterazioni ambientali, come danni alla salute, danni ai sistemi naturali, danni da cambiamento climatico. Questi ultimi sono sempre più gravi e sono ormai sotto gli occhi di tutti.


Dunque, vogliamo cambiare. Per cambiare occorrono regole e limiti, ma porre regole e limiti senza portare avanti un’adeguata politica industriale non può che portare agli esiti attuali, con crisi nei settori, in questo caso dell’auto. Risulta persino ovvio.

La riduzione delle emissioni deve procedere insieme ad un riorientamento delle produzioni, nel processo e nel prodotto, sia per evitare problemi sia per trarre profitto dal cambiamento. La transizione ecologica è esattamente questo.

Nello specifico dell’auto, la questione si interseca con una non trascurabile modifica dei bisogni: l’attuale produzione di automobili ha come target di consumatori un insieme che si sta riducendo sempre più. L’auto non è più uno status symbol come è stato in passato, i suoi impatti sono noti a tutti, il suo acquisto comporta un investimento notevole. Le auto oggi in produzione rispecchiano visione e valori di trenta-quaranta anni fa. In Germania, così come in tutto il Nord Europa, non è raro che interi quartieri cittadini siano privi di auto per scelta degli abitanti, che si spostano con i mezzi pubblici.


Come si possa pensare che le cose restino eternamente come sono, con l’economia del dopoguerra, è un mistero. Ovviamente, accade il contrario, le cose si evolvono e oggi servono esperti di economia sostenibile che operino per il mondo di oggi e del futuro, esattamente come altri operarono per tirarci fuori dalla povertà in passato.


Non si può risolvere il problema negandone un altro ben più grave, ovvero l’altissimo grado di inquinamento che abbiamo già prodotto e che va ad alterare il sistema climatico dell’intero pianeta, lo si può risolvere intervenendo per modificare un sistema industriale ed economico che in buona parte si sta già riorientando (spesso precedendo la politica) da solo.

Dunque, regole sì, ma accompagnate da politiche industriali adeguate al mondo di oggi, non agli anni ‘50, nonostante i molti che si oppongono – probabilmente solo per proteggere interessi consolidati.





martedì 18 aprile 2023

Inizia il calo delle emissioni del settore energetico? Probabilmente sì.

 Crescono le rinnovabili e raggiungono percentuali non certo trascurabili dell'energia elettrica: secondo Ember, nel 2022 la quota è stata del 12%, con un incremento notevole rispetto all'anno precedente che registrava un 10%.

Il think tank sulla sfida energetica Ember ha pubblicato il nuovo Rapporto sullo stato del settore di produzione di energia che prevede che già quest'anno potremmo entrare in una nuova era di calo continuo della produzione da fonti fossili e di conseguenza delle emissioni derivanti dal settore. Sulla strada della decarbonizzazione, lo scenario dell'IEA (International Energy Agency) "Net Zero emissions" pone l'obiettivo di zero emissioni per il settore energetico al 2040, mentre lo zero delle emissioni dell'economia nel suo complesso dovrebbe configurarsi nel 2050. Si tratta di obiettivi molto sfidanti, da cui emerge l'importanza e l'urgenza di un decremento continuo nel settore energetico.

Le notizie riportate sono parzialmente positive: l'intensità di carbonio della generazione di elettricità non è mai stata così bassa come nello scorso anno, quando ha raggiunto "solo" 436 gCO2/kWh, cioè l'energia più pulita che nel complesso sia mai stata prodotta, dovuta principalmente all'aumento record di solare ed eolico. Nonostante questo, le emissioni del settore sono cresciute del 1,3%, per via del fatto che sono complessivamente aumentati i consumi.  Il ricorso al carbone è cresciuto del 1,1%, in linea con gli anni precedenti, ma molto meno di quanto ci si aspettasse al principio della crisi energetica, mentre il gas è quasi stabile. 

Ma soprattutto, gli autori del rapporto ritengono che il 2023 sarà l'inizio di un calo delle emissioni provenienti dal settore di produzione di energia che continuerà in futuro, dando il via ad una nuova era di emissioni via via decrescenti.

Per quanto riguarda altre fonti, come il nucleare tradizionale (fissione), che non emettono carbonio ma presentano altri problemi di difficile soluzione, si registra in questi giorni la notizia che la Germania abbandona i reattori decidendo di chiudere le ultime tre centrali ancora attive.  La strada sembra chiara: verso le fonti pulite e l'efficienza energetica.

Per saperne di più sul rapporto Ember:

https://ember-climate.org/insights/research/global-electricity-review-2023/




domenica 25 luglio 2021

Fra il G20 di Napoli e le politiche attive c’è uno spazio fortunatamente occupato dall’Europa

 Due punti di disaccordo, ma due punti non di poco conto: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale ed eliminare il carbone dalla produzione di energia al 2025. Due articoli chiave che, purtroppo, sono stati stralciati dal documento finale altrimenti non tutti i Paesi avrebbero firmato. Ora i punti di accordo sono 58 invece di 60, di carattere impegnativo ma abbastanza generico. E’ una costante di questi vertici che si cerchi di affossare ogni impegno preciso, ed in questo senso il G 20 a presidenza italiana non ha modificato le cose. Ora, se non tutto almeno una parte essenziale è rinviata alla Cop 26 di Glasgow, senza che l’incontro di Napoli abbia avuto la possibilità di incidere più di tanto. 

Il Ministro Cingolani parla in termini ottimistici dello stato delle cose, speriamo tutti con lui della volontà di impegnarsi di tutti i Paesi del mondo, anche se i dubbi restano soprattutto in funzione temporale: le leggi di Natura, ineludibili come ha detto lui stesso in un’intervista, non aspettano certo noi per fare il loro corso. 


Per farsi un’idea se non si segue regolarmente questi temi, siamo già oggi intorno al grado Celsius al di sopra della media, e questo semplice dato si trova all’origine di un cambiamento del sistema climatico che comporta fenomeni estremi più intensi e più frequenti, senza sconti per nessuno. Ora i nubifragi, gli uragani, gli incendi, i 50° di temperatura non sono più tema da geografia tropicale ma argomento che preoccupa cittadini e governi d’Europa, oltre che d’America, di Russia, di Canada, e di molti altri Paesi. La desertificazione avanza, si distruggono l’Amazzonia e le altre foreste primarie (tanto per dare una mano), o si deviano i fiumi dal loro letto per fare miniere, come è successo in Germania. Sì perché l’alluvione che ha devastato una zona prospera della Germania e del Belgio, causando 170 vittime nella prima e 27 nel secondo, ha certamente due padri: il cambiamento climatico che oramai è una vera crisi globale e la deviazione del letto del piccolo fiume Inde effettuata nel 2005 per fare una miniera a cielo aperto. Nella Germania capofila delle energie rinnovabili in Europa (quindi nel mondo) e spesso citata da noi ambientalisti ad esempio, si praticano ancora scavi di miniera alterando profondamente il territorio, si usa ancora una notevole quantità di carbone per la produzione energetica, e non si contano i grandi impianti industriali inquinanti, in numero e dimensioni ben superiori a quelli presenti nel nostro Paese. Nel caso in esame, evidentemente al fiume Inde - nell’antichità si ritenevano i fiumi veri e propri dèi, e forse non avevano tutti i torti - non piaceva il nuovo assetto del territorio e si è ripreso quanto era suo, punendo gli umani per la loro irrispettosa azione. 

Sta di fatto che siamo già nei guai con un solo grado di incremento della temperatura, figuriamoci con un grado e mezzo - ipotesi migliore - o con due - ipotesi che viene dopo la migliore - ovvero con il rispetto da parte di tutti dell’Accordo di Parigi. Che comunque è quanto di meglio siamo riusciti finora a mettere nero su bianco.


L’Europa comunque resta il traino mondiale su questo problema, e per questo va encomiata. Il 14 luglio scorso la Commissione europea ha adottato un insieme di misure legislative sul clima che va sotto il nome di “Fit for 55”, cioè siamo pronti per ridurre del 55% le emissioni di gas climalteranti al 2030 rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo di arrivare alla neutralità climatica al 2050. L’Unione così passa dalle parole ai fatti delineando il percorso per realizzare nel concreto il Green Deal. Il pacchetto contiene undici proposte riguardanti regolamenti, direttive esistenti e nuove per trasformare radicalmente il nostro sistema economico e produttivo e renderlo sostenibile. Per diventare operativo dovrà essere approvato da Parlamento e Consiglio - e arriverà il 2022 se va bene, quando si dice il tempo...


Stiamo cercando davvero di cambiare il mondo in meglio, e di rimediare ai danni già fatti. Se qualcuno si oppone, ne porterà la responsabilità. Ma siamo ottimisti e guardiamo avanti.


Per approfondire i temi di questo post, i seguenti link sono un primo passo:


https://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/clima/2021/07/23/cingolani-su-2-punti-non-abbiamo-trovato-accordo_03721ad1-4efd-4f6f-aedd-8588df82d20e.html


https://cdn.rinnovabili.it/wp-content/uploads/2021/07/Sintesi-del-documento-finale-G20-ENERGIA-E-CLIMA.docx


https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/07/16/alluvione-in-germania-limpressionante-ripresa-aerea-sul-fiume-inde-deviato-nel-2005-per-la-miniera-oggi-si-e-ripreso-il-suo-corso/6263747/


https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_21_3541





domenica 6 giugno 2021

La sfida, decisiva, di Draghi e dell’UE

 L’ultimo numero di Limes (“Il triangolo sì”, 4/2021) è dedicato a quella che viene definito il nucleo della koinè europea, ovvero il Triangolo costituito da Italia, Francia, Germania. Non c’è dubbio che siamo una comune civiltà che si trova geograficamente sul continente europeo, che invece di sentirsi “vecchia” (la “vecchia Europa”) dovrebbe saper guardare al futuro, in un quadro evolutivo.

Parto dalla fine, non della rivista ma del ragionamento, ovvero dalla necessità di dotarci di “un’amministrazione pubblica degna del nome”. Questo dovrebbe essere obiettivo prioritario, o incluso fra i prioritari, di coloro che governano per molte ragioni. Soprattutto una: il tempo. L’assunzione del problema infatti non è nuova, ma il tempo che passa rende sempre più urgente la sua soluzione. Il numero citato della rivista porta avanti una tesi, ovvero che il confronto con la Francia ci spinga a farlo - meglio prima che poi. Lo scopo è naturalmente molto elevato, ovvero che l’Italia faccia la sua parte (finalmente) nel contesto internazionale ed europeo, in altre parole, che sia in grado di farla. Un fine assolutamente condivisibile e auspicabile.

Il contesto attuale di rafforzamento delle relazioni con la Francia dovrebbe aprirci gli occhi, e le capacità politiche visto che si tratta di giocare un ruolo di equilibrio, e decisivo, in Europa e nei rapporti con gli USA. La sensazione, quasi istintiva, è che ci sia spazio per noi e che l’aspettativa sia che lo riempiamo adeguatamente. Includendo il rapporto con gli USA, per noi strettissimo, si capisce in quale contesto ci troviamo e dobbiamo agire. 


Le affinità/diversità culturali ovviamente hanno la loro importanza, ma andando al sodo i conti mostrano che i legami sono intensi per noi con la Francia e con la Germania. E salta fuori persino la mia regione: l’Emilia-Romagna ha una posizione decisamente rilevante nel ragionamento se, insieme al resto del Nord Italia, presenta un interscambio commerciale con la Germania di prima categoria (si trova in terza posizione dopo Lombardia e Veneto). Non per niente il treno tedesco arriva fino a Bologna, e parte da Bologna verso Austria e Germania, la rete viaria di collegamento da Modena attraverso il Brennero (Statale 12, Autostrada, ferrovia) è la principale, e non ultimo, le spiagge romagnole sono mete consolidate del turismo germanico. Anche la Francia ovviamente ha grandi rapporti con le regioni del Nord Italia, ma la sua presenza si estende in modo più uniforme su tutto il territorio della penisola. 

Sono rapporti spesso asimmetrici sul piano della forza, ma visti da una luce positiva, sono parte del processo unificante l’Europa, che viaggia su binari suoi propri spesso indipendentemente dai tracciati della politica. 


L’analisi però non è completa se non si esamina la questione energetica. Basta dare un’occhiata a qualsiasi cartina dei condotti di gas per vedere ad occhio quale tipo di legame fisico - altro che culturale o sentimentale - ci riguardi. Il nostro Paese importa poco meno della metà del gas dalla Russia, poi dal Nord Africa, dalla Norvegia, dall’Olanda. Più o meno lo stesso per l’Unione Europea tutta, che dipende per poco meno della metà del fabbisogno di gas dalla Russia, da cui lo importa tramite gasdotti che percorrono migliaia di chilometri attraverso vari Paesi dell’Est. Quindi si dipana una matassa, sul territorio geografico e su quello politico, che verso Est ha uno dei suoi fili principali.

Ovviamente importiamo anche petrolio, ancora necessario soprattutto per i trasporti. 

Per questo la politica energetica dell’Unione sarà fondamentale. Perché non ci sarà nessuna considerazione storica, culturale, di affinità, che potrà incidere di più di una pura e semplice dipendenza energetica. Per questo la politica energetica dell’Italia sarà fondamentale. Per le stesse ragioni. 


Da qui discende la questione climatica - nei ragionamenti politici - non il clima che richiede stabilità, ma il clima che offre la porta aperta per ridurre la dipendenza energetica, che è e resta un fattore chiave. Qui si fa l’Europa, con la e maiuscola. Un continente ad emissioni zero (quasi) significa che ha ridotto in misura rilevante i suoi consumi di gas e di petrolio, e questo fattore va a cambiare le cartine con i gasdotti, i porti del petrolio o di GNL. Energia sua propria significa principalmente, per l’Europa, solare, eolica, idro, veicolata per via elettrica, e bassi consumi ottenuti con l’efficienza.

In attesa di grandi novità dalla fusione o dall’idrogeno, ad oggi significa questo.

Si tratta di una strada da percorrere senza esitazione, perché in gioco c’è il nostro futuro. Macron, Merkel, Von der Leyen lo hanno capito, noi dobbiamo fare altrettanto. 

Qui entra in gioco l’apparato statale cui abbiamo fatto cenno all’inizio. Siamo in grado di gestire i lauti fondi che avremo a disposizione? Next Generation EU è alla nostra portata? Questo è il punto cruciale che deve affrontare Draghi con il suo governo. Con tutta la volontà possibile.


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