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domenica 6 settembre 2026

Supereremo la soglia dell’Accordo di Parigi, secondo l’Unep

 Il mondo è pronto a valicare il limite dei +1,5°C di temperatura, secondo l’Unep, e non si tratta certo di una buona notizia.

L’ultimo rapporto del programma ambientale delle Nazioni Unite, dal titolo “Limiting Overshoot”, ci pone di fronte ai nostri limiti, ovvero all’incapacità di rispettare le regole che noi stessi ci siamo dati, nella fattispecie, nell’Accordo di Parigi del 2015, che fissa proprio l’incremento +1,5°C come valore possibilmente da non superare, con un secondo valore di +2°C da non superare assolutamente. E’ vero, siamo complicati e estremamente dettagliati quando si tratta di stabilire regole e normative, molto meno quando si tratta di rispettarle. 

Il rapporto, uscito quattro giorni fa e reperibile al link in calce, in realtà non chiude tutte le possibilità, e la fatidica frase che ci ripetiamo da anni “siamo ancora in tempo” pare che valga ancora, almeno nell’evitare gli scenari peggiori. In effetti, lo studio sostiene che un percorso di abbassamento delle temperature sia ancora realizzabile, oltrepassando il limite, raggiungendo un picco e poi iniziando una decrescita che ci porterebbe al di sotto dei +1,5°C al più presto possibile. Chiariamo subito che la soglia di gran lunga preferibile è +1,5°C, mentre la seconda di +2°C sarebbe già foriera di disastri epocali sul piano climatico, e dunque non auspicabile nonostante sia scritta nell’Accordo. Lo stesso rapporto dice che al di sopra di +1,5°C i rischi legati ai fenomeni climatici estremi e la presenza di punti di svolta da cui non si torna crescono con ogni frazione di grado, lasciando intendere un andamento non lineare.

Il percorso da seguire richiede azioni note: riduzioni immediate e consistenti delle emissioni di CO2 e metano, con l’obiettivo di raggiungere emissioni nette zero, abbassamento delle temperature con una strategia di lungo termine di emissioni nette negative - in sintesi, il bilancio fra emissioni antropiche e assorbimenti naturali dei gas ad effetto serra dovrà essere in favore delle seconde, a cui si aggiunge un’azione di CDR, Carbon Dioxide Removal vale a dire di rimozione del carbonio dall’atmosfera, antropica. Dopo aver emesso carbonio a manetta per due secoli, dovremo agire per rimuoverlo con metodi adatti (e ce ne sono diversi).

Aspettando che tutto ciò si realizzi, dovremo adattarci, e questo sarà l’impegno irrinunciabile per i prossimi anni. Ma se l’adattamento alle nuove condizioni climatiche avviene mentre ci si adopera per limitare l’incremento della temperatura, suggerisce il rapporto, sarà molto più facile e meno oneroso per tutti. 


In ogni caso, nella prospettiva migliore il picco sarà di +1,8°C ( un valore già elevatissimo) prima di riportare tutto alla normalità. Non riprendo tutto l’elenco dei danni (lo si può leggere nel rapporto), ma rilevo che ci sono ancora commentatori che si preoccupano di quanto costi la trasformazione ecologica dell’economia, senza preoccuparsi di quanto costi non farla. Sappiamo da anni che la seconda opzione è molto peggiore della prima (il rapporto Stern è del 2006). 


Infine, il rapporto dell’Unep ci dice anche che è necessario un forte ed effettivo impegno politico, e qui arriva la nota dolente. Nessun politico viene eletto per questi temi, e i politici eletti preferibilmente scelgono di parlarne genericamente, fare piani di azione e poi metterli nel cassetto continuando tutto più o meno come prima. Senza che nessuno vada a vedere cosa c’era nel cassetto. Sono stati persi decenni preziosi così. Non sono mancate evoluzioni positive, come l’aumento del contributo delle fonti rinnovabili - comunque ancora non sufficiente - o le nuove regole di costruzione degli edifici, ma gli aspetti negativi perdurano come gli ostacoli continuamente frapposti alle rinnovabili stesse o il continuo e apparentemente inarrestabile consumo di suolo che praticamente tutti i Comuni attuano a ritmi forsennati. I piani edilizi, le varianti ai piani edilizi sono sempre e comunque caratterizzati da riduzione della superficie verde e impermeabilizzazione del suolo, mentre i piani del verde spesso mancano del tutto. Insomma la presentazione di nuove proposte e l’assunzione di impegni non diventano sempre atto concreto. In molti non hanno capito che l’orlo del baratro è reale. 


Aggiungo un’altra considerazione che si legge nel rapporto Unep, ovvero che gli  anni dell’inazione non costituiscono solo una soglia di temperatura più alta da contrastare, ma significano che anche se riusciremo a tornare al di sotto di +1,5°C il mondo subirà perdite irreversibili e condizioni cambiate per sempre. Comunità che hanno dovuto lasciare la propria terra, danni alla salute umana, depauperazione degli ecosistemi, innalzamento del livello dei mari e linee costiere che attraversano città o zone agricole, cambiamento del ciclo dell’acqua, lasceranno conseguenze che non ritorneranno alla condizione precedente al cambiamento climatico 



Il link del rapporto Limiting Overshoot:


https://www.unep.org/resources/limiting-overshoot-navigating-exceedance




domenica 12 aprile 2026

Le conseguenze ambientali di una guerra peseranno su tutto e tutti

 Cosa fanno le guerre, oltre ad ammazzare persone e distruggere il costruito? Inquinano, moltissimo, e non solo dove si fa battaglia. 

Come se non bastassero infatti le vittime e le macerie, già di per sé sufficienti a ripudiare, per usare le parole della Costituzione, l’attività più orrenda che l’uomo ha inventato, le guerre producono devastazioni ambientali, emissione di sostanze inquinanti e tossiche nell’aria, nell’acqua, nel suolo, e spreco di energia che va ad acuire i problemi già noti sul consumo delle risorse.

 

Dopo i dati dell’Ucraina (che la Russia insiste a colpire dopo oltre 4 anni), arrivano i dati dell’inquinamento prodotto con l’attacco degli Stati Uniti ed Israele all’Iran in uno studio del Climate and Community Institute pubblicato sul Guardian.

Solo le prime due settimane di conflitto hanno causato oltre 5 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra, prosciugando il bilancio globale del carbonio più velocemente degli 84 Paesi a minor impatto messi insieme, o se vogliamo vederla da un altro punto di vista, le stesse emissioni nello stesso periodo di un Paese di medie dimensioni con economia sostanzialmente fossile come il Kuwait. Come se al mondo avessimo aggiunto i consumi di 84 Paesi poco impattanti o di uno solo molto inquinante. Non ci basta avere un problema enorme da risolvere come la globalizzazione delle emissioni fino all’alterazione del sistema climatico, dobbiamo peggiorare le cose scatenando guerre. 

Il Guardian scrive che il Medio Oriente sta diventando una zona ambientalmente sacrificale gigante, dove milioni di persone ne subiranno le conseguenze per decenni se non per secoli, ma questo causerà danni a tutto il pianeta. Si tratta di un altro passo verso un pianeta più caldo, più invivibile, più instabile, con meno risorse, più iniquo, di cui le persone che prendono decisioni come questa saranno maggiormente responsabili, ma pur augurando loro il massimo di durata della vita possibile non ci saranno più.


Entrando nei dettagli, le emissioni principalmente provengono dalla distruzione di edifici civili, dal carburante per fare volare gli aerei, dai depositi iraniani di carburante bombardati (abbiamo visto tutti le immagini delle nubi e della pioggia nere come pece sopra Teheran), dai missili, le bombe, i droni. In tutto e in sole due settimane: 5.055.016 tonnellate di CO2 equivalenti.

Una follia che, purtroppo, da parte di un personaggio arrivato a guidare la più grande potenza del mondo affermando che il problema ambientale non esiste, non è che un pericoloso tassello della vasta gamma di espressioni umane capacissime dalla notte dei tempi di condurci verso il baratro.


PS: il dibattito italiano continua imperterrito ad evitare quanto possibile questi temi. La locuzione “ambientalismo ideologico”, o similari, non si sopporta più. Propongo di cambiare canale ogni volta che compare qualcuno che la tira fuori.


L’articolo del Guardian si trova a questo indirizzo:


https://www.theguardian.com/world/2026/mar/21/middle-east-iran-conflict-environment-climate




giovedì 31 luglio 2025

I (notevoli) numeri del dissesto idrogeologico

 Avanza la percentuale di territorio esposta a rischio per frane negli ultimi tre anni di una percentuale non trascurabile del 15%, secondo il IV Rapporto Ispra sul “Dissesto idrogeologico in Italia” edizione 2024 (link in calce).

In termini assoluti, passa da 55.400 chilometri quadrati a 69.500, corrispondente al 23% del territorio nazionale. Risulta dal Rapporto che quasi tutti i Comuni italiani sono esposti al rischio di frane, alluvioni, valanghe: in percentuale, si raggiunge quasi il totale con il 94,5%. Viene da chiedersi dove si trovano i restanti Comuni del 5,5%.

Anche le aree classificate a maggiore pericolosità (c’è una classificazione specifica) aumentano, passando da 8,7% a 9,5%.

Inutile ricordare che i fenomeni qui analizzati si sono verificati e hanno comportato vittime, disagi, danni all’agricoltura e alle strutture viarie, residenziali, produttive.

Siamo tra i Paesi europei più esposti, con 5,7 milioni di abitanti a rischio per le frane, cui si associano 742.000 edifici, 75.000 imprese e 14.000 beni culturali.

Riguardo il pericolo di valanghe, si rileva che il 13% del territorio montano è a rischio. L’unico dato positivo è l’inversione di tendenza del fenomeno erosivo delle spiagge italiane.

Le principali cause sono riconducibili alle caratteristiche geologiche del territorio italiano (su cui non possiamo fare molto se non difenderci), alla sistematica invasione dell’edilizia di ogni genere in aree non adatte (su cui avremmo sempre potuto fare moltissimo evitando di costruire dove non si può), e ai cambiamenti climatici, che aumentano la frequenza e la portata dei fenomeni (in questo caso possiamo ancora una volta difenderci, ma anche agire per ridurre le cause del cambiamento climatico stesso, che è dovuto all’inquinamento planetario).

In altre parole, dobbiamo intervenire per aumentare la sicurezza del territorio, evitare di costruire e magari togliere il costruito nelle aree inadatte, e continuare il percorso di decarbonizzazione dell’economia in linea con la prospettiva di arrivare ad un futuro a impatto climatico zero. Investire in questo senso significa porre al riparo il Paese da danni gravissimi, prevenedo i costi che poi vengono sostenuti qualora la frana, l’alluvione, etc. capitino veramente. 

Riguardo l’aspetto economico, possiamo legarci facilmente al post precedente. Alla domanda “quanto costa intervenire per mettere in sicurezza il territorio dal rischio idrogeologico?” possiamo contrapporre la domanda: “quanto costa non farlo?”

Vale a dire, quanto costa evitare di affrontare i problemi ambientali, e aspettare che ci piombino addosso, pagandone al momento tutte le conseguenze?

Ripetiamo ancora una volta che non si sta qui parlando di temi “nuovi”, su cui è necessario dibattere, confrontarsi, etc., si sta parlando di temi che almeno hanno 40-50 anni, ma che per ragioni diverse faticano moltissimo ad entrare nel novero delle priorità da affrontare. 

Il nostro Paese è esposto anche se per mesi non capita nulla, se un’estate è meno calda delle altre, o se un inverno nevica. Basarsi sui dati scientifici è la migliore opzione che abbiamo, e se l’abbiamo è meglio usarla.


Il link del IV Rapporto di Ispra:


https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2025/dissesto-idrogeologico





martedì 15 aprile 2025

La riduzione della calotta glaciale artica continua

Nonostante le posizioni contrarie alle tesi scientifiche sul cambiamento climatico della nuova amministrazione americana, le pagine del NOAA (organismo scientifico governativo statunitense) continuano a fornire dati sulla situazione ambientale mondiale, che risulta purtroppo in continuo peggioramento.
Secondo un articolo pubblicato il 9 aprile scorso, la calotta glaciale artica è in continua riduzione, sia di estensione sia di spessore, e quest'anno ha raggiunto il record negativo storico (come quasi ogni anno, in una sequenza che non lascia dubbi riguardo la tendenza). Il 22 marzo scorso il ghiaccio artico era nel suo picco massimo stagionale, ma si tratta del massimo più ridotto degli ultimi 47 anni, da quando sono cominciate le misure via satellite, nel 1979. L'immagine rappresenta l'estensione rispetto alla media fra il 1981 e il 2010, costituita dalla linea gialla.
I dati - almeno ad oggi, e speriamo che la politica non si intrometta mai nella libera ricerca scientifica - non possono essere alterati, e la sequenza di diminuzione dei ghiacci terrestri ad ogni latitudine è impressionante, costituendo la prova più evidente del riscaldamento globale e delle sue conseguenze. 

L'articolo completo si trova all'indirizzo in calce.



https://www.climate.gov/news-features/event-tracker/2025-winter-maximum-sea-ice-extent-arctic-smallest-record


lunedì 17 febbraio 2025

Rischio climatico: siamo al terzo posto

 L'Italia al 3° posto nel mondo in una classifica del grado di rischio rispetto al cambiamento climatico. Questa la non invidiabile posizione che occupa il nostro Paese nell'ultima edizione del Climate Risk Index 2025, da poco pubblicata. 

L'indice, pubblicato dal 2006, analizza gli effetti degli eventi climatici estremi causati dal cambiamento del clima nei vari Paesi del mondo, ordinandoli sulla base degli impatti umani ed economici. Il tema principale che sottende l'analisi è costituito dal fatto che le manifestazioni dell'estremizzazione dei fenomeni climatici stanno diventando comuni, una specie di nuova normalità, con piogge forti, alluvioni, tempeste, ondate di calore e incendi - come si legge sul sito. Dal 1993 al 2022 sono accaduti 9.400 eventi meteorologici estremi che hanno causato 765.000 morti, e una perdita economica di 4,2 migliaia di miliardi di dollari (stima che tiene conto dell'inflazione).

Si tratta di cifre elevatissime, del resto previste da anni se non da decenni: il Rapporto Stern (una delle prime valutazioni serie degli impatti economici del cambiamento climatico, che arrivava a stimare una perdita progressiva del 5% ogni anno, che può arrivare al 10% o al 20% del Pil mondiale) è del 2006. La perdita citata sopra sarebbe del 4% del Pil mondiale. Sappiamo da anni cosa ci aspetta, e rispetto ai rapporti degli anni '90 o 2000 (dell'IPCC o di altri organismi di studio e ricerca, o di singoli esperti), possiamo dire amaramente di essere soddisfatti delle previsioni.

Per quanto riguarda l’Italia, risulta essere uno dei Paesi più colpiti dalla crisi climatica, con dati che parlano chiaro: 38.000 vittime,  e danni per  60 miliardi di dollari. Si tratta di cifre preoccupanti, soprattutto se destinate ad aumentare nel corso del tempo, come conseguenza di un fenomeno che progredisce lentamente ma visibilmente nel tempo. 

Le considerazioni economiche sugli impatti sull’industria tradizionale delle politiche green devono tener conto anche di queste cifre, che non sono stime, ma dati precisi su quanto già accaduto. La quantificazione monetaria dei morti la lasciamo invece ai sostenitori dello status quo, ai contrari al cambiamento, ai fautori delle fonti di energia fossile, inquinanti, gravanti sui sistemi naturali a partire dal sistema climatico, ai promotori di fake news, a coloro che negano l’evidenza oltre che la scienza, quando anche fossero Presidenti degli Stati Uniti.

L’immagine che segue riassume la classifica nelle prime posizioni.




Per maggiori dettagli: 

https://www.germanwatch.org/en/cri

 

 

martedì 21 gennaio 2025

Parliamone insieme 3

 Siamo pronti a rispondere adeguatamente agli eventi climatici estremi, che ci colpiscono con maggiore frequenza?

Come intervenire sul territorio per migliorarne la resilienza, e quali modalità sono più adatte ai territori urbanizzati, a quelli agricoli, a quelli naturali?
Come relazionarci alla nuova era, denominata “antropocene” per via della profonda e invasiva influenza che l’uomo ha sui sistemi naturali?
A queste e a molte altre domande proveremo a rispondere nell’incontro pubblico online, che si terrà mercoledì 5 febbraio prossimo, alle ore 18.00, dal titolo
EVENTI CLIMATICI ESTREMI: TUTTO QUELLO CHE DEVI SAPERE PER RISPONDERE ALLE NUOVE SFIDE
La partecipazione è libera e gratuita, basta collegarsi al link:
Al termine degli interventi sarà possibile porre domande ai relatori.



domenica 24 novembre 2024

CoP 29: risultati deboli, con alcune novità. E non molliamo la presa.

 Alla fine lo hanno raggiunto, un accordo, prolungando la CoP 29 fino ad oltre le due e mezza della notte, trovando modi e parole per far convergere posizioni inizialmente inconciliabili. Sapevamo che sarebbe stata una Conferenza di transizione, su cui nessuno puntava (molti leaders erano assenti), e lo è stata ma con alcuni elementi utili. Come spesso accade, un quadro in chiaroscuro.


Qualcosa si muove, e la finanza per il clima sta prendendo forma. I 100 miliardi di dollari che i Paesi più avanzati (che hanno, nel tempo, inquinato di più) si erano impegnati a versare ai Paesi in via di sviluppo (che hanno inquinato di meno) sono diventati 300 miliardi, certo non molto, ma molto meglio trovare un accordo basso che non trovarlo affatto. Va ricordato che i fondi servono a rispondere adeguatamente alla sfida che il cambiamento del clima pone: come sappiamo, ciò significa mitigare e adattarsi, ovvero, ridurre le emissioni di CO2 e altri gas equivalenti che sono la causa del problema, e prendere provvedimenti funzionali a fare fronte al nuovo clima senza che ogni volta le comunità siano colpite da catastrofi, soprattutto quando si concretizzano i fenomeni meteo estremi.

Con l’accordo di Baku, i Paesi sviluppati, insieme ad altri Paesi su base volontaria, forniranno 300 miliardi all’anno entro il 2035, con lo scopo comune a tutti di mobilitare 1.300 miliardi anche da altre forme di finanziamento, pubbliche e private. Il fatto che tutti siano chiamati a contribuire modifica uno dei principi fondamentali che sono stati alla base degli accordi internazionali da trent’anni, ovvero che solo i Paesi industrializzati sono coinvolti nei finanziamenti, destinati ai Paesi in via di sviluppo. Una suddivisione che ora cade, e consente per esempio alla Cina o all’Arabia Saudita, o ad altri, di contribuire “su base volontaria” (art. 9).

L’accordo istituisce, inoltre, una roadmap di attività che porta alla CoP 30 di Belem, in Brasile, nell’autunno del prossimo anno.

Altra novità è l’istituzione di un mercato globale del carbonio regolato da standard internazionali (previsto dall’art. 6 dell’Accordo di Parigi).

I testi più fumosi sono quelli sul programma di mitigazione, davvero molto debole in assenza di riferimenti chiari agli obiettivi quantitativi e ai rapporti scientifici, e sul bilancio quinquennale sugli impegni nazionali assunti, il cosiddetto Global Stocktake, che anche se ancora un tema nuovo è stato declinato con un testo particolarmente debole visto che manca proprio il processo di monitoraggio dell’attuazione degli obiettivi che i Paesi si pongono.


Il risultato certo non è ambizioso, molti sono scontenti a partire dai Paesi più poveri che sono spesso anche i più fragili, e certo si poteva fare di più. Ma invalidare le CoP sarebbe un grave errore: esse restano l’unico modo valido per  affrontare un tema che rischia di sfuggire dalle mani, un tema difficile, una vera sfida, su cui non dobbiamo abbassare i riflettori. Ridicole le critiche sulle emissioni dovute ai viaggi per raggiungere le località interessate, meglio imparare a fare i conti con la realtà prima di affrontare temi complessi che vanno ben oltre gli aspetti superficiali. Tutto ciò che si è creato sin qui a livello internazionale per risolvere il problema del cambiamento climatico causato dalle emissioni inquinanti non è inutile, e non deve andare in soffitta. Bene o male, gli appuntamenti periodici ufficiali hanno funzionato, e costituiscono nell’insieme l’unico vero contesto internazionale riconosciuto da tutti dove discutere per cercare di risolvere una questione enorme. 


La prossima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC è prevista nel 2025 a Belém, in Brasile. Andate a vedere dove si trova: in Amazzonia.  La città è stata la prima colonia europea in Amazzonia. Certo, non nel mezzo della foresta, ma da quelle parti, e la scelta è voluta.

Se il gas e il petrolio sono stati definiti dal Presidente dell’Azerbaijan Aliyev “dono di Dio”, che il suo Paese esporta abbondantemente, può essere definita tale anche la foresta amazzonica e l’intero suo ecosistema. Se va valorizzata contribuendo finanziariamente affinché non venga distrutta allora dobbiamo farlo, per preservare ciò che consente la vita sulla Terra. In fondo, respiriamo ossigeno, non metano.


Il sito ufficiale della CoP 29 di Baku:


https://cop29.az/en/home





giovedì 7 novembre 2024

Parliamone insieme - 2

 Come sta cambiando il clima? Cosa sta succedendo, con la terribile sequenza di alluvioni che ha colpito varie zone d’Europa? Come sono legate alluvioni e siccità?

Partendo dal generale per arrivare al locale, e in particolare all’Emilia-Romagna e alle recenti inondazioni, ci addentreremo nei meandri della scienza del clima nel secondo appuntamento della serie “tutto ciò che devi sapere”, per tentare di capire un po’ meglio quanto sta accadendo e cosa ci aspetta nel prossimo futuro.
La partecipazione e’ libera e gratuita, basta collegarsi al link:

Sara’ possibile porre domande ai relatori.


giovedì 19 settembre 2024

E’ successo di nuovo

 E’ successo di nuovo. A distanza di poco più di un anno dalle due alluvioni di maggio 2023, il territorio della Romagna e alcune zone del bolognese sono colpite da un evento climatico intenso che riporta il danno sopra al danno precedente, con precipitazioni e inondazioni devastanti. Migliaia gli sfollati, ansia e apprensione, ma soprattutto, la frase detta in un’intervista televisiva da un cittadino: “questa non è più vita”. Se dobbiamo aspettarci un’alluvione ogni volta che piove, davvero la fatica di restare sospesi all’imponderabile diventa improba. Solidarietà assoluta a coloro che vivono quest’incubo.


Si dice che l’Italia ha un territorio fragile, ed è così, ma è altrettanto vero che quel territorio è stato costruito, asfaltato, alterati i corsi dei fiumi e imbrigliati con alti argini, prosciugato (un tempo gran parte della Romagna era zona di paludi), cementificato (e in Emilia Romagna non c’è più bisogno dell’ennesimo polo logistico, o dell’ennesimo centro commerciale). Ora il territorio reagisce, esattamente come reagisce il clima ai nuovi parametri che includono un considerevole aumento della temperatura media globale. Territorio e clima seguono i percorsi dettati dalle leggi della Natura sulla base dei nuovi parametri che noi abbiamo alterato, e non c’è nulla che possiamo fare per modificare gli eventi se non intervenendo sui parametri stessi tentando di riportarli a valori compatibili con quelli naturali. Per il resto, dobbiamo adattarci. 


Uno di questi parametri è ovviamente la temperatura media globale, che si sta avvicinando sempre più all’incremento previsto dall’Accordo di Parigi di +1,5°C, nello scenario migliore, e di +2°C in quello peggiore ma considerato accettabile. Se il riscaldamento globale continua (ed è esattamente ciò che farà), la situazione è destinata a peggiorare, anche assumendo di rispettare l’Accordo di Parigi. Per via della maggiore quantità di calore trattenuta, maggiore è l’energia a disposizione per fenomeni meteorologici sempre più estremi. Fra qualche anno, le estati calde, la siccità o le precipitazioni, saranno ancora più intense. Ci ricorderemo le precedenti come accettabili.

Purtroppo, l’attenzione al territorio e la risposta alla crisi climatica sono sempre in difficoltà nelle agende dei governi, locali e nazionali, più attenti al tradizionale PIL e ai grandi poteri economici. 


Riporto di seguito una parte del comunicato relativo al documento di Legambiente “Rapporto città-clima” del 27 novembre 2023, solo pochi mesi fa. Ciò che sta accadendo in queste ore lo rende ancora più attuale.


“Italia gigante dai piedi d’argilla sempre più soggetto ad alluvioni e piogge intense. In 14 anni di monitoraggio registrati dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente  684 allagamenti e 86 frane da piogge intense, 166 le esondazioni fluviali.

In questi anni Sicilia, Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna le regioni più colpite dagli allagamenti. Tra le grandi città Roma, Agrigento, Palermo, Genova e Napoli. 

In compenso il Governo Meloni dimezza le risorse destinate a contrastare ildissesto idrogeologico, da 2,49 miliardi a 1,203 miliardi, in un Paese dove si sono spesi in media oltre 1,25 miliardi/anno  per la gestione delle emergenze. 

Legambiente: “Urgente definire una nuova governance che abbia una visione più ampia di conoscenza, pianificazione e controllo del territorio. Quattro le priorità da cui ripartire: serve approvare il PNAC,  una legge contro il consumo di suolo, superare la logica dell’emergenza agendo invece sulla prevenzione, definire una regia unica da parte delle Autorità di bacino distrettuale che preveda anche una maggiore collaborazione tra enti”. 

 L’Italia è sempre più soggetta ad alluvioni e piogge intense, e sempre più fragile e impreparata di fronte alla crisi climatica.  È quanto emerge dal “Rapporto Città Clima 2023 Speciale Alluvioni” realizzato da Legambiente, con il contributo del Gruppo Unipol,che quest’anno dedica uno speciale proprio al tema alluvioni denunciando anche i tagli che ci sono stati alle risorse destinate alla prevenzione del dissesto idrogeologico. I numeri parlano da soli: negli ultimi 14 anni-dal 2010 al 31 ottobre 2023 – sono stati registrati dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente ben 684 allagamenti da piogge intense, 166 esondazioni fluviali e 86 frane sempre dovute a piogge intense, che rappresentano il 49,1% degli eventi totali registrati. In questi 14 anni, le regioni più colpite per allagamenti da piogge intense sono state: la Sicilia, con 86 casi, seguita da Lazio (72), Lombardia (66), Emilia-Romagna (59), Campania e Puglia (entrambe con 49 eventi), Toscana (48). Per le esondazioni fluviali al primo posto la Lombardia con 30 casi, seguita dall’Emilia-Romagna con 25 e dalla Sicilia con 18 eventi. Va segnalato anche il numero di frane da piogge intense che hanno provocato danni in particolare in Lombardia (12), Liguria (11), Calabria e Sicilia (entrambe con 9 eventi). Ad andare in sofferenza sono soprattutto le grandi città: in primis Roma, dove si sono verificati 49 allagamenti da piogge intense, Bari con 21, Agrigento, con 15, Palermo con 12, Ancona, Genova e Napoli con 10 casi. Per le esondazioni fluviali spicca Milano, con almeno 20 esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro in questi anni, di cui l’ultima a fine ottobre; seguono Sciacca (AG) con 4, Genova e Senigallia (AN) con 3.  

Numeri preoccupanti se si pensa che l’Italia è un gigante dai piedi d’argilla e ad elevato rischio idrogeologico con 1,3 milioni di persone che vivono in aree definite a elevato rischio di frane e smottamenti e oltre 6,8 milioni di persone sono a rischio medio o alto di alluvione (dati Ispra). Dal punto di vista economico, ricorda Legambiente, il Paese ha speso dal 2013 al 2023, oltre 13,8 miliardi di euro in fondi per la gestione delle emergenze meteo-climatiche (dati Protezione civile). Eppure, nonostante tutto ciò, il Governo Meloni nel rimodulare il PNRR ha scelto di dimezzare le somme destinate a contrastare ildissesto idrogeologico,passate a livello nazionale da 2,49 miliardi a 1,203 miliardi, in un Paese dove si sono spesi in media oltre 1,25 miliardi/anno per la gestione delle emergenze, mentre dal 1999 al 2022, per la prevenzione del rischio, sono stati ultimati 7.993 lavori per un importo medio di 0,186 miliardi/anno (fonte Rendis- Ispra). 

Secondo Legambiente a pesare in questi anni in Italia l’assenza di una governance con una visione più ampia capace di tener insieme conoscenza, pianificazione e controllo del territorio. Per questo oggi l’associazione ambientalista, in occasione del lancio del suo report e a pochi giorni dell’apertura della COP28 sul clima a Dubai e del suo XII congresso nazionale dal titolo “L’Italia in cantiere” in programma a Roma l’1, 2 e 3 dicembre e incentrato su crisi climatica e transizione ecologica, ricorda quelli che devono essere i due pilastri cardine della buona gestione del territorio: ossia la convivenza con il rischio, che si attua con la giusta attenzione ai piani di emergenza comunali, all’informazione e formazione dei cittadini e la consapevolezza che un territorio come quello italiano non ha bisogno di essere ulteriormente ingessato, cementificato, impermeabilizzato, ma dell’esatto opposto, ovvero dell’adattamento. Al Governo Meloni lancia un appello affinché in tempi rapidi definisca una nuova governance del territorio, che riveda le politiche territoriali tenendo conto di quattro priorità su cui non sono ammessi più ritardi: 1) Occorre approvarein via definitiva ilPiano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climaticie individuare le linee di finanziamento stanziando adeguate risorse economiche (a oggi assenti) per attuare il Piano. 2) Approvare la legge sullo stop al consumo di suolo che il Paese aspetta da 11 anni. Occorre, poi, far rispettare il divieto di edificazione nelle aree a rischio idrogeologico e i vincoli già presenti, riaprire i fossi e i fiumi tombati nel passato, recuperare la permeabilità del suolo attraverso la diffusione di Sistemi di drenaggio sostenibile (SUDS) che sostituiscano l’asfalto e il cemento. 3) Superare la logica dell’emergenza e degli interventi invasivi e non risolutivi. 4) Costituire una regia unica, da parte delle Autorità di bacino distrettuale, attualmente marginalizzate, per costruire protocolli di raccolta dati e modelli logico/previsionali che permettano di conoscere la tendenza delle precipitazioni e i loro impatti sul territorio, e rafforzare la collaborazione tra gli Enti in modo da avere priorità di intervento e vincoli di tutela coerenti tra i diversi livelli, con l’obiettivo anche di fornire un quadro costantemente aggiornato dei progetti e dei cantieri in corso.” 


https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/rapporto-citta-clima-speciale-alluvioni/




mercoledì 24 luglio 2024

La siccità in Sicilia era nota da tempo, e continuerà ad essere un problema in futuro

 Le immagini hanno la potenza che non hanno le parole e spesso si insediano nei ricordi con maggiore radicamento.

La foto al link seguente riguarda la Sicilia, ed è composta da due parti separate, una ripresa nel gennaio 2023, e la seconda nel gennaio 2024. Si tratta di immagini da satellite, precisamente da Copernicus, il programma di osservazione e monitoraggio ambientale Global Monitoring for Enviroment and Security della Commissione Europea,  dell'Agenzia Spaziale Europea, di EUMETSAT, di CEPMMT e Mercator Océan.

Dal confronto fra le due immagini si vede chiaramente la siccità che ha colpito l’isola nell’ultimo anno. Trattandosi di riprese risalenti a gennaio, sappiamo che ora la situazione è peggiore, con la scomparsa di interi laghi e problemi nell’approvvigionamento dell’acqua sia per uso domestico sia nell’allevamento del bestiame. Al riscaldamento globale, a cui l’isola per posizione geografica è particolarmente esposta, danno una mano la consueta mancanza di infrastrutture per l’acqua e la dispersione dalle reti di quella che c’è: secondo l’Istat il 51% dell’acqua si disperde dalle condotte della Sicilia, vale a dire che oltre la metà va perduta. Riguardo la siccità, trattandosi di notizia già da tempo conosciuta, gli interventi andavano fatti al più presto, certo prima della stagione estiva.


Quando si parla di cambiamento del clima si fa riferimento a due linee di intervento: la mitigazione e l’adattamento. Con la prima, si affrontano i necessari cambiamenti per contenere quanto più possibile le modifiche climatiche riducendo gli impatti, con la seconda, ci si adegua a quella quota di “nuovo” clima che dovremo accettare forzatamente perché ormai inevitabile. Adattarsi ad un clima più caldo, con un diverso regime delle piogge, significa porre in essere interventi adeguati per non restare senza riserve di acqua. Vanno realizzati per tempo, perché la risorsa idrica soddisfa bisogni che non attendono, che non sono rinviabili, e che sono indispensabili. Il fatto che la Sicilia diventerà più arida è previsto, purtroppo, ed è indispensabile adeguarsi.

 

 


 


https://www.copernicus.eu/en/media/image-day-gallery/severe-drought-persists-sicilia


Credit: European Union, Copernicus Sentinel-2 imagery 








domenica 30 giugno 2024

Perché il professor Franco Prodi sbaglia

 Vorrei smontare in blocco l’intervista a Franco Prodi, fisico del clima, pubblicata oggi sul Corriere della Sera; non occorre farlo punto per punto poichè la fallacia risiede nel legame logico che sta alla base del suo ragionamento, o meglio, nella sua assenza.


In sostanza, Prodi sostiene che a fronte del cambiamento climatico in atto, che lui afferma di non negare, non ci sono prove certe che sia causato dalle attività umane, non in misura sufficiente almeno, e dunque i tentativi di ridurre fino ad azzerare le emissioni di CO2 (e di altri gas ad effetto-serra) sono inutili, anzi “una bufala pazzesca”. Il riferimento è al Green Deal europeo in particolare.

Dunque, come lo stesso Prodi saprà - ma questa parte manca nell’intervista - la composizione dell’intera atmosfera terrestre è stata modificata negli ultimi due secoli dalle continue emissioni di anidride carbonica e di altri gas (come il metano) derivanti dall’uso di combustibili fossili tanto che è cambiata la concentrazione dei medesimi: la CO2 in particolare è passata da 280 parti per milione circa ad oltre 410 ppm. Perchè ci interessa la “concentrazione”? Perché si tratta di un’alterazione di TUTTA l’atmosfera terrestre, ovunque ci si trovi, anche lontano dai centri di emissione, anche ai poli. Il valore ci parla dell’aria nuova che tutti quanti respiriamo da quando abbiamo iniziato ad inquinare in modo e in misura talmente estesi da affliggere l’intero globo. L’atmosfera non è più quella che respirava non solo Giulio Cesare (che lui cita) ma mia nonna, nata nel 1891. 

A questo punto occorre spiegare cosa fanno di specifico questi gas nell’aria: molte cose, fra le quali, trattengono il calore. Di nuovo, e come saprà certamente, la CO2, il metano, ed altri composti, hanno la proprietà di riscaldarsi a lungo, trattenendo energia. Pertanto, la “nuova” aria che abbiamo creato per la Terra, dove viviamo, è capace di riscaldarsi di più di quanto faceva in passato, e il bilancio energetico fra il calore entrante e il calore uscente, cioè riflesso nello spazio, è cambiato. Da qui, in estrema sintesi, il fenomeno del “riscaldamento globale”. A questo punto, essendo l’energia, o il calore che è lo stesso, un parametro fondamentale del sistema climatico, si ha che il clima viene alterato, e lo sforzo dell’IPCC consiste nel cercare di modellizzare gli scenari futuri allo scopo di prepararci. Tali modelli, che si fanno da almeno tre decenni e finora hanno previsto correttamente, forniscono scenari allarmanti.

Di nuovo, Prodi sostiene che non si può avere la certezza poiché il clima è un sistema complesso; infatti, è per questo che si fanno i modelli, perché non arriverà mai una relazione che leghi i numerosi parametri di un sistema complesso. Esiste una branca della Fisica che studia i sistemi complessi, che apre nuove strade allo studio di questi affascinanti sistemi, ma forse non è il caso di attendere troppo gli sviluppi fino al raggiungimento della certezza per non finire bolliti nell’attesa. Per inciso, il periodo caldo medioevale, o quello romano, erano molto meno anomali del clima di oggi.


Ciò che manca nel ragionamento di Franco Prodi è il legame razionale fra le caratteristiche di alcuni composti aeriformi, con il loro potere riscaldante, le enormi quantità emesse e ovviamente rimaste in atmosfera, e il calore in eccesso che porta al cambiamento climatico. Insomma, manca il filo logico principale.

Non si capisce infine a cosa si riferisca con “accordi per la salvaguardia” in riferimento al problema in questione, visto che l’aria del pianeta è proprio ciò che vorremmo salvaguardare, e chi siano gli “scienziati veri”, visto che anche gli altri che sostengono l’opposto di quanto sostiene lui sono fisici e conoscono il tema.


Sul piano politico, è molto grave che ancora ci sia qualcuno che insiste a tirare il freno a mano, ponendo in forse la risoluzione di un problema certamente difficile ma che, oltre a riguardare l’intero pianeta, concerne in particolare le nuove generazioni, e i loro figli, e i figli dei loro figli. Chiedo perdono, ma a costo di risultare scortese faccio notare che il professore Franco Prodi, secondo quanto si legge su Internet, ha 83 anni, dunque da oltre un decennio è in pensione e non si occupa ufficialmente di ricerca scientifica. Quando le nuove generazioni dovranno affrontare un problema che diventerà sempre più grave col passare del tempo toccherà esclusivamente a loro, e Prodi (a cui auguro lunghissima vita) molto probabilmente non ci sarà più. Suggerirei educatamente più cautela nel prendere posizioni di così grande responsabilità su problemi che colpiranno altri.


L’intervista si trova qui:


https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/24_giugno_30/cambiamento-climatico-il-fisico-franco-prodi-la-grande-bufala-delle-emissioni-zero-non-ci-salvera-00c5934c-e3c8-46aa-ab71-f25c5b4b3xlk.shtml





venerdì 19 aprile 2024

Tutte le stagioni in una settimana. E dovremo abituarci.

 Il cambiamento climatico presenta ormai con evidenza empirica praticamente tutte le caratteristiche previste da anni dai modelli climatici scientifici: il riscaldamento globale medio, l’estremizzazione dei fenomeni meteorologici, la variabilità notevole e rapida.






“In Emilia-Romagna, come in altre regioni d’Italia e d’Europa, l’inverno meteorologico 2024, che copre il periodo da dicembre 2023 a febbraio 2024, è stato il più caldo dal 1961”, si legge sul sito di Arpa Emilia-Romagna. L’andamento in crescita emerge dal grafico che rappresenta la serie delle temperature medie regionali dal 1961 al 2024, riferite ai mesi invernali di dicembre, gennaio, febbraio. Nel grafico, le linee orizzontali gialla e rosa rappresentano la media del periodo che va dal 1961 al 1990 e dal 1991 al 

2020. Si nota che la temperatura media regionale ha raggiunto 6,6 °C, superando di +2,7 °C la media del trentennio 1991-2020, e di ben +3,7°C la media del periodo precedente, dal 1961 al 1990. Quando si leggono dati di questo tipo occorre fare attenzione al periodo rispetto al quale è riferito lo scarto, dato che un periodo recente, come gli ultimi trent’anni, è già esso stesso alterato dal riscaldamento globale.

Ma le alterazioni vanno oltre il calore, e sono percepibili direttamente. In Emilia-Romagna il clima locale è passato dall’estate all’inverno nel giro di quattro giorni di aprile: la temperatura nel primo pomeriggio di domenica 15 aprile a Bologna era di 29°C, lo stesso termometro nel primo pomeriggio di giovedì 18 aprile segnava 9°C. Dalla condizione di sole e caldo si è passati in quattro giorni al pieno inverno, confermato dalla neve in Appennino: 15 cm sui crinali, a Frassinoro, sul Cimone, etc.

Il ciclo dell’acqua ne risente, e siamo già in uno stato di siccità ricorrente dovuta sostanzialmente al fatto che d’inverno non nevica come un tempo era normale, mentre si rischiano forti piogge concentrate in tempi limitati.  Speriamo infatti che non succeda di nuovo il “fenomeno estremo” che lo scorso anno in maggio ha portato ad un’alluvione devastante.

Gli ecosistemi di certo non traggono vantaggio da una simile situazione, mentre le loro capacità di adattamento richiedono tempi lunghi, l’unica cosa che non abbiamo. I tempi sono estremamente ristretti ed ogni raffronto con i cambiamenti che le ere geologiche hanno comportato non ha alcun senso.

Questo in estrema sintesi, invitando a navigare sui siti dedicati per evitare di cadere nel tranello della sciocchezza del cambiamento climatico “ideologico” che circola sul web. Per parte di questo blog, una sintetica esposizione dei dati continuerà ad essere fatta periodicamente per non perdere di vista l’obiettivo imprescindibile del contenimento entro limiti accettabili di un cambiamento climatico che continua ad essere molto preoccupante.



Il sito di ArpaE da cui è tratto il grafico:


https://www.arpae.it/it/notizie/inverno-2024-emilia-romagna-record








giovedì 14 marzo 2024

Politiche eco e mondi da salvare

 Sostiene Antonio Guterres (Segretario dell’ONU) durante l’intervista di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa che “abbiamo bisogno di solidarietà internazionale seria per mettere insieme le risorse e le capacità di tutti, perché è un problema di vita o di morte per noi e per il Pianeta; noi saremo in prima linea come Nazioni Unite in questa battaglia”, in riferimento alla crisi climatica che l’intero pianeta sta attraversando.

Va dato atto a Guterres di essersi espresso più volte in modo molto netto sul tema pesante del cambiamento climatico e come farvi fronte, in un contesto globale in cui, invece, il risiko delle grandi potenze sembra prevalere irresponsabilmente e come se non ci fossero sul tavolo problemi talmente grandi da avere la capacità di portare tutti noi, grandi potenze incluse, dritti nel baratro. I sistemi naturali sono in tali condizioni da portare l’umanità fuori dai percorsi consolidati verso territori in gran parte sconosciuti e per la parte restante preoccupanti se non interveniamo in breve tempo a modificare la rotta. In questo contesto, i contendenti nelle varie guerre che infestano il pianeta sono l’immagine dell’irresponsabilità, se non la personificazione dell’istinto di thanatos che dalla psiche esce e si fa arma per uccidere tutti quanti il più in fretta possibile. Nessuno di costoro mostra di aver capito che esiste un problema più grande per risolvere il quale dovremmo unirci e agire in modo coerente. E l’ONU non sembra in grado di farglielo capire.


Va dato atto anche all’Unione Europea di perseverare nella propria linea ambientalista (che è una bella parola, molto concreta e assai poco “ideologica”) come mostra la recente approvazione da parte del Parlamento della Direttiva sull’Efficienza Energetica degli Edifici, da tutti ribattezzata Direttiva sulle “case green”. Per la cronaca, e riguardo i partiti italiani, hanno votato contro: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Azione, mentre hanno votato a favore: Partito Democratico, Movimento5stelle, Verdi e Sinistra, Italia Viva. 

Se ne parla da anni, anzi da decenni, della necessità di intervenire per risparmiare energia nei settori di consumo anziché produrla, e l’efficienza energetica è la strada più lineare e incontestabile. Gli edifici datati, per come sono stati costruiti, richiedono molta energia per riscaldare, per raffrescare o per illuminare, mentre sono sul mercato tecnologie che consentono risparmi notevoli efficientando l’edificio, fino a renderlo “quasi zero” vale a dire con consumi bassissimi e impatti ambientali altrettanto bassi, con considerevoli risparmi in bolletta. Si parla da anni di iniziare dagli edifici pubblici, e dalle scuole, palestra dell’incoerenza sociale nel momento in cui insegni agli studenti come risparmiare energia o fare la raccolta differenziata dentro aule fredde piene di spifferi dalle finestre monovetro con termosifoni al massimo e cappotti sulle spalle. Chi le ha costruite, con quali denari, e aggiungerei con quali architetti?

I partiti contrari dicono che non si trovano i soldi per simili interventi, ma sono gli stessi che intendono trovare i soldi per ponti giganti inutili, per condonare le imposte agli evasori, per piste olimpioniche che diventeranno cattedrali nel deserto - dopo naturalmente aver abbattuto un bosco di larici secolari.

Dunque l’Europa mantiene il ruolo di guida a livello mondiale sui temi ambientali, ruolo che ha da anni, e che può essere un grande beneficio sociale e politico se ben sfruttato. Non si tratta di porre in essere decisioni che ostacolino la nostra economia, che sarebbe un errore grave, si tratta di incidere sull’economia mondiale, orientandone la forma e i contenuti.  Essere i primi in qualcosa che avverrà dovunque. L’Europa nell’ambito economico è una potenza mondiale e può esercitare la sua influenza sul piano globale. 


“Non siamo riusciti a far sì che la gente comune abbia l’esperienza concreta dei benefici della transizione” sostiene la Ministra Teresa Ribera del governo Sanchez, in una recente intervista sul Corriere della Sera. Credo che in larga misura sia vero. Perché, oltre ai benefici ambientali, sempre indiretti nella percezione del cittadino, la transizione ecologica può portare notevoli benefici economici, occupazionali, sociali legati allo sviluppo sostenibile. Si tratta di un salto in avanti, non indietro, che è invece la direzione in cui ci porterebbe il mantenimento dello status quo. Questo aspetto è sempre in secondo piano, e forse è anche colpa nostra, degli ambientalisti, non aver saputo comunicare efficacemente la positività legata a questo cruciale passaggio. La cultura di base ha un ruolo, accanto alla sensibilità di ciascuno, determinante nel costruire percorsi fatti di idee e proposte orientate allo sviluppo sostenibile. “Conoscere il tuo pianeta è un passo verso il proteggerlo” sosteneva il grande oceanografo Jacques Cousteau, e spesso manca proprio il primo passo, una cultura ecologica di base per iniziare un cammino che porti sulla via della sostenibilità.








giovedì 4 gennaio 2024

Appennino sotto attacco

 La montagna non è al sicuro: stanno cercando di imbrigliarla con funi, pali di cemento, cabinovie, ovvero con un grande progetto di impianti di risalita per sciare fra Emilia e Toscana, una idea certo non nuova per lo “sviluppo” della zona con il turismo basato sulla neve. Se poi la neve non c’è, il medesimo “sviluppo” non si fa vergogna di spararla eventualmente con i cannoni, facendo ricorso ad abbondanti consumi di energia e di acqua - che c’è sempre meno - per far girare l’economia guadagnando denaro invece di preservare l’energia e la risorsa idrica per scopi più utili, e fare girare l’economia in altro modo.

Su basi come queste si governano i territori, vale a dire senza vedere oltre la punta del proprio naso, senza considerare anni di riflessioni sui modelli di sviluppo alternativi - con cui troppo spesso è sufficiente riempire i discorsi preelettorali - e senza valutare nemmeno il cosiddetto adattamento al cambiamento climatico, parte fondante della strategia delle Nazioni Unite in risposta al maggiore problema che ci troviamo ad affrontare a livello planetario. I climatologi, dal canto loro, ci informano che la neve che comunque verra’ sara’ piu’ probabile nei mesi di gennaio e febbraio, cioè lontano dal periodo delle festività, e del turismo, natalizie.


L’Appennino in questione è il crinale fra Emilia Romagna e Toscana, nella zona del Corno alle Scale, un’area che possiede già impianti per lo sci, ma che soffre ogni inverno sempre più del riscaldamento globale che riduce fino ad azzerare la presenza di neve. Il rischio concreto è di costruire una cattedrale nel deserto (magari a perenne monito dell’ottusità) spendendo cifre importanti.

La vicenda nasce nel 2016, all’epoca del Governo Renzi, quando un accordo di programma fra Governo, Regione Emilia-Romagna e Regione Toscana, guidate rispettivamente da Stefano Bonaccini, tuttora in carica, e da Enrico Rossi, nel frattempo sostituito da Eugenio Giani eletto nel 2020, viene siglato per “il sostegno e la promozione congiunta degli impianti sciistici della montagna tosco-emiliano-romagnola” (da Greenreport). Lo scopo è potenziare impianti già esistenti e costruirne dei nuovi su entrambi i versanti, toscano ed emiliano romagnolo. Un progetto calato dall’alto, senza alcun legame con i territori. Il costo complessivo ad oggi sarebbe intorno ai 16 milioni di euro, di cui circa 6 milioni a carico dello Stato e 10 milioni a carico della Regione Toscana. La Regione Emilia Romagna mette sul piatto per parte sua oltre 7 milioni di euro per 15 progetti fra cui quelli riguardanti il versante emiliano degli impianti in questione.

Sono passati alcuni anni, ma mentre tutto lasciava pensare che la realizzazione degli impianti fosse ormai un’idea del passato, il 9 marzo dello scorso anno è stato depositato a Pistoia lo Studio di Fattibilità. Dunque, si vuole procedere.


La scelta viene immediatamente criticata e disapprovata da numerose associazioni ambientaliste, e non solo o non strettamente tali, come Legambiente, WWF, Lipu, di cui si leggono le osservazioni all’indirizzo in calce, CAI, di cui un bell’articolo viene altresì linkato in calce, Italia Nostra, Fridays for Future, Touring Club, Spi-CGIL, e altre. Si forma nel 2020 un comitato denominato Un Altro Appennino è Possibile presente sia sul versante emiliano romagnolo sia sul versante toscano. Il comitato ha posto in essere una raccolta fondi per presentare un ricorso al Consiglio di Stato, che ha avuto ottimi risultati: è stata superata la soglia prefissata di 10.000 euro, raggiungendo la cifra di oltre 12.000 euro. 

La domanda a questo punto sorge spontanea: ma a questo si deve arrivare? A fare ricorso? 

Certo, sono numerosissime le opposizioni a progetti di varia natura sul territorio italiano, si formano comitati per ogni cosa, è stata stigmatizzata la tendenza a non volere nulla dove ciascuno vive da un acronimo inglese (NIMBY), ci si oppone un po’ a tutto, rinnovabili comprese. La sensazione, però, è che si arrivi a questo perché la fiducia cieca non è sufficiente. Infatti, proprio in casi come questo che stiamo esaminando le amministrazioni che hanno fatto la proposta avrebbero il dovere - il dovere - di spiegare con chiarezza i benefici, i costi, gli impatti ambientali, e soprattutto le ragioni di una scelta che implica un intervento esteso sul crinale appenninico (zona di grandissima importanza naturalistica) in una fase storica che, salvo oscillazioni statistiche che saranno sempre più contenute, vedrà sparire progressivamente l’innevamento naturale alle quote interessate. Poi faremo la neve con i cannoni? Di quale sviluppo “sostenibile” stanno parlando?


Credo fermamente che non sia possibile individuare una linea semplice da seguire per costruire un tipo di sviluppo concretamente sostenibile, ma che sia necessario di volta in volta approfondire i vari aspetti di un progetto e calibrarne costi e benefici, nel contesto locale, nazionale, e quando necessario sovranazionale. In questo caso, davvero si fatica a comprendere le ragioni di una scelta, che sembra più dettata da ansia di costruzione che da una ponderata analisi. 


La realtà è che il progetto andrebbe fermato, e andrebbero riviste le prospettive di sviluppo della zone interessate, valutando alternative più adatte al nuovo clima e alla necessità di ridurre sempre più e prima che sia tardi le conseguenze sui sistemi naturali delle attività umane. Abbiamo creato noi lo sviluppo che ha cancellato la neve, e ora vogliamo costruire impianti per sciare sulla neve: mettiamoci d’accordo su ciò che vogliamo fare, una volta tanto.


L’articolo su Greenreport: 


https://greenreport.it/news/clima/nuova-funivia-doganaccia-corno-alle-scale-le-osservazioni-di-legambiente-wwf-e-lipu/


L’articolo del CAI:


https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/ha-ancora-senso-nel-2023-realizzare-nuove-funivie/


Il sito del comitato Un Altro Appennino è Possibile:


https://www.unaltroappennino.it



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