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mercoledì 12 agosto 2026

Pubblicato FER X definitivo

 Mentre l’estate calda si fa sempre più calda, arriva il decreto FER X definitivo, con le regole operative. Il passaggio è fondamentale perché, a quanto ne sappiamo oggi, sarà solo con le rinnovabili - correttamente accompagnate dall’efficienza - che saremo in grado di contenere quello che ormai è un riscaldamento globale galoppante e accelerante con conseguenze che non sappiamo con certezza perché non hanno precedenti nella storia umana.

Secondo il Servizio sui cambiamenti climatici di Copernicus (il programma di ricerca europeo tramite satelliti in orbita per studiare il pianeta) con il Centro europeo per le previsioni meteo, la temperatura superficiale media degli oceani nel luglio di quest’anno ha raggiunto il valore più alto mai registrato nello stesso mese, mentre a livello globale luglio 2026 è stato il secondo luglio più caldo al pari del 2024 e dietro solo al 2023. Una progressione recente degna di nota.

La temperatura del mare, fra 60 gradi sud e 60 gradi nord, è stata di quasi 21°C, mentre la temperatura media dell’aria è stata di quasi 17°C, vale a dire +0,67°C sopra la media 1991-2020, e +1,47°C sopra la media del periodo preindustriale. 

Se i dati di Copernicus appaiono comunque un po’ freddi con le loro cifre secche, rimangono di percezione più diretta i campi aridi, il Po in secca e con lui molti altri fiumi (tanto da mettere in crisi numerose centrali di produzione di energia comprese quelle nucleari francesi), il mare che risale le foci dei fiumi stessi, gli incendi che si propagano con facilità, i ghiacciai che stanno rapidamente scomparendo dalle Alpi (per i quali non servono neanche più le misurazioni, basta avere qualche foto di una ventina di anni fa). Anche l’andamento oramai si può approssimare a mente: le estati non erano fatte di quattro lunghissime “ondate” di calore a 40° consecutive a partire da maggio.


Dobbiamo accelerare anche noi per raggiungere la decarbonizzazione dell’economia, perché questo sarà il futuro. Le fonti pulite sono uno dei passaggi fondamentali. 

E’ in vigore dal 7 agosto scorso il Decreto FER X definitivo, con tanto di Regole Operative. Il testo è stato pubblicato il 6 agosto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Destinatari sono gli impianti solari fotovoltaici, eolici, idroelettrici, trattamento dei gas residui della depurazione, e prevede un contingente massimo di 37,15 GW di nuova capacità. 

Per la corretta attuazione del DM, le regole operative forniscono un quadro delle modalità, delle tempistiche e di tutti i passaggi necessari. Sul sito del  GSE sono presenti tutte le informazioni utili (indirizzo in calce). A breve - dal 25 agosto - sarà possibile a tutti gli interessati presentare la richiesta di qualifica preliminare necessaria per impianti superiori a 1 MW.


Promuovere le rinnovabili ci consente di superare la quota, praticamente stabile da anni, di poco più di un terzo dell’elettricità, di ridurre le emissioni di carbonio in atmosfera, di aumentare la nostra sicurezza energetica (impossibile in altro modo visto che non abbiamo risorse naturali se non in minima parte) e di arrivare a disaccoppiare il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas, troppo elevato e dipendente dalle congiunture geopolitiche internazionali.

Va fatta un’operazione estesa di promozione delle rinnovabili accompagnate da contenimento della domanda tramite l’efficienza, in modo tale da modificare il nostro sistema energetico in senso più vantaggioso e meno impattante.


Possono essere utili i seguenti link:


https://eu-space.europa.eu/programmes/earth-observation-copernicus-and-eogs


https://www.gse.it/servizi-per-te/news/fer-x-definitivo-approvate-le-regole-operative






mercoledì 27 agosto 2025

Industria pulita: si può fare (e fa bene)

 Si parla spesso (e ne abbiamo parlato spesso anche in questo blog) della necessità di rendere coerente lo sviluppo industriale con la transizione energetica, e di farlo a livello di Unione Europea, oltre che dei singoli Stati. Sembra che qualcosa si muova, nonostante le difficoltà da sempre presenti nel costruire e armonizzare linee di intervento adeguate per il settore industriale. Anzi, si può dire che qualcosa si muove proprio a seguito delle scelte legate alle politiche green che dovrebbero portarci fuori dall’attuale dipendenza dai combustibili fossili e conseguente cambiamento del sistema climatico terrestre.


Il 26 febbraio 2025 la Commissione Europea ha lanciato il “Clean Industrial Deal”, un piano di interventi per orientare l’industria europea alla sostenibilità mediante una serie di iniziative che includono sostegno finanziario e semplificazione delle regole. Fra gli obiettivi, l’abbattimento degli ostacoli burocratici per rendere più chiaro ed efficace il contesto normativo, promuovere l’innovazione e l’industrializzazione in linea con il Green Deal con i suoi obiettivi di decarbonizzazione (che, ricordiamo, prevedono di arrivare alla neutralità climatica al 2050). Secondo le previsioni, il piano dovrebbe mobilitare oltre 100 miliardi di euro.


Per essere certi di non cadere negli inganni del greenwashing (cioè, facciamo finta di lavorare in modo sostenibile, ma non lo siamo realmente) l’Unione si sta dotando anche di un nuovo sistema di rendicontazione (per gli addetti ai lavori, Csrd, corporate sustainability reporting directive,  Csddd, corporate sustainability due diligence directive, oltre a adeguata tassonomia ambientale). Evitare di deregolamentare in campo ambientale è fondamentale per mantenere la barra dritta verso il traguardo della completa decarbonizzazione.


Nel nostro Paese, un nuovo rapporto del Coordinamento Free, di cui si parla in un articolo a pagina 96 della rivista Qualenergia di luglio/agosto, mostra con i dati i benefici occupazionali e industriali in genere della transizione energetica. Scrive Livio de Santoli “La transizione energetica in Italia rappresenta una delle sfide e opportunità più rilevanti dell’attuale decennio, non solo per rispettare gli obiettivi climatici fissati a livello europeo e nazionale, ma anche per le potenziali ricadute occupazionali e industriali su scala sistemica”. Dal fotovoltaico all’idrogeno verde, dal biometano alle pompe di calore, gli specifici ambiti industriali da sviluppare sono molti, richiedono competenze, e possono creare un futuro dove non siano più i prezzi del petrolio e del gas a guidare l’economia. 

Ribadiamo ancora una volta che, a questo proposito,  è necessario intervenire sul sistema di formazione dei prezzi dell’energia: con la rilevante quota attuale di rinnovabili non è più accettabile il meccanismo del prezzo marginale che ci lega ai costi di approvvigionamento del gas. Il prezzo dell’energia elettrica in Italia è troppo alto, legato all’acquisto dall’estero e di conseguenza alla situazione politica internazionale - e abbiamo visto cosa ha significato la scelta politica miope di dipendere per quasi la metà dell’approvvigionamento dalla Russia - e penalizza le nostre imprese. 

Al contrario, i costi sono destinati a ridursi notevolmente parallelamente al formarsi di un sistema più sostenibile, con proiezioni che indicano come, “in uno scenario 100% rinnovabile al 2050, i costi annuali complessivi dell’intero sistema energetico italiano potrebbero essere ridotti fino al 60% rispetto a quelli sostenuti durante la fase acuta della crisi energetica del 2022” e comunque paragonabili a quelli pre-crisi.


Per saperne di più sul Clean Industrial Deal qui c’è il ink:


https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/clean-industrial-deal_it




giovedì 20 marzo 2025

Temi economici ed energetici sul tavolo del Consiglio Europeo del 20/3

 Cosa sta accadendo sul piano politico a livello europeo riguardo i temi energetici ed economici, lo spiega bene un articolo tratto dalla rivista Qualenergia, dal titolo “Il riarmo europeo è anche finanziario, e c’entra l’energia”.

Il dibattito pubblico e i titoli dei giornali si concentrano molto sulla proposta di “riarmo” da 800 milioni, mentre il resto rimane nell’ombra.

In realta’ diverse cose si muovono sul fronte economico e finanziario. Si legge nell’articolo, di cui in calce riporto il link, che “L’Europa ha un fabbisogno aggiuntivo di “investimenti verdi” al 2030 tra 403 e 558 miliardi di euro l’anno. Si tratta di risorse che devono sommarsi a quelle già impegnate e previste per i prossimi cinque anni, alla luce dei target Ue di carattere ambientale e anche sociale” secondo stime della BCE. Una unione dei mercati dei capitali che costituisce una “sorta di riarmo finanziario che può avere un riflesso diretto sulla capacità delle aziende Ue di competere sulla scena globale”, come si legge nel medesimo articolo.

Si tratta di temi che saranno discussi oggi e domani, 20 e 21 marzo, al Consiglio europeo. Sul tavolo, anche il tema dell’energia, con il percorso di decarbonizzazione e i passi specifici da compiere, come il decreto Fer X, e il disaccoppiamento gas-elettricità, fondamentali nel processo in corso.

Il tema di una Europa sempre più unita è decisivo riguardo i temi dell’ambiente e dell’energia, ma ritengo che l’Unione Europea abbia necessità di un sostegno forte sul piano ideale per potersi compiere. Bene il processo di unificazione dei mercati, che si svolga sui piani economico e finanziario, ma non basta: se si vuole andare oltre, ed è necessario se non indispensabile, bisogna puntare su una visione del futuro europeo che sia fondata su valori e ideali come solide fondamenta di ogni processo di natura politica, economica e sociale. 


L’articolo menzionato:


https://www.qualenergia.it/articoli/riarmo-europeo-anche-finanziario-entra-energia/








domenica 24 novembre 2024

CoP 29: risultati deboli, con alcune novità. E non molliamo la presa.

 Alla fine lo hanno raggiunto, un accordo, prolungando la CoP 29 fino ad oltre le due e mezza della notte, trovando modi e parole per far convergere posizioni inizialmente inconciliabili. Sapevamo che sarebbe stata una Conferenza di transizione, su cui nessuno puntava (molti leaders erano assenti), e lo è stata ma con alcuni elementi utili. Come spesso accade, un quadro in chiaroscuro.


Qualcosa si muove, e la finanza per il clima sta prendendo forma. I 100 miliardi di dollari che i Paesi più avanzati (che hanno, nel tempo, inquinato di più) si erano impegnati a versare ai Paesi in via di sviluppo (che hanno inquinato di meno) sono diventati 300 miliardi, certo non molto, ma molto meglio trovare un accordo basso che non trovarlo affatto. Va ricordato che i fondi servono a rispondere adeguatamente alla sfida che il cambiamento del clima pone: come sappiamo, ciò significa mitigare e adattarsi, ovvero, ridurre le emissioni di CO2 e altri gas equivalenti che sono la causa del problema, e prendere provvedimenti funzionali a fare fronte al nuovo clima senza che ogni volta le comunità siano colpite da catastrofi, soprattutto quando si concretizzano i fenomeni meteo estremi.

Con l’accordo di Baku, i Paesi sviluppati, insieme ad altri Paesi su base volontaria, forniranno 300 miliardi all’anno entro il 2035, con lo scopo comune a tutti di mobilitare 1.300 miliardi anche da altre forme di finanziamento, pubbliche e private. Il fatto che tutti siano chiamati a contribuire modifica uno dei principi fondamentali che sono stati alla base degli accordi internazionali da trent’anni, ovvero che solo i Paesi industrializzati sono coinvolti nei finanziamenti, destinati ai Paesi in via di sviluppo. Una suddivisione che ora cade, e consente per esempio alla Cina o all’Arabia Saudita, o ad altri, di contribuire “su base volontaria” (art. 9).

L’accordo istituisce, inoltre, una roadmap di attività che porta alla CoP 30 di Belem, in Brasile, nell’autunno del prossimo anno.

Altra novità è l’istituzione di un mercato globale del carbonio regolato da standard internazionali (previsto dall’art. 6 dell’Accordo di Parigi).

I testi più fumosi sono quelli sul programma di mitigazione, davvero molto debole in assenza di riferimenti chiari agli obiettivi quantitativi e ai rapporti scientifici, e sul bilancio quinquennale sugli impegni nazionali assunti, il cosiddetto Global Stocktake, che anche se ancora un tema nuovo è stato declinato con un testo particolarmente debole visto che manca proprio il processo di monitoraggio dell’attuazione degli obiettivi che i Paesi si pongono.


Il risultato certo non è ambizioso, molti sono scontenti a partire dai Paesi più poveri che sono spesso anche i più fragili, e certo si poteva fare di più. Ma invalidare le CoP sarebbe un grave errore: esse restano l’unico modo valido per  affrontare un tema che rischia di sfuggire dalle mani, un tema difficile, una vera sfida, su cui non dobbiamo abbassare i riflettori. Ridicole le critiche sulle emissioni dovute ai viaggi per raggiungere le località interessate, meglio imparare a fare i conti con la realtà prima di affrontare temi complessi che vanno ben oltre gli aspetti superficiali. Tutto ciò che si è creato sin qui a livello internazionale per risolvere il problema del cambiamento climatico causato dalle emissioni inquinanti non è inutile, e non deve andare in soffitta. Bene o male, gli appuntamenti periodici ufficiali hanno funzionato, e costituiscono nell’insieme l’unico vero contesto internazionale riconosciuto da tutti dove discutere per cercare di risolvere una questione enorme. 


La prossima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC è prevista nel 2025 a Belém, in Brasile. Andate a vedere dove si trova: in Amazzonia.  La città è stata la prima colonia europea in Amazzonia. Certo, non nel mezzo della foresta, ma da quelle parti, e la scelta è voluta.

Se il gas e il petrolio sono stati definiti dal Presidente dell’Azerbaijan Aliyev “dono di Dio”, che il suo Paese esporta abbondantemente, può essere definita tale anche la foresta amazzonica e l’intero suo ecosistema. Se va valorizzata contribuendo finanziariamente affinché non venga distrutta allora dobbiamo farlo, per preservare ciò che consente la vita sulla Terra. In fondo, respiriamo ossigeno, non metano.


Il sito ufficiale della CoP 29 di Baku:


https://cop29.az/en/home





venerdì 17 maggio 2024

Buone notizie (ma va mantenuta la rotta)

 Non si tratta di una sfida facile, ma notizie positive stanno arrivando: secondo i dati riportati dagli Stati membri dell’Unione Europea nell’aprile 2024, le emissioni inquinanti e climalteranti sono calate del -15,5%  paragonate all’anno precedente, facendo sperare realisticamente che l’obiettivo (vincolante) della riduzione di -55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990 sia alla portata. 

La diminuzione è stata causata principalmente dai settori della generazione di elettricità e dall’industria, che hanno registrato un minor contenuto di carbonio come effetto delle loro attività. La crescita delle fonti rinnovabili è stata dovuta principalmente ad un aumento di fattorie eoliche con buon +17 GW, e di +56 GW di pannelli solari aggiuntivi.

La Commissione immagina quindi di portare l’Unione ad una riduzione dell’88% al 2040, in linea con l’obiettivo di zero emissioni nette al 2050. 

Mantenere questo obiettivo e riuscire a raggiungerlo sarebbe una delle più grandi imprese dell’UE, e probabilmente della Storia che, senza eccessi ma consapevolmente, andrebbe riscritta sostituendo la sequenza di battaglie che si impara sui libri con la sequenza dei traguardi raggiunti dal pensiero e dalle attività umane. L’idea, paventata da molti, che il processo possa essere gravoso se sostenuto nel mondo solo dall’Europa va ribaltata: l’Europa può fare da guida in un percorso che riguarda tutti, vista la sua posizione di potenza economica. 


Nello specifico, anche il meccanismo Ets sta funzionando, dopo alti e bassi attraversati da quando è stato lanciato nel 2005. Le emissioni sotto il cap and trade sono ora del 47% al di sotto dei livelli del 2005, e sulla strada giusta per raggiungere il target di una diminuzione del -62% al 2030 - necessaria nel quadro del “Fit for 55”. Il rafforzamento del sistema, e la sua estensione ai trasporti marittimi, possono rendere sempre più efficace il mercato del carbonio, conveniente la riduzione delle emissioni sul piano dei costi, e contribuire efficacemente alla decarbonizzazione dell’economia.

Le riduzioni principali in questo ambito hanno riguardato il settore della produzione di energia, dove soltanto la produzione elettrica ha fatto registrare un calo delle emissioni di ben -24% in un anno, e il settore delle industrie energivore, con -7%. Purtroppo, continuano a crescere le emissioni nel trasporto aereo, con +10%.


Il parere di chi scrive è che gli obiettivi saranno raggiunti se si continuerà con un impegno concreto e se saremo capaci di fare comunità, cioè di avere obiettivi comuni e “sentiti” da tutti, e di prendere provvedimenti comuni adeguati, come lo è il Next Generation EU. La transizione ecologica è una via eccezionale per l’innovazione tecnologica in ogni ambito, e se sapremo gestirla al meglio, un’occasione eccezionale di miglioramento, non certo di regresso. Politicamente, questo significa rafforzare l’Unione, non indebolirla come alcune forze politiche propongono - e le prossime elezioni del Parlamento europeo sono un’occasione formidabile per i cittadini per indicare la strada.


Le informazioni e i dati provengono dai siti comunitari 


https://climate.ec.europa.eu/


e dal numero di Aprile della rivista The Economist.





venerdì 10 novembre 2023

Economia, industria, ecologia si incontrano alla Fiera di Rimini

 Per avere un’idea delle potenzialità industriali, economiche, occupazionali, oltre naturalmente a quelle di miglioramento delle condizioni dell’ambiente, della green e circular economy bisogna fare un salto in questi giorni a Rimini, dove ogni anno si tiene la Fiera Ecomondo. 

Dall’energia ai rifiuti, dal ciclo dell’acqua alle tecnologie a basso impatto, dall’agricoltura al recupero del suolo, al monitoraggio ambientale, ai veicoli, all’industria tessile. Tutti coloro che, nel tempo, paventavano un “ritorno alla candela” su suggerimento ambientalista possono farsi un viaggetto al mare per vedere di persona di cosa si tratta. E non da ora: sono ventisei anni, dall’ottobre 1997, che si tiene a Rimini l’appuntamento con l’economia e l’ecologia. Perché le due cose devono andare insieme, economia ed ecologia, apparentemente agli antipodi, sostanzialmente legate nel mondo moderno.


Quest’anno, sono oltre 1.500 espositori, con un incremento del 10% soltanto rispetto allo scorso anno, per 150 mila metri quadrati di spazi espositivi. Una crescita continua dell’industria e dell’economia green, qui ben rappresentata, che non ha visto recessioni in questi anni, nonostante guerre, pandemie, e difficoltà di vario genere. Il programma di quattro giorni ha visto anche decine di convegni e incontri sugli argomenti più disparati, con la partecipazione di esperti e rappresentanti delle istituzioni dal livello locale all’Unione Europea. 

L’edizione 2023 ha visto alcuni focus tematici specifici: stato di implementazione nazionale delle priorità e dei progetti faro PNRR con particolare attenzione alle filiere RAEE, carta-cartone, tessile, plastica; stato di adozione, a livello europeo ed internazionale, dell’economia circolare in termini di efficienza nei processi e nei prodotti, ecodesign, riciclo e uso delle materie prime seconde nelle filiere industriali in vari settori; ripristino e rigenerazione degli ecosistemi,  dei suoli e dell’idrosfera con approfondimenti sulla produzione e valorizzazione sostenibili delle risorse agro-forestali, l’uso sostenibile della risorsa idrica e del mare (blue economy), la gestione e valorizzazione integrata delle acque reflue e dei rifiuti organici municipali;  città verdi e circolari, più fresche e salutari, più efficienti nella gestione e consumo del cibo, della risorsa idrica, dell’energia e dei rifiuti; ricerca e innovazione con i finanziamenti europei diretti a sostenerle; nuove normative, procedure e policies nazionali ed europee, investimenti e financing, start up, creazione di partenariati, formazione e comunicazione.

Oltre a ciò, gli Stati Generali della Green Economy hanno lo scopo di costruire una strategia per il futuro. Come si legge sul sito: “ Gli Stati Generali della Green Economy, promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy, formato da 68 organizzazioni di imprese, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica e con il patrocinio della Commissione europea, vedono quest’anno la loro XII edizione. Essi hanno l’ambizione di promuovere un nuovo orientamento dell’economia italiana verso una green economy per aprire nuove opportunità di sviluppo durevole e sostenibile ed indicare la via d’uscita dalla crisi economica e climatica”.


Tutto questo mostra che c’è moltissimo lavoro da fare in un ambito che è il solo capace di delineare un futuro accettabile, e auspicabilmente desiderabile, nel difficile contesto internazionale attuale. C’è un mondo da costruire poco alla volta, capace di rispondere alle sfide più gravose. Il cambiamento climatico dovuto e guidato dal sistema tradizionale economico e industriale è la maggiore, seguita da tutte le altre, inquinamento, biodiversità, depauperamento delle risorse, ma la prospettiva non è soltanto in risposta ad un problema che abbiamo creato - e già così non è poco - la prospettiva è positiva perché è capace di realizzare poco alla volta un futuro migliore sotto moltissimi aspetti, la salute, l’equità, l’ambiente di vita e quello naturale.

La Fiera Ecomondo fa ben sperare e guardare al futuro con fiducia.


Link al sito:

www.ecomondo.com




martedì 25 luglio 2023

Con luci ed ombre, ma la decarbonizzazione va avanti

 Calo netto dei prezzi, diminuzione dei consumi, riduzione delle emissioni climalteranti, riduzione del ricorso al gas e al carbone, aumento del contributo delle fonti rinnovabili e dell’import di elettricità.

Questo in estrema sintesi è quanto emerge dall’Analisi trimestrale che ha pubblicato Enea del sistema energetico italiano.


Più in dettaglio, i consumi di energia sono calati del -5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, le emissioni di gas ad effetto-serra lo sono del -9%, il gas di -16%, il carbone di -15%, le rinnovabili sono aumentate del +5% e l’importazione di elettricità del +22%. 

In particolare, il giorno di Pasquetta il nostro Paese funzionava quasi soltanto ad energia pulita: eolico e solare FV hanno coperto, nella fascia oraria dalle 13 alle 15 del 10 aprile, oltre l’80% della domanda.

 

Le cause della diminuzione dei consumi vengono individuate nel settore civile (con -12%) come conseguenza della maggior efficienza rispetto agli anni passati e per il clima mite che ha caratterizzato i primi mesi del 2023, consentendo un notevole risparmio di gas, nell’industria (-10%) per via del calo importante (fino al 20%) della produzione nei settori gas intensive, mentre sono in controtendenza i consumi nei trasporti, che aumentano del +3%.

Si legge inoltre che, dopo una lunga serie di variazioni negative, migliora l’indice di transizione energetica elaborato da Enea, con un bel +14%, soprattutto per il netto calo del consumo di carbone, per la diminuzione dei prezzi, e  per la contrazione delle produzioni energivore.


Per quanto riguarda il contesto europeo, si legge nell’Analisi: “Nella prima metà del 2023 è continuata la fase di debolezza delle economie dell’area euro (per il secondo trimestre consecutivo il PIL è lievemente diminuito nel I trimestre e ha ristagnato in primavera), con in particolare un'ulteriore flessione dell'attività manifatturiera (a fronte dell’espansione nei servizi). Nonostante il deciso ritracciamento dei prezzi all’ingrosso del gas e dell’elettricità (45 €/MWh la media del gas al TTF nel I semestre 2023, -70% rispetto al II semestre 2022), nella zona euro è continuata la contrazione dei consumi di energia (-5% nel I trimestre), a causa dei nuovi cali della domanda di gas naturale (-14%) ed elettricità (-4%). Contrazione simile è stimata per le emissioni di CO2, comunque non sufficiente ad avvicinare la traiettoria attuale a quella coerente con il target 2030”.


Riguardo le emissioni, nonostante la riduzione a livello europeo non siamo quindi allineati alla traiettoria idonea a centrare gli obiettivi al 2030.

Inoltre, il fatto che la riduzione dei consumi e delle emissioni derivi anche da una contrazione dell’attività industriale evidenzia chiaramente un quadro solo parzialmente positivo: la sfida era, e resta, il disaccoppiamento dei consumi di energia fossile dalla crescita economica, in un contesto industriale che deve diventare sempre più green e sostenibile. 


Riguardo, infine, la sicurezza energetica si legge che “il contenimento dei consumi di gas ed elettricità ha garantito nell’inverno appena trascorso margini di capacità accettabili sia nel sistema gas sia nel sistema elettrico”. Nel periodo agosto 2022-marzo 2023 i consumi di gas sono stati inferiori di circa 10 miliardi di metri cubi, corrispondenti  a -18% rispetto alla media 2017-2022, dunque oltre il target UE del -15%. Smentiti dunque, come abbiamo già evidenziato in questo blog, gli esperti di energia (nonché sostenitori delle fonti fossili) ospiti dei programmi televisivi che lo scorso inverno ci avvertivano allarmati che col gas e la luce non saremmo arrivati a Capodanno. 


Il documento completo si trova al seguente indirizzo:


https://www.media.enea.it/comunicati-e-news/archivio-anni/anno-2023/energia-analisi-enea-nuovo-calo-di-consumi-5-ed-emissioni-9-nel-primo-semestre-2023.html





martedì 18 aprile 2023

Inizia il calo delle emissioni del settore energetico? Probabilmente sì.

 Crescono le rinnovabili e raggiungono percentuali non certo trascurabili dell'energia elettrica: secondo Ember, nel 2022 la quota è stata del 12%, con un incremento notevole rispetto all'anno precedente che registrava un 10%.

Il think tank sulla sfida energetica Ember ha pubblicato il nuovo Rapporto sullo stato del settore di produzione di energia che prevede che già quest'anno potremmo entrare in una nuova era di calo continuo della produzione da fonti fossili e di conseguenza delle emissioni derivanti dal settore. Sulla strada della decarbonizzazione, lo scenario dell'IEA (International Energy Agency) "Net Zero emissions" pone l'obiettivo di zero emissioni per il settore energetico al 2040, mentre lo zero delle emissioni dell'economia nel suo complesso dovrebbe configurarsi nel 2050. Si tratta di obiettivi molto sfidanti, da cui emerge l'importanza e l'urgenza di un decremento continuo nel settore energetico.

Le notizie riportate sono parzialmente positive: l'intensità di carbonio della generazione di elettricità non è mai stata così bassa come nello scorso anno, quando ha raggiunto "solo" 436 gCO2/kWh, cioè l'energia più pulita che nel complesso sia mai stata prodotta, dovuta principalmente all'aumento record di solare ed eolico. Nonostante questo, le emissioni del settore sono cresciute del 1,3%, per via del fatto che sono complessivamente aumentati i consumi.  Il ricorso al carbone è cresciuto del 1,1%, in linea con gli anni precedenti, ma molto meno di quanto ci si aspettasse al principio della crisi energetica, mentre il gas è quasi stabile. 

Ma soprattutto, gli autori del rapporto ritengono che il 2023 sarà l'inizio di un calo delle emissioni provenienti dal settore di produzione di energia che continuerà in futuro, dando il via ad una nuova era di emissioni via via decrescenti.

Per quanto riguarda altre fonti, come il nucleare tradizionale (fissione), che non emettono carbonio ma presentano altri problemi di difficile soluzione, si registra in questi giorni la notizia che la Germania abbandona i reattori decidendo di chiudere le ultime tre centrali ancora attive.  La strada sembra chiara: verso le fonti pulite e l'efficienza energetica.

Per saperne di più sul rapporto Ember:

https://ember-climate.org/insights/research/global-electricity-review-2023/




sabato 18 marzo 2023

Emissioni 2022: non bene, ma poteva andare peggio

 Le emissioni globali di biossido di carbonio dovute agli usi energetici sono aumentate anche nel 2022 ma meno di quanto si temesse soprattutto grazie alla forte crescita delle rinnovabili e delle tecnologie più efficienti. Come mostra il grafico, dopo il crollo delle emissioni nel 2020 a seguito del lockdown globale per la pandemia e il forte rimbalzo del 2021 con un +6%, lo scorso anno è stato registrato un incremento dello 0,9%, decisamente più basso di quanto ci si aspettasse. Il fatto però che la crescita sia piuttosto contenuta non ci esime dall’aver raggiunto il massimo storico di ben 36,8 miliardi di tonnellate di CO2 emesse in atmosfera.

Come a dire, le emissioni continuano a crescere ma meno del previsto. 


Questo è il quadro complessivo che emerge dal rapporto “CO2 emissions in 2022” (scaricabile al link in calce) della Iea (International Energy Agency) riguardante le emissioni di CO2 del settore energetico.

Il rapporto riguarda le emissioni di gas ad effetto-serra (CO2, metano, ossidi di azoto) provenienti dalla produzione di energia e dai processi industriali. Questi ultimi hanno visto un calo, mentre l’energia un incremento. Tutto sommato, e nonostante quanto accaduto nei mesi scorsi, con forti oscillazioni dei prezzi dell’energia, inflazione, ritorno del carbone in numerosi Paesi in risposta alla situazione di grande incertezza dovuta anche alla guerra in Ucraina, risulta che le nuove tecnologie per le rinnovabili e per l’efficienza non hanno perso terreno ed hanno evitato ben 550 milioni di tonnellate di emissioni. Una conferma del fatto che una volta ben introdotte nel mercato le nuove tecnologie si aprono la loro strada e non si torna più indietro.

Un secondo fra i punti principali che emergono dallo studio consiste nella conferma della tendenza al disaccoppiamento - desiderio e attesa ultradecennale di tutti coloro che seguono questo tema - fra le emissioni e la crescita economica che si registra da un po’ (2021 a parte): lo scorso anno il PIL mondiale è cresciuto del 3,2%, dunque molto di più dell’aumento delle emissioni. 

Il rapporto si addentra in valutazioni riguardanti le singole fonti e i principali Paesi inquinatori, dove risulta un leggerissimo calo delle emissioni in Cina, un piccolo aumento negli USA, quindi sostanzialmente situazioni stazionarie nei due Paesi, ed una riduzione del 2,5% nell’Unione Europea dove per la prima volta la generazione di elettricità eolica e solare insieme ha superato quella del gas o del nucleare. 



Nel grafico, l’andamento delle emissioni di carbonio in atmosfera nel corso del tempo. In ordinata, le emissioni in miliardi di tonnellate.



Il rapporto  IEA “CO2 emissions in 2022” può essere scaricato qui:


https://www.iea.org/reports/co2-emissions-in-2022





giovedì 23 febbraio 2023

Bandi green e rinnovabili: la Regione Emilia Romagna si impegna, ma il ritardo c’è ancora

 Fa piacere, anche se in un’ottica di lungo periodo, evidenziare il cambiamento avvenuto nelle istituzioni riguardo i temi energetici e ambientali negli ultimi vent’anni: si è passati da piani energetici obsoleti già al tempo in cui venivano proposti e largamente tradizionali a programmi green che un tempo stavano soltanto nei sogni degli ambientalisti.

Anche la Regione Emilia Romagna non si sottrae a questa evoluzione positiva che ha interessato le politiche riguardanti energia, ambiente, e ora (correttamente) anche lavoro, con una spinta in avanti negli anni recenti che delinea un cambio netto di visione. Vorrei segnalare il piano triennale di attuazione 2022-2024 del Piano Energetico Regionale 2030 (approvato con delibera n.112 del 6 dicembre 2022) e i primi tre bandi ad esso collegati, attivi in questi giorni se qualcuno fosse interessato. 


Si tratta di un primo bando da 13 milioni di Euro a fondo perduto (domande da indirizzare alla Regione dal 31 gennaio al 22 febbraio 2023) rivolto alle imprese che intendono fare interventi di riqualificazione energetica, di realizzazione di impianti a fonti rinnovabili per l’autoconsumo, di adeguamento antisismico.

Il secondo bando impegna 30 milioni di Euro per le stesse finalità ma destinati agli edifici pubblici (domande da presentare dal 14 marzo al 27 aprile 2023).

Infine, il terzo bando mette in campo 2 milioni di Euro per sostenere la costituzione di Comunità Energetiche Rinnovabili (domande dal 9 febbraio al 9 marzo 2023). 

Una Comunità Energetica Rinnovabile, prevista dalla normativa europea e italiana, è un’associazione di cittadini, imprese, amministrazioni locali, avente lo scopo di produrre, consumare e scambiare energia prodotta, ovviamente, con fonti pulite. Si tratta di un concetto innovativo che può produrre benefici economici e ambientali notevoli, e rientra nella linea politica di decarbonizzazione - e in questo caso, di evidente democratizzazione - dell’energia dell’Unione Europea.


Si legge sul sito (all’indirizzo in calce) che il Piano triennale di attuazione del piano energetico regionale aggiorna alcuni obiettivi, e fra questi indica una quota di copertura dei consumi finali rinnovabile del 22% al 2024, raggiungibile con un tasso di crescita del 3% annuo: una crescita interessante, che evidentemente avrebbe avuto altre cifre se si fosse partiti prima negli anni, e sarebbe stato più facile ottemperare i target UE, come è noto molto sfidanti. Nello specifico, l’Unione ha fissato l’obiettivo di raggiungere il 45% di rinnovabili sui consumi finali al 2030, mentre le emissioni climalteranti dovranno calare del 55% rispetto al 1990 sempre al 2030. E’ necessario uno sforzo notevole per rispettare limiti così stringenti, e le politiche dovranno concretizzarsi in esperienze e azioni tangibili rispettando una tabella di marcia che non ammette sconti.


In sostanza, va bene e soprattutto va bene il cambio netto di prospettiva avvenuto negli ultimi anni, ma per rispettare gli obiettivi dell’Unione Europea in materia di energia e emissioni sarà necessario fare di più, cifre alla mano. 


Il sito della Regione Emilia Romagna con i dati qui forniti:


https://energia.regione.emilia-romagna.it/notizie/in-evidenza/energia-pulita-piano-da-8-5-miliardi-gia-pronti-tre-bandi-da-45-milioni




mercoledì 1 febbraio 2023

Tagliare le emissioni è indispensabile, ma non basterà

 Un nuovo studio, di cui ci informa Scientific American, ribadisce un concetto già emerso in altri studi analoghi del recente passato: tagliare le emissioni di gas climalteranti è indispensabile, ma al punto in cui ci troviamo non basterà, occorre anche rimuovere carbonio dall’atmosfera se intendiamo raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, sostanziati nelle politiche che numerosi Paesi del mondo a partire dall’Unione Europea vogliono mettere in atto.


L’articolo di Chelsea Harvey dal titolo “Global carbon removal efforts are off track for meeting climate goals” (link in calce) spiega già nel sottotitolo che la rimozione del carbonio dall’aria è una parte indispensabile dell’azione a protezione del cima e che ciò che si sta facendo ora non è assolutamente sufficiente per ottemperare agli impegni presi a Parigi - che richiedono di restare sotto i +2°C di riscaldamento globale e possibilmente sotto +1,5°C.

Per stabilizzare la temperatura media globale della Terra entro tali limiti (che “sembrano bassi”, ma non lo sono affatto) bisogna arrivare ad un bilancio zero entro poche decadi - per farsi un’idea, entro il 2050, come scelto dall’Unione Europea - il che significa che fra meno di trent’anni le emissioni nette, ovvero il bilancio fra le quantità emesse e le quantità assorbite, di composti climalteranti dovranno azzerarsi e il bilancio essere in perfetto equilibrio. La Natura si regge su equilibri (non assoluti, ma a lunghissima scadenza) e noi dobbiamo adeguarci a fare altrettanto se vogliamo rispettarne le leggi.

Da dove provengano le emissioni ormai lo sappiamo bene, dalle attività di produzione di energia a vario titolo, dalle industrie, dagli usi civili, dai trasporti, dagli allevamenti; dove si trovino gli assorbimenti è meno noto, anche perché il tema resta un po’ sullo sfondo. Principalmente, i cosiddetti “pozzi di carbonio” naturali (carbon sink) sono le foreste e gli oceani. In effetti, oltre a produrre e richiedere meno CO2, risparmiando, riciclando, passando alle energie alternative, risulta rilevante assorbirne quanta possibile. La via maestra per questo scopo è piantare alberi e vegetazione in genere, la migliore macchina di assorbimento di carbonio che si conosca, e possibilmente smettere di disboscare, soprattutto le foreste primarie o quasi primarie che sono ricchissime di vegetazione e biodiversità e svolgono un ruolo insostituibile negli equilibri planetari.

L’articolo spiega che, ad oggi, non siamo sulla strada giusta e che ciò che si fa in questo ambito è largamente insufficiente. Occorre insomma, rimuovere più carbonio dall’atmosfera di quanto accada attualmente con metodi che si basano principalmente sull’uso che si fa del suolo e della vegetazione.


Sono allo studio, o sulla via della realizzazione (dopo molti anni di studi e di progettazioni) impianti per la cattura e il sequestro della CO2, che potrebbero aggiungersi agli altri metodi. Il rischio, particolarmente grave qualora la tecnologia si diffondesse, è quello che essa venga percepita come una sorta di via libera (di nuovo) alle fonti fossili tanto poi il carbonio viene rimosso dall’aria. Questo è un rischio serio, viste le immani fatiche volte a modificare il modello di sviluppo attuale troppo invasivo per l’ambiente, e viste le resistenze che ancora oggi molti oppongono ad un vero cambiamento. 

Però non si possono sottovalutare gli studi - ormai numerosi - che ci avvertono del fatto che trovare tecniche nuove per la rimozione del carbonio dall’aria che vadano ad aggiungersi a quelle tradizionali è indispensabile. In sostanza, le tecnologie per la cattura della CO2 dovrebbero aggiungersi alla riforestazione e alla riduzione delle emissioni se vogliamo salvare il pianeta su cui viviamo, ma assolutamente non sostituirvisi.  Non basta cioè, dati alla mano, ridurre le emissioni e magari azzerarle al 2050, occorre anche rimuovere CO2 dall’atmosfera con ampie riforestazioni e tecniche per la cattura, purché tutte queste linee di azione procedano insieme. 

Le stime numeriche ci indicano la necessità di  rimuovere dall’aria un ulteriore miliardo di tonnellate di carbonio rispetto al presente, ogni anno da oggi al 2030. Si tratta di un tema non da poco, che apre un ampio ragionamento sulla ricerca, le nuove tecnologie, le applicazioni delle stesse.


Il link all’articolo citato:


https://www.scientificamerican.com/article/global-carbon-removal-efforts-are-off-track-for-meeting-climate-goals/


 



venerdì 29 aprile 2022

Le foreste della vita

 “Le foreste sono la nostra più grande speranza”, titola la pagina web di Trillion Trees, una collaborazione tra World Wildlife Fund(Wwf), Birdlife International e Wildlife Conservation Society (Wcs). Il sito dell’associazione si trova all’indirizzo in calce, ed è particolarmente interessante da seguire.

Le cifre poste in evidenza sulla home page sono altrettanto interessanti: le foreste incamerano 319 Gton (miliardi di tonnellate) di CO2, sono 3.272 le specie presenti a cui si fa riferimento come indicatori della biodiversità, sono 371 milioni le persone che dalle foreste dipendono in quanto vivono accanto o in esse. Le foreste sono centrali nella ricerca delle soluzioni al problema più grande che l’umanità abbia mai affrontato, le alterazioni degli equilibri naturali a livello globale di cui il cambiamento climatico è la più evidente e grave. Le foreste infatti sequestrano il carbonio in modo naturale, agiscono come mitigatori e regolatori del clima locale e mondiale, custodiscono la maggior parte della biodiversità presente sulla Terra, forniscono sussistenza alle popolazioni che ancora vivono al loro interno o nelle vicinanze. Molte specie animali o vegetali che in esse vivono non sono ancora state scoperte. Le ultime foreste primarie rimaste vanno tutelate, mentre il rimboschimento di aree un tempo verdi può contribuire a ridurre il riscaldamento globale e a migliorare le condizioni di vita a livello locale, mitigando il cambiamento climatico, fermando l’avanzata di zone siccitose o desertiche, favorendo condizioni di naturale umidità, di ricchezza e stabilità del suolo, tutelando o recuperando ecosistemi importantissimi. 


Secondo un’analisi di Trillion Trees non ci sono solo foreste distrutte ma ci sono anche foreste che ricrescono: 59 milioni di ettari in più negli ultimi vent’anni in varie zone del pianeta. Un dato positivo. Come positiva è stata la decisione assunta per la prima volta nella storia alla Cop26 di Glasgow lo scorso anno: fermare la deforestazione al 2030. La Dichiarazione sulle foreste e l’uso del territorio, firmata da 141 Paesi,  afferma in sintesi la volontà di conservare le foreste e accelerare il loro recupero, promuovere politiche sostenibili, ridurre la vulnerabilità delle aree rurali che dalle foresta dipendono tutelando le popolazioni indigene che ancora vicino in gran parte nella natura. Gli impegni assunti devono includere gli aspetti economici e finanziari orientati allo sviluppo sostenibile.

Piantare alberi significa portare la vita.


Concludo con una breve poesia di Federico Garcia Lorca, titolo “Alberi”:


Alberi!

Frecce voi siete

Dall’azzurro cadute?

Quali tremendi guerrieri

Vi scagliarono?

Sono state le stelle?

Vengon le vostre musiche

Dall’anima degli uccelli,

Dagli occhi di Dio,

Dalla passione perfetta.

Alberi,

Riconosceranno le vostre radici 

Il mio cuore in terra?



Il sito di Trillion Trees si trova qui:


https://trilliontrees.org


La Dichiarazione della Cop26 di Glasgow è al seguente indirizzo:


https://ukcop26.org/glasgow-leaders-declaration-on-forests-and-land-use/


martedì 16 novembre 2021

Cop26: fine della deforestazione, ma al 2030


Anche i risultati della Cop 26 (ventisei!) tenutasi a Glasgow giacciono fra i chiaroscuri che usualmente avvolgono i contenuti di questi vertici, difficilissimi da raggiungere in partenza per la necessità di accordare fra loro quasi tutti i Paesi del mondo, ovviamente diversissimi fra loro.

Due pilastri che possono essere buon sostegno alla lotta al cambiamento climatico e alla depauperazione della natura terrestre sono l’accordo sul metano e l’accordo sulla fine della deforestazione. Partiamo oggi da quest’ultimo, una buona notizia, attesa da tempo, estremamente positiva se ovviamente sarà realmente attuata.

Oltre cento Paesi ospitanti in totale l’86% delle foreste presenti sulla Terra 

si sono impegnati a fermare la deforestazione entro il 2030, mettendo sul tavolo impegni finanziari, inclusi investimenti privati, per un ammontare di 19,2 miliardi di euro. L'Unione europea si è impegnata per un miliardo, di cui 250 milioni da destinare al Bacino del Congo, secondo polmone della Terra dopo l'Amazzonia. Il presidente americano Joe Biden ha annunciato che chiederà al Congresso di stanziare 9 miliardi entro il 2030. Ma ciò che più conta è che tra i firmatari ci siano anche il Brasile (con la presidenza Bolsonaro, accusata da anni di consentire il disboscamento nella foresta dell’Amazzonia), la Russia, la Cina, la Colombia, l’Indonesia, l’Australia, il benemerito Costa Rica, ossia Paesi che ospitano gran parte delle foreste del mondo. 

Ora, che cosa succede da qui al 2030? Speriamo che non le radano al suolo, così che al 2030 non ci saranno difficoltà nel fermare la deforestazione...


Proteggere le foreste significa proteggere serbatoi di carbonio, produttori di ossigeno, scrigni di biodiversità, mitigatori del clima, significa conservare habitat naturali antichi o primari, tutelare popoli nativi e le loro culture. Un patrimonio che non ha prezzo, visto che è indispensabile alla vita sulla Terra.

Ma quante sono le foreste oggi? Per avere un’idea, la figura mostra le foreste primarie in verde scuro, le deforestazioni occorse negli anni 2000 in rosso, le foreste non primarie in verde chiaro. Queste ultime spesso corrispondono alle aree vergini che un tempo ricoprivano vaste aree del pianeta. E’ evidente che le zone con foreste vergini rimaste sono circoscritte, spesso frammentate, e che c’è un continente, l’Europa, che non ne possiede quasi più. Quasi, perché con una scala più dettagliata si vedrebbero i pochissimi e limitati territori europei ancora oggi con boschi intatti, soprattutto in alcuni Paesi dell’Est (Polonia) o del Nord (Scandinavia). Questo fatto ha un preciso significato politico: se vogliamo che Paesi ancora detentori di patrimoni naturali importanti, e spesso con poche risorse finanziarie, proteggano i beni naturali che possiedono dobbiamo contribuire concretamente per metterli in condizione di poterlo fare. L’Europa non era un immenso territorio agricolo, e meno che meno industriale, era ricoperta di foreste esattamente come lo sono oggi altri Paesi che hanno subito minori impatti. Il nostro Paese non fa eccezione, quasi tutto il territorio è stato modificato in profondità dall’uomo - forse soltanto nascoste valli residui del passato hanno resistito perché impervie. 

Se ci si accorda per tutelare ciò che resta della natura terrestre ciascuno perciò deve fare la sua parte. 

Per approfondire, segnalo il rapporto FAO “The state of the world’s forests - 2020” all’indirizzo in calce, oltre al sito WCS da cui è tratta l’immagine.




https://www.wcs.org/our-work/solutions/climate-change/intact-forests


https://www.fao.org/state-of-forests/2020/en/



venerdì 21 agosto 2020

Per salvarci dalla crisi climatica non serve fermare tutto e tornare alla candela, ma impegnarci seriamente con politiche green

Quante volte abbiamo sentito la frase “ma allora, secondo le tesi ambientaliste dovremmo fermare tutto e tornare indietro ai tempi passati”, quante volte il suo contenuto è stato lo spauracchio di coloro che governavano e della politica in genere. La tesi del ritorno indietro in realtà esiste, ma non può essere considerata logica ed unica conseguenza della necessità di proteggere l’ambiente. Anzi, secondo chi scrive si tratta di un’opzione che porterebbe ad esiti contrari a quelli che si vorrebbe ottenere con la sua applicazione: sette miliardi di persone che vivessero ricorrendo alle risorse naturali in modo diretto avrebbero un impatto ambientale distruttivo in un tempo brevissimo. La questione ambientale è complessa - nel senso della teoria della complessità - ed evolutiva: l’ambiente che caratterizza oggi il pianeta Terra non è lo stesso del passato, l’equilibrio preistorico è irraggiungibile e coloro che lo sognano fanno un puro esercizio di fantasia, e l’unica via che abbiamo la possibilità di seguire è quella tecnologica. Sarà un insieme costituito da una corretta applicazione delle tecnologie nuove, di politiche adeguate, di riduzione delle diseguaglianze sociali con conseguente possibilità di accesso per tutti alle tecnologie medesime, la chiave per aprire la porta del futuro. Il futuro non sarà, e non dovrà mai essere, simile al passato (il caso contrario, sarebbe una catastrofe planetaria). 

Una ricerca pubblicata su Nature Climate Change esamina l’effetto sulle tendenze globali dei parametri che caratterizzano il cambiamento climatico della chiusura dovuta all’epidemia denominata Covid-19. Nella tragedia costituita da una nuova malattia virale che per molti risulta essere mortale, abbiamo un’occasione d’oro di studio di un fatto senza precedenti: per mesi tutto il mondo ha fermato quasi completamente le attività, viaggi, spostamenti ridotti al minimo per le merci, fabbriche, aziende, impianti industriali, scuole, negozi e botteghe, feste, sagre, cinematografi, teatri, eventi sportivi, ogni tipo di attività escluso l’essenziale. La necessità di fermare il contagio per quanto possibile e la migliore capacità di organizzazione che indubbiamente oggi abbiamo rispetto a momenti nel passato che hanno visto epidemie simili hanno portato ad una condizione collettiva mondiale mai accaduta prima. Il mondo umano si è fermato per un po’. Verificare se questo fatto porti a conseguenze di intensità significative sullo stato dell’ambiente a livello globale presenta vari motivi di interesse in vista della scelta delle strategie da adottare per scongiurare la crisi climatica: innanzitutto la possibilità di diminuire gli apporti degli inquinanti emessi, poi una sorta di esperimento collettivo (forzato) direttamente misurabile. 

Lo studio in oggetto, dal titolo  “Current and future global climate impacts resulting from COVID-19” (“Impatti sul clima globale correnti e futuri risultanti dal Covid-19”, scaricabile all’indirizzo in calce) esamina le conseguenze della riduzione dei gas ad effetto serra e degli altri inquinanti dell’aria dovuta al lockdown sulle tendenze abituali e stima l’entità delle riduzioni nel periodo da febbraio a giungo 2020. Alcuni composti con effetto riscaldante, come gli NOx (ossidi di azoto), calano del 30%, ma la diminuzione viene compensata da un’analoga diminuzione degli ossidi di zolfo che indeboliscono la capacità degli aerosol di raffreddare l’atmosfera. Il clima è un sistema complesso, con decine di variabili ad effetti diversi, e spesso di segno opposto, legate tra loro, con cicli di vita diversi ed effetti indiretti, e i risultati non sono per nulla facili da trovare, tanto che si usano modelli matematici per simulare gli andamenti dei parametri più importanti. Questi modelli matematici hanno comunque dimostrato da tempo la loro affidabilità. In buona sintesi, lo studio in oggetto sostiene che gli effetti della chiusura globale dovuta alla pandemia da Covid-19 sulla temperatura media globale siano trascurabili: un raffreddamento valutato intorno al centesimo di grado Celsius al 2030, quasi niente.  Spingendosi poi ad analizzare percorsi diversi, emerge che se scegliessimo di stimolare l’economia in senso “verde” e in misura definita “moderata” potremmo arrivare ad emissioni zero per il 2060, mentre se optassimo per un investimento maggiore, ma comunque fattibile, nell’economia verde potremmo raggiungere una diminuzione del 50% delle emissioni climalteranti al 2030 rispetto allo scenario base ed emissioni zero al 2050. La differenza principale fra le ultime due opzioni riguarda il fatto che la seconda, la più performante, consentirebbe con una probabilità superiore al 50% di limitare la crescita della temperatura a +1,5°C, ovvero di attuare la scelta più restrittiva raccomandata nell’Accordo di Parigi del 2015. Tradotto in termini semplici: possiamo farcela, ma occorre una ripresa fortemente orientata all’innovazione a basso impatto ambientale, con un impegno collettivo che includa i Paesi più poveri e i Paesi più ricchi e potenti, come gli Stati Uniti. Come la pandemia di Covid-19 la crisi climatica riguarda tutti, nessuno escluso.

La Natura che occupava nuovamente spazi durante la chiusura forzata di quasi tutte le attività umane ci ha mostrato, per un tempo breve, quale sorta di impatto abbiamo noi sul mondo. L’eccezionalità del caso ci ha portato per un attimo a vedere chi siamo noi sulla Terra, come la prima foto della Terra dallo spazio ci portò a vedere di colpo quanto piccolo, limitato e isolato fosse il nostro mondo. La possibilità di ridurre le conseguenze delle attività umane sui sistemi naturali, ed in particolare di contenere quanto possibile il riscaldamento globale, viene oramai mostrata e descritta da una serie di studi scientifici molto chiari circa le scelte da fare. In poche parole, non sarà un ritorno al passato, non sarà una chiusura delle attività, a salvarci, ma una scelta precisa delle politiche da porre in atto.

La pubblicazione scientifica citata può essere scaricata al seguente indirizzo (in inglese):

https://www.nature.com/articles/s41558-020-0883-0.pdf




domenica 1 marzo 2020

Stoccaggio della CO2 a Ravenna

E' notizia dell'altro ieri che l'Eni intende realizzare impianti di stoccaggio della CO2 a Ravenna (nota dell'Agenzia Dire all'indirizzo in calce). 
Secondo Claudio Descalzi, amministratore delegato Eni, "la CCS in Italia ha un’opportunità unica nell’area di Ravenna, grazie alla combinazione tra giacimenti offshore esauriti con infrastrutture ancora operative, insieme a centrali elettriche sulla terraferma unitamente ad altri impianti industriali nelle vicinanze". Le possibilità di stoccaggio sarebbero veramente notevoli, tra 300 e 500 milioni di tonnellate, e la tempistica abbastanza breve, cinque anni. Eni infatti conta di terminare gli studi preliminari per il 2025, passando successivamente alla fase esecutiva.

CCS, acronimo di Carbon Capture and Storage, è un insieme di tecnologie che consente la cattura ed il sequestro dell'anidride carbonica emessa in atmosfera a seguito della combustione delle fonti energetiche fossili, con iniezione e stoccaggio in apposite strutture sotterranee che consentirebbero il confinamento del gas responsabile della maggior quota di alterazione atmosferica e climatica. Si tratta di una delle opzioni idonee a conseguire gli obiettivi di contenimento del cambiamento climatico in atto, la cosiddetta "mitigazione".
A mio avviso, la CCS è indispensabile al punto a cui siamo arrivati, ma ad una condizione: che non sia considerata parte sistematica della produzione di energia da fonti energetiche fossili (carbone, petrolio e metano). Cioè che non si pensi che, essendo possibile stoccare la CO2 da qualche parte, sia lecito continuare business as usual, nel solito modo con gli impianti termoelettrici tradizionali magari affiancati dai sistemi CCS. 
Invece, la CCS è importante per ridurre la CO2 che abbiamo già emesso in atmosfera, e se vogliamo, che stiamo ancora emettendo nella fase "del metano", la famosa transizione verso un sistema energetico completamente rinnovabile che, però, non dovrebbe prolungarsi troppo. Uno dei punti da tener conto riguarda il fatto che non abbiamo più tempo a disposizione rispetto alla velocità con cui sta cambiando il mondo naturale. Non abbiamo nemmeno quasi più bisogno dei dati scientifici: l'inverno più caldo, senza neve, l'Artico che si scioglie, e ora anche l'Antartide che era rimasto intatto per ragioni legate alle correnti del sistema climatico sta reagendo alla temperatura media più elevata in modo evidente, sono effetti visibili, concreti, che dovrebbero suscitare il massimo allarme. 
Ben venga dunque la proposta di Eni di convertire gli impianti di Ravenna al sequestro della CO2, purché l'iniziativa si inserisca in un percorso di decarbonizzazione che porti verso l'uscita dalla necessità di bruciare fonti fossili, in un tempo adeguato a salvare gli equilibri che stanno alla base del sistema climatico terrestre. La scelta è da sostenere come tassello di un quadro più ampio, e potrebbe portare anche a dirette conseguenze positive sul territorio interessato.

PS:  Infine, la politica.  Ora la Regione Emilia Romagna ha ora un nuovo Assessore con delega all'energia, si tratta di Vincenzo Colla. Da un piccolo blog che segue con passione questi temi gli auguri migliori di buon lavoro.

La notizia sul sito Dire:

https://www.dire.it/28-02-2020/427679-a-ravenna-enormi-possibilita-per-lo-stoccaggio-di-co2/

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