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venerdì 9 maggio 2025

Eolico a Badìa Tedalda: troppi elementi critici genererebbero un impatto eccessivo

Riguardo il progetto di impianto eolico denominato “Badia del vento” e situato al confine fra Toscana e Romagna nel territorio di Badìa Tedalda (AR) credo che abbia ragione la Regione Emilia Romagna che, insieme a numerosi Comuni del territorio, ha espresso parere contrario. La Regione Toscana, che promuove l’impianto collocato al confine fra le due regioni (capitano spesso proprio sui confini) è ovviamente favorevole.

Si tratta di sistemare un impianto eolico industriale di dimensioni ragguardevoli in uno dei territori italiani ancora poco alterati da mano umana, di particolare rilevanza storica, paesaggistica, naturalistica. A questo impianto ne seguirebbero altri, arrivando ad una sessantina di aerogeneratori collocati in alta quota sui crinali. L’area interessata si trova fra il camaldolese, il territorio di San Marino e il Montefeltro. Dalla parte della Romagna, le pale eoliche sovrasterebbero la Valmarecchia.
Il progetto di impianto “Badia del vento” è costituito da 7 turbine eoliche alte 180 metri, come enormi grattacieli, con rotori del diametro di 136 metri, e piazzole di sostegno gigantesche. I lavori di sbancamento sarebbero notevoli, su crinali intonsi ad oltre 1.000 metri di quota. L’Appennino toscoemiliano non è caratterizzato da venti particolarmente intensi, perciò bisogna andare a prenderli a grandi altezze, e sorge spontanea la domanda se ne vale la pena sul piano della produzione di energia.
Il progetto, inoltre, non rispetterebbe i 7 Km di distanza, con numerosi beni architettonici e storici tutelati, e non terrebbe conto della vicinanza ad aree naturali protette. Per citarne alcune, si tratta della Riserva Naturale dell’Alpe della Luna, il Monte Fumaiolo, la ripa della Moia, i fiumi Marecchia e Senatello, il Monte Carpegna, il Torrente Messa, il Poggio Miratoio, il Parco e la riserva naturale del Sasso Simone e Simoncello, o località storiche come il borgo di Petrella Guidi. E’ del tutto naturale che la zona sia piena di territori da tutelare, vi
ste le caratteristiche che la rendono una delle aree di maggior pregio naturalistico e storico in Italia.

La Regione Emilia Romagna osserva che l’impianto può avere potenziali effetti negativi e significativi sulle componenti ambientali (paesaggio, avifauna, chirotterofauna e rumore) e che presenta delle criticità rispetto alla pianificazione territoriale regionale e l'idoneità delle aree per l'installazione di impianti eolici, per non parlare ovviamente dell’impatto visivo. 
E’ lecito aspettarsi che il progetto venga archiviato, nel quadro di una regolamentazione delle aree idonee agli impianti eolici e del rispetto delle norme, come anche nel contesto di uno sviluppo corretto delle fonti rinnovabili.


Il problema delle rinnovabili sul territorio costituisce da anni un aspetto non secondario della transizione energetica. Sono positivi i dati numerici che mostrano una crescita nel tempo delle energie pulite, ma non basta se tale crescita nel concreto non avviene nel rispetto del territorio. Insomma, non si possono costruire ovunque e comunque, vanno invece fatte delle scelte sulla base di regole precise, capaci di promuovere le fonti pulite senza stravolgere fauna, flora, peculiarità storiche, artistiche, naturalistiche del territorio interessato - è l’unico modo, fra l’altro, che può portare a una migliore e più facile accettazione da parte delle comunità locali.


Si possono trovare tutte le informazioni relative al progetto e all’iter in corso sui siti della Regione Emilia Romagna e Toscana, sul portale Demetra della Regione Emilia Romagna, oltre che su numerosi siti informativi.



giovedì 4 gennaio 2024

Appennino sotto attacco

 La montagna non è al sicuro: stanno cercando di imbrigliarla con funi, pali di cemento, cabinovie, ovvero con un grande progetto di impianti di risalita per sciare fra Emilia e Toscana, una idea certo non nuova per lo “sviluppo” della zona con il turismo basato sulla neve. Se poi la neve non c’è, il medesimo “sviluppo” non si fa vergogna di spararla eventualmente con i cannoni, facendo ricorso ad abbondanti consumi di energia e di acqua - che c’è sempre meno - per far girare l’economia guadagnando denaro invece di preservare l’energia e la risorsa idrica per scopi più utili, e fare girare l’economia in altro modo.

Su basi come queste si governano i territori, vale a dire senza vedere oltre la punta del proprio naso, senza considerare anni di riflessioni sui modelli di sviluppo alternativi - con cui troppo spesso è sufficiente riempire i discorsi preelettorali - e senza valutare nemmeno il cosiddetto adattamento al cambiamento climatico, parte fondante della strategia delle Nazioni Unite in risposta al maggiore problema che ci troviamo ad affrontare a livello planetario. I climatologi, dal canto loro, ci informano che la neve che comunque verra’ sara’ piu’ probabile nei mesi di gennaio e febbraio, cioè lontano dal periodo delle festività, e del turismo, natalizie.


L’Appennino in questione è il crinale fra Emilia Romagna e Toscana, nella zona del Corno alle Scale, un’area che possiede già impianti per lo sci, ma che soffre ogni inverno sempre più del riscaldamento globale che riduce fino ad azzerare la presenza di neve. Il rischio concreto è di costruire una cattedrale nel deserto (magari a perenne monito dell’ottusità) spendendo cifre importanti.

La vicenda nasce nel 2016, all’epoca del Governo Renzi, quando un accordo di programma fra Governo, Regione Emilia-Romagna e Regione Toscana, guidate rispettivamente da Stefano Bonaccini, tuttora in carica, e da Enrico Rossi, nel frattempo sostituito da Eugenio Giani eletto nel 2020, viene siglato per “il sostegno e la promozione congiunta degli impianti sciistici della montagna tosco-emiliano-romagnola” (da Greenreport). Lo scopo è potenziare impianti già esistenti e costruirne dei nuovi su entrambi i versanti, toscano ed emiliano romagnolo. Un progetto calato dall’alto, senza alcun legame con i territori. Il costo complessivo ad oggi sarebbe intorno ai 16 milioni di euro, di cui circa 6 milioni a carico dello Stato e 10 milioni a carico della Regione Toscana. La Regione Emilia Romagna mette sul piatto per parte sua oltre 7 milioni di euro per 15 progetti fra cui quelli riguardanti il versante emiliano degli impianti in questione.

Sono passati alcuni anni, ma mentre tutto lasciava pensare che la realizzazione degli impianti fosse ormai un’idea del passato, il 9 marzo dello scorso anno è stato depositato a Pistoia lo Studio di Fattibilità. Dunque, si vuole procedere.


La scelta viene immediatamente criticata e disapprovata da numerose associazioni ambientaliste, e non solo o non strettamente tali, come Legambiente, WWF, Lipu, di cui si leggono le osservazioni all’indirizzo in calce, CAI, di cui un bell’articolo viene altresì linkato in calce, Italia Nostra, Fridays for Future, Touring Club, Spi-CGIL, e altre. Si forma nel 2020 un comitato denominato Un Altro Appennino è Possibile presente sia sul versante emiliano romagnolo sia sul versante toscano. Il comitato ha posto in essere una raccolta fondi per presentare un ricorso al Consiglio di Stato, che ha avuto ottimi risultati: è stata superata la soglia prefissata di 10.000 euro, raggiungendo la cifra di oltre 12.000 euro. 

La domanda a questo punto sorge spontanea: ma a questo si deve arrivare? A fare ricorso? 

Certo, sono numerosissime le opposizioni a progetti di varia natura sul territorio italiano, si formano comitati per ogni cosa, è stata stigmatizzata la tendenza a non volere nulla dove ciascuno vive da un acronimo inglese (NIMBY), ci si oppone un po’ a tutto, rinnovabili comprese. La sensazione, però, è che si arrivi a questo perché la fiducia cieca non è sufficiente. Infatti, proprio in casi come questo che stiamo esaminando le amministrazioni che hanno fatto la proposta avrebbero il dovere - il dovere - di spiegare con chiarezza i benefici, i costi, gli impatti ambientali, e soprattutto le ragioni di una scelta che implica un intervento esteso sul crinale appenninico (zona di grandissima importanza naturalistica) in una fase storica che, salvo oscillazioni statistiche che saranno sempre più contenute, vedrà sparire progressivamente l’innevamento naturale alle quote interessate. Poi faremo la neve con i cannoni? Di quale sviluppo “sostenibile” stanno parlando?


Credo fermamente che non sia possibile individuare una linea semplice da seguire per costruire un tipo di sviluppo concretamente sostenibile, ma che sia necessario di volta in volta approfondire i vari aspetti di un progetto e calibrarne costi e benefici, nel contesto locale, nazionale, e quando necessario sovranazionale. In questo caso, davvero si fatica a comprendere le ragioni di una scelta, che sembra più dettata da ansia di costruzione che da una ponderata analisi. 


La realtà è che il progetto andrebbe fermato, e andrebbero riviste le prospettive di sviluppo della zone interessate, valutando alternative più adatte al nuovo clima e alla necessità di ridurre sempre più e prima che sia tardi le conseguenze sui sistemi naturali delle attività umane. Abbiamo creato noi lo sviluppo che ha cancellato la neve, e ora vogliamo costruire impianti per sciare sulla neve: mettiamoci d’accordo su ciò che vogliamo fare, una volta tanto.


L’articolo su Greenreport: 


https://greenreport.it/news/clima/nuova-funivia-doganaccia-corno-alle-scale-le-osservazioni-di-legambiente-wwf-e-lipu/


L’articolo del CAI:


https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/ha-ancora-senso-nel-2023-realizzare-nuove-funivie/


Il sito del comitato Un Altro Appennino è Possibile:


https://www.unaltroappennino.it



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