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venerdì 21 agosto 2020

Per salvarci dalla crisi climatica non serve fermare tutto e tornare alla candela, ma impegnarci seriamente con politiche green

Quante volte abbiamo sentito la frase “ma allora, secondo le tesi ambientaliste dovremmo fermare tutto e tornare indietro ai tempi passati”, quante volte il suo contenuto è stato lo spauracchio di coloro che governavano e della politica in genere. La tesi del ritorno indietro in realtà esiste, ma non può essere considerata logica ed unica conseguenza della necessità di proteggere l’ambiente. Anzi, secondo chi scrive si tratta di un’opzione che porterebbe ad esiti contrari a quelli che si vorrebbe ottenere con la sua applicazione: sette miliardi di persone che vivessero ricorrendo alle risorse naturali in modo diretto avrebbero un impatto ambientale distruttivo in un tempo brevissimo. La questione ambientale è complessa - nel senso della teoria della complessità - ed evolutiva: l’ambiente che caratterizza oggi il pianeta Terra non è lo stesso del passato, l’equilibrio preistorico è irraggiungibile e coloro che lo sognano fanno un puro esercizio di fantasia, e l’unica via che abbiamo la possibilità di seguire è quella tecnologica. Sarà un insieme costituito da una corretta applicazione delle tecnologie nuove, di politiche adeguate, di riduzione delle diseguaglianze sociali con conseguente possibilità di accesso per tutti alle tecnologie medesime, la chiave per aprire la porta del futuro. Il futuro non sarà, e non dovrà mai essere, simile al passato (il caso contrario, sarebbe una catastrofe planetaria). 

Una ricerca pubblicata su Nature Climate Change esamina l’effetto sulle tendenze globali dei parametri che caratterizzano il cambiamento climatico della chiusura dovuta all’epidemia denominata Covid-19. Nella tragedia costituita da una nuova malattia virale che per molti risulta essere mortale, abbiamo un’occasione d’oro di studio di un fatto senza precedenti: per mesi tutto il mondo ha fermato quasi completamente le attività, viaggi, spostamenti ridotti al minimo per le merci, fabbriche, aziende, impianti industriali, scuole, negozi e botteghe, feste, sagre, cinematografi, teatri, eventi sportivi, ogni tipo di attività escluso l’essenziale. La necessità di fermare il contagio per quanto possibile e la migliore capacità di organizzazione che indubbiamente oggi abbiamo rispetto a momenti nel passato che hanno visto epidemie simili hanno portato ad una condizione collettiva mondiale mai accaduta prima. Il mondo umano si è fermato per un po’. Verificare se questo fatto porti a conseguenze di intensità significative sullo stato dell’ambiente a livello globale presenta vari motivi di interesse in vista della scelta delle strategie da adottare per scongiurare la crisi climatica: innanzitutto la possibilità di diminuire gli apporti degli inquinanti emessi, poi una sorta di esperimento collettivo (forzato) direttamente misurabile. 

Lo studio in oggetto, dal titolo  “Current and future global climate impacts resulting from COVID-19” (“Impatti sul clima globale correnti e futuri risultanti dal Covid-19”, scaricabile all’indirizzo in calce) esamina le conseguenze della riduzione dei gas ad effetto serra e degli altri inquinanti dell’aria dovuta al lockdown sulle tendenze abituali e stima l’entità delle riduzioni nel periodo da febbraio a giungo 2020. Alcuni composti con effetto riscaldante, come gli NOx (ossidi di azoto), calano del 30%, ma la diminuzione viene compensata da un’analoga diminuzione degli ossidi di zolfo che indeboliscono la capacità degli aerosol di raffreddare l’atmosfera. Il clima è un sistema complesso, con decine di variabili ad effetti diversi, e spesso di segno opposto, legate tra loro, con cicli di vita diversi ed effetti indiretti, e i risultati non sono per nulla facili da trovare, tanto che si usano modelli matematici per simulare gli andamenti dei parametri più importanti. Questi modelli matematici hanno comunque dimostrato da tempo la loro affidabilità. In buona sintesi, lo studio in oggetto sostiene che gli effetti della chiusura globale dovuta alla pandemia da Covid-19 sulla temperatura media globale siano trascurabili: un raffreddamento valutato intorno al centesimo di grado Celsius al 2030, quasi niente.  Spingendosi poi ad analizzare percorsi diversi, emerge che se scegliessimo di stimolare l’economia in senso “verde” e in misura definita “moderata” potremmo arrivare ad emissioni zero per il 2060, mentre se optassimo per un investimento maggiore, ma comunque fattibile, nell’economia verde potremmo raggiungere una diminuzione del 50% delle emissioni climalteranti al 2030 rispetto allo scenario base ed emissioni zero al 2050. La differenza principale fra le ultime due opzioni riguarda il fatto che la seconda, la più performante, consentirebbe con una probabilità superiore al 50% di limitare la crescita della temperatura a +1,5°C, ovvero di attuare la scelta più restrittiva raccomandata nell’Accordo di Parigi del 2015. Tradotto in termini semplici: possiamo farcela, ma occorre una ripresa fortemente orientata all’innovazione a basso impatto ambientale, con un impegno collettivo che includa i Paesi più poveri e i Paesi più ricchi e potenti, come gli Stati Uniti. Come la pandemia di Covid-19 la crisi climatica riguarda tutti, nessuno escluso.

La Natura che occupava nuovamente spazi durante la chiusura forzata di quasi tutte le attività umane ci ha mostrato, per un tempo breve, quale sorta di impatto abbiamo noi sul mondo. L’eccezionalità del caso ci ha portato per un attimo a vedere chi siamo noi sulla Terra, come la prima foto della Terra dallo spazio ci portò a vedere di colpo quanto piccolo, limitato e isolato fosse il nostro mondo. La possibilità di ridurre le conseguenze delle attività umane sui sistemi naturali, ed in particolare di contenere quanto possibile il riscaldamento globale, viene oramai mostrata e descritta da una serie di studi scientifici molto chiari circa le scelte da fare. In poche parole, non sarà un ritorno al passato, non sarà una chiusura delle attività, a salvarci, ma una scelta precisa delle politiche da porre in atto.

La pubblicazione scientifica citata può essere scaricata al seguente indirizzo (in inglese):

https://www.nature.com/articles/s41558-020-0883-0.pdf




mercoledì 15 luglio 2020

La lista nera della finanza verde

Anche la finanza si accorge dei problemi ambientali, e a dire il vero, non da oggi. 
BlackRock è la più grande società di investimento nel mondo, con sede a New York, una società di gestione del risparmio “il cui scopo principale è affiancare un numero sempre maggiore di persone nella pianificazione del loro futuro finanziario” come si legge sul suo sito. Essa gestisce un fondo di oltre 6 mila e 500 miliardi di dollari e la sua rilevanza a livello internazionale è ben nota. 
E’ notizia di ieri che BlackRock ha individuato ben 244 aziende «che stanno compiendo progressi insufficienti nell’integrare il rischio climatico nei rispettivi business model e informative». Non solo: ha votato contro nelle assemblee di 53 società e per le restanti 191 ha «notificato lo stato di sorveglianza e il rischio di un'attività di voto nei confronti del management, nel 2021, qualora non compiano progressi sostanziali». Si legge in un articolo sul Sole24ore (all’indirizzo in calce) che “quella di BlackRock è una questione di business. «Il nostro impegno – si legge nel report – nasce dalla convinzione che il rischio climatico sia parte del rischio investimento, e che integrare fattori come sostenibilità e clima nei portafogli possa fornire agli investitori rendimenti migliori rettificati per il rischio». 
La finanza si accorge dell’ambiente, ed ora lo fa in modo plateale. Si può leggere la lista nera delle 53 società accusate di mancanza di iniziative adeguate al problema climatico suo medesimo articolo. Non c’è dubbio che il rischio climatico sia una parte notevole del rischio associato all’investimento, ed ora ne va tenuto debito conto.
A dire il vero, il fondo di investimento è stato nel passato, anche recente, accusato da parte ambientalista di investire in ambiti nocivi allo stato dell’ambiente, e questa potrebbe essere una risposta alle critiche. In ogni caso, si tratta di una risposta positiva, un ulteriore tassello nella realizzazione del mosaico del nostro futuro, che dovrà essere sostenibile semplicemente per esistere.   

In un altro bell’articolo pubblicato dal Sole il mese scorso (“Finanza e ambiente: perché la crisi sanitaria può essere un’occasione”) si descrive ancora una volta l’opportunità nascosta dietro la crisi, davvero drammatica, dovuta al Covid19: possiamo uscirne, e farlo affrontando come si deve la crisi più grande di tutte, quella che include tutte le altre, quella ambientale e climatica.
Si legge che Recovery Fund e Green New Deal, due programmi europei molto complessi, devono essere iniziative coordinate se vogliamo costruire il futuro dell’Europa. 
Una transizione verso la sostenibilità che non deve essere più una scelta - sì o no - dato che il sì è imprescindibile, ma un momento in cui ci si concentra su come farla. Il “come” è importantissimo per trovare risposte operative e concrete in un ambito in cui le parole certo non bastano (e sono state usate troppo spesso in sostituzione dei fatti). 
Nell’articolo, a firma di Angelo Baglioni, si legge inoltre che “ Il mercato degli investimenti finanziari sostenibili è in forte espansione da alcuni anni in tutto il mondo, e l’Europa è leader in questo settore”, ma che non mancano gli ostacoli, come un quadro di regole ancora incerto. Emerge comunque un’Europa molto impegnata in questo ambito, che guida il mondo e lo fa da anni, nonostante le notevoli difficoltà insite in una sfida nuova e globale. 
Abbiamo bisogno di una conversione ambientale dell’economia; in essa, la finanza verde ha un ruolo fondamentale, anche con l’attenzione della pubblica opinione che ha un’inaspettata influenza sulle scelte.

Gli articoli citati:

https://www.ilsole24ore.com/art/clima-blackrock-compila-lista-nera-bocciati-244-colossi-ADjW39d?refresh_ce=1

https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-ambiente-perche-crisi-sanitaria-puo-essere-un-occasione-AD2o6jV


mercoledì 24 giugno 2020

Attacco al PD (dal suo interno, naturalmente)

Chiaro che per affrontare la crisi che stiamo vivendo e mettere in campo soluzioni occorre almeno una condizione politica stabile. Questo in soldoni significa che il governo va sostenuto affinché prosegua nel suo lavoro. Può sembrare un’affermazione di comodo e di parte, ma sfido chiunque a dimostrare che una strada diversa sia opportuna in questo momento.
Uno dei partiti della maggioranza è il Partito Democratico, che certo non brilla per compattezza. Ma questo si sapeva. Dall’essere un “partito plurale” a candidarsi per mandare all’aria ciò che si sta facendo fra mille difficoltà, però, ce ne corre.  E Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo, sta facendo proprio questo: in una serie di interventi pubblicati sui principali quotidiani attacca Nicola Zingaretti e la dirigenza del partito, chiedendo un congresso prima possibile per riuscire a cambiare Segretario e dirigenti altrimenti sarà troppo tardi e non si riuscirà a “salvare il Paese”. La tempistica è velocissima: addirittura entro l’autunno. Nel merito, Gori ritiene che occorra far crescere l’Italia di almeno l’1,5% all’anno, e che il baricentro del PD sia stato “spostato sulla protezione sociale” dall’accordo con il Movimento 5 Stelle. In sostanza, servirebbe un altro PD, più vicino alle idee di Gori.
 
Su questo blog mio personale sono abituata a scrivere il mio parere in modo netto; del PD sono solo un’iscritta ma sono convinta che l’opinione anche dell’ultimo degli iscritti valga tanto quanto quella del Sindaco di Bergamo, o di altra città, o di qualsiasi altro esponente di primo piano del partito, e la mia è questa: sul piano politico, l’intervento di Gori è quanto di più inopportuno possa capitare in questo momento, sul piano personale, l’ennesimo attacco a mezzo stampa stancherebbe qualsiasi santo iscritto o simpatizzante del PD al punto da rasentare l’insopportabilità. Propongo in proposito una medaglia a tutti i militanti che sopportano stoicamente per anni gli scontri fra i vari gruppi di potere del partito. 
Stando alle sue parole, Giorgio Gori ritiene evidentemente che con la dirigenza attuale sia impossibile far crescere il nostro Paese di 1,5% all’anno e che occorra spostarsi in senso opposto rispetto alla protezione sociale. Persone diverse e meno protezione sociale: sembrerebbe un tentativo di far virare a destra il PD. Ma il PD virerà a destra se il percorso congressuale andrà in quella direzione, a tempo debito, secondo le regole che il partito si è dato. Non perché un Sindaco, per quanto autorevole possa essere, pensa che sia questa la strada utile. Il rispetto delle regole dovrebbe essere la guida, ma sappiamo che la politica è fluida e si può concepire legittimamente il fatto che esse possano essere superate da necessità gravi, istanze inderogabili, problemi seri, in sostanza per il bene della società. Quello che si presenta ora, però, è il caso opposto: come si possa pensare che in mezzo alla crisi peggiore, causata da un evento esterno che si è innestato in una situazione già difficile, sia utile andare ad un congresso di un grande partito della maggioranza “entro l’autunno” è incomprensibile. In aggiunta, risulta difficile capire come si possa suggerire che in una condizione di estrema difficoltà sociale sia bene orientarsi verso minori tutele: i bisogni delle persone sono reali ed immediati.       
Anche lo sviluppo (sostenibile) lo è: per questo il governo ha passato una settimana a Villa Pamphili, per incontrare tutti e decidere cosa fare in un momento delicato, quale strategia costruire. Dopodiché il passaggio all’atto pratico sarà cruciale (ne abbiamo scritto nel post precedente), ma non si può pensare che si facciano le cose di proposito per far danno, soprattutto se si è membri di un partito della maggioranza. E se l’attuale maggioranza si può qualificare nel suo insieme come orientata nel centro-sinistra sarebbe quantomeno curioso che prendesse provvedimenti di centro-destra - come d’uso, spacciati per gli unici capaci di risolvere situazioni. 
Al contrario, la dilagante cultura di destra in economia ha causato i peggiori guai che ci assillano da anni, senza che ancora si riesca a costruire una cultura alternativa all’altezza della sfida. 
Se le critiche, pesanti, vengono da destra non c’è da sorprendersi: se il governo fa gli Stati Generali dell’economia a Villa Pamphili è un’inutile passerella dove si mangiano “i salatini” mentre quando le passerelle le faceva Berlusconi erano importanti incontri internazionali guidati da un magnate illuminato. 

Venti contrari soffiano, però, con un certo impeto: non amo abbattere le statue così come non amo costruirle, ma non si può non riconoscere nella furia iconoclasta che sta imperversando soprattutto in America un cambio della sensibilità collettiva, che non accetta più sentimenti un tempo radicati. Razzismo, supremazia culturale e patriottica, divisioni, guerre di conquista, il giogo posto su interi popoli, schiavitù. L’idea che un popolo con la società che ha costruito siano “superiori”, non ha alcuna base scientifica. Oggi il sentimento comune tende a cambiare direzione, e non va sottovalutato o derubricato in estremismi che sicuramente sono presenti ma non bastano ad includere il tutto. Il movimento giovanile ambientalista guidato da Greta Thunberg è un altro esempio di nuove sensibilità che si stanno diffondendo in misura molto più ampia dei classici movimenti ambientalisti. Un grande partito progressista, come lo è il PD, non può non approfondire  questi temi: almeno se ne discuta. Ho fatto parte del movimento che in sintesi veniva denominato “no-global” e mi auguro che la sinistra non faccia lo stesso errore di allora di considerare con sussiego uno spazio politico che invece aveva qualcosa da dire. 
Quanto alla statua di casa nostra, quella di Indro Montanelli, certo non approvo il gesto di coloro che l’hanno imbrattata, ma non approvo nemmeno coloro che l’hanno costruita, con un’iniziativa fuori luogo per un personaggio quantomeno controverso.  
Questa epidemia dovrebbe averci aperto gli occhi con uno sguardo diverso; siamo tutti uguali e tutti ugualmente sula stessa barca. L’unica cosa che può aiutarci a condurla è l’uso della ragione.

sabato 13 giugno 2020

Una strategia di ripresa che guardi al mondo attuale

C’è urgente bisogno di una strategia di ripresa dopo i terribili eventi connessi al Covid-19. Una ripresa che deve avere, in modo indispensabile e inderogabile, le caratteristiche di sostenibilità, inclusività, concretezza ed efficienza. La ripartenza si interseca con la battaglia contro il cambiamento climatico, con la tutela delle ultime aree naturali del pianeta, con la conservazione della biodiversità, con la preservazione degli ultimi popoli viventi allo stato di natura, con la riduzione del consumo delle risorse non rinnovabili, con il riequilibrio delle diseguaglianze divenute fortissime. In Italia si intrecciano i fili di una ripresa condizionata dal rispetto di un programma da attuare con efficienza, e di una stasi che forma una solida trama da molto tempo prima del coronavirus. Non sarà facile trasformare l’insieme, se non in un pizzo, almeno in un tessuto nuovo e leggero. Fra gruppi di esperti ad hoc, villa Pamphili, articoli di ogni commentatore, intellettuale, scrittore, etc. che si conosca o meno, speriamo di passare alla pratica prima dei pensare che la teoria esaurisca il compito, magari per sfinimento.

D’altro canto, a ben guardare abbiamo visto anche risvolti interessanti di questa crisi, che potrebbero essere accolti fra le novità, come il digitale ormai ubiquo: su tutte, la capacità della Natura di rigenerarsi in brevissimo lasso di tempo, le meduse nei canali di Venezia, il cielo blu e trasparente che mostra paesaggi lontani, un’inaspettata pletora di fauna selvatica a passeggio in borghi e città, un calo stimato in meno 11.000 in Europa, di cui 1.500 in Italia, decessi legati allo smog. Undicimila morti in meno in poco più di tre mesi non sono uno scherzo, sono un dato da inserire nelle analisi. 
In aggiunta, l’impennata dell’uso della bicicletta, accompagnato dal calo drastico della vendita di automobili tradizionali, con motore a combustione interna, mostrano la capacità delle persone di cambiamento delle proprie abitudini, prima considerate inamovibili dai commentatori, politici e non, a sostegno del fossile (sembra niente, ma è una categoria assai diffusa: attribuiscono alla società scelte che non vogliono fare).
Ma la trasformazione deve arrivare in profondità. Si possono ridurre i viaggi aerei visto che le conferenze possono essere fatte da remoto, magari salvando i momenti di confronto più importanti, si può ricorrere maggiormente al treno per i viaggi lunghi, si può utilizzare verdure a chilometro zero, si può. Fino alle grandi compagnie energetiche, che dovranno abbandonare petrolio, gas, carbone e metano in favore di rinnovabili e soluzioni per incrementare l’efficienza. Con lo shale gas ormai (fortunatamente) fuori mercato per l’abbattimento dei prezzi del petrolio. 
Tutto ciò può modificare conseguentemente la geopolitica internazionale, aprendo la strada ad una forma di “democrazia energetica” basata sulle fonti rinnovabili, per loro natura diffuse sul territorio invece che concentrate in giacimenti in possesso del Paese che li ospita. Da un sistema economico e produttivo fondato sul prezzo del petrolio ad un sistema fondato su sole e vento - e bassi consumi, indispensabili per basarsi su sole e vento. Le fonti energetiche fossili ci hanno consentito uno sviluppo e una ricchezza a disposizione che non ha eguali nella storia: per fare il bucato in lavatrice di classe A, quindi ad elevata efficienza, occorrerebbe un’ora di lavoro di quindici persone, mentre occorrerebbero mille e seicento persone per muovere e viaggiare con un’automobile di media cilindrata. Ciascuno di noi segue un livello di vita superiore a quello di re ed imperatori del passato, che avevano schiavi o persone al servizio. Ma tutto ciò è stato ottenuto depauperando risorse non rinnovabili, inquinando l’ambiente, e creando diseguaglianze maggiori a quelle rilevabili in ogni era del passato. Il prezzo è talmente alto che pone a rischio la nostra stessa sopravvivenza come specie sulla Terra: un problema mai visto nella storia umana alla cui analisi non possiamo sfuggire. 

Il nostro Paese ha molto da fare, a partire da un ammodernamento strutturale che ancora latita e non ci consente di completare l’attraversamento del guado verso un pieno sviluppo. Dal dopoguerra in poi, siamo partiti in quarta e poi rimasti a metà. Non basta infatti guardare al Pil e alla posizione che occupiamo in una banale classifica mondiale, come ormai si sono accorti in molti della generazione successiva a coloro che pareva non se ne accorgessero.
Ora i nodi vengono al pettine, e sono stati evidenziati da un’epidemia che nessuno aveva previsto, ma che tutti sanno che prima o poi arriva. Ci ha messo in grandi difficoltà: ora non possiamo assolutamente adagiarci, non è più tempo. 
La strategia di ripresa deve essere inserita nel contesto attuale, non c’è tempo per erronei ritorni al passato. Vediamo perciò cosa deciderà il governo, e in quali modi - ripeto, che siano immediatamente pratici e concreti - verrà progettata un’adeguata strategia per il futuro prossimo.

PS:  i paragoni energetici fra le tecnologie moderne e il lavoro umano sono tratti da “Energia per l’astronave Terra”, Armaroli e Balzani, Zanichelli.

giovedì 23 aprile 2020

Uscire dalla crisi più grave

Del fatto che si tratti di un’emergenza drammatica e dai contorni incerti ne siamo consapevoli, ormai, ed abbiamo accettato con rigore stoico la lunga quarantena che blocca le nostre vite. Trovarsi a casa sani è comunque una fortuna - ha osservato un medico - quando un ostacolo non ferma la corsa. Nessuno di noi pensava soltanto pochi mesi fa a ciò che sarebbe accaduto, nessuno immaginava le conseguenze, nessuno poteva pensare ad un numero così alto di vittime. Un evento estremamente doloroso. Ma, egualmente, nessuno può attribuire al fato l’insorgere di un’epidemia e le conseguenze sanitarie che comporta. E nessuno dovrà evitare un ragionamento sulla riforma del Titolo V della Costituzione, che ha affidato la tutela della salute alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni, rafforzando una forma di autonomia locale in materia di sanità che ha portato a sistemi sanitari sostanzialmente diversi fra regione e regione. Il modo in cui il sistema sanitario risponde ad un’epidemia, per quanto grave, è sostanziale, non secondario, e andrà analizzato nel profondo non appena saremo fuori dall’emergenza.

Come un sistema reagisce, la famosa “resilienza”, sarà un aspetto sempre più importante in futuro. In linea generale, un sistema rigido risponde alle sollecitazioni in modo impercettibile finché non crolla, mentre un sistema elastico risponde conformandosi agli stimoli, resistendo più a lungo, o indefinitamente. Come il sistema che abbiamo organizzato noi, esseri umani esposti ai virus e ad gli altro agente ambientale, reagisce all’imprevisto, frutto della complessità, è un aspetto fondamentale dello sviluppo. Un tema largamente aperto ancora da studiare, su cui dovremmo concentrare un po’ più d’attenzione.

Il virus ha spostato le date anche degli appuntamenti deputati all’altro grande tema mondiale, il riscaldamento globale ed il cambiamento climatico. La conferenza mondiale sul clima, prevista a Glasgow a novembre, è stata posticipata a data da destinarsi.  Sul sito Qualenergia si possono leggere le proposte di Wolfgang Obergassel e Lukas Hermwille del Wuppertal Institute su come trasformare l'emergenza in un'opportunità per promuovere la ripresa economica in modo ambientalmente sostenibile.

L’Unione Europea sta attraversando un periodo difficile, nel suo percorso minato dalle destre di ogni nazione, inclusa la nostra, da sempre contrarie al progetto europeo, ma non sarà che un gradino da superare. Non ci sono alternative, progetti migliori in campo, visioni capaci di oscurare e superare ciò che è stato fatto: l’Unione resisterà. Credo che lo farà essenzialmente per due motivi: uno, proprio il fatto che non c’è niente di migliore sul piatto, due, la qualità della divisione interna che, a mio avviso, non separa l’Europa del Nord da quella del Sud come spesso si legge, ma separa le istanze progressiste da quelle conservatrici, o populiste della peggior specie. Queste ultime faranno, nei rispettivi Paesi, qualsiasi cosa per fare fallire il progetto europeo. Esattamente come molti altri faranno di tutto per far vincere il progetto europeo - e speriamo di riuscirci.

E’ notizia di oggi, sul fronte ambientale, che dieci ministri dell’ambiente europei hanno firmato una richiesta di un Piano di recupero verde contro la crisi dovuta al covid-19 (notizia sul sito rinnovabili.it). Il timore che la crisi possa far dimenticare l’altra preoccupante emergenza mondiale, la questione ambientale e climatica, si fa sempre più diffuso, ed è giusto intervenire per evitare il peggio. Dunque, l’Unione europea viene sollecitata a portare avanti un piano di recupero ecosostenibile. In una lettera aperta, i ministri dell’ambiente di dieci Paesi fra cui l’Italia hanno ribadito l’importanza di effettuare una ripresa economica che si inserisca nel progetto di Green Deal europeo. Sulla lettera si legge: “Dobbiamo inviare un forte segnale politico al mondo e ai nostri cittadini: l’UE darà l’esempio anche in tempi difficili come quelli attuali, e aprirà la strada alla neutralità climatica e all’adempimento dell’accordo di Parigi”. Va tenuto fermo il punto. Non si può tornare indietro, non si può fallire.

In questo periodo durissimo, quando molte cose ritenute importanti assumono i contorni delle inezie, svanendo nel sole primaverile, auguro buona Pasqua ai lettori di questo blog, per quanto possibile. Buona Pasqua a tutti coloro che sono in terapia, e a tutti coloro che curano.
Ne usciremo, ma dobbiamo far di tutto per uscirne migliori.

I siti degli articoli citati nel testo:

https://www.rinnovabili.it/green-economy/recupero-verde-paesi-ue-crisi-economica/

https://www.qualenergia.it/articoli/oltre-il-covid-come-e-perche-la-cop26-deve-tracciare-un-nuovo-corso-per-il-clima/?fbclid=IwAR3RxI9I1TbpUJeTjcT5avyx-oP9d3AtVncV8xYbe-_1a434vZpHXvftw3c


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