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domenica 21 dicembre 2025

L’Europa, fra Ucraina e transizione verde, va avanti

 Riprendiamo gli approfondimenti su questo blog dopo un periodo di problemi tecnici che ne hanno rallentato la redazione.

Lo facciamo ripartendo dall’Europa, di cui alcuni pronosticano la disgregazione e altri no, ne vedono i passi in avanti, e siamo tra questi ultimi. Fra i temi più rilevanti dell’ultimo periodo annoveriamo le reazioni UE alla guerra offensiva della Russia in Ucraina e la parziale revisione delle regole di carattere ambientale sulle automobili al 2035. Sembrano temi slegati ma non lo sono, in quanto elementi di una strategia che l’UE sta costruendo e che mostra con chiarezza la volontà di andare avanti nel processo di unione. Tutto è migliorabile, ma sulla base di condizioni difficili, e sottoposta a spinte (esterne e purtroppo anche interne, seppur minoritarie) centrifughe opportuniste o semplicemente autolesioniste, l’Unione Europea sta reagendo, a volte con difficoltà ma nella giusta direzione.

Il Consiglio Europeo ha deciso di sostenere l’Ucraina con un prestito da 90 miliardi di euro a zero interessi fondato sul debito comune. Questo dovrebbe garantire la difesa del Paese aggredito dalla Russia per altri due anni, ovvero per un tempo stimato in cui la Russia entrerebbe in grave crisi a causa della guerra e delle conseguenze economiche che essa causerebbe al Paese aggressore. L’Unione ha scelto il debito comune, garantito dal bilancio europeo, con la partecipazione anche di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia che si sono astenute dal porre il veto con la condizione di tirarsi fuori dall’accordo. Il meccanismo della cosiddetta “cooperazione rafforzata” garantisce la possibilità di prendere decisioni anche difficili. Va detto comunque che i tre Paesi critici hanno probabilmente ragioni economiche per questa scelta, ma politicamente sono molto vicini a Putin e al suo governo, arrivando spesso a costituire un problema per l’Unione, soprattutto l’Ungheria. Un tema che dovrebbe essere affrontato con chiarezza: i membri dell’Unione devono condividerne finalità, valori, e costituzione, e chi non lo fa si pone automaticamente fuori. L’Unione Europea non può essere un bancomat di fondi utili all’economia di un Paese, e nient’altro.

L’utilizzo degli asset russi congelati non è stato approvato, e francamente non sembra una decisione infondata: l’idea di fare un’azione probabilmente in contrasto col diritto internazionale è oggettivamente rischiosa e un precedente di tal genere in futuro potrebbe creare problemi anche gravi. Il congelamento dei medesimi a tempo indefinito è invece una scelta giusta e opportuna.

Il debito comune, dunque, dopo la pandemia e il prestito per la difesa, torna in gioco, e contribuisce a fissare regole e modalità di intervento caratterizzanti l’UE, in un processo evolutivo non di poco conto. Non siamo stati fermi, come alcuni commentatori sostengono, ci siamo mossi e l’Ucraina è ancora in essere soprattutto perché l’Europa è intervenuta. Sono intervenuti anche gli USA ma, evitando di tentare di stabilire chi ha prevalso, è evidente che l’amministrazione americana ha obiettivi parzialmente simili ai russi per quanto riguarda l’Europa, espressi a chiare lettere più volte dal Presidente Trump. 

La vicenda delle auto elettriche, che dovevano inizialmente sostituire completamente le auto a benzina dal 2035, parla ancora una volta di unità. Chi scrive è ambientalista da sempre, questo blog lo è, e le auto elettriche rappresentano un passo in avanti nella tutela ambientale ma non sono prive di emissioni. Preferire che tutto il parco auto sia trasformato in elettrico non significa fare una scelta scontatamente ambientalista perché milioni di auto elettriche al posto di milioni di auto a combustione comportano consumo di acciaio, plastica, batterie, minerali, acqua ed elettricità per essere prodotte e fatte funzionare. Tutto ciò si può riciclare ma non si riduce a zero il consumo. 

L’unica scelta veramente ambientalista riguardo la mobilità consiste nel trasporto pubblico e collettivo, nelle biciclette, nei treni. Non nelle auto private. Sono anni che esistono nel Nord Europa interi quartieri nelle città abitati da cittadini senz’auto, vale a dire che rinunciano volontariamente all’automobile. Tali quartieri sono serviti da tram, hanno piste ciclabili, e le case non hanno il garage. Questa è la prospettiva per il futuro, e sarà meglio che Europa, Italia e amministrazioni nazionali e locali aprano gli occhi prima, per poter agire riorientando per tempo l’industria automobilistica. Come si possa pensare di fare la transizione ecologica mantenendo in essere l’economia e l’intero il sistema precedente non è dato sapere. 

Dunque, in proposito l’UE ha modificato l’impostazione iniziale che voleva chiudere con le auto a motore endotermico al 2035 sostituendola con un approccio più morbido: la Commissione propone che siano consentite soluzioni diverse, carburanti alternativi, motori ibridi, e la possibilità di portare avanti i motori tradizionali, ma il tutto vincolato al taglio del 90% delle emissioni, sempre al 2035. 

Questo è un fatto interessante perché il restante 10% ”dovrà essere compensato attraverso l’uso di acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto nell’Unione”, legando il settore dell’auto al settore siderurgico. Oltre a motori a biofuel o efuel. 

In sostanza, un compromesso che ha caratteristiche innovative e sembra avere un senso. 

Insomma, si può dire che l’Europa non rinunci alla sua unità e cerchi strade nuove per andare avanti. Il bicchiere può essere visto mezzo pieno o mezzo vuoto, ma coltiviamo la speranza nel bicchiere pieno a breve termine.



mercoledì 2 luglio 2025

Green Deal sì, Green Deal no

 Iniziamo da un paio di domande. Costa il Green Deal europeo? Sì. Perché l’attuazione del Green Deal ha un prezzo? Perché la straordinaria crescita economica degli ultimi due secoli ha dei costi che non sono stati considerati, che non rientrano nel calcolo della crescita economica, ma che esistono, e ora ci viene presentato il conto. Un conto salato che molti ancora rifiutano di vedere.


A volte è utile ripartire dalle fondamenta. Lo sviluppo economico che, innegabilmente, ha portato benefici ad una parte consistente dell’umanità è stato condotto a spese dell’ambiente. L’estrazione dei combustibili fossili dal sottosuolo (carbone, petrolio, metano), la loro combustione, l’immissione in atmosfera dei prodotti della combustione stessa hanno causato, e tuttora causano, danni gravi all’ambiente, ai sistemi naturali, alle persone che nell’ambiente vivono, cioè a noi tutti. Questo causa dei costi legati ai danni arrecati, all’aria inquinata, all’acqua e al suolo alterati, e alle conseguenze sanitarie sulle persone. Questi costi non rientrano nei calcoli economici, che infatti nell’economia classica restano “esterni” e così vengono chiamati, cioè rimangono a carico della collettività. L’incremento di spesa sanitaria dovuto alle malattie respiratorie che affliggono numerose persone residenti in aree con l’aria inquinata viene coperto con la fiscalità generale. Lo stesso vale tradizionalmente per tutti gli altri, dai depuratori, allo smaltimento dei rifiuti nocivi.

Ora, il problema si è talmente allargato che stiamo alterando i sistemi naturali dell’intero pianeta: la concentrazione di carbonio in atmosfera è diventata così alta da procurare un cambiamento del sistema climatico, la perdita di biodiversità procede a ritmi elevatissimi, la natura in generale si sta rapidamente deteriorando.

A causa del cambiamento del clima accadono fenomeni meteorologici estremi con maggiore frequenza e a questi rispondiamo sempre facendo a meno di integrare quei costi nel sistema economico, ma pagandoli con i soldi pubblici. Chi paga le conseguenze di una frana, di un’alluvione, le ondate di calore che comportano anche un aumento dei decessi dovuti al caldo? 


Ora, la natura ci sta presentando il conto. E non è retorica, ma fisica. 

Però, i parametri che determinano la crescita economica e che sono il principale metro di valutazione dell’attività di un governo non includono questi fatti. 

Dico subito che non si tratta di passare alla decrescita, ma di passare ad un’altra crescita economica, quella “verde”. Non abbiamo altre strade. 

Il Green Deal europeo tratta di questo, ovvero del passaggio ad un sistema economico maggiormente sostenibile per l’ambiente. Credo che l’UE debba tenere il punto, ma credo anche che la transizione “verde” non debba essere fatta solo di regole, ma anche di adeguate politiche industriali e sociali. Una parte della produzione industriale va riconvertita in ciò che serve per il greening della nostra economia; se non continueremo a fare componentistica per auto faremo componentistica per le rinnovabili, o per l’efficienza.

Sentire o leggere in ogni dove l’esponente politico di turno che dovrebbe occuparsi di questi temi affermare che dato che non è stata fatta una politica industriale adeguata bisogna rinunciare al Green Deal è sconcertante. Spetta a loro farla, costruendo un percorso che risolva un problema pressante. Sarebbe come dire che siccome non ho fatto il lavoro che dovevo resto dove sono e non risolvo un bel niente.


La ricerca da parte dell’Europa di procedere verso una società più sostenibile e più giusta è corretta e fondata. Ma va guidata: non puoi lasciare al singolo cittadino l’onere di trasformare la sua casa in classe A+, gli vanno forniti gli strumenti, anche finanziari. Vanno riparate le toppe che abbiamo fatto nel corso del tempo, immaginando un mondo in cui si poteva fare ciò che si voleva, senza tenere conto delle conseguenze ambientali. Un mondo che non esiste. 


Dunque, perché il Green Deal ha un prezzo? Perché abbiamo costruito un sistema economico che esclude l’ambiente, e la prosperità che siamo riusciti ad ottenere (per una parte soltanto dell’umanità) si basa sullo sfruttamento delle risorse naturali, con tutte le conseguenze che ora subiamo. Quindi, è l’economia tradizionale a sbagliare. Da tempo in effetti numerosi studiosi hanno proposto linee di pensiero e di azione diverse che vanno sotto il nome di “economia ecologica”, ma sarebbe troppo lungo trattarne i temi qui.


Dobbiamo però sapere che possiamo intervenire per correggere la rotta. Possiamo ora - non dopodomani, ma ora - cercare di rimediare e impostare di conseguenza un tipo di sviluppo che sia realmente sostenibile. Per noi e per le prossime generazioni, a cui già ora consegnamo un mondo profondamente alterato.







venerdì 17 maggio 2024

Buone notizie (ma va mantenuta la rotta)

 Non si tratta di una sfida facile, ma notizie positive stanno arrivando: secondo i dati riportati dagli Stati membri dell’Unione Europea nell’aprile 2024, le emissioni inquinanti e climalteranti sono calate del -15,5%  paragonate all’anno precedente, facendo sperare realisticamente che l’obiettivo (vincolante) della riduzione di -55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990 sia alla portata. 

La diminuzione è stata causata principalmente dai settori della generazione di elettricità e dall’industria, che hanno registrato un minor contenuto di carbonio come effetto delle loro attività. La crescita delle fonti rinnovabili è stata dovuta principalmente ad un aumento di fattorie eoliche con buon +17 GW, e di +56 GW di pannelli solari aggiuntivi.

La Commissione immagina quindi di portare l’Unione ad una riduzione dell’88% al 2040, in linea con l’obiettivo di zero emissioni nette al 2050. 

Mantenere questo obiettivo e riuscire a raggiungerlo sarebbe una delle più grandi imprese dell’UE, e probabilmente della Storia che, senza eccessi ma consapevolmente, andrebbe riscritta sostituendo la sequenza di battaglie che si impara sui libri con la sequenza dei traguardi raggiunti dal pensiero e dalle attività umane. L’idea, paventata da molti, che il processo possa essere gravoso se sostenuto nel mondo solo dall’Europa va ribaltata: l’Europa può fare da guida in un percorso che riguarda tutti, vista la sua posizione di potenza economica. 


Nello specifico, anche il meccanismo Ets sta funzionando, dopo alti e bassi attraversati da quando è stato lanciato nel 2005. Le emissioni sotto il cap and trade sono ora del 47% al di sotto dei livelli del 2005, e sulla strada giusta per raggiungere il target di una diminuzione del -62% al 2030 - necessaria nel quadro del “Fit for 55”. Il rafforzamento del sistema, e la sua estensione ai trasporti marittimi, possono rendere sempre più efficace il mercato del carbonio, conveniente la riduzione delle emissioni sul piano dei costi, e contribuire efficacemente alla decarbonizzazione dell’economia.

Le riduzioni principali in questo ambito hanno riguardato il settore della produzione di energia, dove soltanto la produzione elettrica ha fatto registrare un calo delle emissioni di ben -24% in un anno, e il settore delle industrie energivore, con -7%. Purtroppo, continuano a crescere le emissioni nel trasporto aereo, con +10%.


Il parere di chi scrive è che gli obiettivi saranno raggiunti se si continuerà con un impegno concreto e se saremo capaci di fare comunità, cioè di avere obiettivi comuni e “sentiti” da tutti, e di prendere provvedimenti comuni adeguati, come lo è il Next Generation EU. La transizione ecologica è una via eccezionale per l’innovazione tecnologica in ogni ambito, e se sapremo gestirla al meglio, un’occasione eccezionale di miglioramento, non certo di regresso. Politicamente, questo significa rafforzare l’Unione, non indebolirla come alcune forze politiche propongono - e le prossime elezioni del Parlamento europeo sono un’occasione formidabile per i cittadini per indicare la strada.


Le informazioni e i dati provengono dai siti comunitari 


https://climate.ec.europa.eu/


e dal numero di Aprile della rivista The Economist.





domenica 25 luglio 2021

Fra il G20 di Napoli e le politiche attive c’è uno spazio fortunatamente occupato dall’Europa

 Due punti di disaccordo, ma due punti non di poco conto: rimanere sotto 1,5 gradi di riscaldamento globale ed eliminare il carbone dalla produzione di energia al 2025. Due articoli chiave che, purtroppo, sono stati stralciati dal documento finale altrimenti non tutti i Paesi avrebbero firmato. Ora i punti di accordo sono 58 invece di 60, di carattere impegnativo ma abbastanza generico. E’ una costante di questi vertici che si cerchi di affossare ogni impegno preciso, ed in questo senso il G 20 a presidenza italiana non ha modificato le cose. Ora, se non tutto almeno una parte essenziale è rinviata alla Cop 26 di Glasgow, senza che l’incontro di Napoli abbia avuto la possibilità di incidere più di tanto. 

Il Ministro Cingolani parla in termini ottimistici dello stato delle cose, speriamo tutti con lui della volontà di impegnarsi di tutti i Paesi del mondo, anche se i dubbi restano soprattutto in funzione temporale: le leggi di Natura, ineludibili come ha detto lui stesso in un’intervista, non aspettano certo noi per fare il loro corso. 


Per farsi un’idea se non si segue regolarmente questi temi, siamo già oggi intorno al grado Celsius al di sopra della media, e questo semplice dato si trova all’origine di un cambiamento del sistema climatico che comporta fenomeni estremi più intensi e più frequenti, senza sconti per nessuno. Ora i nubifragi, gli uragani, gli incendi, i 50° di temperatura non sono più tema da geografia tropicale ma argomento che preoccupa cittadini e governi d’Europa, oltre che d’America, di Russia, di Canada, e di molti altri Paesi. La desertificazione avanza, si distruggono l’Amazzonia e le altre foreste primarie (tanto per dare una mano), o si deviano i fiumi dal loro letto per fare miniere, come è successo in Germania. Sì perché l’alluvione che ha devastato una zona prospera della Germania e del Belgio, causando 170 vittime nella prima e 27 nel secondo, ha certamente due padri: il cambiamento climatico che oramai è una vera crisi globale e la deviazione del letto del piccolo fiume Inde effettuata nel 2005 per fare una miniera a cielo aperto. Nella Germania capofila delle energie rinnovabili in Europa (quindi nel mondo) e spesso citata da noi ambientalisti ad esempio, si praticano ancora scavi di miniera alterando profondamente il territorio, si usa ancora una notevole quantità di carbone per la produzione energetica, e non si contano i grandi impianti industriali inquinanti, in numero e dimensioni ben superiori a quelli presenti nel nostro Paese. Nel caso in esame, evidentemente al fiume Inde - nell’antichità si ritenevano i fiumi veri e propri dèi, e forse non avevano tutti i torti - non piaceva il nuovo assetto del territorio e si è ripreso quanto era suo, punendo gli umani per la loro irrispettosa azione. 

Sta di fatto che siamo già nei guai con un solo grado di incremento della temperatura, figuriamoci con un grado e mezzo - ipotesi migliore - o con due - ipotesi che viene dopo la migliore - ovvero con il rispetto da parte di tutti dell’Accordo di Parigi. Che comunque è quanto di meglio siamo riusciti finora a mettere nero su bianco.


L’Europa comunque resta il traino mondiale su questo problema, e per questo va encomiata. Il 14 luglio scorso la Commissione europea ha adottato un insieme di misure legislative sul clima che va sotto il nome di “Fit for 55”, cioè siamo pronti per ridurre del 55% le emissioni di gas climalteranti al 2030 rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo di arrivare alla neutralità climatica al 2050. L’Unione così passa dalle parole ai fatti delineando il percorso per realizzare nel concreto il Green Deal. Il pacchetto contiene undici proposte riguardanti regolamenti, direttive esistenti e nuove per trasformare radicalmente il nostro sistema economico e produttivo e renderlo sostenibile. Per diventare operativo dovrà essere approvato da Parlamento e Consiglio - e arriverà il 2022 se va bene, quando si dice il tempo...


Stiamo cercando davvero di cambiare il mondo in meglio, e di rimediare ai danni già fatti. Se qualcuno si oppone, ne porterà la responsabilità. Ma siamo ottimisti e guardiamo avanti.


Per approfondire i temi di questo post, i seguenti link sono un primo passo:


https://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/clima/2021/07/23/cingolani-su-2-punti-non-abbiamo-trovato-accordo_03721ad1-4efd-4f6f-aedd-8588df82d20e.html


https://cdn.rinnovabili.it/wp-content/uploads/2021/07/Sintesi-del-documento-finale-G20-ENERGIA-E-CLIMA.docx


https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/07/16/alluvione-in-germania-limpressionante-ripresa-aerea-sul-fiume-inde-deviato-nel-2005-per-la-miniera-oggi-si-e-ripreso-il-suo-corso/6263747/


https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/en/IP_21_3541





venerdì 21 maggio 2021

La Strategia di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra

 



Dobbiamo arrivare lì. E non è certo poco. Guardate di quanto dobbiamo restringere - un vero e proprio imbuto -  le emissioni climalteranti in atmosfera in Europa per rispettare l’Accordo di Parigi, che, ricordo, ha l’obiettivo di far sì che il riscaldamento globale resti sotto +1,5 °C e in ogni caso non superi +2°C.

La fonte è la Commissione Europea, in ascissa gli anni fino al 2050, in ordinata le emissioni di CO2 equivalenti in milioni di tonnellate. La riduzione è clamorosa in ciascun settore, indicato con i diversi colori, mentre la traiettoria tratteggiata rappresenta il totale netto.

Traggo la figura da un articolo sul sito climalteranti.it, sempre presente, preciso, molto ben fatto. L’articolo è “La strategia italiana di lungo termine sulla riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra” a firma Stefano Caserini, un tema di cui si è parlato poco nonostante il testo sia stato inviato alla Commissione l’11 febbraio scorso. Si tratta invece di un documento importante che costruisce uno scenario di decarbonizzazione vera del nostro Paese. In sostanza, presenta un forte risparmio energetico e miglioramento dell’efficienza con conseguente riduzione della domanda di (addirittura) il 40% sui consumi finali, elettrificazione dei trasporti, forte incremento delle fonti rinnovabili e sostanziale marginalizzazione dei combustibili fossili. Il Bilancio energetico al 2050 è destinato a cambiare alla radice rispetto a quanto siamo abituati a studiare, basti pensare che l'energia elettrica è destinata a provenire quasi esclusivamente da fonti rinnovabili e a rifornire tutti i settori, dal civile ai trasporti all’industria, mentre soltanto quest’ultima riceverebbe ancora una quota estremamente limitata di gas naturale, e carbone e petrolio quasi scompaiono dentro la voce “altri combustibili”. Una strategia che poi sarà necessario realizzare nel concreto, finalità che necessita il coinvolgimento di tutte le realtà sociali in modo coerente come mai fatto finora.

Auspico quanto si legge nell’articolo segnalato, ovvero che il tema sia oggetto di dibattito: non si vede per quale motivo argomenti fondamentali per il futuro prossimo di noi tutti vengano ignorati o quasi. 

Per approfondire, il link è il seguente, dove è possibile accedere anche al sito della Strategia stessa:

https://www.climalteranti.it/2021/03/02/la-strategia-italiana-di-lungo-termine-sulla-riduzione-delle-emissioni-dei-gas-a-effetto-serra/




mercoledì 15 luglio 2020

La lista nera della finanza verde

Anche la finanza si accorge dei problemi ambientali, e a dire il vero, non da oggi. 
BlackRock è la più grande società di investimento nel mondo, con sede a New York, una società di gestione del risparmio “il cui scopo principale è affiancare un numero sempre maggiore di persone nella pianificazione del loro futuro finanziario” come si legge sul suo sito. Essa gestisce un fondo di oltre 6 mila e 500 miliardi di dollari e la sua rilevanza a livello internazionale è ben nota. 
E’ notizia di ieri che BlackRock ha individuato ben 244 aziende «che stanno compiendo progressi insufficienti nell’integrare il rischio climatico nei rispettivi business model e informative». Non solo: ha votato contro nelle assemblee di 53 società e per le restanti 191 ha «notificato lo stato di sorveglianza e il rischio di un'attività di voto nei confronti del management, nel 2021, qualora non compiano progressi sostanziali». Si legge in un articolo sul Sole24ore (all’indirizzo in calce) che “quella di BlackRock è una questione di business. «Il nostro impegno – si legge nel report – nasce dalla convinzione che il rischio climatico sia parte del rischio investimento, e che integrare fattori come sostenibilità e clima nei portafogli possa fornire agli investitori rendimenti migliori rettificati per il rischio». 
La finanza si accorge dell’ambiente, ed ora lo fa in modo plateale. Si può leggere la lista nera delle 53 società accusate di mancanza di iniziative adeguate al problema climatico suo medesimo articolo. Non c’è dubbio che il rischio climatico sia una parte notevole del rischio associato all’investimento, ed ora ne va tenuto debito conto.
A dire il vero, il fondo di investimento è stato nel passato, anche recente, accusato da parte ambientalista di investire in ambiti nocivi allo stato dell’ambiente, e questa potrebbe essere una risposta alle critiche. In ogni caso, si tratta di una risposta positiva, un ulteriore tassello nella realizzazione del mosaico del nostro futuro, che dovrà essere sostenibile semplicemente per esistere.   

In un altro bell’articolo pubblicato dal Sole il mese scorso (“Finanza e ambiente: perché la crisi sanitaria può essere un’occasione”) si descrive ancora una volta l’opportunità nascosta dietro la crisi, davvero drammatica, dovuta al Covid19: possiamo uscirne, e farlo affrontando come si deve la crisi più grande di tutte, quella che include tutte le altre, quella ambientale e climatica.
Si legge che Recovery Fund e Green New Deal, due programmi europei molto complessi, devono essere iniziative coordinate se vogliamo costruire il futuro dell’Europa. 
Una transizione verso la sostenibilità che non deve essere più una scelta - sì o no - dato che il sì è imprescindibile, ma un momento in cui ci si concentra su come farla. Il “come” è importantissimo per trovare risposte operative e concrete in un ambito in cui le parole certo non bastano (e sono state usate troppo spesso in sostituzione dei fatti). 
Nell’articolo, a firma di Angelo Baglioni, si legge inoltre che “ Il mercato degli investimenti finanziari sostenibili è in forte espansione da alcuni anni in tutto il mondo, e l’Europa è leader in questo settore”, ma che non mancano gli ostacoli, come un quadro di regole ancora incerto. Emerge comunque un’Europa molto impegnata in questo ambito, che guida il mondo e lo fa da anni, nonostante le notevoli difficoltà insite in una sfida nuova e globale. 
Abbiamo bisogno di una conversione ambientale dell’economia; in essa, la finanza verde ha un ruolo fondamentale, anche con l’attenzione della pubblica opinione che ha un’inaspettata influenza sulle scelte.

Gli articoli citati:

https://www.ilsole24ore.com/art/clima-blackrock-compila-lista-nera-bocciati-244-colossi-ADjW39d?refresh_ce=1

https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-ambiente-perche-crisi-sanitaria-puo-essere-un-occasione-AD2o6jV


lunedì 1 giugno 2020

L’Unione Europea c’è

Non ha certo scelto una soluzione di compromesso, la Commissione Europea:  raccogliere sui mercati 750 miliardi di euro, distribuendone 500 attraverso sussidi e 250 tramite prestiti. Il nostro Paese dovrebbe essere il primo beneficiario con 172 miliardi totali, di cui 82 in sussidi. La proposta della Commissione scavalca quella di Merkel e Macron (di cui abbiamo scritto nel post precedente) e segna un passo storico nel percorso di Unione dei Paesi d’Europa. Sarà difficile che il piano “Next Generation EU” venga approvato così com’è, anche se lo auspichiamo, ma il dato politico è comunque inequivocabile: l’Unione Europea c’è.

Non entro nel merito dei dettagli tecnici, che sono reperibili su tutti i quotidiani, mi interessa ragionare in breve sull’elemento politico. Prima i fatti. L’Unione Europea, spesso criticata per la mancanza di visione comune in ambiti importanti, per le cavillosità delle regole, per la lontananza presunta dai cittadini, si trova ad affrontare una crisi durissima e imprevista. Praticamente all’improvviso, un elemento estraneo al normale andamento della vita dei cittadini e della società nel suo insieme, costituito da un virus di origine asiatica proveniente molto probabilmente da animali commerciati nei mercati locali, attacca la salute delle persone in modo spesso grave, causando malati e decessi, e determinando un vasto e accelerato impegno sul fronte sanitario. Un’epidemia pericolosa, di quelle che capitano una volta al secolo o ancora meno, un evento extra-ordinario non previsto e rispetto al quale i sistemi sanitari si trovano spesso impreparati. Settimane di chiusura quasi totale delle attività di ogni genere sono il provvedimento principale, che segnerà anche nella storia questo periodo, assunto quasi da tutti i Paesi. Il conseguente crollo del Pil, e il decadere del normale svolgimento della vita comune dei cittadini, sono lo scenario che si apre dopo la fase più critica. Pesanti difficoltà umane e finanziarie colpiscono le persone, le imprese, ogni settore. L’insegnamento scolastico si svolge “a distanza”, vale a dire senza l’indispensabile confronto dialettico diretto e in presenza fra docente e studenti. Si tratta di un colpo durissimo.
Si può rispondere al colpo in due modi: esasperando le divisioni, o incrementando l’unione. Due modi complementari. La Commissione Europea guidata da Ursula Von Der Leyen, e in precedenza l’accordo franco-tedesco, hanno scelto il secondo, hanno costruito un ponte verso l’unione, un vero e proprio viadotto capace di superare una valle, e solidamente posato su pilastri ben definiti.  L’Unione (con l’iniziale maiuscola) non vuole morire, anzi vuole rinascere, rivitalizzarsi dopo il forzato arresto.
Un secondo elemento politico riguarda il gioco al rialzo. La proposta della Commissione non lascia spazio ad attacchi diretti a Bruxelles: se non passerà, o passerà in misura ridotta, sarà facile individuare i Paesi contrari e responsabili di un fallimento o di modifiche in senso restrittivo. Il dito dovrà essere puntato altrove, questa volta.
Infine, l’aspetto politico che ci riguarda. Il fondo UE sarà legato ad un Piano che dovremo preparare e presentare con le debite scadenze, sarà cioè legato a riforme e interventi che dovranno essere concretamente posti in atto con una scaletta temporale da rispettare. Non ci sarà la Troika ad intervenire, ma ci sono condizioni che riguardano il corretto uso delle risorse messe a disposizione decise dagli stessi Paesi beneficiari. Saremo noi stessi a stabilire come, un po’ come se fossimo costretti a fare davvero ciò che vorremmo fare.  Come ha detto Paolo Gentiloni, il recovery fund “non ha a che fare con condizionalità e intrusione di Bruxelles, è volontario, gli Stati membri si assumono la responsabilità della propria crescita”.
Si tratta di un fatto nuovo, e si tratta di una prova inedita per l’Italia, che dovrà saper superare ataviche difficoltà, inefficienze, ritardi, burocrazie, per fare le riforme necessarie e, come si dice da tempo, non più rinviabili. Insomma, questa è l’occasione giusta per delineare e costruire il futuro, e se sapremo fare bene potrà portarci lontano. Potrà inoltre modificare l’immagine che il nostro Paese trasmette nel mondo, fatta di mille pregi e di altrettanti difetti che ci portano ai ben noti problemi economici che ci attanagliano. L’occasione da non perdere.

Si diceva dell’Unione Europea. E’ viva, con buona pace delle destre sovraniste, che rappresentano per la politica che portano avanti il maggiore ostacolo alla risoluzione dei problemi che loro stesse pongono. Da europeista, e senza nascondere le difficoltà che ancora persistono, questa è davvero una bella giornata.

Recovery Fund: che nascano gli Stati Uniti d’Europa?

Lunedì scorso, nel corso di una videoconferenza che si è tenuta tra Parigi e Berlino, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron hanno annunciato un piano per creare un fondo europeo da 500 miliardi di euro, per far fronte alla pesantissima crisi causata dall’epidemia del coronavirus.
Un Recovery Fund, che potremmo tradurre con fondo per il recupero e la ripresa dopo una dura crisi, importante, ma soprattutto, svincolato dalle strette maglie delle regole economiche che attanagliano singoli Paesi.  Si tratta di una proposta, infatti, per un piano per la «ripresa dell'economia europea» che raccoglie 500 miliardi di euro sul mercato con l’emissione di bond a lunga scadenza, finanziato cioè da emissioni di debito comune, e garantito dal bilancio pluriennale in vigore dal 2021 al 2027.
Ed è quel vocabolo “comune” a far pensare a prospettive davvero unitarie, ad un futuro europeo finora rimasto largamente sulla carta, ostacolato dalle destre autarchiche o più modernamente “sovraniste” (il che è lo stesso), e dalla visione corta, miope, di governi mai abbastanza forti. Può non piacere il metodo, che opta per un confronto fra singoli governi invece che fra istituzioni comunitarie, ma la proposta va nella giusta direzione. Purtroppo, altri governi si sono già espressi in senso contrario, Austria, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia - per un totale di meno di 40 milioni di abitanti su 500 milioni in Unione Europea, senza nulla togliere al ruolo di tali Paesi - annunciando che faranno una loro controproposta sul tema.
Il Recovery Fund di Francia e Germania sarebbe finalizzato a costruire una strategia sanitaria per l’Europa, oggi dipendente dall’estero per molti dispositivi medici di base, a rispondere alle spese causate dall’epidemia da coronavirus, a promuovere una vera transizione ecologica, a rafforzare la capacità industriale europea. Costituirebbe una base per una visione di sviluppo comune, per delineare una strategia comune, e per farlo con concretezza e non soltanto con le parole. Incominciando adesso. Che sia una vera svolta verso gli Stati Uniti d’Europa? Sarebbe tempo.

Mentre Trump si ritira dal trattato Open Skies, cui aderiscono 35 Stati inclusa la Russia, e probabilmente sancirà la fine del trattato New Start, per mettere all’angolo la Cina sulla questione delle armi nucleari, che fa l’Europa? Ha una strategia geopolitica estera e di difesa comune? O preferisce trincerarsi dietro i confini dei piccoli Stati? Ritorniamo all’impero Austro-Ungarico, al regno di Danimarca, o all’economia dei tulipani olandesi? (quest’ultima è una citazione da Romano Prodi).
E cosa propongono i “sovranisti-autarchici” italiani, di rifiutare il Recovery Fund? Preferiscono fare da soli?  L’Europa è già stata distrutta, non dimentichiamolo, dalle destre europee interne non dall’esterno. Il fatto che insistano a provarci è solo la firma in calce.

Dunque, andiamo avanti sulla strada che stiamo percorrendo. In Italia ora non c’è alternativa al Governo attuale, che pur con tutte le difficoltà del caso, e quelle aggiuntive davvero enormi causate dall’epidemia, sta lavorando bene per quanto possibile..

Il sogno europeo (titolo di un bel libro di Jeremy Rifkin che, pur essendo ormai datato, vele la pena di rileggere proprio per riassaporare lo spirito che porta all’Unione) nonostante le enormi difficoltà, non finirà.


giovedì 7 maggio 2020

Competitivi a livello mondiale nei settori green

A volte, ci sono notizie che fanno ben sperare. Si legge sul sito dell’agenzia ANSA, che l'Italia, assieme a Cina, Stati Uniti e Regno Unito, è tra i paesi che potrebbero "vincere alla grande nella transizione globale verso un'economia verde nei prossimi decenni". L’articolo riporta le conclusioni di una ricerca condotta dall'Università di Oxford e della Smith School of Enterprise and the Environment, e pubblicata su Research Policy.
In breve, avrebbero costruito un grande database di prodotti qualificabili come “verdi” e hanno classificato le attuali capacità di produzione dei medesimi articoli e della loro esportazione da parte dei vari Paesi. Dalle conclusioni dello studio si trae l’indicazione a proposito di quali Paesi emergeranno come leader nell'economia sostenibile: fra essi, il nostro Paese.
L'Italia, infatti, si colloca al secondo posto fra i Paesi in grado di esportare "i prodotti più verdi e complessi avendo una capacità di produzione green altamente avanzata che potrebbe sfruttare con l'aumento della domanda globale" di questi prodotti (valore calcolato sulla base di una nuova misura - il Green Complexity Index-Gci). Addirittura, l'Italia risulta al primo posto nella classifica proprio del Green Complexity Potential (Gcp): in altre parole, “ha il maggior potenziale per diventare competitiva a livello globale in prodotti ancora più green e tecnologicamente sofisticati”.

Lo sviluppo verde è, e sarà sempre più, la strada privilegiata da percorrere. Spesso siamo messi di fronte al fatto che il nostro Paese “non ha le risorse” o “vive da tempo al di sopra delle proprie possibilità” - il virgolettato si riferisce alla frequenza tradizionalmente alta di tali affermazioni - nel momento in cui il sistema economico tradizionale si basava (e in massima parte ancora oggi si basa) sul consumo di fonti fossili e materie prime che quasi non possediamo. Ma ora, le forme nuove di sviluppo economico, in cui le fonti rinnovabili e l’uso sempre più esteso di materie prime seconde sostituiscono le risorse tradizionali, insieme alla capacità specifica italiana di produrre manifattura e artigianato di prima qualità, aprono nuove opportunità che dovremmo considerare con attenzione. Le fonti rinnovabili di energia non mancano dalle nostre parti, come ben sappiamo da sempre, dal momento in cui siamo il Paese che sin dall’inizio del Novecento ha sviluppato idroelettrico e geotermia, non abbiamo carenza di insolazione, possiamo intervenire sul fronte dell’efficienza energetica alla fonte e sul lato del consumo. Abbiamo promosso le rinnovabili in anni recenti, abbiamo sostenuto - e con gli ultimi provvedimenti, continuiamo fortemente a sostenere - gli investimenti per il risparmio energetico. Infine, abbiamo la capacità di inserire i fattori qualità e stile praticamente in ogni cosa, dai prodotti manifatturieri a quelli agricoli, dall’edilizia al giardinaggio.
L’Italia potrebbe giocare un ruolo specifico nel prossimo futuro, economicamente interessante, ambientalmente leggero, per di più in linea con gli accordi internazionali di protezione del clima mondiale. Un tipo di sviluppo forse più adatto del precedente alle caratteristiche del nostro Paese.

Del resto, le energie pulite forniscono ormai oltre un terzo dell'elettricità mondiale, mentre la nuova capacità installata lo scorso anno è per i tre quarti rinnovabile (dati Irena). La costruzione di nuove centrali a fonte fossile è in calo in Europa e negli Stati Uniti, aumentano invece nei Paesi in via di sviluppo, che avrebbero bisogno concretamente del famoso sostegno finanziario per passare direttamente alle fonti pulite. Investire in misura rilevante nelle energie rinnovabili comporta riduzione delle emissioni di CO2, crescita del Pil, e creazione di posti di lavoro. Questo è il futuro, anzi l’unico futuro possibile. Non facciamo che ci colga impreparati.


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lunedì 8 maggio 2017

Il nuovo pacchetto energia della Commissione Europea

La Commissione Europea ha presentato un pacchetto di misure "per mantenere l'Unione Europea competitiva mentre la transizione verso le energie pulite sta cambiando i mercati energetici globali", come si legge sul sito (gli indirizzi sono in calce).
Il nuovo pacchetto energia, denominato “Energia pulita per tutti gli europei”, delinea le nuove vie comunitarie che seguiranno le rinnovabili, l'efficienza, il mercato elettrico e i trasporti, attraverso una serie di documenti che compongono il quadro d'intervento della Commissione Europea sul tema energetico.
La Commissione afferma la volontà che l'UE sia guida del processo transitorio verso un sistema ad energia pulita, e non sia soltanto capace di adattarvisi. Da ciò consegue l'impegno di tagliare di almeno il 40% al 2030 le emissioni di CO2, accompagnandolo da un processo di modernizzazione dell'economia che consenta crescita e lavoro per tutti i cittadini dell'Unione. Gli obiettivi da raggiungere in tal quadro sono tre: porre al primo posto l'efficienza energetica, raggiungere la leadership nelle energie rinnovabili, e costruire un mercato favorevole per i consumatori.
Tra gli elementi più qualificanti del pacchetto energia, l’introduzione di un obiettivo vincolante per l’efficienza energetica: una riduzione del 30% dei consumi energetici entro il 2030.  Si tratta di un provvedimento atteso da tempo. Nessuna modifica invece per le rinnovabili, il cui traguardo rimane al  27%, nonostante l’UE possa contare fin da oggi su una percentuale intorno al 24%. La scelta sembra dunque quella di non accelerare sulle energie verdi, considerazione che appare supportata anche dalla proposta di aggiornamento della Direttiva rinnovabili, dove viene inserita una misura sulla priorità di dispaccio, che prevede che nei Paesi con una quota di rinnovabili già ampia (del 15%) i nuovi impianti eolici e fotovoltaici non abbiano più diritto di precedenza sulle fonti fossili. La disposizione continuerà a valere solo per le centrali già esistenti e su piccola scala.
In favore delle fonti fossili, invece, va l’estensione a tutti gli Stati membri del capacity payment, vincolato però a precisi limiti di emissione: gli impianti non devono emettere più di 550g di CO2 per kWh prodotto. Una misura che colpisce le centrali più vecchie ed obsolete, aprendo invece alla remunerazione della capacità impiegata per quelle più recenti.
Per raggiungere il nuovo obiettivo di efficenza energetica del 30% al 2030, il pacchetto energia richiede anche un impegno sull'efficentamento degli edifici, a partire dagli standard per gli edifici ad energia quasi zero (Near Zero Energy Buildings), che include per i nuovi edifici la generazione di elettricità sul posto, e le infrastrutture necessarie alla mobilità elettrica, oltre a sistemi per riscaldamento, produzione di acqua calda, condizionamento e raffrescamento.
Anche i trasporti sono inclusi nei nuovi provvedimenti. Per esempio, si prevede che la mobilità elettrica entri a pieno titolo nella progettazione edilizia urbana. Secondo le nuove misure, tutti gli edifici non residenziali, di nuova costruzione o sottoposti a ristrutturazione importante, qualora dispongano di più di dieci posti auto, devono predisporne almeno uno ogni dieci con punti di ricarica elettrica. Gli Stati membri possono a loro discrezione estendere o meno questa normativa alle PMI.
La Commissione Europea pone, infine, l'accento sulla riforma del mercato dell'energia che dovrebbe modificare il ruolo dei consumatori europei, rendendoli "protagonisti centrali sui mercati dell’energia del futuro". I consumatori, infatti, secondo le nuove norme avranno la possibilità di produrre e vendere energia autonomamente, grazie a misure di revisione del mercato elettrico, mentre maggior conoscenza e chiarezza dovrebbe giungere dalla diffusione di contatori intelligenti, bollette chiare e condizioni di commutazione più facili. Negli intenti della Commissione si rileva anche l'indicazione del passaggio alla concorrenza effettiva, rimuovendo l'intervento pubblico sui prezzi, da realizzarsi secondo un percorso graduale.
La Commissione europea prevede che il pacchetto invernale mobiliti fino a 177 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati all’anno a partire dal 2021. Se le stime venissero rispettate si produrrebbe un aumento dell’1% del PIL nel prossimo decennio.
Per quanto riguarda la transizione alle fonti rinnovabili, si delinea un quadro a luci ed ombre. Alcuni provvedimenti sono sicuramente positivi, altri più discutibili nell'ottica della decarbonizzazione del sistema energetico.
Per i dettagli, si possono consultare i seguenti siti, dove è possibile scaricare i documenti relativi:

https://ec.europa.eu/energy/en/news/clean-energy-all-europeans-top-topic-eu-energy-council


https://ec.europa.eu/energy/en/news/commission-proposes-new-rules-consumer-centred-clean-energy-transition


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