Visualizzazione post con etichetta industria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta industria. Mostra tutti i post

lunedì 13 luglio 2026

Auto elettriche UE: qualcosa si muove

 Sappiamo che il traffico veicolare contribuisce per circa un quarto alle emissioni di CO2 europee, e circa lo stesso o poco sotto con il 23 % per l’Italia, oltre a produrre inquinanti nocivi di vario tipo, dagli idrocarburi incombusti alle polveri fini, agli ossidi di azoto.

Il ricorso alle auto elettriche, che consentirebbe di risparmiarci la CO2 e tutti gli inquinanti derivanti dal motore a combustione, è una delle tecnologie che più stenta a farsi strada, soprattutto in Paesi che avevano incentrato gran parte del proprio sviluppo post bellico sull’automobile tradizionale, come l’Italia.

Gli ultimi dati mostrano però che qualcosa si sta muovendo.

Nel periodo gennaio-maggio 2026 (traggo da Al Volante, indirizzo in calce) le immatricolazioni nell’UE hanno raggiunto 4.748.801 unità, segnando un incremento del 4% rispetto allo stesso periodo del 2025, e di queste, quote importanti sono ascrivibili al settore elettrico. In effetti, riguardo le tipologie, il tipo di alimentazione più diffusa è l’ibrida-elettrica (HEV), che nei primi cinque mesi del 2026 ha avuto una crescita del 12,1% per una quota di mercato del 37,8%, in aumento anche nel nostro Paese.

Al secondo posto, e sempre in crescita, troviamo le ibride plug-in (PHEV), che nel periodo da gennaio a maggio hanno presentato un aumento del 22,1%, portando la quota di mercato al 9,7% rispetto all’8,3% registrato nello stesso periodo del 2025. L’Italia si distingue con una crescita in questo ambito dell’84,9%.

Nello stesso articolo si legge che “la crescita più evidente riguarda però le elettriche a batteria (BEV)”, la cui quota di mercato ha raggiunto il 20% nello stesso periodo, in aumento rispetto al 15,3% del corrispondente periodo 2025, con un incremento nelle immatricolazioni del 35,7%. 

Contemporaneamente, le automobili con alimentazioni tradizionali, incluse quelle a benzina, mostrano un netto calo delle vendite. Le auto a benzina nei medesimi cinque mesi registrano un calo delle immatricolazioni del -18,2%, con una quota di mercato scesa al 22,4% dal 28,5% del periodo gennaio-maggio dell’anno precedente. La flessione più marcata si registra in Francia, dove il segmento arretra di - 36,8%, ma anche gli altri Paesi non sono da meno, compresa l’Italia: -17,3%.

Sappiamo che una quota rilevante, oltre i 15% dei veicoli elettrici in Europa secondo il Vicepresidente della Commissione europea per l’industria Stéphane Sèjourné, consiste di importazioni di veicoli cinesi e questo crea un problema all’industria dell’auto europea. La quale, come sappiamo da anni, è stata meno reattiva di quella cinese nel modificare le proprie produzioni orientandole verso il mercato attuale e del prossimo futuro. Dunque, serve un intervento adatto a salvare l’industria dell’automobile nostrana, prima che la crisi diventi definitiva, e sembra che stia concretizzandosi in questo periodo. Séjourné, infatti, afferma che stanno arrivando sul mercato 200 nuovi modelli di veicoli elettrici che aprono la porta ad un nuovo sviluppo dell’industria automobilistica europea. Si tratterebbe di modelli economici, con un costo inferiore a 20.000 euro, quindi accessibili a fasce più ampie della popolazione rispetto ad ora. La quota di mercato stimata è del 25%, che sale al 35% includendo le ibride ricaricabili.

Si tratta di orientare l’industria del settore e la mobilità in generale verso strade (è proprio i caso di dirlo) più sostenibili ambientalmente, ma anche socialmente. Un prezzo dell’auto accettabile consente l’abbinamento al risparmio sul carburante, in questo caso la ricarica, stimato in €80 al mese, mentre la stima è di un risparmio di €1.000 al mese per chi lavora come tassista in una capitale europea. 

Insomma, sembra che finalmente qualcosa si muova: sosteniamo da sempre che l’approccio al green non può essere fatto solo di regole ma anche di opportunità che vanno accompagnate alle regole, in una azione che deve essere sinergica per essere virtuosa. Le idee ci sono, bisogna metterle in campo e crederci.


Per saperne di più:


https://www.alvolante.it/news/mercato-auto-europa-immatricolazioni-maggio-2026-414959


https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/07/07/sejourne-auto-elettriche-accessibili-in-arrivo-40-vendite_3d027a1b-75e2-4d04-b76d-558853445029.html







venerdì 13 febbraio 2026

L’energia in UE per costruire una strategia

 Bene affrontare il tema energetico a livello europeo, di cui si parla in questi giorni, ma deve essere chiaro che si tratta di costruire una strategia, e non soltanto di aggiustare qualcosa per contenere le bollette, sempre troppo care, soprattutto in alcuni Paesi fra cui il nostro. Una strategia che non può essere solo energetica: deve essere energetica e industriale, nel quadro della costruzione di ciò vogliamo essere nel futuro, di quale parte vogliamo giocare nel contesto internazionale, e di cosa desideriamo per noi stessi, cittadini europei. 

Le ragioni dei prezzi alti in bolletta (di cui abbiamo parlato più volte) sono molteplici, dalle condizioni geopolitiche internazionali, al prezzo del gas, alle tassazioni, alle condizioni meteo di un dato periodo, al meccanismo stesso della formazione del prezzo dell’energia elettrica. Non bastano interventi puntuali su un fattore se manca una visione complessiva. E bisogna decidere se la visione complessiva consiste nello smantellare il green deal e tornare a gas e petrolio come l’America di Trump, oppure nel rendere più efficace il green deal stesso accostandolo a politiche industriali capaci di far procedere parallelamente i percorsi della transizione energetica, della riduzione delle emissioni climateranti, e dello sviluppo industriale. 

Ad oggi, non siamo stati capaci di farlo, e per questo il green deal ha scontentato molti, che non hanno visto prospettive adeguate oltre le regole e i limiti imposti. Ma la risposta alle difficoltà non può essere tornare al mondo di prima, quello cioè che ha creato il problema e non ha gli strumenti e nemmeno la cultura adatta a risolverlo (non per niente Trump se la cava negando semplicemente l’esistenza del riscaldamento globale e del cambiamento climatico). La risposta si trova nel correggere la rotta.


In questa fase, l’Italia e l’Europa sono strette in una morsa: il ritorno al fossile in arrivo dagli USA, e le tecnologie per le rinnovabili in arrivo dalla Cina. Per l’appunto, non siamo stati capaci di costruire una prospettiva europea in questo settore (per inciso, il più importante). La vera sfida sarà la costruzione di una filiera energetica nostra, affiancata dai settori industriali che servono, sostenendo contemporaneamente la ricerca e l’innovazione. Va messo in atto questo e va fatto al più presto (in altre parole, andava fatto da tempo). Il prezzo della bolletta è soltanto un aspetto di un contesto che è ampio e articolato. 

Una prospettiva di questo genere sarebbe inoltre capace di delineare un ruolo per l’UE, e per l’Italia, nel quadro internazionale. Essere dipendenti da altri energeticamente e tecnologicamente significa esserlo anche politicamente. Acquistare petrolio e gas dagli USA e pannellli solari, batterie, inverter dalla Cina comporta una forma di sudditanza molto profonda, e non basterà certo vendere le nostre automobili a combustione interna al Sud America (vedi il Mercosur), perché non sappiamo ancora fare quelle elettriche a costi accettabili, a salvarci. 

Per inciso, perché non sappiamo ancora costruire auto elettriche a prezzi popolari, come invece fanno i cinesi? Non si tratta solo di mancato sfruttamento del lavoro, si tratta anche e soprattutto del fatto che da noi le case automobilistiche hanno scelto per troppo tempo di non investire per cambiare, dando per scontato - o semplicemente rimandando nel tempo - che le cose sarebbero sempre andata avanti come sempre, business as usual. 

Invece no, anche in Cina imparano a fare ricerca e innovazione industriale, e spesso lo hanno imparato da noi, dalle nostre filiali dalle loro parti.

Dunque, tornando al punto, la strategia deve essere complessiva, senza perdere di vista i valori e gli obiettivi, anzi associandoli alle caratteristiche del nostro sistema produttivo. Su questa base si può fare moltissimo, creando una prospettiva realistica capace di rispondere alle esigenze del presente.



mercoledì 27 agosto 2025

Industria pulita: si può fare (e fa bene)

 Si parla spesso (e ne abbiamo parlato spesso anche in questo blog) della necessità di rendere coerente lo sviluppo industriale con la transizione energetica, e di farlo a livello di Unione Europea, oltre che dei singoli Stati. Sembra che qualcosa si muova, nonostante le difficoltà da sempre presenti nel costruire e armonizzare linee di intervento adeguate per il settore industriale. Anzi, si può dire che qualcosa si muove proprio a seguito delle scelte legate alle politiche green che dovrebbero portarci fuori dall’attuale dipendenza dai combustibili fossili e conseguente cambiamento del sistema climatico terrestre.


Il 26 febbraio 2025 la Commissione Europea ha lanciato il “Clean Industrial Deal”, un piano di interventi per orientare l’industria europea alla sostenibilità mediante una serie di iniziative che includono sostegno finanziario e semplificazione delle regole. Fra gli obiettivi, l’abbattimento degli ostacoli burocratici per rendere più chiaro ed efficace il contesto normativo, promuovere l’innovazione e l’industrializzazione in linea con il Green Deal con i suoi obiettivi di decarbonizzazione (che, ricordiamo, prevedono di arrivare alla neutralità climatica al 2050). Secondo le previsioni, il piano dovrebbe mobilitare oltre 100 miliardi di euro.


Per essere certi di non cadere negli inganni del greenwashing (cioè, facciamo finta di lavorare in modo sostenibile, ma non lo siamo realmente) l’Unione si sta dotando anche di un nuovo sistema di rendicontazione (per gli addetti ai lavori, Csrd, corporate sustainability reporting directive,  Csddd, corporate sustainability due diligence directive, oltre a adeguata tassonomia ambientale). Evitare di deregolamentare in campo ambientale è fondamentale per mantenere la barra dritta verso il traguardo della completa decarbonizzazione.


Nel nostro Paese, un nuovo rapporto del Coordinamento Free, di cui si parla in un articolo a pagina 96 della rivista Qualenergia di luglio/agosto, mostra con i dati i benefici occupazionali e industriali in genere della transizione energetica. Scrive Livio de Santoli “La transizione energetica in Italia rappresenta una delle sfide e opportunità più rilevanti dell’attuale decennio, non solo per rispettare gli obiettivi climatici fissati a livello europeo e nazionale, ma anche per le potenziali ricadute occupazionali e industriali su scala sistemica”. Dal fotovoltaico all’idrogeno verde, dal biometano alle pompe di calore, gli specifici ambiti industriali da sviluppare sono molti, richiedono competenze, e possono creare un futuro dove non siano più i prezzi del petrolio e del gas a guidare l’economia. 

Ribadiamo ancora una volta che, a questo proposito,  è necessario intervenire sul sistema di formazione dei prezzi dell’energia: con la rilevante quota attuale di rinnovabili non è più accettabile il meccanismo del prezzo marginale che ci lega ai costi di approvvigionamento del gas. Il prezzo dell’energia elettrica in Italia è troppo alto, legato all’acquisto dall’estero e di conseguenza alla situazione politica internazionale - e abbiamo visto cosa ha significato la scelta politica miope di dipendere per quasi la metà dell’approvvigionamento dalla Russia - e penalizza le nostre imprese. 

Al contrario, i costi sono destinati a ridursi notevolmente parallelamente al formarsi di un sistema più sostenibile, con proiezioni che indicano come, “in uno scenario 100% rinnovabile al 2050, i costi annuali complessivi dell’intero sistema energetico italiano potrebbero essere ridotti fino al 60% rispetto a quelli sostenuti durante la fase acuta della crisi energetica del 2022” e comunque paragonabili a quelli pre-crisi.


Per saperne di più sul Clean Industrial Deal qui c’è il ink:


https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/clean-industrial-deal_it




martedì 10 dicembre 2024

Crisi dell'auto e regole ambientali: agli anni '50 non si tornerà

Si parla spesso della crisi che sta investendo il settore dell’automobile (Stellantis, Volkswagen, per citarne due) e delle conseguenze negative che le scelte politiche a protezione del clima e dell’ambiente avrebbero sul settore. La conseguenza che si trae di solito è che sia sbagliato imporre regole e limiti che vanno a colpire un settore industriale che è alla base della nostra economia e che impiega, fra industrie dedicate e indotto, migliaia di posti di lavoro.

Partiamo da alcune assunzioni: l’economia tradizionale si basa sul consumo delle risorse e sull’emissione di sostanze inquinanti in atmosfera – su questo abbiamo fondato lo sviluppo finora – il settore delle automobili a combustione interna produce oggetti altamente impattanti, sia durante l’utilizzo, sia in fase di smaltimento, il sistema economico così fondato produce “costi esterni” che ricadono sulla collettività e che sono conseguenza delle alterazioni ambientali, come danni alla salute, danni ai sistemi naturali, danni da cambiamento climatico. Questi ultimi sono sempre più gravi e sono ormai sotto gli occhi di tutti.


Dunque, vogliamo cambiare. Per cambiare occorrono regole e limiti, ma porre regole e limiti senza portare avanti un’adeguata politica industriale non può che portare agli esiti attuali, con crisi nei settori, in questo caso dell’auto. Risulta persino ovvio.

La riduzione delle emissioni deve procedere insieme ad un riorientamento delle produzioni, nel processo e nel prodotto, sia per evitare problemi sia per trarre profitto dal cambiamento. La transizione ecologica è esattamente questo.

Nello specifico dell’auto, la questione si interseca con una non trascurabile modifica dei bisogni: l’attuale produzione di automobili ha come target di consumatori un insieme che si sta riducendo sempre più. L’auto non è più uno status symbol come è stato in passato, i suoi impatti sono noti a tutti, il suo acquisto comporta un investimento notevole. Le auto oggi in produzione rispecchiano visione e valori di trenta-quaranta anni fa. In Germania, così come in tutto il Nord Europa, non è raro che interi quartieri cittadini siano privi di auto per scelta degli abitanti, che si spostano con i mezzi pubblici.


Come si possa pensare che le cose restino eternamente come sono, con l’economia del dopoguerra, è un mistero. Ovviamente, accade il contrario, le cose si evolvono e oggi servono esperti di economia sostenibile che operino per il mondo di oggi e del futuro, esattamente come altri operarono per tirarci fuori dalla povertà in passato.


Non si può risolvere il problema negandone un altro ben più grave, ovvero l’altissimo grado di inquinamento che abbiamo già prodotto e che va ad alterare il sistema climatico dell’intero pianeta, lo si può risolvere intervenendo per modificare un sistema industriale ed economico che in buona parte si sta già riorientando (spesso precedendo la politica) da solo.

Dunque, regole sì, ma accompagnate da politiche industriali adeguate al mondo di oggi, non agli anni ‘50, nonostante i molti che si oppongono – probabilmente solo per proteggere interessi consolidati.





venerdì 17 maggio 2024

Buone notizie (ma va mantenuta la rotta)

 Non si tratta di una sfida facile, ma notizie positive stanno arrivando: secondo i dati riportati dagli Stati membri dell’Unione Europea nell’aprile 2024, le emissioni inquinanti e climalteranti sono calate del -15,5%  paragonate all’anno precedente, facendo sperare realisticamente che l’obiettivo (vincolante) della riduzione di -55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990 sia alla portata. 

La diminuzione è stata causata principalmente dai settori della generazione di elettricità e dall’industria, che hanno registrato un minor contenuto di carbonio come effetto delle loro attività. La crescita delle fonti rinnovabili è stata dovuta principalmente ad un aumento di fattorie eoliche con buon +17 GW, e di +56 GW di pannelli solari aggiuntivi.

La Commissione immagina quindi di portare l’Unione ad una riduzione dell’88% al 2040, in linea con l’obiettivo di zero emissioni nette al 2050. 

Mantenere questo obiettivo e riuscire a raggiungerlo sarebbe una delle più grandi imprese dell’UE, e probabilmente della Storia che, senza eccessi ma consapevolmente, andrebbe riscritta sostituendo la sequenza di battaglie che si impara sui libri con la sequenza dei traguardi raggiunti dal pensiero e dalle attività umane. L’idea, paventata da molti, che il processo possa essere gravoso se sostenuto nel mondo solo dall’Europa va ribaltata: l’Europa può fare da guida in un percorso che riguarda tutti, vista la sua posizione di potenza economica. 


Nello specifico, anche il meccanismo Ets sta funzionando, dopo alti e bassi attraversati da quando è stato lanciato nel 2005. Le emissioni sotto il cap and trade sono ora del 47% al di sotto dei livelli del 2005, e sulla strada giusta per raggiungere il target di una diminuzione del -62% al 2030 - necessaria nel quadro del “Fit for 55”. Il rafforzamento del sistema, e la sua estensione ai trasporti marittimi, possono rendere sempre più efficace il mercato del carbonio, conveniente la riduzione delle emissioni sul piano dei costi, e contribuire efficacemente alla decarbonizzazione dell’economia.

Le riduzioni principali in questo ambito hanno riguardato il settore della produzione di energia, dove soltanto la produzione elettrica ha fatto registrare un calo delle emissioni di ben -24% in un anno, e il settore delle industrie energivore, con -7%. Purtroppo, continuano a crescere le emissioni nel trasporto aereo, con +10%.


Il parere di chi scrive è che gli obiettivi saranno raggiunti se si continuerà con un impegno concreto e se saremo capaci di fare comunità, cioè di avere obiettivi comuni e “sentiti” da tutti, e di prendere provvedimenti comuni adeguati, come lo è il Next Generation EU. La transizione ecologica è una via eccezionale per l’innovazione tecnologica in ogni ambito, e se sapremo gestirla al meglio, un’occasione eccezionale di miglioramento, non certo di regresso. Politicamente, questo significa rafforzare l’Unione, non indebolirla come alcune forze politiche propongono - e le prossime elezioni del Parlamento europeo sono un’occasione formidabile per i cittadini per indicare la strada.


Le informazioni e i dati provengono dai siti comunitari 


https://climate.ec.europa.eu/


e dal numero di Aprile della rivista The Economist.





venerdì 10 novembre 2023

Economia, industria, ecologia si incontrano alla Fiera di Rimini

 Per avere un’idea delle potenzialità industriali, economiche, occupazionali, oltre naturalmente a quelle di miglioramento delle condizioni dell’ambiente, della green e circular economy bisogna fare un salto in questi giorni a Rimini, dove ogni anno si tiene la Fiera Ecomondo. 

Dall’energia ai rifiuti, dal ciclo dell’acqua alle tecnologie a basso impatto, dall’agricoltura al recupero del suolo, al monitoraggio ambientale, ai veicoli, all’industria tessile. Tutti coloro che, nel tempo, paventavano un “ritorno alla candela” su suggerimento ambientalista possono farsi un viaggetto al mare per vedere di persona di cosa si tratta. E non da ora: sono ventisei anni, dall’ottobre 1997, che si tiene a Rimini l’appuntamento con l’economia e l’ecologia. Perché le due cose devono andare insieme, economia ed ecologia, apparentemente agli antipodi, sostanzialmente legate nel mondo moderno.


Quest’anno, sono oltre 1.500 espositori, con un incremento del 10% soltanto rispetto allo scorso anno, per 150 mila metri quadrati di spazi espositivi. Una crescita continua dell’industria e dell’economia green, qui ben rappresentata, che non ha visto recessioni in questi anni, nonostante guerre, pandemie, e difficoltà di vario genere. Il programma di quattro giorni ha visto anche decine di convegni e incontri sugli argomenti più disparati, con la partecipazione di esperti e rappresentanti delle istituzioni dal livello locale all’Unione Europea. 

L’edizione 2023 ha visto alcuni focus tematici specifici: stato di implementazione nazionale delle priorità e dei progetti faro PNRR con particolare attenzione alle filiere RAEE, carta-cartone, tessile, plastica; stato di adozione, a livello europeo ed internazionale, dell’economia circolare in termini di efficienza nei processi e nei prodotti, ecodesign, riciclo e uso delle materie prime seconde nelle filiere industriali in vari settori; ripristino e rigenerazione degli ecosistemi,  dei suoli e dell’idrosfera con approfondimenti sulla produzione e valorizzazione sostenibili delle risorse agro-forestali, l’uso sostenibile della risorsa idrica e del mare (blue economy), la gestione e valorizzazione integrata delle acque reflue e dei rifiuti organici municipali;  città verdi e circolari, più fresche e salutari, più efficienti nella gestione e consumo del cibo, della risorsa idrica, dell’energia e dei rifiuti; ricerca e innovazione con i finanziamenti europei diretti a sostenerle; nuove normative, procedure e policies nazionali ed europee, investimenti e financing, start up, creazione di partenariati, formazione e comunicazione.

Oltre a ciò, gli Stati Generali della Green Economy hanno lo scopo di costruire una strategia per il futuro. Come si legge sul sito: “ Gli Stati Generali della Green Economy, promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy, formato da 68 organizzazioni di imprese, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica e con il patrocinio della Commissione europea, vedono quest’anno la loro XII edizione. Essi hanno l’ambizione di promuovere un nuovo orientamento dell’economia italiana verso una green economy per aprire nuove opportunità di sviluppo durevole e sostenibile ed indicare la via d’uscita dalla crisi economica e climatica”.


Tutto questo mostra che c’è moltissimo lavoro da fare in un ambito che è il solo capace di delineare un futuro accettabile, e auspicabilmente desiderabile, nel difficile contesto internazionale attuale. C’è un mondo da costruire poco alla volta, capace di rispondere alle sfide più gravose. Il cambiamento climatico dovuto e guidato dal sistema tradizionale economico e industriale è la maggiore, seguita da tutte le altre, inquinamento, biodiversità, depauperamento delle risorse, ma la prospettiva non è soltanto in risposta ad un problema che abbiamo creato - e già così non è poco - la prospettiva è positiva perché è capace di realizzare poco alla volta un futuro migliore sotto moltissimi aspetti, la salute, l’equità, l’ambiente di vita e quello naturale.

La Fiera Ecomondo fa ben sperare e guardare al futuro con fiducia.


Link al sito:

www.ecomondo.com




venerdì 7 aprile 2023

Fotovoltaico in Sicilia: un beneficio, non certo un danno

 Davvero si fatica a comprendere quale sia lo scopo del Presidente della Regione Siciliana Renato Schifani che ha deciso di sospendere il rilascio di autorizzazioni per il fotovoltaico nella sua regione, vale a dire che ha deciso di bloccare 667 richieste di nuove connessioni per una potenza di oltre 36 GW. Stando alle sue parole (Sole24Ore del 4 aprile u.s.) “dobbiamo valutare l’utile di impresa con l’utile sociale e col danno ambientale” e ancora “si tratta di investimenti notevoli che non producono posti di lavoro” e “la Sicilia paga un prezzo non dovuto per una risorsa che abbiamo”. Tutto questo specificando che le istruttorie non si fermano, ma vanno avanti. 

All’apparenza siamo all’autarchia locale dell’energia. Allora teniamoci ciascuno le nostre centrali per far funzionare la propria regione, incluse quelle che sfortunatamente inquinano perché non sono solari, così nessuno paga un prezzo non dovuto per la propria risorsa. Risulta quasi incredibile che un Presidente di Regione si esprima in questo modo, soprattutto in una fase energetica delicata in cui occorre per il bene del Paese investire sulle rinnovabili; speriamo che si tratti solo di schermaglie fra enti, alla ricerca di compensazioni.

E speriamo soprattutto che lo scontro fra istituzioni non rallenti - ancora una volta - un processo in cui siamo indietro se consideriamo le potenzialità del nostro Paese. Stando ai dati di Elettricità Futura (associazione del settore aderente a Confindustria) se procediamo come nell’ultimo periodo non raggiungeremo gli obiettivi al 2030. Figuriamoci poi se le Regioni corniciano a puntare i piedi.  Sempre Elettricità Futura sostiene che per raggiungere l’80% di rinnovabili al 2030 sarà necessario installare 85 GW per 320 miliardi di investimenti, 540 mila posti di lavoro, e 270 mliioni di tonnellate di CO2eq risparmiate. Le Regioni avranno solo da guadagnare dal processo e soprattutto quelle del Sud: proprio in Sicilia, a Catania, sono in corso progetti come quello di Enel Green Power 3Sun, una gigafactory da mille posti di lavoro dove si programma l’agrifotovoltaico o i nuovi pannelli solari bifacciali a eterogiuzione di silicio con prestazioni più elevate di quelli tradizionali, e destinata a diventare la più grande fucina di pannelli solari in Europa.  Altro che compensazioni, la Sicilia diventerà leader del settore. 


Abbiamo rilevato per un paio di decenni (questi sono stati i tempi necessari alla politica) che avevamo promosso con un sistema di incentivazioni le fonti rinnovabili senza creare una filiera del settore, ora che la stiamo creando sarebbe meglio portare avanti il tutto senza intoppi. Non si tratta solo di rispettare i target ambientali, si tratta in concomitanza di costruire un futuro per l’industria italiana che si basi sulle reali necessità e sulle risorse disponibili fra le quali non manca certo il Sole.




domenica 29 novembre 2020

Next Generation Italia

 Si legge quest’oggi su Il Domani che la pubblica amministrazione italiana così com’è non è in grado di gestire i fondi europei che dovrebbero servire ad uscire dalla crisi e determinare lo sviluppo futuro. Un articolo a firma di Stefano Feltri propone una corposa assunzione di giovani (500 mila, riprendendo la proposta del Forum Diseguaglianze) per evitare di affidarsi a commissari straordinari e consulenti esterni, che finiscono per entrare in conflitto con gli statali che lavorano nei pubblici uffici, e che comunque sono preposti agli stessi compiti. Non è tema di poco conto. Su Repubblica di oggi e sullo stesso argomento si leggono invece gli scenari politici dietro la strutturazione della gestione del progetto europeo per la parte che ci riguarda, con annessa giostra dei nomi che entrerebbero nel Governo a vario titolo. Di quest’ultimo aspetto non se ne può più. E’ insostenibile il continuo ciarlare di questo o di quello, abbigliamento incluso, aspirazioni personali, arredi dell’ufficio. Il nostro Paese ha bisogno di persone che si occupino dei temi concreti e lo facciano con competenza; di ciò che succede dietro le quinte non c’è alcun interesse.

Il tema sollevato da Feltri è pregnante in un Paese moderno che spesso si lamenta della qualità della pubblica amministrazione e degli aspetti eccessivamente burocratici che lo appesantiscono. La via d’uscita è una sola: assunzioni su base di reali ed effettive competenze specifiche. La proposta mi sembra condivisibile, compreso l’aspetto pratico teso ad evitare, rinunciando alle liste d’attesa in forma di graduatorie, aspettative vane e gravose per lo Stato stesso. Se si vuole alleggerire lo si faccia dove è opportuno. 

Ma va posta in primo piano assoluto una qualità: la competenza specifica. Senza di essa, il nostro Paese semplicemente non sarà in grado di gestire i fondi che questa volta avrà a disposizione e che davvero sono in grado di fare la differenza nel suo sviluppo futuro. Una caratteristica che dovrà riguardare anche gli esponenti politici che se ne occuperanno, ad ogni livello. 

E comunque non sarà facile. Non si tratta di spendere parole ad un intervento, si tratta di fare scelte concrete. Prendiamo in considerazione la svolta green, di cui tutti parlano da qualche tempo: non è una costruzione banale, al contrario richiede competenze tecniche e scientifiche. Che sia per questo che il Governo rimane fermo sui bonus verdi? Le parole più volte dedicate non stanno producendo granché, occorre un intervento più incisivo. Figuriamoci il piano con cui dovremo rispondere alle aspettative europee. 

Il rischio è quello di avvitarsi: vogliamo rinnovare l’Italia, ma non abbiamo le strutture adatte per rinnovare l’Italia. Va fatto un salto di qualità, correndo il rischio connesso. Un impegno, un investimento iniziale, una visione lungimirante. In fondo, fu - quasi - un uomo da solo a determinare la linea di viluppo del nostro Paese nel dopoguerra, possiamo unirci a farlo insieme ora (mi riferisco ad Enrico Mattei). Mentre lo Stato torna nell’ex-ILVA e nell’acciaio, abbiamo l’opportunità di studiare una linea adeguata che sia complessiva e non parziale. Non è più tempo di scelte sconnesse e limitate, ora serve un’azione sinergica ben preparata.


domenica 13 settembre 2020

All’idrogeno, e al nostro Paese, può spettare un ruolo importante, purché ben programmato

 Diventare nel 2050 il primo continente climate neutral al mondo: una sfida impegnativa, quella lanciata dall’Europa, che dovrà essere studiata e progettata adeguatamente in ogni dettaglio. La maggiore sfida dei nostri tempi, quella da cui maggiormente dipende il nostro futuro, anche se certo non l’unica. 

Uno dei fili più interessanti della rete che deve comporre la trama fatta di ricerca-tecnologia-industria-energia necessaria a raggiungere l’obiettivo è costituito dall’idrogeno. L’idrogeno è un vettore energetico (quindi non è una fonte di energia) che nella combustione con adeguate tecnologie non produce carbonio, non impatta cioè sulla composizione atmosferica con sostanze che vanno ad alterare i parametri climatici. La produzione dello stesso, però, deve essere verde per avere impatto zero, provenire cioè da fonti rinnovabili o più in generale, come si dice, deve trattarsi di idrogeno a basse emissioni di carbonio (low carbon hydrogen). 

Lo scorso 8 luglio 2020, l’Europa ha lanciato la sua strategia sull’idrogeno, con un primo convegno di nascita della European Clean Hydrogen Alliance (Alleanza Europea per l’Idrogeno Pulito), costituita da stakeholder pubblici, privati, della società civile. Si legge sul sito (gli indirizzi web citati nel’’articolo sono tutti in calce) che lo scopo consiste in un’ambiziosa diffusione delle tecnologie per l’idrogeno, rinnovabile o a basse emissioni di carbonio, al 2030, unendo la produzione, la domanda e la trasmissione e distribuzione. Con l’Alliance, l’Unione Europea intende costruire per sé un ruolo di leadership globale in questo ambito, a supporto dell’impegno di raggiungere la neutralità climatica al 2050. La partenza sarà immediata al fine di essere in grado di fornire 1 milione di tonnellate di idrogeno verde già nel 2024, e 10 milioni di tonnellate al 2030.


Numerosi commentatori hanno rilevato che il nostro Paese potrebbe avere un ruolo di rilievo in questa sfida, e uno studio propone scenari avveniristici. L’Italia potrebbe diventare un hub di un combustibile pulito centrale per l’Europa importando idrogeno prodotto dagli impianti solari del Nord Africa, con un risparmio del 10-15% rispetto a una produzione locale. Il nostro Paese possiede una capillare infrastruttura per il trasporto del gas storicamente costituita che la collega al reto d’Europa e al Nord Africa, che apre a nuove possibilità di utilizzo.  La ricerca che esamina tale prospettiva è stata condotta da The European House-Ambrosetti in collaborazione con SNAM, ed è stata presentata nel corso del 46° Forum The European House-Ambrosetti, a Cernobbio: “H2 Italy 2050: una filiera nazionale dell’idrogeno per la crescita e la decarbonizzazione dell’Italia”. Sul sito si può scaricare l’intero studio, e fare riferimento ad una chiara tabella denominata “Filo Logico”, molto interessante. L’apporto allo sviluppo sostenibile sarebbe notevole: nuovi ambiti di sviluppo industriale verde, occupazione, contributo consistente alla lotta al cambiamento climatico.

Al 2050 la ricerca stima una penetrazione potenziale del 23% dell’idrogeno nei consumi finali, che può permettere un taglio nelle emissioni di CO2 del 28% rispetto all’anno base 2018.


Un articolo del Sole24ore del 13 agosto scorso descrive altre vie in proposito. Si legge che “Fare della produzione di idrogeno da fonti rinnovabili e del suo utilizzo il vettore di sviluppo delle regioni dell’area del cratere sismico del 2016 e 2017: il progetto di Aecom (multinazionale dell’engineering con base a Los Angeles, 20,2 miliardi di dollari fatturati nel 2019 e 57 mila addetti nel mondo) è nelle mani della Presidenza del Consiglio, dopo la positiva presentazione ai Ministri Patuanelli e De Micheli e sarà presto oggetto di uno studio di fattibilità”.

Si parla cioè di realizzare un polo dell’idrogeno in una delle zone in crisi a causa del sisma dell’Appennino centrale. Si tratterebbe di produzione di idrogeno verde effettuata in loco, incluse le tecnologie per le celle a combustibile. La strategia includerebbe i trasporti, con la sperimentazione dei primi treni a idrogeno in Italia. In sostanza, un piano per l’idrogeno nelle zone colpite dal terremoto a tutto tondo, produzione e utilizzo, accanto ad una ricostruzione dei centri abitati sul modello delle comunità energetiche. 


Si tratta di prospettive che devono diventare concrete, a condizione che vadano inserite in una strategia complessiva e coerente. Abbiamo vissuto nel passato altre esperienze che dovrebbero averci insegnato molte cose: dalla diffusione delle rinnovabili sul territorio in assenza dei Decreti attuativi (arrivati 7 anni dopo), all’impegno finanziario sul fotovoltaico senza investire sulla produzione industriale dei pannelli, o di altre componenti, alle difficoltà evidenti nel coinvolgere la cittadinanza nella transizione energetica. 

L’energia splittata fra i vari Ministeri viene ampiamente penalizzata, mentre si tratta di un tema centrale per lo sviluppo dell’Italia. Qualcuno ricorderà l’importanza che ha avuto la strategia energetica nello sviluppo del nostro Paese nel dopoguerra; ora deve essere più o meno lo stesso, nel quadro di una prospettiva nuova che include la tutela dell’ambente. Con la differenza che oggi ci troviamo fortunatamente nell’Unione Europea e possiamo interagire in modi e con tempi ben diversi da allora.


L’articolo del Sole24ore:

“Parte dal Centro Italia un maxi piano per l’idrogeno”, 13/8/2020, a firma di Michele Romano.


I siti dell’European Clean Hydrogen Alliance:


https://ec.europa.eu/growth/industry/policy/european-clean-hydrogen-alliance_en


https://hydrogeneurope.eu/events/european-clean-hydrogen-alliance-launch-event


Lo studio Ambrosetti:


https://www.ambrosetti.eu/ricerche-e-presentazioni/h2-italy-2050-una-filiera-nazionale-dellidrogeno-per-la-crescita-e-la-decarbonizzazione-dellitalia/









martedì 20 giugno 2017

Si fa presto a dire progressista (per un centrosinistra ampio che guardi avanti)

Il periodo storico che stiamo vivendo è inevitabilmente caratterizzato da cambiamento. Alcuni sintomi portano a tale conclusione: la crisi economica che perdura da anni e colpisce in misura diversa ma con eguale diffusione i Paesi europei ed il mondo occidentale, e che sembra sempre più una crisi di sistema, le grandi migrazioni di persone da Paesi poveri o sedi di conflitti armati verso Paesi più ricchi, la crescita delle diseguaglianze e la polarizzazione dei redditi,  la crisi ambientale che dopo due secoli di prelievo di risorse in quantità ben superiori a quanto mai fatto prima e rilascio di rifiuti riguarda l'intero pianeta ed i suoi equilibri ecologici, l'evidente difficoltà nel gestire fenomeni come la digitalizzazione con conseguente riduzione della necessità di lavoro o la globalizzazione, segnalano la presenza di una fase evolutiva che richiede attenzione e analisi. Se il cambiamento avverrà per il meglio, o per il peggio, saremo noi, l'attuale generazione, in larga misura a deciderlo, visto che il processo evolutivo in questione non è esclusivamente determinato da condizioni di partenza ma è largamente influenzato da decisioni politiche.
La capacità di vedere le cose con lungimiranza ha perciò un'importanza speciale, e riguarda tutte le formazioni politiche, ed in particolare il centrosinistra, per sua natura "progressista". Per fare questo è necessario almeno impostare un'analisi dei fenomeni in corso, per partire, e farla seguire da un'elaborazione fondata sull'oggi, non sul passato, con tutto il rispetto per il passato medesimo, per poi giungere alla costruzione di una proposta politica. Questo compito spetta, nel nostro Paese, ad un centrosinistra largo, inclusivo, che sappia anteporre gli interessi comuni ai particolarismi di varia natura che hanno sempre bloccato i processi di questo tipo sul nascere. La necessità di un'operazione di questo genere è avvalorata dalla crisi identitaria di cui la sinistra soffre, dall'offuscamento dei suoi contorni, dal conseguente allontanamento di moltissime persone che non si sentono più rappresentate e spesso fanno persino fatica a capire quale tipo di rappresentanza si offre loro.

Qualcosa si muove, nell'area di centrosinistra del nostro Paese, con tentativi di costruire unità a partire da divisioni. Si tratta di operazioni meritorie. Ma va detto subito che se si arriverà ad una forma di unione di svariate sigle, ciascuna impegnata a piantare i propri paletti per costruire il proprio (piccolo) recinto, verrà meno il senso principale dell'operazione, quello appunto di costruire una vasta area capace dell'analisi, dell'elaborazione, e dell'offerta di possibili risposte ai problemi di cui sopra. I temi vengono prima dei propri interessi di bottega, e vengono prima anche delle ideologie, che spostano l'asse verso la purezza d'intenti allontanandolo dall'arte di governare.

Un altro punto mi sembra essenziale: che si usi la veduta lunga anche nel merito dei temi, come dicevo sopra, che si punti l'attenzione sull'oggi. Non si può più parlare di economia soltanto sulla base dei contenuti tradizionali, e lo stesso vale per il lavoro, per l'ambiente, per le cause delle (nuove, appunto) povertà. I temi principali sono interdipendenti.  Nella visione tradizionale, troviamo una formula economica di successo, che consenta la crescita, distribuiamo in modo tendenzialmente equo (o più equo di quanto fa la destra) i profitti della crescita, costruiamo un sistema di welfare che incrementi la distribuzione del benessere sociale, cerchiamo di contenere gli impatti ambientali, e creiamo posti di lavoro. Questa visione è, per esempio, alla base dell'ultimo libro di Romano Prodi (dal bel titolo galileiano "Il piano inclinato", Il Mulino). Il suo contenuto è, ben inteso, come sempre di grande interesse e ricco di spunti. Contiene una serie di indicazioni che se attuate porterebbero il nostro Paese ad un livello ben diverso dall'attuale, perché consentirebbero al nostro Paese di avanzare, invece di rimanere fermo (o quasi, senza sottovalutare le cose buone che sono state fatte) o avviato in un declino che sicuramente può essere invertito - tenendo presente che un piano inclinato se invertito diventa una salita.
Fatte quelle cose, però, si tratta ancora di guardare avanti. Per impostare economia e società italiane con lo sguardo al futuro e' indispensabile analizzare l'interdipendenza dei vari temi, accanto ai nuovi aspetti che gli stessi hanno assunto nel corso del tempo. L'economia deve (e dovrà sempre più) parlare il linguaggio dell'economia verde, delle innovazioni di processo e di prodotto per il contenimento degli impatti ambientali, dell'efficienza energetica e delle fonti di energia rinnovabile, dell'economia circolare, dell'economia sociale che sta nascendo, da sola, dal basso, dei numerosi fattori comuni allo stato dell'ambiente, a partire dell'uso che si fa delle risorse. Bisogna occuparsi della riduzione del lavoro nelle società avanzate, conseguenza della digitalizzazione e delle nuove tecnologie, ragionando su come distribuire quello che può essere un beneficio e non soltanto un problema, ed è necessario affrontare il tema di come fenomeni in forte accelerazione come quello migratorio siano influenzati da desertificazione in conseguenza del cambiamento climatico, e non soltanto da guerre e conflitti locali. Il mondo sta cambiando, ed è soggetto ad evoluzioni che non erano - e spesso non sono - incluse nei modelli dell'economia classica, la società è in evoluzione secondo direttrici che esperti del settore tentano ora di interpretare, l'ambiente sotto la spinta antropica sta modificando i propri equilibri ed i propri sistemi secondo percorsi anch'essi allo studio ma assolutamente non trascurabili. Queste sono le condizioni di partenza di un futuro che dipenderà in grande misura dalle scelte che faremo noi oggi.

Sono in corso di elaborazione la Strategia Energetica Nazionale e la Strategia Energia e clima in ottemperanza dell'impegno preso con l'Accordo di Parigi stipulato alla COP21; la prima dal Ministero dello Sviluppo Economico, la seconda dal Ministero dell'Ambiente. Sicuramente c'è un raccordo fra i due Ministeri, ma questo è un esempio di separazione di tematiche che invece andrebbero insieme poiché sono strettamente interdipendenti. Forse, sarebbe stato meglio elaborare un unico piano per l'energia e per il clima portatore di una visione più ampia. Della SEN abbiamo già parlato in altri post, e ne parleremo ancora, ma mi limito ad osservare che le strategie energetiche e ambientali riguardano da vicino anche le politiche industriali che si intende portare avanti, grandi assenti da molto tempo che invece avrebbero bisogno di maggior attenzione.

In evidenza

Supereremo la soglia dell’Accordo di Parigi, secondo l’Unep

  Il mondo è pronto a valicare il limite dei +1,5°C di temperatura, secondo l’Unep, e non si tratta certo di una buona notizia. L’ultimo ra...

Più letti