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sabato 24 maggio 2025

Emissioni climalteranti in calo in Cina

 Una notizia davvero interessante: per la prima volta (escluso quindi il periodo del lockdown durante la pandemia) le emissioni di biossido di carbonio della Cina sono diminuite, nonostante la rapida crescita della domanda di energia. La causa sarebbe la crescita della produzione di energia pulita.

L’articolo e il grafico sono stati pubblicati da Carbon Brief, con il titolo “Analysis: clean energy just put China’s CO2 emissions into reverse for first time”.

Il grafico mostra le emissioni di CO2, in milioni di tonnellate, nel corso del tempo. Esse calano di 1,6% nel primo trimestre del 2025 rispetto allo scorso anno, e di 1% negli ultimi 12 mesi, e la causa va soprattutto ricercata nella grande diffusione delle energie pulite che interessa il Paese asiatico. Infatti, l’aspetto di “prima volta” sarebbe dovuto proprio alla crescita delle energie rinnovabili che riesce a coprire la crescita della domanda, e non ad un periodo di crisi economica, come sarebbe già accaduto in passato.

L’analisi si spinge ad ipotizzare che le emissioni cinesi potrebbero essere vicine a raggiungere un picco o addirittura una fase di declino strutturale.

Tuttavia, alla velocità attuale di riduzione delle emissioni la Cina non riuscirebbe a raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione dell’Accordo di Parigi. Questo mostra che c’è ancora molto da fare, in un contesto, però, dove certo non sono fermi al punto di partenza.




Le emissioni di CO2 della Cina calano per la prima volta a causa delle energie pulite.



Per approfondire, l’articolo citato amplia l’analisi ai vari settori. L’indirizzo è il seguente:

https://www.carbonbrief.org/analysis-clean-energy-just-put-chinas-co2-emissions-into-reverse-for-first-time/





domenica 24 novembre 2024

CoP 29: risultati deboli, con alcune novità. E non molliamo la presa.

 Alla fine lo hanno raggiunto, un accordo, prolungando la CoP 29 fino ad oltre le due e mezza della notte, trovando modi e parole per far convergere posizioni inizialmente inconciliabili. Sapevamo che sarebbe stata una Conferenza di transizione, su cui nessuno puntava (molti leaders erano assenti), e lo è stata ma con alcuni elementi utili. Come spesso accade, un quadro in chiaroscuro.


Qualcosa si muove, e la finanza per il clima sta prendendo forma. I 100 miliardi di dollari che i Paesi più avanzati (che hanno, nel tempo, inquinato di più) si erano impegnati a versare ai Paesi in via di sviluppo (che hanno inquinato di meno) sono diventati 300 miliardi, certo non molto, ma molto meglio trovare un accordo basso che non trovarlo affatto. Va ricordato che i fondi servono a rispondere adeguatamente alla sfida che il cambiamento del clima pone: come sappiamo, ciò significa mitigare e adattarsi, ovvero, ridurre le emissioni di CO2 e altri gas equivalenti che sono la causa del problema, e prendere provvedimenti funzionali a fare fronte al nuovo clima senza che ogni volta le comunità siano colpite da catastrofi, soprattutto quando si concretizzano i fenomeni meteo estremi.

Con l’accordo di Baku, i Paesi sviluppati, insieme ad altri Paesi su base volontaria, forniranno 300 miliardi all’anno entro il 2035, con lo scopo comune a tutti di mobilitare 1.300 miliardi anche da altre forme di finanziamento, pubbliche e private. Il fatto che tutti siano chiamati a contribuire modifica uno dei principi fondamentali che sono stati alla base degli accordi internazionali da trent’anni, ovvero che solo i Paesi industrializzati sono coinvolti nei finanziamenti, destinati ai Paesi in via di sviluppo. Una suddivisione che ora cade, e consente per esempio alla Cina o all’Arabia Saudita, o ad altri, di contribuire “su base volontaria” (art. 9).

L’accordo istituisce, inoltre, una roadmap di attività che porta alla CoP 30 di Belem, in Brasile, nell’autunno del prossimo anno.

Altra novità è l’istituzione di un mercato globale del carbonio regolato da standard internazionali (previsto dall’art. 6 dell’Accordo di Parigi).

I testi più fumosi sono quelli sul programma di mitigazione, davvero molto debole in assenza di riferimenti chiari agli obiettivi quantitativi e ai rapporti scientifici, e sul bilancio quinquennale sugli impegni nazionali assunti, il cosiddetto Global Stocktake, che anche se ancora un tema nuovo è stato declinato con un testo particolarmente debole visto che manca proprio il processo di monitoraggio dell’attuazione degli obiettivi che i Paesi si pongono.


Il risultato certo non è ambizioso, molti sono scontenti a partire dai Paesi più poveri che sono spesso anche i più fragili, e certo si poteva fare di più. Ma invalidare le CoP sarebbe un grave errore: esse restano l’unico modo valido per  affrontare un tema che rischia di sfuggire dalle mani, un tema difficile, una vera sfida, su cui non dobbiamo abbassare i riflettori. Ridicole le critiche sulle emissioni dovute ai viaggi per raggiungere le località interessate, meglio imparare a fare i conti con la realtà prima di affrontare temi complessi che vanno ben oltre gli aspetti superficiali. Tutto ciò che si è creato sin qui a livello internazionale per risolvere il problema del cambiamento climatico causato dalle emissioni inquinanti non è inutile, e non deve andare in soffitta. Bene o male, gli appuntamenti periodici ufficiali hanno funzionato, e costituiscono nell’insieme l’unico vero contesto internazionale riconosciuto da tutti dove discutere per cercare di risolvere una questione enorme. 


La prossima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC è prevista nel 2025 a Belém, in Brasile. Andate a vedere dove si trova: in Amazzonia.  La città è stata la prima colonia europea in Amazzonia. Certo, non nel mezzo della foresta, ma da quelle parti, e la scelta è voluta.

Se il gas e il petrolio sono stati definiti dal Presidente dell’Azerbaijan Aliyev “dono di Dio”, che il suo Paese esporta abbondantemente, può essere definita tale anche la foresta amazzonica e l’intero suo ecosistema. Se va valorizzata contribuendo finanziariamente affinché non venga distrutta allora dobbiamo farlo, per preservare ciò che consente la vita sulla Terra. In fondo, respiriamo ossigeno, non metano.


Il sito ufficiale della CoP 29 di Baku:


https://cop29.az/en/home





venerdì 18 ottobre 2024

World Energy Outlook 2024

 E' uscito il nuovo World Energy Outlook 2024 della Iea, che prevede per i prossimi 5 anni un oversupply di gas e petrolio e bassi prezzi dell'energia. Una sintesi si può trovare sul portale Qualenergia, al link in calce, oppure andare al link dell’International Energy Agency. Il rapporto è corredato da molti grafici che rendono visivamente immediati molti contenuti.

In sostanza, il mercato mondiale dell'energia sarà influenzato dai conflitti e dagli eventi geopolitici, e da una fornitura relativamente abbondante di combustibili e nuove tecnologie. In tutti gli scenari studiati, la crescita della domanda globale di energia rallenta, grazie alla migliore efficienza, all'elettrificazione, e alla realizzazione di impianti ad energia rinnovabile.

La domanda globale di combustibili fossili raggiungerà un picco prima del 2030, e in seguito è destinata a diminuire. La crescita della domanda sarà coperta dalle fonti rinnovabili.

Gli scenari sono comunque molto diversi fra aree del mondo e Paesi diversi, in relazione ai differenti gradi di sviluppo dell'economia locale. La quota degli investimenti in energie rinnovabili nei mercati emergenti eccetto la Cina rimane ferma al 15%; queste economie rappresentano un terzo del Pil globale (GDP).

L'incremento del contributo delle rinnovabili è destinato a modificare la situazione a cui siamo abituati, come si vede anche dal grafico: entro il 2030 le rinnovabili  forniranno più della metà dell’elettricità mondiale, mentre le fonti fossili e il nucleare sono in calo o tendono alla stabilità. Il grafico presenta i valori in termini di generazione di elettricità in migliaia di Terawattora.

Per quanto riguarda le emissioni di CO2, lo scenario in aumento prevede un picco a breve termine, ma tale da portare la temperatura globale media al di sopra degli obiettivi di Parigi con un aumento probabile di +2,4°C entro la fine del secolo.

 Nel complesso, un quadro in chiaroscuro dell'evolversi della situazione, con andamenti molto diversi nelle varie aree del mondo, e prospettive di decarbonizzazione difficili, ma non impossibili. Come abbiamo sottolineato più volte, questi e i prossimi anni futuri costituiscono un periodo decisivo nel tentativo di risolvere il problema dell'inquinamento globale e del conseguente cambiamento climatico.




 Il link con l'analisi di Qualenergia è il seguente:

 https://www.qualenergia.it/articoli/picco-fossili-entro-2030-ma-verso-forte-aumento-riscaldamento/

Il link con Il WEO dell'IEA è  il seguente:

https://www.iea.org/reports/world-energy-outlook-2024



giovedì 19 settembre 2024

E’ successo di nuovo

 E’ successo di nuovo. A distanza di poco più di un anno dalle due alluvioni di maggio 2023, il territorio della Romagna e alcune zone del bolognese sono colpite da un evento climatico intenso che riporta il danno sopra al danno precedente, con precipitazioni e inondazioni devastanti. Migliaia gli sfollati, ansia e apprensione, ma soprattutto, la frase detta in un’intervista televisiva da un cittadino: “questa non è più vita”. Se dobbiamo aspettarci un’alluvione ogni volta che piove, davvero la fatica di restare sospesi all’imponderabile diventa improba. Solidarietà assoluta a coloro che vivono quest’incubo.


Si dice che l’Italia ha un territorio fragile, ed è così, ma è altrettanto vero che quel territorio è stato costruito, asfaltato, alterati i corsi dei fiumi e imbrigliati con alti argini, prosciugato (un tempo gran parte della Romagna era zona di paludi), cementificato (e in Emilia Romagna non c’è più bisogno dell’ennesimo polo logistico, o dell’ennesimo centro commerciale). Ora il territorio reagisce, esattamente come reagisce il clima ai nuovi parametri che includono un considerevole aumento della temperatura media globale. Territorio e clima seguono i percorsi dettati dalle leggi della Natura sulla base dei nuovi parametri che noi abbiamo alterato, e non c’è nulla che possiamo fare per modificare gli eventi se non intervenendo sui parametri stessi tentando di riportarli a valori compatibili con quelli naturali. Per il resto, dobbiamo adattarci. 


Uno di questi parametri è ovviamente la temperatura media globale, che si sta avvicinando sempre più all’incremento previsto dall’Accordo di Parigi di +1,5°C, nello scenario migliore, e di +2°C in quello peggiore ma considerato accettabile. Se il riscaldamento globale continua (ed è esattamente ciò che farà), la situazione è destinata a peggiorare, anche assumendo di rispettare l’Accordo di Parigi. Per via della maggiore quantità di calore trattenuta, maggiore è l’energia a disposizione per fenomeni meteorologici sempre più estremi. Fra qualche anno, le estati calde, la siccità o le precipitazioni, saranno ancora più intense. Ci ricorderemo le precedenti come accettabili.

Purtroppo, l’attenzione al territorio e la risposta alla crisi climatica sono sempre in difficoltà nelle agende dei governi, locali e nazionali, più attenti al tradizionale PIL e ai grandi poteri economici. 


Riporto di seguito una parte del comunicato relativo al documento di Legambiente “Rapporto città-clima” del 27 novembre 2023, solo pochi mesi fa. Ciò che sta accadendo in queste ore lo rende ancora più attuale.


“Italia gigante dai piedi d’argilla sempre più soggetto ad alluvioni e piogge intense. In 14 anni di monitoraggio registrati dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente  684 allagamenti e 86 frane da piogge intense, 166 le esondazioni fluviali.

In questi anni Sicilia, Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna le regioni più colpite dagli allagamenti. Tra le grandi città Roma, Agrigento, Palermo, Genova e Napoli. 

In compenso il Governo Meloni dimezza le risorse destinate a contrastare ildissesto idrogeologico, da 2,49 miliardi a 1,203 miliardi, in un Paese dove si sono spesi in media oltre 1,25 miliardi/anno  per la gestione delle emergenze. 

Legambiente: “Urgente definire una nuova governance che abbia una visione più ampia di conoscenza, pianificazione e controllo del territorio. Quattro le priorità da cui ripartire: serve approvare il PNAC,  una legge contro il consumo di suolo, superare la logica dell’emergenza agendo invece sulla prevenzione, definire una regia unica da parte delle Autorità di bacino distrettuale che preveda anche una maggiore collaborazione tra enti”. 

 L’Italia è sempre più soggetta ad alluvioni e piogge intense, e sempre più fragile e impreparata di fronte alla crisi climatica.  È quanto emerge dal “Rapporto Città Clima 2023 Speciale Alluvioni” realizzato da Legambiente, con il contributo del Gruppo Unipol,che quest’anno dedica uno speciale proprio al tema alluvioni denunciando anche i tagli che ci sono stati alle risorse destinate alla prevenzione del dissesto idrogeologico. I numeri parlano da soli: negli ultimi 14 anni-dal 2010 al 31 ottobre 2023 – sono stati registrati dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente ben 684 allagamenti da piogge intense, 166 esondazioni fluviali e 86 frane sempre dovute a piogge intense, che rappresentano il 49,1% degli eventi totali registrati. In questi 14 anni, le regioni più colpite per allagamenti da piogge intense sono state: la Sicilia, con 86 casi, seguita da Lazio (72), Lombardia (66), Emilia-Romagna (59), Campania e Puglia (entrambe con 49 eventi), Toscana (48). Per le esondazioni fluviali al primo posto la Lombardia con 30 casi, seguita dall’Emilia-Romagna con 25 e dalla Sicilia con 18 eventi. Va segnalato anche il numero di frane da piogge intense che hanno provocato danni in particolare in Lombardia (12), Liguria (11), Calabria e Sicilia (entrambe con 9 eventi). Ad andare in sofferenza sono soprattutto le grandi città: in primis Roma, dove si sono verificati 49 allagamenti da piogge intense, Bari con 21, Agrigento, con 15, Palermo con 12, Ancona, Genova e Napoli con 10 casi. Per le esondazioni fluviali spicca Milano, con almeno 20 esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro in questi anni, di cui l’ultima a fine ottobre; seguono Sciacca (AG) con 4, Genova e Senigallia (AN) con 3.  

Numeri preoccupanti se si pensa che l’Italia è un gigante dai piedi d’argilla e ad elevato rischio idrogeologico con 1,3 milioni di persone che vivono in aree definite a elevato rischio di frane e smottamenti e oltre 6,8 milioni di persone sono a rischio medio o alto di alluvione (dati Ispra). Dal punto di vista economico, ricorda Legambiente, il Paese ha speso dal 2013 al 2023, oltre 13,8 miliardi di euro in fondi per la gestione delle emergenze meteo-climatiche (dati Protezione civile). Eppure, nonostante tutto ciò, il Governo Meloni nel rimodulare il PNRR ha scelto di dimezzare le somme destinate a contrastare ildissesto idrogeologico,passate a livello nazionale da 2,49 miliardi a 1,203 miliardi, in un Paese dove si sono spesi in media oltre 1,25 miliardi/anno per la gestione delle emergenze, mentre dal 1999 al 2022, per la prevenzione del rischio, sono stati ultimati 7.993 lavori per un importo medio di 0,186 miliardi/anno (fonte Rendis- Ispra). 

Secondo Legambiente a pesare in questi anni in Italia l’assenza di una governance con una visione più ampia capace di tener insieme conoscenza, pianificazione e controllo del territorio. Per questo oggi l’associazione ambientalista, in occasione del lancio del suo report e a pochi giorni dell’apertura della COP28 sul clima a Dubai e del suo XII congresso nazionale dal titolo “L’Italia in cantiere” in programma a Roma l’1, 2 e 3 dicembre e incentrato su crisi climatica e transizione ecologica, ricorda quelli che devono essere i due pilastri cardine della buona gestione del territorio: ossia la convivenza con il rischio, che si attua con la giusta attenzione ai piani di emergenza comunali, all’informazione e formazione dei cittadini e la consapevolezza che un territorio come quello italiano non ha bisogno di essere ulteriormente ingessato, cementificato, impermeabilizzato, ma dell’esatto opposto, ovvero dell’adattamento. Al Governo Meloni lancia un appello affinché in tempi rapidi definisca una nuova governance del territorio, che riveda le politiche territoriali tenendo conto di quattro priorità su cui non sono ammessi più ritardi: 1) Occorre approvarein via definitiva ilPiano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climaticie individuare le linee di finanziamento stanziando adeguate risorse economiche (a oggi assenti) per attuare il Piano. 2) Approvare la legge sullo stop al consumo di suolo che il Paese aspetta da 11 anni. Occorre, poi, far rispettare il divieto di edificazione nelle aree a rischio idrogeologico e i vincoli già presenti, riaprire i fossi e i fiumi tombati nel passato, recuperare la permeabilità del suolo attraverso la diffusione di Sistemi di drenaggio sostenibile (SUDS) che sostituiscano l’asfalto e il cemento. 3) Superare la logica dell’emergenza e degli interventi invasivi e non risolutivi. 4) Costituire una regia unica, da parte delle Autorità di bacino distrettuale, attualmente marginalizzate, per costruire protocolli di raccolta dati e modelli logico/previsionali che permettano di conoscere la tendenza delle precipitazioni e i loro impatti sul territorio, e rafforzare la collaborazione tra gli Enti in modo da avere priorità di intervento e vincoli di tutela coerenti tra i diversi livelli, con l’obiettivo anche di fornire un quadro costantemente aggiornato dei progetti e dei cantieri in corso.” 


https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/rapporto-citta-clima-speciale-alluvioni/




mercoledì 1 febbraio 2023

Tagliare le emissioni è indispensabile, ma non basterà

 Un nuovo studio, di cui ci informa Scientific American, ribadisce un concetto già emerso in altri studi analoghi del recente passato: tagliare le emissioni di gas climalteranti è indispensabile, ma al punto in cui ci troviamo non basterà, occorre anche rimuovere carbonio dall’atmosfera se intendiamo raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, sostanziati nelle politiche che numerosi Paesi del mondo a partire dall’Unione Europea vogliono mettere in atto.


L’articolo di Chelsea Harvey dal titolo “Global carbon removal efforts are off track for meeting climate goals” (link in calce) spiega già nel sottotitolo che la rimozione del carbonio dall’aria è una parte indispensabile dell’azione a protezione del cima e che ciò che si sta facendo ora non è assolutamente sufficiente per ottemperare agli impegni presi a Parigi - che richiedono di restare sotto i +2°C di riscaldamento globale e possibilmente sotto +1,5°C.

Per stabilizzare la temperatura media globale della Terra entro tali limiti (che “sembrano bassi”, ma non lo sono affatto) bisogna arrivare ad un bilancio zero entro poche decadi - per farsi un’idea, entro il 2050, come scelto dall’Unione Europea - il che significa che fra meno di trent’anni le emissioni nette, ovvero il bilancio fra le quantità emesse e le quantità assorbite, di composti climalteranti dovranno azzerarsi e il bilancio essere in perfetto equilibrio. La Natura si regge su equilibri (non assoluti, ma a lunghissima scadenza) e noi dobbiamo adeguarci a fare altrettanto se vogliamo rispettarne le leggi.

Da dove provengano le emissioni ormai lo sappiamo bene, dalle attività di produzione di energia a vario titolo, dalle industrie, dagli usi civili, dai trasporti, dagli allevamenti; dove si trovino gli assorbimenti è meno noto, anche perché il tema resta un po’ sullo sfondo. Principalmente, i cosiddetti “pozzi di carbonio” naturali (carbon sink) sono le foreste e gli oceani. In effetti, oltre a produrre e richiedere meno CO2, risparmiando, riciclando, passando alle energie alternative, risulta rilevante assorbirne quanta possibile. La via maestra per questo scopo è piantare alberi e vegetazione in genere, la migliore macchina di assorbimento di carbonio che si conosca, e possibilmente smettere di disboscare, soprattutto le foreste primarie o quasi primarie che sono ricchissime di vegetazione e biodiversità e svolgono un ruolo insostituibile negli equilibri planetari.

L’articolo spiega che, ad oggi, non siamo sulla strada giusta e che ciò che si fa in questo ambito è largamente insufficiente. Occorre insomma, rimuovere più carbonio dall’atmosfera di quanto accada attualmente con metodi che si basano principalmente sull’uso che si fa del suolo e della vegetazione.


Sono allo studio, o sulla via della realizzazione (dopo molti anni di studi e di progettazioni) impianti per la cattura e il sequestro della CO2, che potrebbero aggiungersi agli altri metodi. Il rischio, particolarmente grave qualora la tecnologia si diffondesse, è quello che essa venga percepita come una sorta di via libera (di nuovo) alle fonti fossili tanto poi il carbonio viene rimosso dall’aria. Questo è un rischio serio, viste le immani fatiche volte a modificare il modello di sviluppo attuale troppo invasivo per l’ambiente, e viste le resistenze che ancora oggi molti oppongono ad un vero cambiamento. 

Però non si possono sottovalutare gli studi - ormai numerosi - che ci avvertono del fatto che trovare tecniche nuove per la rimozione del carbonio dall’aria che vadano ad aggiungersi a quelle tradizionali è indispensabile. In sostanza, le tecnologie per la cattura della CO2 dovrebbero aggiungersi alla riforestazione e alla riduzione delle emissioni se vogliamo salvare il pianeta su cui viviamo, ma assolutamente non sostituirvisi.  Non basta cioè, dati alla mano, ridurre le emissioni e magari azzerarle al 2050, occorre anche rimuovere CO2 dall’atmosfera con ampie riforestazioni e tecniche per la cattura, purché tutte queste linee di azione procedano insieme. 

Le stime numeriche ci indicano la necessità di  rimuovere dall’aria un ulteriore miliardo di tonnellate di carbonio rispetto al presente, ogni anno da oggi al 2030. Si tratta di un tema non da poco, che apre un ampio ragionamento sulla ricerca, le nuove tecnologie, le applicazioni delle stesse.


Il link all’articolo citato:


https://www.scientificamerican.com/article/global-carbon-removal-efforts-are-off-track-for-meeting-climate-goals/


 



venerdì 2 dicembre 2022

Piccoli passi avanti (a voler essere positivi)

 Davvero non c’è molto da dire sugli esiti della recente CoP 27, visto che non sono riusciti ad accordarsi su limiti alle emissioni, a parte però una novità importante: la creazione del fondo di sostegno ai Paesi più colpiti dal cambiamento climatico. 

Dopo trent’anni di dibattito, infatti, è stato deciso di creare il fondo Loss and Damage con cui sarà possibile rimediare alle perdite e ai danni causati dagli eventi meteorologici estremi sempre più frequenti per il climate change nei Paesi in via di sviluppo che sono maggiormente esposti nonostante non abbiano contribuito al problema. 

Si tratta di un risultato lungamente atteso e fondamentale nel procedere all’adattamento e alla mitigazione della crisi climatica globale per una serie di ragioni: la giustizia climatica, perché questi Paesi subiscono danni ingenti dovuti ad un fenomeno a cui non hanno partecipato e di cui non sono beneficiari in termini di sviluppo economico tradizionale, la spinta alla migrazione, dato che una parte rilevante dei migranti sono migranti ambientali che fuggono da condizioni insostenibili in territori che un tempo consentivano almeno un’economia di sussistenza, lo sviluppo sostenibile senza passare (o quasi) da quello tradizionale, visto che numerosi Paesi in via di sviluppo devono avere la possibilità di passare direttamente alle fonti rinnovabili e alle tecnologie moderne di risparmio energetico senza attraversare due secoli di inquinamento come il mondo occidentale ha fatto altrimenti l’obiettivo di +1,5°C sarebbe largamente fuori portata.

Dunque una notizia positiva c’è, anche se siamo consapevoli che non basta. Come ha detto il Segretario generale dell’ONU Antonio Guterres “CoP 27 si è conclusa con molti compiti e poco tempo”.


Un’altra notizia positiva, almeno nelle premesse, arriva sul fronte della deforestazione con l’elezione nuovamente di Lula al governo del Brasile. Come sappiamo, le foreste soprattutto quelle considerate “primarie” o comunque in ottimo stato ecologico, sono uno dei pilastri del mantenimento di un clima vivibile sulla Terra e l’enorme foresta dell’Amazzonia, con la sua ricchezza di specie animali e vegetali e la sua estensione, è uno dei fattori irrinunciabili. Lula ha partecipato alla CoP 27 in Egitto insieme a Maria Osmarina da Silva Vaz de Lima, già ministra dell’Ambiente brasiliana nel mandato di Lula del 2003-2008, che si è espressa con chiarezza contro la deforestazione e in salvaguardia delle minoranze etniche che abitano l’Amazzonia. Dopo i disboscamenti di Bolsonaro speriamo che il nuovo governo inverta la rotta, anche in collaborazione con gli altri Paesi. Anche in questo caso, è un tema di giustizia: se il Brasile (e non solo, ma tutti i Paesi che possiedono sul loro territorio un bene naturale importante per il mondo) ha una risorsa di così grande valore deve essere aiutato a conservarla, cioè a non intaccarla per ragioni economiche. La foresta dell’Amazzonia, così come le altre foreste rimaste quasi intatte nel mondo (e sono ormai poche), costituisce un bene fondamentale per tutti e tutti devono contribuire alla sua conservazione.

Speriamo dunque che lo spirito torni ad essere quello del “summit per la Terra” di Rio de Janeiro del 1992, non per niente organizzato nei pressi della foresta più grande del mondo.


Sul fronte energetico, il nuovo governo italiano per ora parla solo del costo delle bollette, che va bene ma non basta, e staremo a vedere quali politiche energetiche metterà in atto. Il fatto che Cingolani sia rimasto consulente del Ministero dell’Ambiente è a mio parere un fatto positivo viste le sue competenze in materia. Vedremo nei prossimi mesi, ma ora si può già affermare che il tema del passaggio ad un sistema energetico più pulito e magari capace di coinvolgere il sistema industriale, dei servizi, dell’edilizia,  deve tornare centrale in una prospettiva di sviluppo sostenibile.






giovedì 10 novembre 2022

Sono trent’anni, ma è (sempre) il momento di fare sul serio

 Ci siamo, è da poco iniziata la CoP 27, ovvero la ventisettesima (!) Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) la Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Questa volta si tiene a Sharm el Sheikh, in Egitto, dove sono attesi i leaders di tutti, si spera, i Paesi del Mondo. 

In questi giorni, estenuanti trattative, come ogni volta, cercheranno di ottenere accordi per limitare le emissioni climalteranti ed evitare che il cambiamento del clima terrestre vada fuori controllo. Quest’anno sono trascorsi esattamente trent’anni dal 1992, anno in cui si tenne lo storico Summit della Terra a Rio de Janeiro, spartiacque fra il mondo dello sviluppo economico irresponsabile riguardo le conseguenze ambientali e il mondo che ha acquisito una coscienza delle conseguenze globali delle proprie azioni. Il tema degli effetti planetari dell’inquinamento dell’aria causato dalle attività economiche è quindi entrato nella politica attiva da almeno trent’anni, ma nonostante tale rilevante periodo di tempo ancora oggi si fatica ad assumere un punto di vista scientifico ambientale nelle scelte politiche concrete e negli orientamenti dei partiti, in ogni Paese. In Italia, questo rimane un grande (forse il maggiore) vulnus nella teoria e nella pratica politica, con pochissime analisi e ancora meno revisioni. Ora il massimo che si riesce ad ottenere è che l’aspetto tecnico che questi temi includono sia affidato a tecnici, non sempre, ma se accade è già un passo in avanti.  

Tre anni dopo gli accordi di Rio si tenne la prima Conferenza delle Parti a Berlino, nel 1995. Da allora sono state organizzate 27 CoP, e il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi, e il problema non accenna ad essere risolto, anzi peggiora. Se volessimo sintetizzare brevemente quali siano stati gli effetti di tali impegni, si potrebbe ridurre ad una frase: non siamo fuori dalla fase più difficile, ma è stato evitato il peggio. In altre parole, il mondo sta ancora andando verso una gravissima crisi climatica, ma la velocità con cui si sta muovendo il tal senso è un po’ inferiore a quella che si avrebbe se non avessimo fatto nulla sin qui. In sostanza abbiamo contenuto le emissioni, e le loro conseguenze, in un andamento che resta in crescita. 

Per risolvere davvero il problema dobbiamo ora agire con maggior decisione rispetto al passato, limitando fortemente gli inquinanti derivanti dalla combustione di composti contenenti carbonio, e facendolo a livello mondiale. Volendo essere pessimisti, la sfida appare davvero enorme e quasi impossibile da farsi in tempi brevi, ma vale anche il contrario, ovvero volendo essere ottimisti, non è da trascurare il fatto che la generazione attuale al governo in tutto il mondo è mediamente diversa da coloro che governavano trent’anni fa: ha acquisito consapevolezza del problema e non lo nasconde come era d’uso anche soltanto dieci o quindici anni fa. Contemporaneamente, le tecnologie che consentono di evitare i combustibili fossili sono più diffuse e meno costose, e possono trasformare i Paesi di più antica industrializzazione e sostenere i Paesi in via di sviluppo nel loro percorso. Non hanno controindicazioni. Sono alla portata. 

Uno dei nodi da risolvere, di cui si parla ogni volta alle CoP, è quello della giustizia climatica, in base al quale i Paesi che hanno goduto di un lungo periodo privo di vincoli ambientali e sono più ricchi ora hanno l’obbligo morale di aiutare i Paesi che hanno inquinato di meno a passare direttamente alle fonti pulite e a proteggersi dai fenomeni legati al cambiamento climatico che già li investono. Un’analisi delle ragioni che spingono i migranti ad attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa porterebbe facilmente al problema del cambiamento del clima locale che riguarda molte zone dell’Africa, ma invece di approfondire questi aspetti si preferisce fare demagogia sulla pelle di coloro che si trovano a fuggire dalla propria casa su barconi e gommoni, dando una prova chiarissima del basso livello del dibattito che prevale nella  politica italiana. 

Al punto in cui si trova l’Italia, e tutta l’Europa, la speranza è che si promuovano fonti pulite, efficienza, stili di vita sostenibili, cooperazione con gli altri Paesi con intensità maggiore, senza fermarsi e nemmeno temporeggiare. Sono anni che l’elettricità pulita nel nostro Paese è ferma intorno al 35% - con variazioni dipendenti dalle condizioni stagionali - e nessuno ha mai chiarito le ragioni per cui ci si è fermati lì. Occorre procedere e smetterla di attribuire difficoltà inesistenti. Dobbiamo fare la nostra parte e abbiamo solo da guadagnarci sotto ogni profilo, ambientale ed economico. 

La CoP 27 di Sharm è in corso, e vedremo quali risultati porterà. Una cosa è certa, ovvero il fatto che è importantissima, il fulcro attorno al quale ruota il nostro futuro, e la seguiremo ogni giorno, come sempre da trent’anni. 

Per saperne di più, il sito ufficiale dell’UNFCCC e della CoP27 è il seguente:

https://unfccc.int/cop27




venerdì 11 marzo 2022

Energia per il futuro (immediato)

 Stiamo vivendo una situazione che mai ci saremmo aspettati di vivere fino a pochi giorni fa, cioè straordinaria, richiedente scelte speciali. Era molto tempo che non si sentiva parlare del tema energetico con tanta frequenza e forse il momento tragico porterà con sè una svolta vera come non è mai stato fatto prima d’ora. La carenza di fonti primarie in Italia, e in generale in Europa, crea dipendenza dall’estero, seppur con notevoli differenze fra i paesi UE, ci espone alle fluttuazioni del mercato ed alle instabilità politiche. Naturalmente, non esiste un modo per dotarci di ciò che non abbiamo, esiste però il modo di proteggere ciò che più ci interessa, ovvero la nostra sicurezza.

Ai temi della sicurezza dell’approvvigionamento, dei consumi, delle conseguenze sull’ambiente e sul sistema climatico terrestre, si aggiunge ora quello molteplice derivante da un conflitto armato che riguarda Paesi fornitori e Paesi di transito delle fonti primarie.  Le conseguenze di un’inappropriata politica energetica possono essere pesantissime. Ora il Governo sta cercando sostanzialmente di fare ciò che non è stato fatto nei venti-trenta anni precedenti - in cui si riconosce qualche intervento, ma altrettanto una mancanza di strategia di lungo termine, a dire poco.

Per entrare nel merito, ciò che va fatto ora, e nel più breve tempo possibile, consiste in un ventaglio di azioni coordinate fra loro, altrimenti non funziona il tutto, e fra enti agenti a livello nazionale e locale, includendo i privati.

In sintesi e per punti:

1. Diversificare le fonti di approvvigionamento del gas. Questo significa rivolgersi a Paesi che lo possiedono e che possono raggiungerci con gasdotti, e costruire rigassificatori se invece devono raggiungerci via mare. In Italia i rigassificatori sono tre, bene, ma non bastano.

2. Si può aumentare la quota di estrazione interna, ma è poca cosa in rapporto ai consumi, che ammontano a più di 76 miliardi di metri cubi. Anni fa eravamo arrivati ad estrarre dal nostro sottosuolo circa 20 miliardi di metri cubi di gas naturale, ora ne tiriamo fuori 3: è chiaro che occorre fare di più, almeno triplicando la quota attuale. Va tenuto conto della subsidenza nel selezionare le aree di estrazione. Resta comunque il fatto che non si coprono i consumi se non in misura assai parziale.

3. Contenere i consumi con aumento dell’efficienza sia nella produzione sia nell’utilizzo. Il miglioramento dell’efficienza è un tema poco noto, ma è centrale: non si tratta solo di lampadine a led, ma di migliorare il rendimento degli impianti di produzione e degli apparecchi di consumo dell’energia. Il risparmio conseguente può essere notevole.

4. Evitare gli sprechi. No comment, ovvio, ma si fanno, eccome.

5. Aumentare le rinnovabili dove si può, c’e ancora largo margine per es. per il solare fotovoltaico. Le rinnovabili possono e devono coprire ampie fasce di produzione (non solo elettrica, basti pensare al biogas). 

6. Organizzare gli accumuli per le fonti intermittenti, mantenendo comunque una base di continuativo. Le fonti rinnovabili sono quasi tutte intermittenti, legate al contesto ambientale (presenza di sole, o di vento) dunque l’accumulo dell’energia prodotta è fondamentale.

7. Coibentare gli edifici pubblici a partire dalle scuole, veri dispersori di energia con aule fredde e termosifoni caldi. L’abitudine consisteva, fino a pochi anni fa, nel costruire edifici sprecanti energia, veri e propri colabrodi, in particolare quelli pubblici. Ora ci sono regole più severe, ma quelli vecchi sono ancora in funzione e sprecano energia ogni giorno. 

8. Ricordare che il nucleare da fissione non ha risolto alcuno dei suoi problemi, III o IV generazione che sia, a partire dai tempi lunghi, costi alti, depositi che nessuno vuole, scorie radioattive che nessuno vuole, e ricordare che con il nucleare si fa elettricità, mentre per scaldarci in casa usiamo gas, olio combustibile, e se va bene pannelli solari.

9. Si sente parlare di cose che non esistono, come il “carbone pulito”, o il “nucleare pulito”. Lasciamo le fake news ad altri contesti.

10. Nessuna fonte di energia è totalmente pulita, ma alcune lo sono più di altre.

11. La ricerca deve andare avanti, in ogni settore.


La bolletta dipende dagli equilibri di questi 11 punti, il Pil del Paese, le conseguenze sull’ambiente dipendono dai medesimi. 

E’ di estrema importanza organizzare un percorso che a breve riesca a cambiare la situazione dell’energia in Italia; un cambiamento che ci porterebbe inoltre in una linea coerente con gli impegni presi con l’Accordo di Parigi e con le politiche europee. Naturalmente, ci affrancherebbe dalla dipendenza dalla Russia, che ora ci porta il 40% del gas. Con l’auspicio che la guerra finisca il prima possibile.







mercoledì 3 novembre 2021

G20 di Roma: moderato ottimismo

 Se non ci è dato di predire il futuro, in questo caso in termini probabilistici possiamo prefigurare cosa sarà altamente probabile che accada sulla base dei dati e dei modelli climatici scientifici, e si tratta di scenari molto preoccupanti. Per evitare il peggio si deve agire ora, con tempi ridotti, in modo coerente e, come ha giustamente sottolineato il Presidente del Consiglio Mario Draghi, con un approccio multilaterale. 

Il G20 tenutosi a Roma alla fine di ottobre ha prodotto una dichiarazione di intenti e un confronto ai vertici che si possono considerare con moderato ottimismo. 

L’elenco degli impegni assunti è notevole nonostante manchino ancora posizioni nette su alcuni punti, ed il dialogo è a buon livello, a mio avviso, anche con i Paesi che non erano presenti, come Russia e Cina.

Il testo della Dichiarazione di Roma si trova all’indirizzo in calce, insieme ad una serie di informazioni sull’evento.

Riassumendo in breve i punti principali, e con particolare attenzione al tema ambientale, emerge innanzitutto l’impegno di tutti a rispettare l’Accordo di Parigi del 2015, indirizzando gli sforzi al mantenimento del limite di +1,5°C al di sopra dei livelli preindustriali. Ricordo che già oggi siamo intorno a +1°C, il che significa che il margine è strettissimo. Questo è l’obiettivo-guida dei prossimi anni, e sarà cruciale attuarlo nel concreto.

A tale scopo, viene riconosciuta la rilevanza del raggiungimento della neutralità carbonica (emissioni globali nette nulle) per o intorno alla metà del secolo (“by or around mid-century”), la necessità di eliminare gradualmente e razionalizzare, a medio termine, i sussidi ai combustibili fossili inefficienti, la necessità di porre fine ai finanziamenti pubblici internazionali per la nuova produzione di energia dal carbone all'estero entro la fine del 2021, e il contributo del metano al riscaldamento globale. 

Evidentemente, viene lasciato ampio margine ai singoli Paesi per operare a seconda delle proprie caratteristiche, ma viene anche confermato l'impegno dei Paesi sviluppati di mettere in campo 100 miliardi di dollari all'anno dal 2020 al 2025 per sostenere la transizione energetica delle economie emergenti. La questione della data imprecisa “intorno alla metà del secolo” che molti hanno posto è reale, ma non insuperabile se gli altri impegni verranno soddisfatti. 

La questione della ripartizione dei ruoli fra Stati non è un dettaglio: è vero che i Paesi sviluppati, fra cui Europa e USA, hanno inquinato senza limiti fino ad ora, mentre Cina, India, per non parlare dell’Africa, subiscono le conseguenze del cambiamento climatico avendo contribuito pochissimo in passato, dunque spetta a chi ha tratto maggiori benefici dare un contributo, che vada assolutamente a buon fine, a chi non è stato della partita. Per dare un’idea, Cina e India sono tra i massimi inquinatori in termini assoluti, ma si trovano alla 15° e alla 24° posizione in classifica pro capite, che invece è guidata da Stati Uniti e Australia (trascurando gli Stati piccolissimi). La differenza oggi importante consiste nel fatto che mentre noi stiamo calando le emissioni (USA compresi), loro le stanno aumentando. L’andamento nel corso del tempo diventa centrale nell’analisi: possono i Paesi che non lo hanno fatto finora, realizzare adesso uno sviluppo analogo al nostro? Dal punto di vista scientifico la risposta è no. La Terra ed i suoi sistemi naturali non sopporterebbero un simile percorso. Qui sta il nodo politico principale: fare in modo che si passi alle tecnologie sostenibili direttamente, ora, tutti quanti. 

Il progetto di rigenerazione degli ecosistemi, e l’obiettivo di arrestare al deforestazione  al 2030 affermato alla Cop 26 in corso a Glasgow, costituiscono un contributo fondamentale al raggiungimento di tutti gli obiettivi previsti, incluso quello di prevenire future pandemie simili a quella Covid-19, riguardo il quale la Dichiarazione di Roma prevede di vaccinare il 70% della popolazione mondiale per la metà dell’anno prossimo. 


Dunque, si può dire che il bicchiere è mezzo pieno: una buona cosa se si pensa da dove veniamo (vent’anni fa a parlare di questi temi c’eravamo solo noi ambientalisti e il Principe Carlo), un problema con numerose lacune se si pensa a dove dobbiamo arrivare (azzerare le emissioni).

Sul piano politico l’incontro è stato positivo nel suo complesso e per l’Italia. Funziona il soft power di Roma? Giurerei di sì, guardando le facce mentre salivano lo scalone del Quirinale. Mario Draghi ha ottenuto un buon successo; c’è molto da fare, sarebbe bene andare avanti con il governo in carica e non interrompere ora qualcosa che sta funzionando per il bene del nostro Paese.


Il sito del G20:


https://www.g20.org/it/il-vertice-di-roma.html



lunedì 11 ottobre 2021

I grafici sono chiari: occorre fare di più

 I grafici che seguono mostrano gli andamenti delle concentrazioni in atmosfera dei principali gas causa del riscaldamento globale negli anni e fino al 2020, cioè lo scorso anno. Forse è giusto preoccuparsi: nonostante le politiche di contenimento delle emissioni, nonostante i proclami, gli impegni, gli accordi internazionali, non si vedono cambiamenti significativi in curve che sono volte alla crescita.  Come è già stato rilevato, tutto ciò ci sta portando a superare i 3° di incremento della temperatura media, molto oltre gli impegni dell'Accordo di Parigi.

I grafici mostrano, nell’ordine, la CO2, il biossido di azoto, il metano e i principali CFC. Soltanto alcuni CFC mostrano un andamento nettamente decrescente, mentre il metano addirittura dopo un periodo di stabilizzazione ha ripreso a crescere con grande intensità. Emerge con chiarezza che è indispensabile fare di più per ridurre le emissioni climalteranti.

La fonte è la NOAA,  agenzia statunitense. 







venerdì 21 maggio 2021

La Strategia di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra

 



Dobbiamo arrivare lì. E non è certo poco. Guardate di quanto dobbiamo restringere - un vero e proprio imbuto -  le emissioni climalteranti in atmosfera in Europa per rispettare l’Accordo di Parigi, che, ricordo, ha l’obiettivo di far sì che il riscaldamento globale resti sotto +1,5 °C e in ogni caso non superi +2°C.

La fonte è la Commissione Europea, in ascissa gli anni fino al 2050, in ordinata le emissioni di CO2 equivalenti in milioni di tonnellate. La riduzione è clamorosa in ciascun settore, indicato con i diversi colori, mentre la traiettoria tratteggiata rappresenta il totale netto.

Traggo la figura da un articolo sul sito climalteranti.it, sempre presente, preciso, molto ben fatto. L’articolo è “La strategia italiana di lungo termine sulla riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra” a firma Stefano Caserini, un tema di cui si è parlato poco nonostante il testo sia stato inviato alla Commissione l’11 febbraio scorso. Si tratta invece di un documento importante che costruisce uno scenario di decarbonizzazione vera del nostro Paese. In sostanza, presenta un forte risparmio energetico e miglioramento dell’efficienza con conseguente riduzione della domanda di (addirittura) il 40% sui consumi finali, elettrificazione dei trasporti, forte incremento delle fonti rinnovabili e sostanziale marginalizzazione dei combustibili fossili. Il Bilancio energetico al 2050 è destinato a cambiare alla radice rispetto a quanto siamo abituati a studiare, basti pensare che l'energia elettrica è destinata a provenire quasi esclusivamente da fonti rinnovabili e a rifornire tutti i settori, dal civile ai trasporti all’industria, mentre soltanto quest’ultima riceverebbe ancora una quota estremamente limitata di gas naturale, e carbone e petrolio quasi scompaiono dentro la voce “altri combustibili”. Una strategia che poi sarà necessario realizzare nel concreto, finalità che necessita il coinvolgimento di tutte le realtà sociali in modo coerente come mai fatto finora.

Auspico quanto si legge nell’articolo segnalato, ovvero che il tema sia oggetto di dibattito: non si vede per quale motivo argomenti fondamentali per il futuro prossimo di noi tutti vengano ignorati o quasi. 

Per approfondire, il link è il seguente, dove è possibile accedere anche al sito della Strategia stessa:

https://www.climalteranti.it/2021/03/02/la-strategia-italiana-di-lungo-termine-sulla-riduzione-delle-emissioni-dei-gas-a-effetto-serra/




venerdì 21 agosto 2020

Per salvarci dalla crisi climatica non serve fermare tutto e tornare alla candela, ma impegnarci seriamente con politiche green

Quante volte abbiamo sentito la frase “ma allora, secondo le tesi ambientaliste dovremmo fermare tutto e tornare indietro ai tempi passati”, quante volte il suo contenuto è stato lo spauracchio di coloro che governavano e della politica in genere. La tesi del ritorno indietro in realtà esiste, ma non può essere considerata logica ed unica conseguenza della necessità di proteggere l’ambiente. Anzi, secondo chi scrive si tratta di un’opzione che porterebbe ad esiti contrari a quelli che si vorrebbe ottenere con la sua applicazione: sette miliardi di persone che vivessero ricorrendo alle risorse naturali in modo diretto avrebbero un impatto ambientale distruttivo in un tempo brevissimo. La questione ambientale è complessa - nel senso della teoria della complessità - ed evolutiva: l’ambiente che caratterizza oggi il pianeta Terra non è lo stesso del passato, l’equilibrio preistorico è irraggiungibile e coloro che lo sognano fanno un puro esercizio di fantasia, e l’unica via che abbiamo la possibilità di seguire è quella tecnologica. Sarà un insieme costituito da una corretta applicazione delle tecnologie nuove, di politiche adeguate, di riduzione delle diseguaglianze sociali con conseguente possibilità di accesso per tutti alle tecnologie medesime, la chiave per aprire la porta del futuro. Il futuro non sarà, e non dovrà mai essere, simile al passato (il caso contrario, sarebbe una catastrofe planetaria). 

Una ricerca pubblicata su Nature Climate Change esamina l’effetto sulle tendenze globali dei parametri che caratterizzano il cambiamento climatico della chiusura dovuta all’epidemia denominata Covid-19. Nella tragedia costituita da una nuova malattia virale che per molti risulta essere mortale, abbiamo un’occasione d’oro di studio di un fatto senza precedenti: per mesi tutto il mondo ha fermato quasi completamente le attività, viaggi, spostamenti ridotti al minimo per le merci, fabbriche, aziende, impianti industriali, scuole, negozi e botteghe, feste, sagre, cinematografi, teatri, eventi sportivi, ogni tipo di attività escluso l’essenziale. La necessità di fermare il contagio per quanto possibile e la migliore capacità di organizzazione che indubbiamente oggi abbiamo rispetto a momenti nel passato che hanno visto epidemie simili hanno portato ad una condizione collettiva mondiale mai accaduta prima. Il mondo umano si è fermato per un po’. Verificare se questo fatto porti a conseguenze di intensità significative sullo stato dell’ambiente a livello globale presenta vari motivi di interesse in vista della scelta delle strategie da adottare per scongiurare la crisi climatica: innanzitutto la possibilità di diminuire gli apporti degli inquinanti emessi, poi una sorta di esperimento collettivo (forzato) direttamente misurabile. 

Lo studio in oggetto, dal titolo  “Current and future global climate impacts resulting from COVID-19” (“Impatti sul clima globale correnti e futuri risultanti dal Covid-19”, scaricabile all’indirizzo in calce) esamina le conseguenze della riduzione dei gas ad effetto serra e degli altri inquinanti dell’aria dovuta al lockdown sulle tendenze abituali e stima l’entità delle riduzioni nel periodo da febbraio a giungo 2020. Alcuni composti con effetto riscaldante, come gli NOx (ossidi di azoto), calano del 30%, ma la diminuzione viene compensata da un’analoga diminuzione degli ossidi di zolfo che indeboliscono la capacità degli aerosol di raffreddare l’atmosfera. Il clima è un sistema complesso, con decine di variabili ad effetti diversi, e spesso di segno opposto, legate tra loro, con cicli di vita diversi ed effetti indiretti, e i risultati non sono per nulla facili da trovare, tanto che si usano modelli matematici per simulare gli andamenti dei parametri più importanti. Questi modelli matematici hanno comunque dimostrato da tempo la loro affidabilità. In buona sintesi, lo studio in oggetto sostiene che gli effetti della chiusura globale dovuta alla pandemia da Covid-19 sulla temperatura media globale siano trascurabili: un raffreddamento valutato intorno al centesimo di grado Celsius al 2030, quasi niente.  Spingendosi poi ad analizzare percorsi diversi, emerge che se scegliessimo di stimolare l’economia in senso “verde” e in misura definita “moderata” potremmo arrivare ad emissioni zero per il 2060, mentre se optassimo per un investimento maggiore, ma comunque fattibile, nell’economia verde potremmo raggiungere una diminuzione del 50% delle emissioni climalteranti al 2030 rispetto allo scenario base ed emissioni zero al 2050. La differenza principale fra le ultime due opzioni riguarda il fatto che la seconda, la più performante, consentirebbe con una probabilità superiore al 50% di limitare la crescita della temperatura a +1,5°C, ovvero di attuare la scelta più restrittiva raccomandata nell’Accordo di Parigi del 2015. Tradotto in termini semplici: possiamo farcela, ma occorre una ripresa fortemente orientata all’innovazione a basso impatto ambientale, con un impegno collettivo che includa i Paesi più poveri e i Paesi più ricchi e potenti, come gli Stati Uniti. Come la pandemia di Covid-19 la crisi climatica riguarda tutti, nessuno escluso.

La Natura che occupava nuovamente spazi durante la chiusura forzata di quasi tutte le attività umane ci ha mostrato, per un tempo breve, quale sorta di impatto abbiamo noi sul mondo. L’eccezionalità del caso ci ha portato per un attimo a vedere chi siamo noi sulla Terra, come la prima foto della Terra dallo spazio ci portò a vedere di colpo quanto piccolo, limitato e isolato fosse il nostro mondo. La possibilità di ridurre le conseguenze delle attività umane sui sistemi naturali, ed in particolare di contenere quanto possibile il riscaldamento globale, viene oramai mostrata e descritta da una serie di studi scientifici molto chiari circa le scelte da fare. In poche parole, non sarà un ritorno al passato, non sarà una chiusura delle attività, a salvarci, ma una scelta precisa delle politiche da porre in atto.

La pubblicazione scientifica citata può essere scaricata al seguente indirizzo (in inglese):

https://www.nature.com/articles/s41558-020-0883-0.pdf




mercoledì 15 luglio 2020

La lista nera della finanza verde

Anche la finanza si accorge dei problemi ambientali, e a dire il vero, non da oggi. 
BlackRock è la più grande società di investimento nel mondo, con sede a New York, una società di gestione del risparmio “il cui scopo principale è affiancare un numero sempre maggiore di persone nella pianificazione del loro futuro finanziario” come si legge sul suo sito. Essa gestisce un fondo di oltre 6 mila e 500 miliardi di dollari e la sua rilevanza a livello internazionale è ben nota. 
E’ notizia di ieri che BlackRock ha individuato ben 244 aziende «che stanno compiendo progressi insufficienti nell’integrare il rischio climatico nei rispettivi business model e informative». Non solo: ha votato contro nelle assemblee di 53 società e per le restanti 191 ha «notificato lo stato di sorveglianza e il rischio di un'attività di voto nei confronti del management, nel 2021, qualora non compiano progressi sostanziali». Si legge in un articolo sul Sole24ore (all’indirizzo in calce) che “quella di BlackRock è una questione di business. «Il nostro impegno – si legge nel report – nasce dalla convinzione che il rischio climatico sia parte del rischio investimento, e che integrare fattori come sostenibilità e clima nei portafogli possa fornire agli investitori rendimenti migliori rettificati per il rischio». 
La finanza si accorge dell’ambiente, ed ora lo fa in modo plateale. Si può leggere la lista nera delle 53 società accusate di mancanza di iniziative adeguate al problema climatico suo medesimo articolo. Non c’è dubbio che il rischio climatico sia una parte notevole del rischio associato all’investimento, ed ora ne va tenuto debito conto.
A dire il vero, il fondo di investimento è stato nel passato, anche recente, accusato da parte ambientalista di investire in ambiti nocivi allo stato dell’ambiente, e questa potrebbe essere una risposta alle critiche. In ogni caso, si tratta di una risposta positiva, un ulteriore tassello nella realizzazione del mosaico del nostro futuro, che dovrà essere sostenibile semplicemente per esistere.   

In un altro bell’articolo pubblicato dal Sole il mese scorso (“Finanza e ambiente: perché la crisi sanitaria può essere un’occasione”) si descrive ancora una volta l’opportunità nascosta dietro la crisi, davvero drammatica, dovuta al Covid19: possiamo uscirne, e farlo affrontando come si deve la crisi più grande di tutte, quella che include tutte le altre, quella ambientale e climatica.
Si legge che Recovery Fund e Green New Deal, due programmi europei molto complessi, devono essere iniziative coordinate se vogliamo costruire il futuro dell’Europa. 
Una transizione verso la sostenibilità che non deve essere più una scelta - sì o no - dato che il sì è imprescindibile, ma un momento in cui ci si concentra su come farla. Il “come” è importantissimo per trovare risposte operative e concrete in un ambito in cui le parole certo non bastano (e sono state usate troppo spesso in sostituzione dei fatti). 
Nell’articolo, a firma di Angelo Baglioni, si legge inoltre che “ Il mercato degli investimenti finanziari sostenibili è in forte espansione da alcuni anni in tutto il mondo, e l’Europa è leader in questo settore”, ma che non mancano gli ostacoli, come un quadro di regole ancora incerto. Emerge comunque un’Europa molto impegnata in questo ambito, che guida il mondo e lo fa da anni, nonostante le notevoli difficoltà insite in una sfida nuova e globale. 
Abbiamo bisogno di una conversione ambientale dell’economia; in essa, la finanza verde ha un ruolo fondamentale, anche con l’attenzione della pubblica opinione che ha un’inaspettata influenza sulle scelte.

Gli articoli citati:

https://www.ilsole24ore.com/art/clima-blackrock-compila-lista-nera-bocciati-244-colossi-ADjW39d?refresh_ce=1

https://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-ambiente-perche-crisi-sanitaria-puo-essere-un-occasione-AD2o6jV


domenica 9 luglio 2017

Fonti rinnovabili crescono

Nel caldo di queste giornate quasi non servono più i dati scientifici: possiamo ormai farci le statistiche autonomamente sull'andamento del cambiamento climatico. Ogni anno segue il precedente con i record raggiunti in qualche aspetto del clima stesso, il mese più caldo, l'anno più caldo, il periodo meno piovoso, etc. Ormai lo si può percepire senza bisogno di strumenti: il clima sta cambiando ad una velocità senza precedenti. La primavera appena trascorsa è stata caratterizzata da poche precipitazioni, è stata preceduta da un inverno mite, ed è stata seguita da un anticipo d'estate iniziato in maggio con temperature altissime ovunque in Italia che ancora persistono (in luglio). I dati informano che il mese di giugno appena trascorso è stato uno dei più caldi, in stretta competizione con il giugno 2003, l'anno della grande afa sahariana di oltre tre mesi di durata.

Dagli accordi internazionali sui cambiamenti climatici gli USA, come è noto, si sono sfilati, ma di certo non si sfileranno dai cambiamenti climatici stessi che insistono anche sul loro territorio. Secondo la NOAA, gli US hanno visto il secondo anno più caldo mai registrato, e hanno speso 9 miliardi di dollari in disastri ambientali inclusi 3 tornado devastanti.

La buona notizia è che anche in America il mercato delle rinnovabili si espande e la produzione cresce.  Le fonti rinnovabili non sono certamente l'unica soluzione al problema del cambiamento climatico, ma sono uno dei principali tasselli di una composizione molteplice finalizzata a ridurre e contenere le emissioni di gas climalteranti che modificano la composizione dell'atmosfera fino a causare un surriscaldamento che interessa tutto il pianeta.
Per la prima volta in oltre trent'anni negli Stati Uniti a marzo e ad aprile le fonti rinnovabili hanno generato più elettricità degli impianti nucleari, secondo i dati forniti dall'EIA, l'Energy Information Administration, l'agenzia statistica indipendente del Dipartimento Usa dell'energia.
L'evento dipenderebbe da due fattori di carattere opposto:  la crescita delle rinnovabili e i programmi di manutenzione a cui vengono sottoposti gli impianti nucleari in primavera e autunno, quando la domanda elettrica complessiva è più bassa rispetto all'estate e all'inverno.
Comunque, un aumento della produzione dell'eolico che del fotovoltaico, unitamente all'aumento registrato nell'idroelettrico grazie a piogge e nevicate più intense negli Stati occidentali degli Usa durante l'inverno scorso, hanno comportato una crescita della generazione elettrica rinnovabile in primavera. Nello stesso periodo, la produzione di elettricità da centrali nucleari in aprile è stata la più bassa dal 2014, determinando così il primato delle rinnovabili.

Per quanto riguarda le rinnovabili elettriche nel mondo, è uscito il rapporto “Renewable Energy Statistics 2017 Yearbook” di IRENA, secondo il quale in 10 anni sarebbe raddoppiata la potenza. Dalle statistiche che riguardano circa 100 Paesi e le singole tecnologie utilizzate, emerge che nel
2016 sono stati superati i 2.000 GW installati. In 10 anni la potenza cumulativa delle rinnovabili è raddoppiata fino ad arrivare complessivamente a 2.008 GW, con un incremento di 161 GW. La generazione elettrica da rinnovabili nel 2015 ha raggiunto la cifra di 5.512 TWh. L'aumento risulta essere del 3,4% rispetto al 2014. Si procede verso i 6.000 TWh, una buona prospettiva.
In 9 anni si è registrato un incremento di quasi 2.000 TWh per quanto riguarda la produzione elettrica da rinnovabili, mentre la fonte verde maggiormente utilizzata è stata l’idroelettrico, per circa il 70%. Il 15% proviene invece dall’eolico.
Soltanto nell'anno 2015 si è avuto un relativo rallentamento dell’incremento annuale nella produzione idroelettrica a livello mondiale. In compenso si è registrata una crescita del solare del 13%, e dell’eolico, con il 15%.

lunedì 12 giugno 2017

Concluso il G7 di Bologna con un documento comune (con postilla USA)

E' terminato con un documento votato all'unanimità il G7 sull'Ambiente tenuto a Bologna domenica 11 e lunedì 12 giugno, dopo un'intensa settimana "verde" ricca di incontri e dibattiti tenutisi in città. Gli USA, come era annunciato e persino prevedibile, hanno però indicato la loro diversa posizione con una postilla, una nota, in cui affermano di non aderire alla sezione del comunicato relativo al cambiamento climatico e alle banche multilaterali di sviluppo.
Nella postilla, annotata nella sezione 2 del documento dedicata al cambiamento climatico, si legge: "Noi gli Stati Uniti d'America continuiamo a dimostrare attraverso l'azione, avendo ridotto la nostra impronta di CO2, come dimostrato dal raggiungimento a livello nazionale dei livelli di CO2 pre-1994. Gli Stati Uniti continueranno a impegnarsi con i partner internazionali chiave in un modo che sia coerente con le nostre priorità nazionali, preservando sia una forte economia che un ambiente salubre. Di conseguenza, noi gli Stati Uniti non aderiamo a queste sezioni del comunicato sul clima e le MDB (banche multilaterali di sviluppo, n.d.r.), agendo così rispetto al nostro recente annuncio di ritirarci e cessare immediatamente l'attuazione dell'accordo di Parigi e gli impegni finanziari associati". La sezione 2 del documento comune è firmata soltanto dai ministri degli altri sei paesi del G7, e dall'Unione Europea.

Il documento finale è notevole nei suoi contenuti, considerando tutte le difficoltà relative alla ricerca di un accordo e di un impegno fattivo comune alle economie più sviluppate del pianeta su temi ambientali. Lo si può scaricare all'indirizzo in basso. Credo che si possa affermare che il Governo guidato da Gentiloni, ed il Ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, abbiano fatto un buon lavoro nell'appuntamento G7 in generale, ed in quello ambientale in particolare. Bologna è stata vetrina nazionale ed internazionale per una settimana sui temi "verdi" e su tutti gli argomenti legati ai temi ambientali a largo raggio, dall'economia ai rifiuti, dall'energia ai mari e agli oceani, fino al cambiamento climatico, vero clou della manifestazione e tema evidentemente piuttosto ostico per i Paesi coinvolti per le implicazioni di carattere economico e industriale.
Un annesso al comunicato finale adotta la "Road map di Bologna", un'intesa della durata di cinque anni, sottoposta a revisione, atta a compiere "passi ulteriori per far aumentare l'efficienza nell'uso delle risorse". Una road map che vuol essere "un documento 'vivente' che dia priorità alle azioni che facciano avanzare la gestione dei materiali basata sul loro ciclo vitale" e "le 3R", cioè riduzione, riuso e riciclo.

Politicamente, è evidente che gli Usa sono isolati e che gli altri Sei andranno avanti tenendo fede agli impegni sul clima assunti con l'Accordo di Parigi. Gli stessi non sono rinegoziabili. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non hanno saputo superare un atteggiamento che li contraddistingue da sempre, e che li vede garanti di una forma di libertà presunta che non può sottostare alle regole della comunità internazionale. L'amministrazione precedente aveva fatto una scelta diversa, condivisa da molti anche negli US, ma non da tutti e non soltanto per il merito della questione ma anche per la difficoltà insita nel riconoscere un ruolo regolatorio necessariamente autorevole alla comunità internazionale.
I ponti comunque non sono stati tagliati. L'impegno per la tutela del sistema climatico è troppo importante sia per il mantenimento dell'ambiente in cui viviamo, sia al fine di programmare un futuro desiderabile, in cui economia, tecnologia, società, sviluppo siano propriamente colti nel loro effettivo legame e affrontati con coscienza della grandissima sfida che pongono all'umanità.

Il documento finale si può scaricare ai seguenti indirizzi:

http://www.minambiente.it/comunicati/il-comunicato-finale-del-g7


http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio_immagini/Galletti/G7/communique_g7_environment_-_bologna.pdf

lunedì 5 giugno 2017

G7 dell'Ambiente mentre gli US si sfilano dall'Accordo di Parigi

Mentre a Bologna si sta svolgendo la settimana ricca di appuntamenti sui temi ambientali che culminerà con il G7 dell'Ambiente i prossimi 11 e 12 giugno, sono intervenuti alcuni fatti notevoli, fra cui senz'altro il ritiro da parte di Donald Trump dell'adesione degli Stati Uniti all'Accordo di Parigi. Un fatto di cui si è parlato molto su cui vale la pena fare il punto.

Innanzitutto, l'aspetto legale, riguardante un accordo che si era voluto vincolante. Gli USA hanno aderito pochi mesi prima che finisse il mandato di Barack Obama e della sua amministrazione, poi sostituiti da Donald Trump, che invece non ne vuole sapere. Questo alternarsi di posizioni così diverse su temi che riguardano tutti costituisce un pericoloso precedente per la comunità internazionale, che vede limitata la capacità di impegnarsi dei propri e degli altrui governi su questioni ritenute fondamentali, superata dagli interessi politici interni locali. Altri potrebbero seguire gli USA, in una corsa al ribasso con conseguenze nefaste. La buona notizia è che nessuno per ora sembra volerlo fare, e le dichiarazioni contro al decisione del Presidente USA si sono sprecate. L'Accordo dunque è e resterà in vigore, anche senza la partecipazione di uno dei Paesi maggiormente inquinanti del mondo.
In secondo luogo, le conseguenze interne agli Stati Uniti stanno fiorendo con una velocità mai vista prima, e sono tutte di segno contrario alla scelta di Trump: numerose amministrazioni cittadine e Stati importanti come la California hanno annunciato che rispetteranno l'accordo, mentre imprese ad alta tecnologia e innovazione stanno protestando per le nuove strade che si aprono alle vecchie manifatture vc e alle energie più "sporche". Questo potrebbe essere l'inizio di un fronte ambientalista USA più forte e decisivo di quanto si sia mai visto in precedenza, in cui aziende, amministrazioni e ambientalisti perseguono sostanzialmente obiettivi molto simili, o addirittura comuni.
Pero ora, però, la leadership sui temi ambientali - che contrariamente a quanto sostengono loro, gli US non hanno mai avuto - resta in capo all'Europa, che se togliesse di mezzo definitivamente nazionalismi e populismi interni ad ogni Paese diventerebbe in breve un player di prima grandezza sul piano mondiale.

Ma che cos'è l'Accordo di Parigi, e perché ci si batte tanto per la sua implementazione? Ricordo in breve che si tratta di un accordo a cui hanno aderito 195 Paesi (praticamente tutta la comunità internazionale) avente lo scopo di ridurre significativamente le emissioni di anidride carbonica ed altri gas che vanno ad alterare la composizione atmosferica, fino a causare un cambiamento del sistema climatico mondiale quale non si è mai avuto prima nella storia umana. Non lo si è mai avuto prima nei termini della sua intensità e della sua velocità, mai così elevate in precedenza, in presenza di sostanze climalteranti capaci di restare nell'atmosfera per secoli, influenzando il mondo nel futuro. L'Accordo si basa sull'aumento della temperatura globale media, e non sulle emissioni che sarebbe stata scelta più stringente, che dovrebbe restare entro 2°C di incremento, e tendenzialmente meglio se entro 1,5°C.  Considerando che siamo già ora oltre 0,7°C di incremento, si capisce che la sfida posta e notevole. Per raggiungere l'obiettivo gli Stati devono predisporre dei Piani di intervento che mostrino la volontà di agire e i risultati che ciascun Paese intende raggiungere. Gli ambiti di intervento riguardano un po' tutti i settori, da quello energetico, a quello industriale, a quello dei trasporti, e dell'agricoltura.
Gli impegni nazionali saranno resi noti e rivisti ogni 5 anni per renderli più ambiziosi, facendo il punto sui progressi fatti, e nel quadro di responsabilizzazione di ogni Paese viene rafforzato il sistema di compensazioni economiche che servono ad aiutare in Paesi in via di sviluppo per la mitigazione e l'adattamento con aiuti concreti. Vengono posti in risalto il ruolo dello sviluppo tecnologico e il ruolo della conservazione delle foreste.

Gli esiti ci parlano di un mondo del futuro, più pulito e rinnovabile, ambientalmente sostenibile, e non del passato con le miniere di carbone, le ciminiere fumanti, lo smog.
Che soltanto gli Stati Uniti si rifiutino di fare questa scelta sembra quasi un paradosso, visto che spesso le nuove tecnologie, comprese quelle a basso impatto, vengono dalla loro ricerca industriale, e gli stessi dati sul cambiamento del clima in atto provengono sovente da istituti di ricerca statunitensi. Resta da sperare che tecnologia, pensiero innovatore, rispetto per l'ambiente abbiano il sopravvento nonostante il veto della politica, di una politica chiusa, retriva, ultimo affanno di un mondo superato.

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Il 5 giugno Piazza Maggiore a Bologna sarà sede di un concerto straordinario, Concerto per la Terra, la sera successiva del 6 giugno ci si trova in Piazza Nettuno per una fiaccolata in difesa del futuro di noi tutti organizzata dal PD bolognese, e queste sono solo alcune delle numerosissime iniziative in programma in questi giorni.

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