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lunedì 13 luglio 2026

Auto elettriche UE: qualcosa si muove

 Sappiamo che il traffico veicolare contribuisce per circa un quarto alle emissioni di CO2 europee, e circa lo stesso o poco sotto con il 23 % per l’Italia, oltre a produrre inquinanti nocivi di vario tipo, dagli idrocarburi incombusti alle polveri fini, agli ossidi di azoto.

Il ricorso alle auto elettriche, che consentirebbe di risparmiarci la CO2 e tutti gli inquinanti derivanti dal motore a combustione, è una delle tecnologie che più stenta a farsi strada, soprattutto in Paesi che avevano incentrato gran parte del proprio sviluppo post bellico sull’automobile tradizionale, come l’Italia.

Gli ultimi dati mostrano però che qualcosa si sta muovendo.

Nel periodo gennaio-maggio 2026 (traggo da Al Volante, indirizzo in calce) le immatricolazioni nell’UE hanno raggiunto 4.748.801 unità, segnando un incremento del 4% rispetto allo stesso periodo del 2025, e di queste, quote importanti sono ascrivibili al settore elettrico. In effetti, riguardo le tipologie, il tipo di alimentazione più diffusa è l’ibrida-elettrica (HEV), che nei primi cinque mesi del 2026 ha avuto una crescita del 12,1% per una quota di mercato del 37,8%, in aumento anche nel nostro Paese.

Al secondo posto, e sempre in crescita, troviamo le ibride plug-in (PHEV), che nel periodo da gennaio a maggio hanno presentato un aumento del 22,1%, portando la quota di mercato al 9,7% rispetto all’8,3% registrato nello stesso periodo del 2025. L’Italia si distingue con una crescita in questo ambito dell’84,9%.

Nello stesso articolo si legge che “la crescita più evidente riguarda però le elettriche a batteria (BEV)”, la cui quota di mercato ha raggiunto il 20% nello stesso periodo, in aumento rispetto al 15,3% del corrispondente periodo 2025, con un incremento nelle immatricolazioni del 35,7%. 

Contemporaneamente, le automobili con alimentazioni tradizionali, incluse quelle a benzina, mostrano un netto calo delle vendite. Le auto a benzina nei medesimi cinque mesi registrano un calo delle immatricolazioni del -18,2%, con una quota di mercato scesa al 22,4% dal 28,5% del periodo gennaio-maggio dell’anno precedente. La flessione più marcata si registra in Francia, dove il segmento arretra di - 36,8%, ma anche gli altri Paesi non sono da meno, compresa l’Italia: -17,3%.

Sappiamo che una quota rilevante, oltre i 15% dei veicoli elettrici in Europa secondo il Vicepresidente della Commissione europea per l’industria Stéphane Sèjourné, consiste di importazioni di veicoli cinesi e questo crea un problema all’industria dell’auto europea. La quale, come sappiamo da anni, è stata meno reattiva di quella cinese nel modificare le proprie produzioni orientandole verso il mercato attuale e del prossimo futuro. Dunque, serve un intervento adatto a salvare l’industria dell’automobile nostrana, prima che la crisi diventi definitiva, e sembra che stia concretizzandosi in questo periodo. Séjourné, infatti, afferma che stanno arrivando sul mercato 200 nuovi modelli di veicoli elettrici che aprono la porta ad un nuovo sviluppo dell’industria automobilistica europea. Si tratterebbe di modelli economici, con un costo inferiore a 20.000 euro, quindi accessibili a fasce più ampie della popolazione rispetto ad ora. La quota di mercato stimata è del 25%, che sale al 35% includendo le ibride ricaricabili.

Si tratta di orientare l’industria del settore e la mobilità in generale verso strade (è proprio i caso di dirlo) più sostenibili ambientalmente, ma anche socialmente. Un prezzo dell’auto accettabile consente l’abbinamento al risparmio sul carburante, in questo caso la ricarica, stimato in €80 al mese, mentre la stima è di un risparmio di €1.000 al mese per chi lavora come tassista in una capitale europea. 

Insomma, sembra che finalmente qualcosa si muova: sosteniamo da sempre che l’approccio al green non può essere fatto solo di regole ma anche di opportunità che vanno accompagnate alle regole, in una azione che deve essere sinergica per essere virtuosa. Le idee ci sono, bisogna metterle in campo e crederci.


Per saperne di più:


https://www.alvolante.it/news/mercato-auto-europa-immatricolazioni-maggio-2026-414959


https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/07/07/sejourne-auto-elettriche-accessibili-in-arrivo-40-vendite_3d027a1b-75e2-4d04-b76d-558853445029.html







mercoledì 2 luglio 2025

Green Deal sì, Green Deal no

 Iniziamo da un paio di domande. Costa il Green Deal europeo? Sì. Perché l’attuazione del Green Deal ha un prezzo? Perché la straordinaria crescita economica degli ultimi due secoli ha dei costi che non sono stati considerati, che non rientrano nel calcolo della crescita economica, ma che esistono, e ora ci viene presentato il conto. Un conto salato che molti ancora rifiutano di vedere.


A volte è utile ripartire dalle fondamenta. Lo sviluppo economico che, innegabilmente, ha portato benefici ad una parte consistente dell’umanità è stato condotto a spese dell’ambiente. L’estrazione dei combustibili fossili dal sottosuolo (carbone, petrolio, metano), la loro combustione, l’immissione in atmosfera dei prodotti della combustione stessa hanno causato, e tuttora causano, danni gravi all’ambiente, ai sistemi naturali, alle persone che nell’ambiente vivono, cioè a noi tutti. Questo causa dei costi legati ai danni arrecati, all’aria inquinata, all’acqua e al suolo alterati, e alle conseguenze sanitarie sulle persone. Questi costi non rientrano nei calcoli economici, che infatti nell’economia classica restano “esterni” e così vengono chiamati, cioè rimangono a carico della collettività. L’incremento di spesa sanitaria dovuto alle malattie respiratorie che affliggono numerose persone residenti in aree con l’aria inquinata viene coperto con la fiscalità generale. Lo stesso vale tradizionalmente per tutti gli altri, dai depuratori, allo smaltimento dei rifiuti nocivi.

Ora, il problema si è talmente allargato che stiamo alterando i sistemi naturali dell’intero pianeta: la concentrazione di carbonio in atmosfera è diventata così alta da procurare un cambiamento del sistema climatico, la perdita di biodiversità procede a ritmi elevatissimi, la natura in generale si sta rapidamente deteriorando.

A causa del cambiamento del clima accadono fenomeni meteorologici estremi con maggiore frequenza e a questi rispondiamo sempre facendo a meno di integrare quei costi nel sistema economico, ma pagandoli con i soldi pubblici. Chi paga le conseguenze di una frana, di un’alluvione, le ondate di calore che comportano anche un aumento dei decessi dovuti al caldo? 


Ora, la natura ci sta presentando il conto. E non è retorica, ma fisica. 

Però, i parametri che determinano la crescita economica e che sono il principale metro di valutazione dell’attività di un governo non includono questi fatti. 

Dico subito che non si tratta di passare alla decrescita, ma di passare ad un’altra crescita economica, quella “verde”. Non abbiamo altre strade. 

Il Green Deal europeo tratta di questo, ovvero del passaggio ad un sistema economico maggiormente sostenibile per l’ambiente. Credo che l’UE debba tenere il punto, ma credo anche che la transizione “verde” non debba essere fatta solo di regole, ma anche di adeguate politiche industriali e sociali. Una parte della produzione industriale va riconvertita in ciò che serve per il greening della nostra economia; se non continueremo a fare componentistica per auto faremo componentistica per le rinnovabili, o per l’efficienza.

Sentire o leggere in ogni dove l’esponente politico di turno che dovrebbe occuparsi di questi temi affermare che dato che non è stata fatta una politica industriale adeguata bisogna rinunciare al Green Deal è sconcertante. Spetta a loro farla, costruendo un percorso che risolva un problema pressante. Sarebbe come dire che siccome non ho fatto il lavoro che dovevo resto dove sono e non risolvo un bel niente.


La ricerca da parte dell’Europa di procedere verso una società più sostenibile e più giusta è corretta e fondata. Ma va guidata: non puoi lasciare al singolo cittadino l’onere di trasformare la sua casa in classe A+, gli vanno forniti gli strumenti, anche finanziari. Vanno riparate le toppe che abbiamo fatto nel corso del tempo, immaginando un mondo in cui si poteva fare ciò che si voleva, senza tenere conto delle conseguenze ambientali. Un mondo che non esiste. 


Dunque, perché il Green Deal ha un prezzo? Perché abbiamo costruito un sistema economico che esclude l’ambiente, e la prosperità che siamo riusciti ad ottenere (per una parte soltanto dell’umanità) si basa sullo sfruttamento delle risorse naturali, con tutte le conseguenze che ora subiamo. Quindi, è l’economia tradizionale a sbagliare. Da tempo in effetti numerosi studiosi hanno proposto linee di pensiero e di azione diverse che vanno sotto il nome di “economia ecologica”, ma sarebbe troppo lungo trattarne i temi qui.


Dobbiamo però sapere che possiamo intervenire per correggere la rotta. Possiamo ora - non dopodomani, ma ora - cercare di rimediare e impostare di conseguenza un tipo di sviluppo che sia realmente sostenibile. Per noi e per le prossime generazioni, a cui già ora consegnamo un mondo profondamente alterato.







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