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giovedì 9 dicembre 2021

Se il nucleare è decisivo va dimostrato con i numeri

 Torna in auge il nucleare e credo sia opportuno richiamarne alcuni aspetti, in un’ottica scientifica e assolutamente non ideologica. Posizioni preconcette su temi tecnici e scientifici portano soltanto a dibattiti sterili, ne è una prova in questo periodo il dialogo che ruota attorno al Covid e alla necessità di vaccinare o meno quante più persone possibili. Riprenderò il tema in fondo all’articolo cercando di estenderlo su un piano più generale.


Si parte da una domanda essenziale: dato che il futuro sarà elettrico, ovvero la forma energetica prevalente con cui faremo quasi tutto sarà l’elettricità, diverrà indispensabile ricorrere alle centrali nucleari? Vale a dire, per alimentare motori industriali, piastre a induzione, ovviamente treni, illuminazione, elettrodomestici e tutto quanto è già elettrico, ma soprattutto l’enorme parco auto, moto, bus che elettrico lo diventerà, sarà necessario ricorrere alla fonte nucleare, che produce energia elettrica e non emette CO2? 

L’insieme delle fonti energetiche in Italia oggi è costituito da fonti fossili tradizionali in parte maggioritaria, da fonti rinnovabili, e da una quota limitata di importazioni dall’estero che include anche l’energia nucleare proveniente dalla Francia e dalla Svizzera, ma allo scopo di contenere le emissioni di CO2 e altri composti climalteranti ci si orienta verso una riduzione della quota fossile e un corrispondente aumento della quota rinnovabile. Se l’intero parco veicolare sarà convertito nei modelli elettrici, sarà sufficiente la produzione attuale - su cui si agisce contestualmente per ridurne la parte fossile - o sarà necessario un aumento della produzione di elettricità? Un eventuale aumento coperto da rinnovabili, o da altro? 

Si tratta del punto centrale, il perno su cui ruota il destino energetico del nostro Paese.

Il fatto che un convegno alla Camera il prossimo 15 dicembre definisca già nel titolo “Il nucleare decisivo per la transizione energetica”, proponendone al lettore le conclusioni prima dell’inizio, con la partecipazione di parlamentari e ministri, mostra con evidenza che una parte degli attori coinvolti vede un possibile ritorno del nucleare in Italia come una delle vie da percorrere. 


Impianti nucleari andrebbero ad incrementare la potenza elettrica a disposizione.  

La potenza efficiente lorda di generazione, al 31 dicembre 2020, è risultata pari a 120 GW, con un incremento di 1GW che ha causato un leggero aumento del +0,9% rispetto al dato dello scorso anno, in quanto l’entrata in esercizio di nuovi impianti, compresi termoelettrici di piccola taglia, ha compensato le grandi dismissioni e i depotenziamenti nel parco di generazione tradizionale - traggo dai Dati Statistici di Terna, pubblicati con regolarità e reperibili sul sito - mentre la potenza richiesta in Italia è sempre al di sotto di 60 GW. 

Queste chiarissime informazioni ci dicono due cose: una, che la potenza installata è circa il doppio del carico maggiore che si registra, un fatto ben noto da anni ma mai chiarito completamente essendo costituito dalla parte preponderante di generazione fossile tradizionale, due, che le dismissioni delle centrali più tradizionali e impattanti procedono col contagocce pur se beneficamente compensati da impianti più moderni. E’ giusto avere una riserva di potenza adeguata ad un Paese come l’Italia, ma il doppio sembra troppo. Aggiungere potenza nucleare significa aumentare ulteriormente la disponibilità, e come minimo occorre aver fatto bene i conti per capire se risulta necessaria oppure no prima di procedere ad un investimento ingente.

Sul fronte delle rinnovabili, sono ancora una quota minoritaria, pur se aumentata notevolmente negli anni, e devono aumentare per coprire le dismissioni degli impianti obsoleti tradizionali. 

Ma non c’è solo la produzione, risulta in effetti particolarmente importante il modo in cui si consuma l’energia, e in questo caso l’elettricità. Aumentare l’efficienza e azzerare gli sprechi di qualcosa che è sempre oneroso produrre è l’altra linea da seguire, perché comporta minori necessità di materia prima a parità di servizio. 


Esiste anche la possibilità che il nucleare sia per alcuni una scelta, un’opzione per rientrare nel sistema. A questo proposito, va ricordato il nucleare cosiddetto di Quarta Generazione, spesso citato.  Si tratta di un insieme di progetti tesi a rendere più economico e sicuro il reattore nucleare, a cui partecipano anche industrie e centri di ricerca italiani. I nuovi reattori allo studio presentano modifiche che intervengono su vari fronti, come la sicurezza, la taglia, il costo, ma sono a tutti gli effetti reattori nucleari a fissione, vale a dire basati sullo stesso concetto di tutte le centrali realizzate a partire dalla pila di Fermi del 1942. Non presentano nulla di radicalmente nuovo, soprattutto sul fronte del problema forse maggiore che riguarda la fissione, ovvero la produzione di scorie radioattive pericolose, che rimangono tali per periodi lunghissimi. Non abbiamo ancora realizzato un deposito sicuro adeguato per le scorie ad alta radioattività che possediamo; tornare al nucleare significherebbe produrne altre. Le caratteristiche geologiche del nostro Paese non aiutano in questo senso: non c’è un chilometro quadrato che non sia sismico, non abbiamo il deserto ma una stretta penisola densamente abitata, abbiamo vulcani e faglie ovunque, dove le aree non sono coltivate o industrializzate sono montagne. 

Il nucleare più innovativo rimane la fusione, ma questa è un’altra storia, ancora allo stadio di ricerca, lontano da una possibile applicazione commerciale. 


Questi sono pochi, semplici fatti, per un argomento che richiederebbe approfondimento migliore. La tendenza a parlare per pre-concetti, o pre-giudizi, è devastante in questo campi, perché finisce per instillare poco alla volta nozioni non verificate che poi diventano costruzioni fantasiose. Per decidere se “dobbiamo” tornare al nucleare nella fase della transizione ecologica dell’economia occorrono i numeri, ancora meglio occorrono scenari alternativi realistici fra cui scegliere con obiettività. L’unica possibilità che abbiamo per prendere decisioni funzionali al benessere della collettività riguardo temi idonei all’indagine scientifica è, appunto, la scienza. Si tratta dello strumento migliore che ad oggi siamo riusciti a costruire per comprendere il mondo naturale. Nel caso, è utile per organizzare la difesa da un virus che il nostro sistema immunitario non conosce, per esempio. Oppure, è utile per costruire strumenti tecnici che svolgano funzioni opportune, come produrre energia, per esempio. La medicina non è deterministica, e da tempo non lo è più neanche la fisica, ma restano comunque le migliori costruzioni umane in divenire in rapporto al mondo; non conosciamo ad oggi alternative che non siano fantasie. 

Non esiste nessuna scienza di regime, la comunità scientifica è internazionale, connessa, aperta nei suoi studi e nei suoi risultati. Sembrava scontato, ma ora sappiamo che non lo è, il Covid ha aperto una voragine di disinformazione che inghiotte anche persone colte, ma che non deve mettere a rischio il metodo scientifico. Per fortuna, il governo ha operato rispetto alla pandemia mantenendo fermo il punto principale, accantonando il pensiero magico alla base della parte migliore, per così dire, delle proteste, e operando con una progressività idonea a far comprendere l’entità del problema. 






giovedì 1 aprile 2021

Noi, la Natura, e il Coronavirus

 Non abbiamo mai avuto grande dimestichezza con la Natura, con le sue leggi, con i suoi ritmi, i suoi spazi; non l’abbiamo avuta come specie umana, ed in particolare come membri di quella che viene comunemente definita “cultura occidentale” di origine greco-romana, poi cristiana, e poi l’Umanesimo, il Rinascimento, l’Illuminismo, poi la modernità... La Natura è sempre rimasta sullo sfondo dell’evolversi del pensiero umano, eccettuato rare eccezioni (il cristianesimo di San Francesco, il Romanticismo) o ha riguardato alcuni pensatori la cui riflessione è stata troppo spesso travisata a supporto di teorie esoteriche fondate sul pensiero magico (si pensi a Pitagora o a Giordano Bruno). 

Nemmeno la Rivoluzione Scientifica, che ha aperto la strada alla comprensione delle leggi naturali spodestando la Filosofia Naturale che operava senza possedere gli strumenti adatti, ha saputo trovare la via giusta per indagare il rapporto fra noi - specie animale in grado di modificare profondamente l‘ambiente - e il mondo che ci ospita, anzi ha consentito uno sviluppo tecnologico senza precedenti, che ha rafforzato l’idea della disponibilità di un ipotetico nostro super potere nel rapporto con la Natura. Si tratta dell’avere a disposizione un fattore “ipotetico”: esiste veramente? Temo di no, ma non ne siamo consapevoli. (Il fatto di avere introiettato un’idea che ci riguarda e che non esiste dovrebbe essere oggetto di indagine approfondita per i numerosi aspetti che possiede e l’importanza che riveste).

Pensatori che hanno indagato questo ambito sono relativamente recenti, o recentissimi, testimoniando proprio il vuoto da riempirsi soltanto in caso di necessità, ormai estrema.

La storica carenza di riflessione in questo campo ha conseguenze di vasta portata che possono essere riassunte in due rami legati fra loro: la quasi totale assenza di senso di responsabilità riguardo gli effetti delle proprie azioni sull’ambiente e una radicata difficoltà persino nel comprendere fenomeni estesi spazialmente e di lunga durata temporale, che possono cioè riferirsi al mondo intero ed interessare periodi di tempo lunghi. Tradotto, in relazione al problema attuale del riscaldamento globale significa che non ci sentiamo responsabili e non ne riusciamo nemmeno ad afferrare le caratteristiche, inclusa la pericolosità. In relazione al secondo, gravoso, problema che ci sta affiggendo, l’epidemia di coronavirus Sars-Cov-2, significa di nuovo lo stesso, che non ci sentiamo responsabili e non ne comprendiamo del tutto le caratteristiche, a partire dal rischio di una crescita esponenziale (almeno al principio) dei contagi.


Forse non conosciamo nemmeno il mondo in cui viviamo, plasmato da noi. Il libro di David Quammen “Spillover” (uscito nel 2012!) ne propone una descrizione in colori vividi, per nulla piacevoli. Se non l’avete ancora letto, e pensate di farlo, preparatevi ad entrare in un mondo, il nostro, che non vediamo nei film, nei documentari, nei supporti che veicolano la cultura popolare - e si tratta di un mondo ad alto grado di rischio. Ci viviamo dentro ogni secondo della nostra vita.

Traggo da esso le prossime righe.

“Dovremmo sapere che le recenti epidemie di nuove zoonosi, oltre alla riproposizione e diffusione di altre già viste, fanno parte di un quadro generale più vasto, creato dal genere umano. Dovremmo renderci conto che sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo. Dovremmo capire che alcune situazioni da noi generate sembrano praticamente inevitabili, ma altre sono ancora controllabili. Gli esperti hanno già indicato questi fattori ed è pertanto facile elencarli. Abbiamo aumentato il nostro numero fino a sette miliardi e più, arriveremo a nove miliardi prima che si intravveda un appiattimento della curva di crescita. Viviamo in città superaffollate. Abbiamo violato, e continuiamo a farlo, le ultime grandi foreste e altri ecosistemi intatti del pianeta, distruggendo l’ambiente e le comunità che vi abitavano. A colpi di sega e di ascia, ci siamo fatti strada in Congo, in Amazzonia, nel Borneo, in Madagascar, in Nuova Guinea e nell’Australia nord orientale. Facciamo terra bruciata, in modo letterale e metaforico. Uccidiamo e mangiamo gli animali di questi ambienti. Ci installiamo al posto loro, fondiamo villaggi, campi di lavoro, città, industrie estrattive, metropoli. Esportiamo i nostri animali domestici, che rimpiazzano gli erbivori nativi. Facciamo moltiplicare il bestiame allo stesso ritmo con cui ci siamo moltiplicati noi, allevandolo in modo intensivo in luoghi dove confiniamo migliaia di bovini, suini, polli, anatre, pecore e capre, ratti del bambù e zibetti. In tali condizioni è facile che gli animali domestici e semidomestici siano esposti a patogeni provenienti dall’esterno (...) e si contagino tra loro. In tali condizioni i patogeni hanno molte opportunità di evolvere e assumere nuove forme capaci di infettare gli esseri emani tanto quanto le mucche o le anatre. Molti di questi animali i bombardiamo con dosi profilattiche di antibiotici e di atri farmaci, non per curarli ma per farli aumentare di peso e tenerli in salute il minimo indispensabile per arrivare vivi al momento del macello, tanto da generare profitti. In questo modo favoriamo l’evoluzione di ceppi batterici resistenti. Importiamo ed esportiamo animali domestici vivi, per lunghe distanze e a grande velocità. Lo stesso avviene per certi animali selvatici usati in laboratorio, come i primati, o tenuti come esotici compagni. Commerciamo in pelli, contrabbandiamo carne e piante, che in certi casi portano dentro invisibili passeggeri patogeni. Viaggiamo in continuazione, spostandoci da un continente all’altro ancora più in fretta di quanto faccia il bestiame. (...) Cambiamo il clima del globo con le nostre emissioni di anidride carbonica e spostiamo le latitudini a cui le zanzare e zecche vivono. Siamo tentazioni irresistibili per i microbi più intraprendenti, perché i nostri corpi sono tanti e sono ovunque”. (Cap. 9)

venerdì 26 febbraio 2021

La scelta di Draghi 2 - e il PD

 Per un governo che trae la sua ragione di esistere su necessità prioritarie che l’assetto di maggioranza e di governo precedente non era riuscito ad affrontare - tralasciamo qui le cause - la struttura che ha assunto dopo la nomina dei Sottosegretari non è un accessorio dell’abito a festa a cui si può rinunciare se non piace. In realtà, le fondamenta ideali di coloro che partecipano sono destinate a giocare un ruolo se la bilancia pende invece di trovarsi in equilibrio, magari in ambiti delicati in cui si giocano i valori più cari. Repubblica oggi dedica due pagine all’ingresso della Lega al Viminale e credo che sia opportuno riprendere alcuni aspetti della questione. Il primo, riguarda ovviamente i decreti sicurezza, il secondo ci dice che sappiamo tutti che non esiste solo la Lega ma anche la Ministra Lamorgese, o il Capo dello Stato, il terzo il fatto che il centrosinistra nel suo insieme è fuori dal Ministero dell’Interno (sono presenti IV e M5S).

A quanto si legge, i decreti sicurezza dell’epoca Salvini sono rivendicati dal nuovo Sottosegretario Molteni, mentre la Ministra “tecnica” Lamorgese ne difende le modifiche. Ora, francamente non so se si possa stare tranquilli con la Lega agli Interni e gli altri fuori, e non solo riguardo l’immigrazione, ma so che l’equilibrio della bilancia è infranto e la medesima pende, non poco, da una parte che ci preoccupa, perché si tratta di una parte in cui affondano le radici degli uni e degli altri. In breve, il rischio è che la Lega riproponga contenuti inaccettabili a sinistra da una posizione di potere mentre il PD resta fuori da un Ministero che custodisce le finalità di valori fondanti. La posta è alta per il Partito Democratico: si tratta dell’anima del partito, dei valori, di ciò che hai di più caro e che ti definisce. Una parte importante della tua sostanza. Il PD avrebbe dovuto presidiare il Viminale.

Perché non è successo? Sicuramente c’entrano le scelte di Draghi, i rapporti politici fra partiti, i giochi politici delle correnti interne al PD, ma non basta. Se il PD poteva fare di più per ottenere uno spazio importante la sua capacità di farlo riguarda anche l’abilità nel proporre le proprie tesi sul tema. Una qualità che metterei in discussione.

Perché la struttura di un partito parla anche di contenuti. Il PD ottiene incarichi di governo nei temi che prevalgono nel dibattito interno e che incrociano la presenza di dirigenti di corrente sufficientemente potenti. Troppo spesso le correnti -  che dovrebbero rappresentare le sensibilità diverse presenti - diventano centri di potere senza avere le caratteristiche adeguate per produrre cultura politica di qualità. A questo fatto si aggiunge una evidente propensione ad affrontare alcuni temi invece di altri. Coloro che sono entrati nel Partito Democratico avendo un’esperienza precedente diversa dai due maggiori partiti fondatori sanno bene a cosa mi riferisco: il livello del tema specifico di cui ci si occupa (da tempo) è parso immediatamente più basso, e quel che è peggio, tale è rimasto. Spesso non mancano personalità competenti ma non fanno massa critica. Il tema “ambiente” è un esempio lampante di questo fenomeno, e non è l’unico. L’immigrazione ed i temi di pertinenza dell’Interno non sono stati finora valorizzati e veicolati come dovuto nella proposta politica del PD, il lavoro non lo è più stato da tempo (e spero che l’incarico ad Andrea Orlando possa finalmente smuovere un argomento fondamentale), la parità uomo-donna non lo è più stata da tempo, le nuove tecnologie anche genetiche non lo sono state, il ruolo della ricerca non lo è stato, il rapporto con le altre specie animali non lo è stato (e arriva la pandemia, che tentiamo di affrontare soltanto a valle, con misure sanitarie).

Il PD dovrebbe cambiare per adeguarsi alle sfide che il mondo propone. Le modalità in cui è strutturato ora non consentono di rispondere a tutte le esigenze, e questo è un punto che non può sottostare ad altro, è prioritario. Va compiuto un passo in avanti.



   


martedì 26 gennaio 2021

Il Patto per il lavoro e per il clima della Regione Emilia Romagna

Si legge su sito della Regione Emilia-Romagna: “La Regione sottoscrive il Patto per il Lavoro e per il Clima insieme a enti locali, sindacati, imprese, scuola, atenei, associazioni ambientaliste, Terzo settore e volontariato, professioni, Camere di commercio e banche. Un progetto condiviso per il rilancio e lo sviluppo dell’Emilia-Romagna fondati sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale.” Il progetto a cui si fa riferimento, denominato Patto per il Lavoro e per il Clima, è stato presentato lo scorso dicembre.

Il tema (lo si capisce già dal nome) è altamente innovativo, le parole con cui viene presentato sono estremamente incoraggianti, la lunga lista degli organismi aderenti all’iniziativa quasi sorprende (si va dai Comuni alle Università, dai sindacati alle associazioni ambientaliste).  

Si legge nel documento “Un progetto volto prioritariamente a generare lavoro di qualità, contrastare le diseguaglianze e accompagnare l’Emilia-Romagna nella transizione ecologica, contribuendo a raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.” Come dire, il fil rouge che attraversa, legandoli fra loro, tutti i principali aspetti della questione delle questioni che riguarda il nostro mondo attuale: quella ambientale-sociale. Abbiamo costruito negli ultimi due secoli un modello di sviluppo economico che ha garantito posti di lavoro e un livello di ricchezza mai visti nella storia dell’umanità, ma lo abbiamo costruito su fondamenta instabili poggiate sulla melma fatta di sfruttamento di risorse naturali e persistenza di vecchie e nuove forme di diseguaglianza sociale. Ora dobbiamo occuparci di fondare lo sviluppo su basi più solide e giuste, e lo si può fare anche a partire dal livello locale. Sulla pagina web dedicata si fa riferimento alla crisi profonda originata dalla pandemia in corso ormai da un anno e alla volontà di rinascita che decisioni come quelle assunte dall’Unione Europea, grazie alle quali l’Italia riceverà 209 miliardi di euro, rendono evidente. Un’occasione per cambiare direzione praticamente unica.


La strategia del Patto consiste nel raggiungere quattro obiettivi attraverso quattro processi: i primi, si riassumono nella conoscenza, nel lavoro e l’impresa, nella transizione ecologica, nei diritti e doveri, i secondi includono la transizione digitale, la semplificazione, la legalità e la partecipazione. Ma che cosa vuol dire tutto ciò?

Entrando nel dettaglio, il documento del Patto inizia con una presa d’atto dello status quo, di come si è formato e come è stato reso manifesto in modo inequivocabile dall’evento pandemico. 


Paradossalmente, fino ad un anno fa sembrava che le conoscenze ormai assodate non influissero se non in misura minima sul procedere degli eventi: tutti avanti come se niente fosse, pur essendo noto il rischio ambientale, e noto quello epidemico, e note le nuove iniquità frutto di uno sviluppo con troppe facce oscure. Enormi ingranaggi di una macchina in perenne movimento, separata dall’anima e dal pensiero, inarrestabile. Poi, avviene l’evento di rottura dell’equilibrio (instabile), e un microscopico virus si impossessa della macchina e ci costringe a fermarla, pena milioni di decessi senza appello a qualsiasi conoscenza medica. Ne abbiamo già parlato su questo blog. Dalla crisi però si può immaginare la rinascita. Una nuova prospettiva. Dopo averla immaginata, si può tentare di costruirla. Poi la si dovrà realizzare davvero.


Si capisce fino dall’inizio che il tentativo messo in campo dalla Regione Emilia Romagna è di vasta portata per le sfide che assume. Per raggiungere gli obiettivi che si è dato indica la necessità di “Investire in educazione, istruzione, formazione, ricerca e cultura: per non subire il cambiamento ma determinarlo; per generare lavoro di qualità e contrastare la precarietà e le diseguaglianze; per innovare la manifattura e i servizi; per accelerare la transizione ecologica e digitale”, di “Contrastare le diseguaglianze territoriali, economiche, sociali e di genere che indeboliscono la coesione e impediscono lo sviluppo equo e sostenibile”, di “Progettare una regione europea, giovane e aperta che investe in qualità, professionalità e innovazione, bellezza e sostenibilità: per attrarre imprese e talenti, sostenendo le vocazioni territoriali e aggiungendo nuovo valore alla manifattura, ai servizi e alle professioni”.  Infine, l’obiettivo ambientale: si legge di “Accelerare la transizione ecologica per raggiungere la neutralità carbonica prima del 2050 e passare alle energie pulite e rinnovabili entro il 2035; coniugare produttività, equità e sostenibilità, generando nuovo lavoro di qualità”. Non si tratta di finalità di poco conto:  neutralità carbonica al 2050, in linea con la strategia europea, e 100% di energie rinnovabili entro il 2035.  Posso solo ricordare quando, fino a poco più di una decina di anni fa, i piani energetici puntavano sulle centrali a gas, o quando alle iniziative pubbliche parlare di cento per cento rinnovabili sembrava un’eresia. Ora sembra un altro mondo, e questo è già in sé motivo di soddisfazione. 

Le linee di intervento sono molteplici e tutte condivisibili: dal sostegno alla transizione ecologica delle imprese, alla ricerca scientifica, dalle comunità energetiche alla rigenerazione urbana, dall’economia circolare all’agricoltura biologica alla mobilità sostenibile. Sappiamo che quest’ultimo è un punto dolente in regione: troppo spesso si parla di trasporti su ferro mentre si costruiscono nuove strade, esattamente come si parla di fermare i consumo di suolo e si continua ad impoverirlo o cementificarlo con progetti di cui non si vede mai la fine. 

Come la strategia del Patto diverrà pratica quotidiana è esattamente il cuore della questione, dati gli interessi contrastanti in gioco. Se coloro che governano il territorio sapranno tradurre nella pratica ciò che è scritto sulla carta e con quale tempistica, se sapranno progettare realisticamente secondo linee che ora (quasi) non ci sono, linee da definire, da realizzare. Se sapranno porre un limite alle richieste, alle inevitabili pressioni, basandosi sul valore intrinseco di una strategia necessaria e non più rinviabile, se insomma il Patto trasformerà le parole in fatti visibili e verificabili oppure no: questa è la sfida intrinseca. 

Per realizzarlo, perciò, il Patto va seguito, va valorizzato, non va assolutamente dimenticato altrimenti finirà fra i vari bellissimi documenti nel cassetto di qualche ufficio. Le associazioni ambientaliste che figurano fra gli aderenti avranno questa funzione, potranno esercitare il controllo sulla reale applicazione dei concetti espressi. 

La sfida è avviata. Buona fortuna al Patto Lavoro e Clima. 


Per saperne di più sulle 47 pagine tutte da leggere, il sito è il seguente, dove si può anche scaricare l’intero documento:


https://www.regione.emilia-romagna.it/pattolavoroeclima



mercoledì 30 dicembre 2020

Una crisi per una rinascita (ma costruiamola bene)

 Per la fine dell’anno 2020 alcune riflessioni che vorrei beneauguranti. Abbiamo trascorso un anno che classificare fra i difficili è dire poco. Siamo stati esposti all’incognito che noi stessi abbiamo contribuito a creare, un pericolo sconosciuto e nocivo che emerge dai meandri dei fiumi sotterranei che il nostro modello sociale va a scoprire e portare all’aperto, in un’azione desacralizzante e non scientifica di tutto ciò che esiste ed è alla nostra portata. Conseguenze immaginate - al contrario di ciò che molti scrivono - ma non valutate nella loro reale portata, frutto di un mondo abituato a procedere senza porsi limiti. 

Un concetto fastidioso, quello di limite, non per niente le più grandi minacce che incombono su di noi ci mostrano limiti che non vogliamo vedere: lo sfruttamento delle risorse naturali, lo stato della biosfera terrestre e del sistema climatico, la nostra intrusione nei sistemi naturali che ancora resistono. Ignorare l’opportunità di porci dei limiti (validi, studiati, scientifici) a livello individuale e collettivo ci espone alla scelta di perdere il controllo completo su noi stessi: il vaccino, che non poche persone temono, che inietta nel nostro corpo agenti esterni utili a contrastare un virus sconosciuto alle nostre difese immunitarie. La pandemia del 2020 ci ha mostrato come non mai che fra le conseguenze dell’agire senza limiti autoimposti c’è la perdita dell’integrità individuale, operazione necessaria (e speriamo sufficiente) a contrastare la malattia. Il pipistrello portatore del virus finito sui mercati alimentari in una lontana provincia asiatica, tolto dal folto della foresta, ha esposto tutto il mondo, interdipendente da sempre ed ora ancor di più, ad un rischio mortale che per tanti, troppi, si è trasformato in morte reale. Il limite è stato violato (non esistono più i “boschi sacri” di un tempo, e non si è formata parallelamente la coscienza ecologica necessaria) ed ora è indispensabile intervenire con un’azione sanitaria collettiva in cui praticamente cediamo un pezzo di sovranità sul vostro corpo. Lo facciamo per il bene di noi tutti, questa volta su basi scientifiche - quelle stesse che nessuno segue se si tratta di sfruttare i sistemi naturali - ma su un piano collettivo altrimenti è inutile. Una forma di responsabilità che riguarda tutti, fatta eccezione per condizioni patologiche estremamente rare di gravi allergie, nei confronti di tutti gli altri. In altre parole, da questo profondo gorgo ne usciamo solo insieme.

La società del rischio, la società dell’incertezza, con potenziali danni di dimensioni globali, alla quale dobbiamo trovare forme di adattamento. Partendo da un base ormai certa: il fatto che non potremo mai dominare la realtà. Dobbiamo accettare innanzitutto il senso di insicurezza come elemento costitutivo del mondo reale, e da qui partire nuovamente per costruire. Adattarci non significa rinunciare. 

Scendendo su un piano concreto, è ormai chiaro che il discorso complessivamente convergente nel processo denominato “globalizzazione”, fondato su teorie economiche definite “neoliberiste”, è fallito, abbattuto sotto i colpi di crisi economiche, conflitti striscianti, attentati terroristici, attacchi ai sistemi naturali, e pandemia. Chi hanno raccontato false promesse per trent’anni, la strada scelta ora è definitivamente chiusa, priva di ponti per il futuro. (Amara soddisfazione per coloro che, come chi scrive, aderirono al movimento denominato in breve “no-global” oltre vent’anni fa, vedere ora molte delle tesi di allora confermate nei fatti).  

Ora si tratta di guardare avanti per costruirlo, il futuro, memori delle lezioni apprese. Uno dei pilastri su cui edificarlo riguarda il concetto inteso con la parola “sviluppo”: esso deve essere qualitativo, inclusivo, esteso geograficamente. Ma non può essere illimitato. 

Riscrivo: lo sviluppo deve essere qualitativo e inclusivo, esteso a tutta la Terra e i suoi abitanti, ma non illimitato. I limiti dello sviluppo esistono e non possiamo ignorarli, pena tragedie che possono essere di gran lunga peggiori del Covid19.

La modernità deve riscoprire il senso della comunità, del progetto comune che riguarda l’umanità. Dalla pandemia usciremo solo insieme, dalle sfide globali (fame, sottosviluppo, crisi climatiche) usciremo solo insieme. Nessuno si salva da solo. 

Essa deve anche scoprire, e sta scoprendo, il valore della fragilità, della presenza dei più deboli, della necessità di cura. Quando tutti cercano il potere puntando l’attenzione lontano si perde di vista il paesaggio vicino, dove necessità importanti superano con una bassa collina l’alta montagna che si staglia all’orizzonte.

La scienza può essere utile per guidare le scelte. La scienza non è infallibile, ma è la costruzione umana migliore per comprendere il mondo. A volte si legge che proprio la scienza ha guidato lo sfruttamento della Natura che oggi paghiamo a prezzo sempre più caro, ma questa è una tesi falsata dal fatto che dei principi scientifici si traggono solitamente solo quelli utili a creare profitto. I limiti dello sviluppo sono insiti nel Secondo Principio della Termodinamica, e non sarà certo una teoria economica a modificarne i contenuti. 

Dunque, ricominciamo, ricordando che ciò che facciamo non è vano, ma ha conseguenze prossime e lontane, presenti e future. La crisi presente apre al nuovo. Il mondo ha bisogno di un cambiamento che questo doloroso momento di passaggio può accelerare; l’augurio è che si riesca ad approfittare dell’occasione nel migliore dei modi. 

Auguri di un 2021 migliore possibile.


mercoledì 28 ottobre 2020

Viviamo dentro ad un sistema che rischia il collasso?

 Che il governo stia affrontando un periodo particolarmente difficile è evidente a tutti. Il virus si sta diffondendo nuovamente con cifre importanti: ad oggi, quasi 15.000 ricoverati, 1.536 in terapia intensiva, 260.000 in isolamento domiciliare, ed un totale di 37.905 decessi. Credo che questi dati siano quelli che contano, molto più del totale dei positivi. Il recente decreto prova a limitare il danno, già enorme, con provvedimenti che risultano gravosi nel loro sommarsi a quelli precedenti che abbiamo stoicamente sopportato la scorsa primavera.

L’intera società italiana (e mondiale) sta affrontando un periodo gravoso. La “seconda ondata” del virus ci sta investendo tutti, ponendoci davanti ad un nemico imprevedibile, invisibile, estraneo al nostro controllo, pericoloso ma non per tutti, dunque infido. Un alieno? No, un virus terrestre, ma sconosciuto al genere umano, che di virus comunque se ne intende. Ci colpisce perché siamo andati a cercarlo, nel profondo di ciò che resta di Madre Natura, nella foresta, nel territorio ancora ignoto di ciò che non vediamo. Non tutto ci è noto del grande mistero che ci attornia: sappiamo di più della superficie della Luna (è appena giunta la notizia dalla Nasa che c’è persino abbondanza d’acqua) che dei microrganismi che popolano la Terra ed i suoi esseri viventi. Se c’è una lezione che dovremmo imparare da questa vicenda è che non tutto è sotto il nostro controllo, e ciò che non lo è può risvegliarsi all’improvviso mettendoci sotto scacco. 

Ne “La guerra dei mondi” di H.G. Wells, scritto nel 1897, gli alieni feroci fanno una brutta fine, uccisi dai batteri terrestri ai quali noi siamo immuni, abituati nei lunghi periodi dell’evoluzione. La Terra è casa nostra. 

Ma la Terra è ferita da noi stessi. Rivoltata come un calzino, seccata come un deserto assolato, resa calva, ingegnerizzate geneticamente le sue piante, i suoi animali, che vivono quotidianamente l’inferno che noi abbiamo preparato per loro. Ogni genere di animale macellato e venduto nei mercati asiatici o africani, maiali, mucche e polli che sopravvivono una breve terribile esistenza nei gironi infernali degli allevamenti intensivi (nostri e di ogni Paese del mondo), intere specie che scompaiono per sempre ogni giorno, ogni ora, e la cui scomparsa avrà una serie di conseguenze negative nella rete della vita che prospera sulla Terra. O che prosperava?

Come va il Pil? Qualcuno si sta chiedendo, o i giornali stanno scrivendo, come va il Pil? L’unico indice di cui ci importava (e di cui importava ad un’intera classe politica) fino a ieri?


Come sia possibile non vedere che stiamo segando il ramo su cui siamo seduti è in parte un mistero. Anche non ci importasse niente della splendida roccia ricoperta d’azzurro sospesa nello spazio  che ci sostiene da ere geologiche. 

Abbiamo creato la società del rischio (U. Beck) e non sappiamo farvi fronte. Ulrich Beck ha scritto il suo libro nel 1985 (!) e nessuno ha capito ancora nulla, o meglio, è stato studiato ma non applicato, interiorizzato, concretizzato. L’esposizione al rischio con tutte le sue conseguenze è strutturale nella nostra società, la cui complessità ci resta estranea. Ad oggi, è un fatto che non sappiamo rapportarci ad essa, e che il degrado ambientale ne fa parte, in modo così intricato che sembra impossibile trovare una via d’uscita. 

In termini fisici, stiamo incrementando enormemente e velocemente l’entropia del pianeta su cui viviamo. Lo stesso sistema che abbiamo costruito è fortemente entropico, instabile, pronto a collassare, che si tratti di un ordigno nucleare sfuggito al controllo (e chi può dire della certezza dei sistemi di sicurezza?), degli idrati di metano che improvvisamente sfuggono dalle profondità marine perché riscaldati dall’aumento della temperatura mondiale, o di virus ed altri microrganismi che incrociano specie diverse diffondendosi ben oltre il limite che avrebbe posto loro la Natura.

Si tratta di rischi gravi, si tratta di quelli più noti, ma non sono i soli. E’ l’intero sistema a generare un continuo stato di rischio di cui non ci sentiamo responsabili.

Essi sono parzialmente imprevedibili. Parzialmente, poiché sono decenni che sappiamo che abbiamo costruito un sistema capace di distruggere tutto in un lampo, che stiamo aumentando il calore che rimane legato alla Terra, che stiamo mescolando ciò che doveva restare separato (entropia, appunto). Il saggio di Jeremy Rifkin intitolato “Entropia” è del 1980. I sistemi sociali, economici, ambientali si stanno muovendo da uno stato ordinato ad uno stato di disordine. Il disordine è irreversibile, possiamo soltanto rallentarne la velocità.

Così come sono in molti a ricordare oggi “Spillover”, il saggio sull’eventualità di un’epidemia virale, scritto da David Quammen nel 2012, o l’intervento di Bill Gates di cinque anni fa. Cosa abbiamo imparato, certo nulla, impegnati a proseguire imperterriti sulla strada tracciata.


Certo, non eravamo preparati ad accogliere un attacco del genere dal punto di vista sanitario, comunicativo, politico, comportamentale. Ma non siamo nemmeno ora preparati a futuri eventi di grave rischio perché va cambiato il concetto di crescita che abbiamo in testa, il modello sociale, il rapporto con ciò che facciamo ogni giorno. Assumendoci la responsabilità di ciò che facciamo, a livello individuale e collettivo, perché non si tratta di fatti esterni al mondo, come siamo abituati a percepire le nostre azioni e persino noi stessi, ma di azioni che incidono sul mondo, modificandone le caratteristiche spesso per sempre.

Se non ne usciremo cambiati, allora il prossimo futuro sarà soltanto un’attesa irresponsabile del prossimo evento (pandemico, ambientale, sociale, tecnologico,...). Cambiati in profondità. Non basterà un sistema sanitario più adatto a questo tipo di emergenze, anche se ovviamente sarebbe utile. 

Certo, come si legge sul sito “Scienza in rete”: “L’imprevedibilità trova le sue radici non solo nella biologia di un virus, ma è anche il frutto dell’assenza di un sistema epidemiologico finalizzato a cogliere precocemente i segnali di situazioni di allarme.” (La statistica medica lancia una proposta per le prossime pandemie - Carle, Corrado, Montomoli)

Ecco. Cogliamo le situazioni di allarme, riguardo i virus, e riguardo ogni altra causa di grave pericolo. Questo è un primo passo necessario, ma sarà solo un primo passo.


Per avere informazioni in più, scientificamente fondate, suggerisco di seguire il sito “Scienza in rete”, in questi giorni ricco di articoli legati all’epidemia Covid-19. Il link è il seguente:


https://www.scienzainrete.it

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