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giovedì 9 dicembre 2021

Se il nucleare è decisivo va dimostrato con i numeri

 Torna in auge il nucleare e credo sia opportuno richiamarne alcuni aspetti, in un’ottica scientifica e assolutamente non ideologica. Posizioni preconcette su temi tecnici e scientifici portano soltanto a dibattiti sterili, ne è una prova in questo periodo il dialogo che ruota attorno al Covid e alla necessità di vaccinare o meno quante più persone possibili. Riprenderò il tema in fondo all’articolo cercando di estenderlo su un piano più generale.


Si parte da una domanda essenziale: dato che il futuro sarà elettrico, ovvero la forma energetica prevalente con cui faremo quasi tutto sarà l’elettricità, diverrà indispensabile ricorrere alle centrali nucleari? Vale a dire, per alimentare motori industriali, piastre a induzione, ovviamente treni, illuminazione, elettrodomestici e tutto quanto è già elettrico, ma soprattutto l’enorme parco auto, moto, bus che elettrico lo diventerà, sarà necessario ricorrere alla fonte nucleare, che produce energia elettrica e non emette CO2? 

L’insieme delle fonti energetiche in Italia oggi è costituito da fonti fossili tradizionali in parte maggioritaria, da fonti rinnovabili, e da una quota limitata di importazioni dall’estero che include anche l’energia nucleare proveniente dalla Francia e dalla Svizzera, ma allo scopo di contenere le emissioni di CO2 e altri composti climalteranti ci si orienta verso una riduzione della quota fossile e un corrispondente aumento della quota rinnovabile. Se l’intero parco veicolare sarà convertito nei modelli elettrici, sarà sufficiente la produzione attuale - su cui si agisce contestualmente per ridurne la parte fossile - o sarà necessario un aumento della produzione di elettricità? Un eventuale aumento coperto da rinnovabili, o da altro? 

Si tratta del punto centrale, il perno su cui ruota il destino energetico del nostro Paese.

Il fatto che un convegno alla Camera il prossimo 15 dicembre definisca già nel titolo “Il nucleare decisivo per la transizione energetica”, proponendone al lettore le conclusioni prima dell’inizio, con la partecipazione di parlamentari e ministri, mostra con evidenza che una parte degli attori coinvolti vede un possibile ritorno del nucleare in Italia come una delle vie da percorrere. 


Impianti nucleari andrebbero ad incrementare la potenza elettrica a disposizione.  

La potenza efficiente lorda di generazione, al 31 dicembre 2020, è risultata pari a 120 GW, con un incremento di 1GW che ha causato un leggero aumento del +0,9% rispetto al dato dello scorso anno, in quanto l’entrata in esercizio di nuovi impianti, compresi termoelettrici di piccola taglia, ha compensato le grandi dismissioni e i depotenziamenti nel parco di generazione tradizionale - traggo dai Dati Statistici di Terna, pubblicati con regolarità e reperibili sul sito - mentre la potenza richiesta in Italia è sempre al di sotto di 60 GW. 

Queste chiarissime informazioni ci dicono due cose: una, che la potenza installata è circa il doppio del carico maggiore che si registra, un fatto ben noto da anni ma mai chiarito completamente essendo costituito dalla parte preponderante di generazione fossile tradizionale, due, che le dismissioni delle centrali più tradizionali e impattanti procedono col contagocce pur se beneficamente compensati da impianti più moderni. E’ giusto avere una riserva di potenza adeguata ad un Paese come l’Italia, ma il doppio sembra troppo. Aggiungere potenza nucleare significa aumentare ulteriormente la disponibilità, e come minimo occorre aver fatto bene i conti per capire se risulta necessaria oppure no prima di procedere ad un investimento ingente.

Sul fronte delle rinnovabili, sono ancora una quota minoritaria, pur se aumentata notevolmente negli anni, e devono aumentare per coprire le dismissioni degli impianti obsoleti tradizionali. 

Ma non c’è solo la produzione, risulta in effetti particolarmente importante il modo in cui si consuma l’energia, e in questo caso l’elettricità. Aumentare l’efficienza e azzerare gli sprechi di qualcosa che è sempre oneroso produrre è l’altra linea da seguire, perché comporta minori necessità di materia prima a parità di servizio. 


Esiste anche la possibilità che il nucleare sia per alcuni una scelta, un’opzione per rientrare nel sistema. A questo proposito, va ricordato il nucleare cosiddetto di Quarta Generazione, spesso citato.  Si tratta di un insieme di progetti tesi a rendere più economico e sicuro il reattore nucleare, a cui partecipano anche industrie e centri di ricerca italiani. I nuovi reattori allo studio presentano modifiche che intervengono su vari fronti, come la sicurezza, la taglia, il costo, ma sono a tutti gli effetti reattori nucleari a fissione, vale a dire basati sullo stesso concetto di tutte le centrali realizzate a partire dalla pila di Fermi del 1942. Non presentano nulla di radicalmente nuovo, soprattutto sul fronte del problema forse maggiore che riguarda la fissione, ovvero la produzione di scorie radioattive pericolose, che rimangono tali per periodi lunghissimi. Non abbiamo ancora realizzato un deposito sicuro adeguato per le scorie ad alta radioattività che possediamo; tornare al nucleare significherebbe produrne altre. Le caratteristiche geologiche del nostro Paese non aiutano in questo senso: non c’è un chilometro quadrato che non sia sismico, non abbiamo il deserto ma una stretta penisola densamente abitata, abbiamo vulcani e faglie ovunque, dove le aree non sono coltivate o industrializzate sono montagne. 

Il nucleare più innovativo rimane la fusione, ma questa è un’altra storia, ancora allo stadio di ricerca, lontano da una possibile applicazione commerciale. 


Questi sono pochi, semplici fatti, per un argomento che richiederebbe approfondimento migliore. La tendenza a parlare per pre-concetti, o pre-giudizi, è devastante in questo campi, perché finisce per instillare poco alla volta nozioni non verificate che poi diventano costruzioni fantasiose. Per decidere se “dobbiamo” tornare al nucleare nella fase della transizione ecologica dell’economia occorrono i numeri, ancora meglio occorrono scenari alternativi realistici fra cui scegliere con obiettività. L’unica possibilità che abbiamo per prendere decisioni funzionali al benessere della collettività riguardo temi idonei all’indagine scientifica è, appunto, la scienza. Si tratta dello strumento migliore che ad oggi siamo riusciti a costruire per comprendere il mondo naturale. Nel caso, è utile per organizzare la difesa da un virus che il nostro sistema immunitario non conosce, per esempio. Oppure, è utile per costruire strumenti tecnici che svolgano funzioni opportune, come produrre energia, per esempio. La medicina non è deterministica, e da tempo non lo è più neanche la fisica, ma restano comunque le migliori costruzioni umane in divenire in rapporto al mondo; non conosciamo ad oggi alternative che non siano fantasie. 

Non esiste nessuna scienza di regime, la comunità scientifica è internazionale, connessa, aperta nei suoi studi e nei suoi risultati. Sembrava scontato, ma ora sappiamo che non lo è, il Covid ha aperto una voragine di disinformazione che inghiotte anche persone colte, ma che non deve mettere a rischio il metodo scientifico. Per fortuna, il governo ha operato rispetto alla pandemia mantenendo fermo il punto principale, accantonando il pensiero magico alla base della parte migliore, per così dire, delle proteste, e operando con una progressività idonea a far comprendere l’entità del problema. 






sabato 4 dicembre 2021

Quasi mille contratti di lavoro in Italia: é giunto il momento che il Partito Democratico lanci un’iniziativa politica?

 Secondo il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), sono attualmente vigenti in Italia 985 Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (Ccnl), depositati presso il CNEL stesso al 30 giugno scorso. La cifra cambia regolarmente con una crescita costante nel corso del tempo. Dei 935 dell’anno scorso, secondo CGIA di Mestre, ben 351 sono stati firmati da associazioni datoriali e organizzazioni sindacali non riconosciute dallo stesso Consiglio Nazionale, vale a dire 4 su 10, precisamente il 37,5 per cento del totale. 

Un record, una selva contrattuale in cui si fatica a vedere se vengono rispettati i diritti più elementari. Se è chiaro che la libertà sindacale va garantita, è altrettanto chiaro che si tratta spesso di sigle sindacali inesistenti, create allo scopo, che vanno a firmare contratti nazionali con regole al ribasso in ogni ambito, riduzione dello stipendio, limitazione dei diritti più elementari, aumento della precarietà, differenziazione uomo-donna, contrazione delle norme per ls sicurezza sui luoghi di lavoro - e sappiamo quanto è grave il problema visto che non passa giorno che non ci informino dell’infortunio o del decesso di qualcuno sul luogo di lavoro. 

Non basta certo lamentarsi, occorre un intervento politico. Quindi, una domanda: perché il PD non si intesta un’iniziativa politica per normare la rappresentanza sindacale nel senso che i sindacati più rappresentativi possano siglare contratti validi per tutti? Che porti, in qualche modo, alla possibilità di verificare cosa accade nella selva dei contratti di lavoro, e ridurre, ordinare, chiarire l’intero settore?

Olaf Scholz è il nuovo Cancelliere tedesco ed ha già espresso alcuni interventi chiari del suo prossimo governo, fra cui il salario minimo a 12 euro. E’ giunto il momento anche per noi per un’iniziativa politica riconoscibile, chiara, su cui investire, riguardante il mondo del lavoro?







mercoledì 1 settembre 2021

Dove sono gli inquinatori?

 Si dice spesso che la questione ambientale è “trasversale” alle fasce della popolazione e alle sensibilità di ciascuno, ma i dati ci dicono che non è così, o almeno non lo è nella parte preminente della stessa, l’inquinamento ormai globale. Un articolo sul sito Qualenergia, dal titolo “Chi ha riempito l’aria di CO2? E’ un problema di classe” (indirizzo in calce), spiega in breve perché, riprendendo un'analisi di Oxfam redatta dallo Stockholm Environment Institute. 

L’articolo infatti illustra la differenza fra i macro dati che portano a ritenere i giganti asiatici Cina e India maggiori responsabili delle emissioni di gas ad effetto-serra e i dati specifici che portano a conclusioni molto diverse. Lo studio in oggetto non si limita ad analizzare le emissioni per Paesi del mondo, ma ricostruisce la provenienza delle emissioni mondiali dalle varie fasce di popolazione suddivise per reddito. L’analisi riguarda gli inquinanti emessi dal 1990 al 2015, un periodo storicamente molto recente quindi svincolato dal passato in cui sappiamo di essere stati noi occidentali (USA e Europa) i maggiori responsabili delle emissioni.

Il risultato è sconcertante: l’1% di umanità più ricca emette più CO2 della metà dell’umanità costituita dai più poveri. 

Nello specifico, i 63 milioni di persone (circa l’1% della popolazione) che guadagnano più di 100 mila dollari all’anno generano da soli il 15 % dei gas climaletranti annuali, mentre i 3,6 miliardi di persone (la metà della popolazione mondiale) che guadagnano meno di 2.000 dollari all’anno emettono il 7% dei composti surriscaldanti l’atmosfera. 

Abbassando il livello di ricchezza, il 10% della popolazione mondiale che guadagna annualmente più di 35.000 dollari emette la metà dei gas ad effetto-serra.


L’ambiente è anche un problema sociale. Se soltanto 63 milioni di persone sono capaci di inquinare di più, il doppio, della metà dell’intera popolazione mondiale significa che consumo delle risorse, usi delle stesse, ed emissione nell’ambiente degli scarti sono processi estremamente concentrati nella vita di pochi con conseguenze negative gravanti su tutti, e costituiscono perciò una forte ingiustizia sociale.  (Chiaro che la risposta non può essere quella di portare il resto della popolazione agli stessi livelli con l’economia tradizionale altrimenti bolliremmo tutti quanti nel giro di un mese. Questo è precisamente il tema non di questo ma di quasi tutti gli altri post di questo blog.)

Veniamo alla geografia. Dove si trovano i ricchissimi inquinatori? Non sono equamente distribuiti nei vari Paesi del mondo, al contrario si concentrano in alcuni luoghi. 

Infatti, la metà vivono in USA e UE, che però ospitano solo il 10% della popolazione mondiale. I restanti si suddividono nel resto del mondo, America, Medioriente, Cina e India. Il paradosso, ben noto, riguarda il fatto che le peggiori conseguenze del cambiamento climatico andranno (e già ora vanno) a ricadere su Paesi che hanno contribuito poco o nulla alle emissioni climalteranti, come l’Africa o il Sud-Est asiatico. 


Dunque i dati scorporati forniscono una lente d’ingrandimento che mostra una realtà ben diversa dalle apparenze. Una realtà dove la questione ambientale emerge con le sue vere caratteristiche: una fitta trama intrecciata in cui pochi grossi fili partono a formare il tessuto che produce moltissimi fili di scarto all’altro estremo. Il telaio è il Mondo.  Il rischio di sfracello è reale, sotto il peso di un tessuto divenuto così spesso da essere ormai insostenibile.


L’articolo di Qualenergia si trova al seguente indirizzo:


https://www.qualenergia.it/articoli/chi-ha-riempito-aria-co2-problema-classe/








martedì 13 luglio 2021

Momenti cruciali

 E’ il nostro momento, come dicono molti? Chissà, a volte basta davvero convincersene per cambiare la direzione di marcia. 

Sta di fatto che la Nazionale di calcio ha vinto, meritatamente, la competizione Europea, che un tennista italiano, Berrettini, è arrivato in finale a Wimbledon, che un gruppo italiano, i Måneskin, ha vinto l’Eurovision Song, che è stato dato il via al Piano di ripresa e resilienza nazionale, e apparentemente siamo felici. Va anche detto che lo sono di meno i 422 dipendenti della GKN di Campi Bisenzio, a due passi da Firenze, licenziati con un messaggio Whatsapp, o le vittime di infortuni e decessi sul lavoro, sempre in numero elevatissimo, o i 5 milioni e seicentomila italiani che vivono in “povertà assoluta”, secondo quanto certifica ISTAT, numero in forte crescita lo scorso anno. La frase classica in questo caso è “non mancano le contraddizioni”, per cui appunto cerchiamo di contenerle perché contraddirsi non è mai una buona cosa. Un auspicato miglioramento delle nostre condizioni economiche deve portare con sè un contestuale miglioramento delle condizioni del lavoro e una consistente riduzione delle diseguaglianze. 

Il momento sembra a noi favorevole e una ventata di ottimismo non può che fare bene. Quando ci lamentiamo della scarsa considerazione di cui godiamo all’estero, non dimentichiamo che sta a noi ottenere l’esatto opposto e che, al contrario di quanto spesso sospettiamo, basta poco per rianimare l’immagine, a volte spenta, dell’Italia nel mondo: basta ritrovare gli aspetti migliori che caratterizzano il nostro Paese e noi stessi, e che sono molto apprezzati.

Mario Draghi sta guidando una fase interessante e difficile, un momento di passaggio dopo un dramma collettivo portato da un virus, il suo governo riassume le principali tendenze politiche del nostro Paese: da loro ci aspettiamo moltissimo. Sono responsabili dell’immediato e del futuro per una quota mai così elevata: crescita economica e riduzione dell’impatto ambientale, azzeramento delle conseguenze sul clima, riequilibrio delle dinamiche economiche e sociali interne, ruolo in Europa e nel Mondo.  Insomma, stanno delineando il nostro Paese nel futuro prossimo e anche più lontano nel tempo. 

In questo momento, il Paese è sostenuto dalla progressiva diffusione di una fiducia che, se non cieca, certo da tempo mancava in questa intensità. Pur con tutte le difficoltà ben note, siamo in Unione Europea (e continueremo a restarci), siamo un Paese con grandi potenzialità, e abbiamo ora la possibilità, grazie ad un finanziamento mai così ingente, di costruire il futuro che desideriamo. Non sprechiamo un’occasione irripetibile.

Non per niente il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha per titolo “Italia domani”. Per conoscerlo meglio, si può scaricare al seguente link:


https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR.pdf





giovedì 1 aprile 2021

Noi, la Natura, e il Coronavirus

 Non abbiamo mai avuto grande dimestichezza con la Natura, con le sue leggi, con i suoi ritmi, i suoi spazi; non l’abbiamo avuta come specie umana, ed in particolare come membri di quella che viene comunemente definita “cultura occidentale” di origine greco-romana, poi cristiana, e poi l’Umanesimo, il Rinascimento, l’Illuminismo, poi la modernità... La Natura è sempre rimasta sullo sfondo dell’evolversi del pensiero umano, eccettuato rare eccezioni (il cristianesimo di San Francesco, il Romanticismo) o ha riguardato alcuni pensatori la cui riflessione è stata troppo spesso travisata a supporto di teorie esoteriche fondate sul pensiero magico (si pensi a Pitagora o a Giordano Bruno). 

Nemmeno la Rivoluzione Scientifica, che ha aperto la strada alla comprensione delle leggi naturali spodestando la Filosofia Naturale che operava senza possedere gli strumenti adatti, ha saputo trovare la via giusta per indagare il rapporto fra noi - specie animale in grado di modificare profondamente l‘ambiente - e il mondo che ci ospita, anzi ha consentito uno sviluppo tecnologico senza precedenti, che ha rafforzato l’idea della disponibilità di un ipotetico nostro super potere nel rapporto con la Natura. Si tratta dell’avere a disposizione un fattore “ipotetico”: esiste veramente? Temo di no, ma non ne siamo consapevoli. (Il fatto di avere introiettato un’idea che ci riguarda e che non esiste dovrebbe essere oggetto di indagine approfondita per i numerosi aspetti che possiede e l’importanza che riveste).

Pensatori che hanno indagato questo ambito sono relativamente recenti, o recentissimi, testimoniando proprio il vuoto da riempirsi soltanto in caso di necessità, ormai estrema.

La storica carenza di riflessione in questo campo ha conseguenze di vasta portata che possono essere riassunte in due rami legati fra loro: la quasi totale assenza di senso di responsabilità riguardo gli effetti delle proprie azioni sull’ambiente e una radicata difficoltà persino nel comprendere fenomeni estesi spazialmente e di lunga durata temporale, che possono cioè riferirsi al mondo intero ed interessare periodi di tempo lunghi. Tradotto, in relazione al problema attuale del riscaldamento globale significa che non ci sentiamo responsabili e non ne riusciamo nemmeno ad afferrare le caratteristiche, inclusa la pericolosità. In relazione al secondo, gravoso, problema che ci sta affiggendo, l’epidemia di coronavirus Sars-Cov-2, significa di nuovo lo stesso, che non ci sentiamo responsabili e non ne comprendiamo del tutto le caratteristiche, a partire dal rischio di una crescita esponenziale (almeno al principio) dei contagi.


Forse non conosciamo nemmeno il mondo in cui viviamo, plasmato da noi. Il libro di David Quammen “Spillover” (uscito nel 2012!) ne propone una descrizione in colori vividi, per nulla piacevoli. Se non l’avete ancora letto, e pensate di farlo, preparatevi ad entrare in un mondo, il nostro, che non vediamo nei film, nei documentari, nei supporti che veicolano la cultura popolare - e si tratta di un mondo ad alto grado di rischio. Ci viviamo dentro ogni secondo della nostra vita.

Traggo da esso le prossime righe.

“Dovremmo sapere che le recenti epidemie di nuove zoonosi, oltre alla riproposizione e diffusione di altre già viste, fanno parte di un quadro generale più vasto, creato dal genere umano. Dovremmo renderci conto che sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo. Dovremmo capire che alcune situazioni da noi generate sembrano praticamente inevitabili, ma altre sono ancora controllabili. Gli esperti hanno già indicato questi fattori ed è pertanto facile elencarli. Abbiamo aumentato il nostro numero fino a sette miliardi e più, arriveremo a nove miliardi prima che si intravveda un appiattimento della curva di crescita. Viviamo in città superaffollate. Abbiamo violato, e continuiamo a farlo, le ultime grandi foreste e altri ecosistemi intatti del pianeta, distruggendo l’ambiente e le comunità che vi abitavano. A colpi di sega e di ascia, ci siamo fatti strada in Congo, in Amazzonia, nel Borneo, in Madagascar, in Nuova Guinea e nell’Australia nord orientale. Facciamo terra bruciata, in modo letterale e metaforico. Uccidiamo e mangiamo gli animali di questi ambienti. Ci installiamo al posto loro, fondiamo villaggi, campi di lavoro, città, industrie estrattive, metropoli. Esportiamo i nostri animali domestici, che rimpiazzano gli erbivori nativi. Facciamo moltiplicare il bestiame allo stesso ritmo con cui ci siamo moltiplicati noi, allevandolo in modo intensivo in luoghi dove confiniamo migliaia di bovini, suini, polli, anatre, pecore e capre, ratti del bambù e zibetti. In tali condizioni è facile che gli animali domestici e semidomestici siano esposti a patogeni provenienti dall’esterno (...) e si contagino tra loro. In tali condizioni i patogeni hanno molte opportunità di evolvere e assumere nuove forme capaci di infettare gli esseri emani tanto quanto le mucche o le anatre. Molti di questi animali i bombardiamo con dosi profilattiche di antibiotici e di atri farmaci, non per curarli ma per farli aumentare di peso e tenerli in salute il minimo indispensabile per arrivare vivi al momento del macello, tanto da generare profitti. In questo modo favoriamo l’evoluzione di ceppi batterici resistenti. Importiamo ed esportiamo animali domestici vivi, per lunghe distanze e a grande velocità. Lo stesso avviene per certi animali selvatici usati in laboratorio, come i primati, o tenuti come esotici compagni. Commerciamo in pelli, contrabbandiamo carne e piante, che in certi casi portano dentro invisibili passeggeri patogeni. Viaggiamo in continuazione, spostandoci da un continente all’altro ancora più in fretta di quanto faccia il bestiame. (...) Cambiamo il clima del globo con le nostre emissioni di anidride carbonica e spostiamo le latitudini a cui le zanzare e zecche vivono. Siamo tentazioni irresistibili per i microbi più intraprendenti, perché i nostri corpi sono tanti e sono ovunque”. (Cap. 9)

mercoledì 28 ottobre 2020

Viviamo dentro ad un sistema che rischia il collasso?

 Che il governo stia affrontando un periodo particolarmente difficile è evidente a tutti. Il virus si sta diffondendo nuovamente con cifre importanti: ad oggi, quasi 15.000 ricoverati, 1.536 in terapia intensiva, 260.000 in isolamento domiciliare, ed un totale di 37.905 decessi. Credo che questi dati siano quelli che contano, molto più del totale dei positivi. Il recente decreto prova a limitare il danno, già enorme, con provvedimenti che risultano gravosi nel loro sommarsi a quelli precedenti che abbiamo stoicamente sopportato la scorsa primavera.

L’intera società italiana (e mondiale) sta affrontando un periodo gravoso. La “seconda ondata” del virus ci sta investendo tutti, ponendoci davanti ad un nemico imprevedibile, invisibile, estraneo al nostro controllo, pericoloso ma non per tutti, dunque infido. Un alieno? No, un virus terrestre, ma sconosciuto al genere umano, che di virus comunque se ne intende. Ci colpisce perché siamo andati a cercarlo, nel profondo di ciò che resta di Madre Natura, nella foresta, nel territorio ancora ignoto di ciò che non vediamo. Non tutto ci è noto del grande mistero che ci attornia: sappiamo di più della superficie della Luna (è appena giunta la notizia dalla Nasa che c’è persino abbondanza d’acqua) che dei microrganismi che popolano la Terra ed i suoi esseri viventi. Se c’è una lezione che dovremmo imparare da questa vicenda è che non tutto è sotto il nostro controllo, e ciò che non lo è può risvegliarsi all’improvviso mettendoci sotto scacco. 

Ne “La guerra dei mondi” di H.G. Wells, scritto nel 1897, gli alieni feroci fanno una brutta fine, uccisi dai batteri terrestri ai quali noi siamo immuni, abituati nei lunghi periodi dell’evoluzione. La Terra è casa nostra. 

Ma la Terra è ferita da noi stessi. Rivoltata come un calzino, seccata come un deserto assolato, resa calva, ingegnerizzate geneticamente le sue piante, i suoi animali, che vivono quotidianamente l’inferno che noi abbiamo preparato per loro. Ogni genere di animale macellato e venduto nei mercati asiatici o africani, maiali, mucche e polli che sopravvivono una breve terribile esistenza nei gironi infernali degli allevamenti intensivi (nostri e di ogni Paese del mondo), intere specie che scompaiono per sempre ogni giorno, ogni ora, e la cui scomparsa avrà una serie di conseguenze negative nella rete della vita che prospera sulla Terra. O che prosperava?

Come va il Pil? Qualcuno si sta chiedendo, o i giornali stanno scrivendo, come va il Pil? L’unico indice di cui ci importava (e di cui importava ad un’intera classe politica) fino a ieri?


Come sia possibile non vedere che stiamo segando il ramo su cui siamo seduti è in parte un mistero. Anche non ci importasse niente della splendida roccia ricoperta d’azzurro sospesa nello spazio  che ci sostiene da ere geologiche. 

Abbiamo creato la società del rischio (U. Beck) e non sappiamo farvi fronte. Ulrich Beck ha scritto il suo libro nel 1985 (!) e nessuno ha capito ancora nulla, o meglio, è stato studiato ma non applicato, interiorizzato, concretizzato. L’esposizione al rischio con tutte le sue conseguenze è strutturale nella nostra società, la cui complessità ci resta estranea. Ad oggi, è un fatto che non sappiamo rapportarci ad essa, e che il degrado ambientale ne fa parte, in modo così intricato che sembra impossibile trovare una via d’uscita. 

In termini fisici, stiamo incrementando enormemente e velocemente l’entropia del pianeta su cui viviamo. Lo stesso sistema che abbiamo costruito è fortemente entropico, instabile, pronto a collassare, che si tratti di un ordigno nucleare sfuggito al controllo (e chi può dire della certezza dei sistemi di sicurezza?), degli idrati di metano che improvvisamente sfuggono dalle profondità marine perché riscaldati dall’aumento della temperatura mondiale, o di virus ed altri microrganismi che incrociano specie diverse diffondendosi ben oltre il limite che avrebbe posto loro la Natura.

Si tratta di rischi gravi, si tratta di quelli più noti, ma non sono i soli. E’ l’intero sistema a generare un continuo stato di rischio di cui non ci sentiamo responsabili.

Essi sono parzialmente imprevedibili. Parzialmente, poiché sono decenni che sappiamo che abbiamo costruito un sistema capace di distruggere tutto in un lampo, che stiamo aumentando il calore che rimane legato alla Terra, che stiamo mescolando ciò che doveva restare separato (entropia, appunto). Il saggio di Jeremy Rifkin intitolato “Entropia” è del 1980. I sistemi sociali, economici, ambientali si stanno muovendo da uno stato ordinato ad uno stato di disordine. Il disordine è irreversibile, possiamo soltanto rallentarne la velocità.

Così come sono in molti a ricordare oggi “Spillover”, il saggio sull’eventualità di un’epidemia virale, scritto da David Quammen nel 2012, o l’intervento di Bill Gates di cinque anni fa. Cosa abbiamo imparato, certo nulla, impegnati a proseguire imperterriti sulla strada tracciata.


Certo, non eravamo preparati ad accogliere un attacco del genere dal punto di vista sanitario, comunicativo, politico, comportamentale. Ma non siamo nemmeno ora preparati a futuri eventi di grave rischio perché va cambiato il concetto di crescita che abbiamo in testa, il modello sociale, il rapporto con ciò che facciamo ogni giorno. Assumendoci la responsabilità di ciò che facciamo, a livello individuale e collettivo, perché non si tratta di fatti esterni al mondo, come siamo abituati a percepire le nostre azioni e persino noi stessi, ma di azioni che incidono sul mondo, modificandone le caratteristiche spesso per sempre.

Se non ne usciremo cambiati, allora il prossimo futuro sarà soltanto un’attesa irresponsabile del prossimo evento (pandemico, ambientale, sociale, tecnologico,...). Cambiati in profondità. Non basterà un sistema sanitario più adatto a questo tipo di emergenze, anche se ovviamente sarebbe utile. 

Certo, come si legge sul sito “Scienza in rete”: “L’imprevedibilità trova le sue radici non solo nella biologia di un virus, ma è anche il frutto dell’assenza di un sistema epidemiologico finalizzato a cogliere precocemente i segnali di situazioni di allarme.” (La statistica medica lancia una proposta per le prossime pandemie - Carle, Corrado, Montomoli)

Ecco. Cogliamo le situazioni di allarme, riguardo i virus, e riguardo ogni altra causa di grave pericolo. Questo è un primo passo necessario, ma sarà solo un primo passo.


Per avere informazioni in più, scientificamente fondate, suggerisco di seguire il sito “Scienza in rete”, in questi giorni ricco di articoli legati all’epidemia Covid-19. Il link è il seguente:


https://www.scienzainrete.it

mercoledì 29 luglio 2020

Ghiacciaio con telo

Forse è davvero il caso di esclamare “come ci siamo ridotti” osservando l’immagine riportata sotto (con notizia tratta dal canale ANSA Ambiente ed Energia): un ghiacciaio alpino ricoperto di appositi teli per evitarne lo scioglimento. Forse questi saranno i ghiacciai del futuro, forse sarebbe bene  progettare sistemi idonei a prevenire i roghi delle foreste, lo scioglimento del permafrost in Siberia, le fuoriuscite di metano... 


Il più vecchio ghiacciaio delle Alpi, il ghiacciaio di Rhone in Svizzera, è stato ricoperto per metri e metri con speciali teloni atti a prevenirne lo scioglimento. Non si tratta del primo esperimento: enormi teli ricoprono il ghiacciaio Presena, ad esempio, tra Val Camonica e Val di Sole. I teli permettono di evitare la fusione ed il ritiro del ghiacciaio, attualmente causata dal riscaldamento globale dell’atmosfera. 

Negli ultimi trent’anni sono scomparsi circa duecento ghiacciai sulle Alpi, e quelli rimasti presentano evidenti riduzioni nell’estensione, nello spessore, e nella consistenza. In altri luoghi della Terra le cose non vanno meglio. Nel numero di luglio di National Geographic Italia viene descritta l’emergenza che riguarda l’acqua nelle zone che dipendono dai fiumi generati dai ghiacciai dell’Himalaya. 

Nei territori di alta quota himalayani la popolazione si attrezza come può: costruendo riserve di ghiaccio artigianali. Enormi coni di ghiaccio, fino a trenta metri di altezza, caratterizzano il paesaggio del Ladakh, e sono capaci di immagazzinare milioni di litri di acqua allo scopo di irrigare i campi dei villaggi vicini. 

Il fiume Indo, uno dei più grandi fiumi della Terra, ha le sue origini nei ghiacciai e nevai himalayani, che immagazzinano acqua d’inverno e la cedono in primavera ed estate, durante il disgelo. Esso sostenta 270 milioni di persone, grandi città e sistemi agricoli, ma il suo flusso è destinato a variare in modalità che influiranno notevolmente. Si prevede un incremento da oggi al 2050, seguito da una diminuzione costante dopo quella data. Già oggi le inondazioni seguite da siccità stanno cambiando il rapporto delle popolazioni locali con il grande fiume, e la geopolitica del territorio non può che esserne influenzata, inasprendo le tensioni fra i Paesi interessati alla disponibilità idrica. Fra questi, Cina, India e Pakistan sono dotati di arsenali nucleari. 

Le sfide che il cambiamento climatico, causato dalle continue emissioni di CO2 ed altri gas climalteranti in atmosfera, ci pone davanti sono varie e spesso collegate fra loro a formare lunghe catene che portano lontano, ben oltre il nostro rapporto con l’ambiente. Sono le nostre società, non l’ambiente Inteso come qualcosa di estraneo a noi e alle nostre vite (chiaramente un’interpretazione errata), quelle più colpite e destinate a cambiare, intraprendendo spostamenti verso lidi non ancora del tutto delineati con chiarezza.  

Intanto, questa immagine rappresenta bene uno spicchio del nostro futuro. Guardiamola con attenzione, perché ciò che proietta va ben oltre una vetta alpina con teli in vista.

L'immagine e la notizia si trovano al seguente indirizzo:

https://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/natura/2020/07/18/ansasu-piu-antico-ghiacciaio-alpi-teli-bianchi-anti-fusione_f61c5ba5-1d81-4e18-a9e1-b7fd853981a2.html



giovedì 9 luglio 2020

Berlusconi? No, grazie

Si legge su Repubblica: “Parole che spiazzano, quelle pronunciate da Romano Prodi a Repubblica delle idee. Un'apertura nei confronti dello storico avversario politico, Silvio Berlusconi ("Non è certo un tabù l'ingresso di Forza Italia in maggioranza". E poi "La vecchiaia porta saggezza", riferita al leader azzurro)”. L’articolo prosegue con alcuni commenti e si può leggere all’indirizzo in calce.
Da iscritta al Partito Democratico esprimo subito il mio parere: no, grazie. E spero che siano molti gli iscritti che la pensano allo stesso modo. 
Le ragioni sono innumerevoli, e mi sento a disagio persino nel pensare ora a come enumerarle. Alla base di tutte si trova una distanza siderale nei contenuti, nel metodo, nei modi, una storia divisiva nei confronti della parte progressista che chi ha memoria ricorda bene. Solo alcune. Berlusconi è stato già quasi trent’anni fa legittimato come interlocutore all’inizio della sua attività politica dalla sinistra di allora, a cui rispose facendo fallire le principali iniziative comuni, e grazie alla quale è stato artefice di un profondo cambiamento nella società italiana che ha aperto le porte a quello che definiamo populismo, e in questo senso è il padre di Salvini, si è espresso più volte in modo indulgente verso l’evasione fiscale, e favorevolmente al condono edilizio, o alla flat tax che penalizza i redditi bassi e con grande probabilità è incostituzionale, concentra il suo potere in Lombardia dove la sanità è stata in gran parte privatizzata ed è carente di presidi sul territorio, e regolarmente quando sembra politicamente defunto arrivano gli esponenti di primo piano del centrosinistra a resuscitarlo. Francamente, a noi non manca.
E non è finita: una probabile ragione per cui “la vecchiaia porta saggezza” potrebbe riguardare l’aspirazione di Berlusconi a diventare Presidente della Repubblica, o Senatore a vita, posizioni di grandissimo prestigio.  Spero, ancora una volta, senza l’aiuto dei dirigenti ed autorevoli esponenti del centrosinistra italiano. 
Propongo di sondare se e quanto gli iscritti al PD, ed alle altre formazioni politiche della maggioranza, siano favorevoli. Per quanto mi riguarda, esprimo il mio parere: no, netto.

L’articolo citato:
https://www.repubblica.it/politica/2020/07/09/news/prodi_berlusconi_governo_pd-261401918/


mercoledì 24 giugno 2020

Attacco al PD (dal suo interno, naturalmente)

Chiaro che per affrontare la crisi che stiamo vivendo e mettere in campo soluzioni occorre almeno una condizione politica stabile. Questo in soldoni significa che il governo va sostenuto affinché prosegua nel suo lavoro. Può sembrare un’affermazione di comodo e di parte, ma sfido chiunque a dimostrare che una strada diversa sia opportuna in questo momento.
Uno dei partiti della maggioranza è il Partito Democratico, che certo non brilla per compattezza. Ma questo si sapeva. Dall’essere un “partito plurale” a candidarsi per mandare all’aria ciò che si sta facendo fra mille difficoltà, però, ce ne corre.  E Giorgio Gori, Sindaco di Bergamo, sta facendo proprio questo: in una serie di interventi pubblicati sui principali quotidiani attacca Nicola Zingaretti e la dirigenza del partito, chiedendo un congresso prima possibile per riuscire a cambiare Segretario e dirigenti altrimenti sarà troppo tardi e non si riuscirà a “salvare il Paese”. La tempistica è velocissima: addirittura entro l’autunno. Nel merito, Gori ritiene che occorra far crescere l’Italia di almeno l’1,5% all’anno, e che il baricentro del PD sia stato “spostato sulla protezione sociale” dall’accordo con il Movimento 5 Stelle. In sostanza, servirebbe un altro PD, più vicino alle idee di Gori.
 
Su questo blog mio personale sono abituata a scrivere il mio parere in modo netto; del PD sono solo un’iscritta ma sono convinta che l’opinione anche dell’ultimo degli iscritti valga tanto quanto quella del Sindaco di Bergamo, o di altra città, o di qualsiasi altro esponente di primo piano del partito, e la mia è questa: sul piano politico, l’intervento di Gori è quanto di più inopportuno possa capitare in questo momento, sul piano personale, l’ennesimo attacco a mezzo stampa stancherebbe qualsiasi santo iscritto o simpatizzante del PD al punto da rasentare l’insopportabilità. Propongo in proposito una medaglia a tutti i militanti che sopportano stoicamente per anni gli scontri fra i vari gruppi di potere del partito. 
Stando alle sue parole, Giorgio Gori ritiene evidentemente che con la dirigenza attuale sia impossibile far crescere il nostro Paese di 1,5% all’anno e che occorra spostarsi in senso opposto rispetto alla protezione sociale. Persone diverse e meno protezione sociale: sembrerebbe un tentativo di far virare a destra il PD. Ma il PD virerà a destra se il percorso congressuale andrà in quella direzione, a tempo debito, secondo le regole che il partito si è dato. Non perché un Sindaco, per quanto autorevole possa essere, pensa che sia questa la strada utile. Il rispetto delle regole dovrebbe essere la guida, ma sappiamo che la politica è fluida e si può concepire legittimamente il fatto che esse possano essere superate da necessità gravi, istanze inderogabili, problemi seri, in sostanza per il bene della società. Quello che si presenta ora, però, è il caso opposto: come si possa pensare che in mezzo alla crisi peggiore, causata da un evento esterno che si è innestato in una situazione già difficile, sia utile andare ad un congresso di un grande partito della maggioranza “entro l’autunno” è incomprensibile. In aggiunta, risulta difficile capire come si possa suggerire che in una condizione di estrema difficoltà sociale sia bene orientarsi verso minori tutele: i bisogni delle persone sono reali ed immediati.       
Anche lo sviluppo (sostenibile) lo è: per questo il governo ha passato una settimana a Villa Pamphili, per incontrare tutti e decidere cosa fare in un momento delicato, quale strategia costruire. Dopodiché il passaggio all’atto pratico sarà cruciale (ne abbiamo scritto nel post precedente), ma non si può pensare che si facciano le cose di proposito per far danno, soprattutto se si è membri di un partito della maggioranza. E se l’attuale maggioranza si può qualificare nel suo insieme come orientata nel centro-sinistra sarebbe quantomeno curioso che prendesse provvedimenti di centro-destra - come d’uso, spacciati per gli unici capaci di risolvere situazioni. 
Al contrario, la dilagante cultura di destra in economia ha causato i peggiori guai che ci assillano da anni, senza che ancora si riesca a costruire una cultura alternativa all’altezza della sfida. 
Se le critiche, pesanti, vengono da destra non c’è da sorprendersi: se il governo fa gli Stati Generali dell’economia a Villa Pamphili è un’inutile passerella dove si mangiano “i salatini” mentre quando le passerelle le faceva Berlusconi erano importanti incontri internazionali guidati da un magnate illuminato. 

Venti contrari soffiano, però, con un certo impeto: non amo abbattere le statue così come non amo costruirle, ma non si può non riconoscere nella furia iconoclasta che sta imperversando soprattutto in America un cambio della sensibilità collettiva, che non accetta più sentimenti un tempo radicati. Razzismo, supremazia culturale e patriottica, divisioni, guerre di conquista, il giogo posto su interi popoli, schiavitù. L’idea che un popolo con la società che ha costruito siano “superiori”, non ha alcuna base scientifica. Oggi il sentimento comune tende a cambiare direzione, e non va sottovalutato o derubricato in estremismi che sicuramente sono presenti ma non bastano ad includere il tutto. Il movimento giovanile ambientalista guidato da Greta Thunberg è un altro esempio di nuove sensibilità che si stanno diffondendo in misura molto più ampia dei classici movimenti ambientalisti. Un grande partito progressista, come lo è il PD, non può non approfondire  questi temi: almeno se ne discuta. Ho fatto parte del movimento che in sintesi veniva denominato “no-global” e mi auguro che la sinistra non faccia lo stesso errore di allora di considerare con sussiego uno spazio politico che invece aveva qualcosa da dire. 
Quanto alla statua di casa nostra, quella di Indro Montanelli, certo non approvo il gesto di coloro che l’hanno imbrattata, ma non approvo nemmeno coloro che l’hanno costruita, con un’iniziativa fuori luogo per un personaggio quantomeno controverso.  
Questa epidemia dovrebbe averci aperto gli occhi con uno sguardo diverso; siamo tutti uguali e tutti ugualmente sula stessa barca. L’unica cosa che può aiutarci a condurla è l’uso della ragione.

lunedì 27 aprile 2020

Umani e animali

 “Il traffico di animali selvatici e i mercati della carne sono perfetti terreni di scambio per nuovi agenti patogeni e per il passaggio all’uomo: animali di diverse specie tenuti in condizioni di stress e vicinanza eccessiva, a stretto contatto con escrementi e virus altrui, se non addirittura macellati sulle stesse superfici.” Questo brano si legge nel dossier sulle malattie infettive che dagli animali possono passare agli umani pubblicato su La Nuova Ecologia del mese di aprile.
Secondo il Treccani, una zoonosi, o antropozoonosi, è un termine riferito a “malattie, provocate da microrganismi o da parassiti o da funghi, trasmesse naturalmente da animali, vertebrati o invertebrati, all’uomo”, uno dei vocaboli diventati comuni nel tempo del coronavirus. In realtà, il virus che ci affligge in questi mesi non è certo l’unico agente patogeno arrivato all’uomo dalla fauna: in tempi recenti, a partire dagli anni Settanta del ventesimo secolo, AIDS, Ebola, Sars, per citare solo le più comuni, hanno causato migliaia di morti. Lo stretto contatto con animali domesticati o selvatici può favorire il cosiddetto “salto” di specie in cui, magari per tramite di una terza specie animale, il microorganismo passa ad infettare gli umani.
Il virus che stiamo affrontando, scrive Lorenzo Ciccarese nell’articolo, “è emerso nella città cinese di Wuhan a dicembre 2019 e verosimilmente il contagio sugli uomini è avvenuto in un mercato dove frutta e versura erano vendute insieme a carne macinata di manzo, maiale e agnello, polli spennati interi, granchi e pesci vivi. Come vivi venivano venduti serpenti, tartarughe, porcellini d’India, ratti del bambù, tassi, ricci, lontre, pangolini, zibetti di palma e cuccioli di lupo.”

Tutto ciò accade in un mondo globalizzato, dove chiunque può immediatamente spostarsi ovunque - e portare con sé gli agenti patogeni - dove la promiscuità è evidente, dove non esistono quasi più spazi di Natura selvatica e spazi umani distinti, dove la biodiversità è in forte declino da decenni e nulla sembra arrestarlo, dove la deforestazione porta via per sempre foreste primarie e frammenta gli habitat delle specie animali del luogo, dove miseria e degrado portano persone, anche bambini, a cercare di che vivere in discariche di rifiuti a cielo aperto. Non ultimo, dove gli animali vengono sfruttati per ogni scopo: alimentare, lavoro, pellicce, inscatolati per la loro breve orribile vita nei lager degli allevamenti intensivi, come nelle gabbie dei mercati cinesi. Infine, ora le scimmie subiranno i test dei vaccini che devono salvare noi dal coronavirus - ma questa è scienza.

Ma che problema abbiamo con gli animali? Usati e abusati per corride, fois gras, uova da galline che non riescono nemmeno a camminare, pulcini triturati, scrofe in gabbia, una galleria degli orrori che abbiamo costruito da quando abbiamo inventato la “civiltà”. Un delirio di crudele sfruttamento. Ma quanto siamo “umani”.
Almeno, rendiamoci conto che non possiamo continuare a coltivare i nostri interessi in un pianeta devastato, che “avevamo la presunzione di restare sani pur abitando un pianeta malato. E' giusto curare noi stessi, ma non possiamo dimenticare che dovremo curare anche il pianeta. Anche questa operazione è lotta per la vita, come rispettare le regole che adesso ci chiedono di restare lontani solo fisicamente e non spiritualmente" ha detto il Cardinale Zuppi, arcivescovo di Bologna, la scorsa domenica delle Palme.

Quanto scenderà il Pil? Il mitico indice di tutto, già criticato per non dire affondato da Robert Kennedy nel 1968 (“it measures everything in short, except that which makes life worthwhile”- “misura tutto in breve, ma non ciò che rende la vita degna di essere vissuta”) in un discorso memorabile che vale la pena di leggere interamente, è ancora lì a guidare le nostre vite mentre stiamo tagliando il ramo su cui siamo seduti. Finché il modello economico prevalente non includerà i costi ambientali, i costi dei beni naturali, tutt’altro che “liberi”, e sceglierà la via della riduzione delle diseguaglianze senza metterle a contrasto con lo stato dell’Ambiente, continueremo a mettere a repentaglio il nostro futuro.
Un nuovo modello di sviluppo, si dice da tempo ormai sufficientemente lungo, ambientalmente e socialmente sostenibile, a cui aggiungere un nuovo rapporto con l’ambiente naturale e le altre specie animali, che non sono oggetti per i nostro consumo. Umani e animali, uomo e natura. Con le conoscenze scientifiche del mondo di oggi non dovrebbe essere impossibile.

Gli articoli citati nel testo sono ai seguenti indirizzi:

https://www.lanuovaecologia.it/coronavirus-animali-inquinamento/

Il discorso di Kennedy, in inglese:

https://www.jfklibrary.org/learn/about-jfk/the-kennedy-family/robert-f-kennedy/robert-f-kennedy-speeches/remarks-at-the-university-of-kansas-march-18-1968


giovedì 19 marzo 2020

Certo non tutto, ma molto dipende da noi

Abbiamo detto che non è tempo di polemiche, per cui rimanderò ad un momento migliore le considerazioni sulla riduzione dei finanziamenti alla sanità, alla ricerca scientifica, alle Università, etc.
Ora, c'è l'emergenza e dobbiamo venirne fuori. Alcune sere fa, ho assistito (come tanti spettatori) ad una duplice ed ugualmente speculare interpretazione del periodo che stiamo vivendo e soprattutto del futuro che ci aspetta: nel programma di Bianca Berlinguer, Massimo Cacciari e Paolo Mieli si alternavano nel ragionamento. Un bel confronto e un notevole stimolo alla riflessione, visto che si trattava di analisi condivisibili per entrambi, ma con una rilevante differenza nell'interpretazione dei fatti e delle loro conseguenze che portava a tesi più pessimistiche nel caso di Cacciari, decisamente più ottimistiche nel caso di Mieli. Coloro che hanno seguito la trasmissione sanno a cosa mi riferisco. In estrema sintesi, dopo questa crisi dovuta ad un microscopico virus si aprirà un mondo nuovo, relitto del mondo vecchio in cui non sarà stato possibile cogliere l'occasione per risolvere questioni annose, oppure in cui nuove saranno le classi dirigenti e nuovi gli approcci ai problemi, capaci di fare luce dove finora è stato buio.   

Ora, dato che entrambe le analisi erano condivisibili, e che i percorsi futuri ancora non sono in essere, mi viene da pensare a quei modelli matematici con i quali si ottengono percorsi diversi, spesso rappresentati con linee di diversi colori su piano cartesiano, su basi assolutamente realistiche ma con parametri differenti. In altre parole, la nostra società evolverà in un modo oppure in un altro, a seconda dei parametri che noi stessi andremo ad inserire nel modello, a partire da certe condizioni iniziali. Perciò, possiamo scegliere, e farlo ora nel bel mezzo della crisi, un percorso oppure un altro: dipende da come reagiremo alla crisi stessa, da quali idee prevarranno, da quali personalità emergeranno. Dipende da noi. 
Dipende quasi sempre da noi, è un approccio infantile pensare che dipenda da fattori esterni alla nostra volontà. Possiamo decidere ora di proteggerci per i virus futuri - perché ce ne saranno ancora e sempre - oppure no. Le idee di base non sono particolarmente complesse, ma riguardano sia noi in Italia sia il mondo intero: un rapporto diverso con gli animali destinati all'alimentazione che consenta maggior igiene innanzitutto, una rete di ricerca scientifica sulle malattie infettive, un'organizzazione adeguata nel sistema sanitario che consenta una risposta immediata all'aggressione virale. Passano, fortunatamente, di solito anni prima che si ripresenti il problema, ma non va abbassata la guardia. 
Possiamo ignorare gli obblighi (ora non sono più raccomandazioni) del governo e contribuire ad espandere il contagio, oppure no. Lamentarci per ciò che non è stato fatto subito, in un contesto in cui è difficile prevedere l'entità del problema, oppure agire nel presente. Scegliere un percorso invece di un altro.
Qualche giorno fa, entrando in un negozio per necessità, ho sentito un uomo dire, con aria notevolmente affranta: "Pensare che eravamo il Paese più bello del mondo!". Capisco lo spirito, ed è in parte vero, ma non siamo privi di difetti anche gravi. Li conosciamo benissimo. 
Guardiamo bene in faccia al tempo presente, e scegliamo ora su quali idee, progetti, visioni di futuro vogliamo ragionare, costruire, iniziare un percorso. Potremmo andare lontano.   


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