mercoledì 12 agosto 2026

Pubblicato FER X definitivo

 Mentre l’estate calda si fa sempre più calda, arriva il decreto FER X definitivo, con le regole operative. Il passaggio è fondamentale perché, a quanto ne sappiamo oggi, sarà solo con le rinnovabili - correttamente accompagnate dall’efficienza - che saremo in grado di contenere quello che ormai è un riscaldamento globale galoppante e accelerante con conseguenze che non sappiamo con certezza perché non hanno precedenti nella storia umana.

Secondo il Servizio sui cambiamenti climatici di Copernicus (il programma di ricerca europeo tramite satelliti in orbita per studiare il pianeta) con il Centro europeo per le previsioni meteo, la temperatura superficiale media degli oceani nel luglio di quest’anno ha raggiunto il valore più alto mai registrato nello stesso mese, mentre a livello globale luglio 2026 è stato il secondo luglio più caldo al pari del 2024 e dietro solo al 2023. Una progressione recente degna di nota.

La temperatura del mare, fra 60 gradi sud e 60 gradi nord, è stata di quasi 21°C, mentre la temperatura media dell’aria è stata di quasi 17°C, vale a dire +0,67°C sopra la media 1991-2020, e +1,47°C sopra la media del periodo preindustriale. 

Se i dati di Copernicus appaiono comunque un po’ freddi con le loro cifre secche, rimangono di percezione più diretta i campi aridi, il Po in secca e con lui molti altri fiumi (tanto da mettere in crisi numerose centrali di produzione di energia comprese quelle nucleari francesi), il mare che risale le foci dei fiumi stessi, gli incendi che si propagano con facilità, i ghiacciai che stanno rapidamente scomparendo dalle Alpi (per i quali non servono neanche più le misurazioni, basta avere qualche foto di una ventina di anni fa). Anche l’andamento oramai si può approssimare a mente: le estati non erano fatte di quattro lunghissime “ondate” di calore a 40° consecutive a partire da maggio.


Dobbiamo accelerare anche noi per raggiungere la decarbonizzazione dell’economia, perché questo sarà il futuro. Le fonti pulite sono uno dei passaggi fondamentali. 

E’ in vigore dal 7 agosto scorso il Decreto FER X definitivo, con tanto di Regole Operative. Il testo è stato pubblicato il 6 agosto dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica. Destinatari sono gli impianti solari fotovoltaici, eolici, idroelettrici, trattamento dei gas residui della depurazione, e prevede un contingente massimo di 37,15 GW di nuova capacità. 

Per la corretta attuazione del DM, le regole operative forniscono un quadro delle modalità, delle tempistiche e di tutti i passaggi necessari. Sul sito del  GSE sono presenti tutte le informazioni utili (indirizzo in calce). A breve - dal 25 agosto - sarà possibile a tutti gli interessati presentare la richiesta di qualifica preliminare necessaria per impianti superiori a 1 MW.


Promuovere le rinnovabili ci consente di superare la quota, praticamente stabile da anni, di poco più di un terzo dell’elettricità, di ridurre le emissioni di carbonio in atmosfera, di aumentare la nostra sicurezza energetica (impossibile in altro modo visto che non abbiamo risorse naturali se non in minima parte) e di arrivare a disaccoppiare il prezzo dell’energia elettrica da quello del gas, troppo elevato e dipendente dalle congiunture geopolitiche internazionali.

Va fatta un’operazione estesa di promozione delle rinnovabili accompagnate da contenimento della domanda tramite l’efficienza, in modo tale da modificare il nostro sistema energetico in senso più vantaggioso e meno impattante.


Possono essere utili i seguenti link:


https://eu-space.europa.eu/programmes/earth-observation-copernicus-and-eogs


https://www.gse.it/servizi-per-te/news/fer-x-definitivo-approvate-le-regole-operative






lunedì 13 luglio 2026

Auto elettriche UE: qualcosa si muove

 Sappiamo che il traffico veicolare contribuisce per circa un quarto alle emissioni di CO2 europee, e circa lo stesso o poco sotto con il 23 % per l’Italia, oltre a produrre inquinanti nocivi di vario tipo, dagli idrocarburi incombusti alle polveri fini, agli ossidi di azoto.

Il ricorso alle auto elettriche, che consentirebbe di risparmiarci la CO2 e tutti gli inquinanti derivanti dal motore a combustione, è una delle tecnologie che più stenta a farsi strada, soprattutto in Paesi che avevano incentrato gran parte del proprio sviluppo post bellico sull’automobile tradizionale, come l’Italia.

Gli ultimi dati mostrano però che qualcosa si sta muovendo.

Nel periodo gennaio-maggio 2026 (traggo da Al Volante, indirizzo in calce) le immatricolazioni nell’UE hanno raggiunto 4.748.801 unità, segnando un incremento del 4% rispetto allo stesso periodo del 2025, e di queste, quote importanti sono ascrivibili al settore elettrico. In effetti, riguardo le tipologie, il tipo di alimentazione più diffusa è l’ibrida-elettrica (HEV), che nei primi cinque mesi del 2026 ha avuto una crescita del 12,1% per una quota di mercato del 37,8%, in aumento anche nel nostro Paese.

Al secondo posto, e sempre in crescita, troviamo le ibride plug-in (PHEV), che nel periodo da gennaio a maggio hanno presentato un aumento del 22,1%, portando la quota di mercato al 9,7% rispetto all’8,3% registrato nello stesso periodo del 2025. L’Italia si distingue con una crescita in questo ambito dell’84,9%.

Nello stesso articolo si legge che “la crescita più evidente riguarda però le elettriche a batteria (BEV)”, la cui quota di mercato ha raggiunto il 20% nello stesso periodo, in aumento rispetto al 15,3% del corrispondente periodo 2025, con un incremento nelle immatricolazioni del 35,7%. 

Contemporaneamente, le automobili con alimentazioni tradizionali, incluse quelle a benzina, mostrano un netto calo delle vendite. Le auto a benzina nei medesimi cinque mesi registrano un calo delle immatricolazioni del -18,2%, con una quota di mercato scesa al 22,4% dal 28,5% del periodo gennaio-maggio dell’anno precedente. La flessione più marcata si registra in Francia, dove il segmento arretra di - 36,8%, ma anche gli altri Paesi non sono da meno, compresa l’Italia: -17,3%.

Sappiamo che una quota rilevante, oltre i 15% dei veicoli elettrici in Europa secondo il Vicepresidente della Commissione europea per l’industria Stéphane Sèjourné, consiste di importazioni di veicoli cinesi e questo crea un problema all’industria dell’auto europea. La quale, come sappiamo da anni, è stata meno reattiva di quella cinese nel modificare le proprie produzioni orientandole verso il mercato attuale e del prossimo futuro. Dunque, serve un intervento adatto a salvare l’industria dell’automobile nostrana, prima che la crisi diventi definitiva, e sembra che stia concretizzandosi in questo periodo. Séjourné, infatti, afferma che stanno arrivando sul mercato 200 nuovi modelli di veicoli elettrici che aprono la porta ad un nuovo sviluppo dell’industria automobilistica europea. Si tratterebbe di modelli economici, con un costo inferiore a 20.000 euro, quindi accessibili a fasce più ampie della popolazione rispetto ad ora. La quota di mercato stimata è del 25%, che sale al 35% includendo le ibride ricaricabili.

Si tratta di orientare l’industria del settore e la mobilità in generale verso strade (è proprio i caso di dirlo) più sostenibili ambientalmente, ma anche socialmente. Un prezzo dell’auto accettabile consente l’abbinamento al risparmio sul carburante, in questo caso la ricarica, stimato in €80 al mese, mentre la stima è di un risparmio di €1.000 al mese per chi lavora come tassista in una capitale europea. 

Insomma, sembra che finalmente qualcosa si muova: sosteniamo da sempre che l’approccio al green non può essere fatto solo di regole ma anche di opportunità che vanno accompagnate alle regole, in una azione che deve essere sinergica per essere virtuosa. Le idee ci sono, bisogna metterle in campo e crederci.


Per saperne di più:


https://www.alvolante.it/news/mercato-auto-europa-immatricolazioni-maggio-2026-414959


https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/07/07/sejourne-auto-elettriche-accessibili-in-arrivo-40-vendite_3d027a1b-75e2-4d04-b76d-558853445029.html







giovedì 11 giugno 2026

Approvato alla Camera il ddl che impegna il governo a riportare l’energia nucleare nel nostro Paese

 Tornerà o no l’energia nucleare in Italia? Secondo il governo sì e addirittura in tempi brevi, secondo molti no e assolutamente no in tempi brevi. Alla Camera è stato di recente approvato il ddl n. 2669 con la “delega al governo in materia di energia nucleare sostenibile” con alcune modifiche ma senza bisogno di porre la questione di fiducia. Ora il testo passa al Senato. Per la fine dell’anno sono attesi i decreti attuativi.


Dato che giocare con le parole della cultura ambientalista è diventato comune, il nucleare in questione sarebbe “sostenibile” ma non è dato sapere perché: un gioco di parole, appunto. Può essere utile a far credere che si tratti di qualcosa di diverso dal solito. Il tema è complesso, ma va detta subito una cosa precisa: il nucleare attuale non ha risolto nemmeno uno dei problemi che aveva trent’anni fa, o venti anni fa, all’epoca dei referendum che lo bocciarono due volte. Le scorie radioattive, la dismissione delle centrali a fine vita, il deposito geologico definitivo, il territorio del Paese che lo ospita che nel caso nostro non ha un chilometro quadrato che non sia sismico, gli alti costi per cui è necessario l’intervento statale. Gli SMR, gli Small Modular Reactors di cui si parla, non hanno nulla di innovativo se non la taglia, più contenuta rispetto al nucleare degli ultimi decenni (in precedenza, 300 MW era una taglia normale) e la costruzione modulare. Non ne esiste nemmeno uno in funzione nel mondo occidentale, alcune unità si trovano in Russia e in Cina. Siamo ancora al livello di prototipo, ma pare che producano molte più scorie radioattive di quanto producano gli impianti atomici tradizionali. Infatti, uno studio della Stanford University e della University della British Columbia  dal titolo “Nuclear waste from small modular reactors” analizza la gestione e lo smaltimento dei rifiuti nucleari prodotti arrivando alla conclusione che gli SMR, paragonati ai PWR su scala del Gigawatt, aumenteranno i volumi delle scorie. In particolare, il volume di combustibile nucleare spento aumenterà di un fattore 5,5, il volume dei rifiuti ad alta attività aumenterà di un fattore 30 e il volume dei rifiuti a bassa e media intensità aumenterà di un fattore 35. La questione investe ovviamente le caratteristiche che dovranno avere i depositi, temporanei e definitivi, di cui l’Italia dovrà - nel caso l’intento del governo andasse a buon fine - dotarsi. Questo aspetto va ad unirsi al tema dei costi, di cui abbiamo parlato nel post precedente (“Energia nucleare a buon mercato?”).  

Il tema dell’energia da fissione è e rimarrà per lungo tempo aperto, oggetto di studio, e si tratta di decidere se entrare nuovamente o no nella partita.

Se effettivamente tornerà il nucleare da fissione in Italia è dunque il punto centrale. In proposito, suggerisco di leggere l’articolo di Qualenergia (indirizzo in calce) che condivido e che riassume bene la questione. 


Infine, vale la pena ricordare perché in Francia, Paese tra i più nuclearizzati al mondo, il prezzo dell’energia elettrica è più basso che nel nostro Paese: vige una fortissima regolazione statale sul prezzo dell’energia con vari meccanismi fra cui il Regulated Access to Historic Nuclear Electricity ARENH, dall’inizio del 2026 sostituito dal VNU Versément nucléaire universel, mentre una parte è regolata da tariffe fisse concordate tra gestore e consumatore, e solo una quota ampiamente minoritaria è soggetta alle regole del mercato elettrico. Al contrario, noi dipendiamo, letteralmente anche nella formazione del prezzo, dal gas naturale che segue il mercato che a sua volta segue l’andamento del contesto politico internazionale, soprattutto dei Paesi fornitori. Uscire dalla dipendenza dal gas deve essere uno degli obiettivi primari per il futuro prossimo.



https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/



giovedì 14 maggio 2026

Energia nucleare a buon mercato?

 Si sente dire spesso che se avessimo il nucleare il prezzo dell’energia sarebbe inferiore. Ma è vero? Su cosa si basa questa affermazione, di solito fatta da coloro che sostengono che sarebbe un bene per il nostro Paese investire di nuovo sulle centrali nucleari?

In Italia abbiamo terminato l’avventura nucleare dopo un referendum seguente l’incidente di Chernobyl, poi riconfermato in tempi recenti quando il governo Berlusconi riproponeva l’energia atomica nel nostro Paese. Quando erano attive, fra gli anni ‘60 e gli anni ‘90, le nostre centrali nucleari contribuivano alla produzione nazionale con una quota intorno al 4%, e per questa percentuale abbiamo ancora scorie radioattive da sistemare, siti da dismettere, sito per lo stoccaggio definitivo da trovare, e per tornare là dove abbiamo lasciato dovremmo ricostruire tutte le competenze, le strutture, ricreare un sistema complesso, investire in questo obiettivo molti soldi pubblici.

Ma, a parte tutte le difficoltà legate ad un ritorno al nucleare nel nostro Paese, il nucleare stesso porterebbe a prezzi dell’energia più bassi?

Se lo sono chiesti recentemente in Australia, dove non hanno centrali nucleari, ma hanno ancora una quota importante di carbone (47%) una minore di gas (17%), pochissimo petrolio, e il resto sono rinnovabili. L’articolo “Will nuclear lead to cheaper energy prices?” pubblicato da SBS Australia, si può leggere all’indirizzo in calce, ed è abbastanza recente (2024).

Il grafico che segue è tratto da tale articolo. In ordine dall’alto al basso, elenca diverse fonti di energia indicando un range di valori LCOE in dollari per Megawattora. Le fonti di energia elencate sono il carbone, il gas naturale, carbone e gas con CCS (cattura del carbonio), il nucleare con i famosi “piccoli reattori modulari”, il nucleare convenzionale, il solare termico, il solare fotovoltaico e l’eolico.

Secondo questa analisi, i piccoli reattori modulari costano, per dirla in modo colloquiale, un occhio della testa, e la previsione al 2030 non migliora di molto la loro prestazione: attualmente, da 387 a 641 $/Mwh, molto più di qualunque altra fonte. Le meno care? Il solare e l’eolico.


Naturalmente, in rete si trovano anche altri articoli con valori diversi, ma i più recenti, basati quindi sulle rinnovabili attuali aventi costi sempre più bassi, indicano le fonti rinnovabili come le più economiche a confronto con le fonti fossili e con il nucleare. 

Vale la pena chiedersi come mai dunque Paesi con forte produzione nucleare abbiano la bolletta elettrica meno cara della nostra. Ne parleremo prossimamente. 

Per ora, riprendiamo le conclusioni dello studio australiano, che ricordando che l’investimento richiesto sarebbe molto elevato, soprattutto se è necessario costruire da zero un’intera industria, affermano che di nucleare oggi non ne hanno bisogno pur mantenendo mente aperta ad ogni possibilità.





L'articolo citato si trova al seguente indirizzo:


https://www.sbs.com.au/news/article/will-nuclear-lead-to-cheaper-energy-prices-experts-weigh-in/u4hg7ts3t




domenica 12 aprile 2026

Le conseguenze ambientali di una guerra peseranno su tutto e tutti

 Cosa fanno le guerre, oltre ad ammazzare persone e distruggere il costruito? Inquinano, moltissimo, e non solo dove si fa battaglia. 

Come se non bastassero infatti le vittime e le macerie, già di per sé sufficienti a ripudiare, per usare le parole della Costituzione, l’attività più orrenda che l’uomo ha inventato, le guerre producono devastazioni ambientali, emissione di sostanze inquinanti e tossiche nell’aria, nell’acqua, nel suolo, e spreco di energia che va ad acuire i problemi già noti sul consumo delle risorse.

 

Dopo i dati dell’Ucraina (che la Russia insiste a colpire dopo oltre 4 anni), arrivano i dati dell’inquinamento prodotto con l’attacco degli Stati Uniti ed Israele all’Iran in uno studio del Climate and Community Institute pubblicato sul Guardian.

Solo le prime due settimane di conflitto hanno causato oltre 5 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra, prosciugando il bilancio globale del carbonio più velocemente degli 84 Paesi a minor impatto messi insieme, o se vogliamo vederla da un altro punto di vista, le stesse emissioni nello stesso periodo di un Paese di medie dimensioni con economia sostanzialmente fossile come il Kuwait. Come se al mondo avessimo aggiunto i consumi di 84 Paesi poco impattanti o di uno solo molto inquinante. Non ci basta avere un problema enorme da risolvere come la globalizzazione delle emissioni fino all’alterazione del sistema climatico, dobbiamo peggiorare le cose scatenando guerre. 

Il Guardian scrive che il Medio Oriente sta diventando una zona ambientalmente sacrificale gigante, dove milioni di persone ne subiranno le conseguenze per decenni se non per secoli, ma questo causerà danni a tutto il pianeta. Si tratta di un altro passo verso un pianeta più caldo, più invivibile, più instabile, con meno risorse, più iniquo, di cui le persone che prendono decisioni come questa saranno maggiormente responsabili, ma pur augurando loro il massimo di durata della vita possibile non ci saranno più.


Entrando nei dettagli, le emissioni principalmente provengono dalla distruzione di edifici civili, dal carburante per fare volare gli aerei, dai depositi iraniani di carburante bombardati (abbiamo visto tutti le immagini delle nubi e della pioggia nere come pece sopra Teheran), dai missili, le bombe, i droni. In tutto e in sole due settimane: 5.055.016 tonnellate di CO2 equivalenti.

Una follia che, purtroppo, da parte di un personaggio arrivato a guidare la più grande potenza del mondo affermando che il problema ambientale non esiste, non è che un pericoloso tassello della vasta gamma di espressioni umane capacissime dalla notte dei tempi di condurci verso il baratro.


PS: il dibattito italiano continua imperterrito ad evitare quanto possibile questi temi. La locuzione “ambientalismo ideologico”, o similari, non si sopporta più. Propongo di cambiare canale ogni volta che compare qualcuno che la tira fuori.


L’articolo del Guardian si trova a questo indirizzo:


https://www.theguardian.com/world/2026/mar/21/middle-east-iran-conflict-environment-climate




venerdì 20 marzo 2026

Indietro tutta

 Riassumendo il nocciolo del dibattito che si sviluppa in questi giorni sull’energia si può affermare quanto segue: dato che non siamo stati capaci di costruire una strategia che tenesse insieme lo sviluppo industriale e la transizione energetica verso un sistema sostenibile, ora affossiamo la transizione stessa e procediamo con il sistema tradizionale che, ricordiamo, è basato su fonti energetiche inquinanti, limitate, provenienti da Paesi esteri, all’origine di guerre e conflitti come quello in corso in Iran che blocca le navi petroliere allo Stretto di Hormuz, determina un innalzamento dei costi dei carburanti e delle materie prime. Incominciamo con la richiesta di spostare in avanti il passaggio ai veicoli elettrici, passiamo dal sospendere (e magari, nei sogni di qualcuno, di cancellare) il sistema Ets di scambio di quote di emissione, e chissà dove finiamo. Magari nel baratro del cambiamento climatico oltre il punto di non ritorno, tanto toccherà alle giovani generazioni, se prima non siamo finiti in quello di una qualche guerra fomentata da questo o quell’altro leader più o meno democratico, più o meno autocratico.

Un ragionamento impeccabile, tanto gli altri fanno lo stesso, metti insieme Cina e India e siamo bolliti.


La mancanza di lungimiranza della classe dirigente da tempo (il problema va oltre la politica, e risale agli ultimi due-tre decenni) comporta una serie di problemi rilevanti, fra cui proprio quello di non riuscire a delineare una strategia per il nostro futuro. Il senso della transizione energetica doveva essere proprio essere questo: un processo in cui industria e produzione energetica vanno avanti insieme, in un quadro di regole che favoriscono un nuovo modello di sviluppo e sono capaci di incidere nel contesto internazionale, spingendo anche altri Paesi a fare lo stesso. Un mondo impegnato a muoversi verso uno sviluppo sostenibile.  

Sembra ora che si lavori per tornare indietro, invece di operare per correggere la rotta, e vanificare quanto (nonostante tutto) di buono è stato fatto sin qui, scegliendo noi stessi di perdere la partita e farci guidare da chi non è stato in grado di fare i nostri stessi passi avanti. Senza polemica, un dato di fatto: se non è questa la descrizione del concetto di incapacità, non so cosa lo sia. 


Al contrario di tutto ciò, sarebbe bene lavorare per correggere gli errori, puntare su una adeguata politica industriale che affianchi la politica energetica (ne abbiamo parlato in questo blog moltissime volte), e quest’ultima deve avere come obiettivo imprescindibile la graduale rinuncia alle fonti energetiche fossili in favore di un sistema basato sulle rinnovabili, e sull’efficienza che ci consente di farci bastare le rinnovabili stesse, che non dipenda dall’estero, non causi guerre, non inquini se non marginalmente rispetto al sistema tradizionale, non comporti aumenti ingiustificati delle bollette elettriche. Il famoso disaccoppiamento del prezzo dell’elettricità dal gas si fa da solo se le rinnovabili diventano il 60-70% del totale, mentre siamo quasi fermi da anni intorno al 35-45% perché abbiamo rallentato moltissimo gli investimenti nelle fonti pulite. Non piacciono esteticamente? I pannelli solari stanno benissimo ovunque, e oggi che ne vediamo parecchi sui tetti delle case nessuno ha più niente da dire sull’estetica, fermo restando che i critici devono ancora spiegarci perché sarebbe bella una centrale termoelettrica. 

Il sistema Ets, ultimo obiettivo del governo e di (una parte) di Confindustria, che abbiamo faticato per anni per farlo funzionare correttamente, è quanto di meglio siamo riusciti ad inventarci per tenere conto dei costi delle emissioni inquinanti, che non possono continuare ad essere scaricati sulla fiscalità generale. Per approfondire il tema, suggerisco alcuni articoli della rivista Qualenergia reperibili agli indirizzi in calce.  Spoiler: non va cancellato, e nemmeno sospeso.


Buona lettura:


https://www.qualenergia.it/articoli/consiglio-europeo-prime-modifiche-ets-nei-prossimi-giorni/


https://www.qualenergia.it/articoli/ets-commissione-no-sospensioni-o-stravolgimenti/


https://www.qualenergia.it/articoli/buoni-motivi-difendere-ets-europeo/





venerdì 13 febbraio 2026

L’energia in UE per costruire una strategia

 Bene affrontare il tema energetico a livello europeo, di cui si parla in questi giorni, ma deve essere chiaro che si tratta di costruire una strategia, e non soltanto di aggiustare qualcosa per contenere le bollette, sempre troppo care, soprattutto in alcuni Paesi fra cui il nostro. Una strategia che non può essere solo energetica: deve essere energetica e industriale, nel quadro della costruzione di ciò vogliamo essere nel futuro, di quale parte vogliamo giocare nel contesto internazionale, e di cosa desideriamo per noi stessi, cittadini europei. 

Le ragioni dei prezzi alti in bolletta (di cui abbiamo parlato più volte) sono molteplici, dalle condizioni geopolitiche internazionali, al prezzo del gas, alle tassazioni, alle condizioni meteo di un dato periodo, al meccanismo stesso della formazione del prezzo dell’energia elettrica. Non bastano interventi puntuali su un fattore se manca una visione complessiva. E bisogna decidere se la visione complessiva consiste nello smantellare il green deal e tornare a gas e petrolio come l’America di Trump, oppure nel rendere più efficace il green deal stesso accostandolo a politiche industriali capaci di far procedere parallelamente i percorsi della transizione energetica, della riduzione delle emissioni climateranti, e dello sviluppo industriale. 

Ad oggi, non siamo stati capaci di farlo, e per questo il green deal ha scontentato molti, che non hanno visto prospettive adeguate oltre le regole e i limiti imposti. Ma la risposta alle difficoltà non può essere tornare al mondo di prima, quello cioè che ha creato il problema e non ha gli strumenti e nemmeno la cultura adatta a risolverlo (non per niente Trump se la cava negando semplicemente l’esistenza del riscaldamento globale e del cambiamento climatico). La risposta si trova nel correggere la rotta.


In questa fase, l’Italia e l’Europa sono strette in una morsa: il ritorno al fossile in arrivo dagli USA, e le tecnologie per le rinnovabili in arrivo dalla Cina. Per l’appunto, non siamo stati capaci di costruire una prospettiva europea in questo settore (per inciso, il più importante). La vera sfida sarà la costruzione di una filiera energetica nostra, affiancata dai settori industriali che servono, sostenendo contemporaneamente la ricerca e l’innovazione. Va messo in atto questo e va fatto al più presto (in altre parole, andava fatto da tempo). Il prezzo della bolletta è soltanto un aspetto di un contesto che è ampio e articolato. 

Una prospettiva di questo genere sarebbe inoltre capace di delineare un ruolo per l’UE, e per l’Italia, nel quadro internazionale. Essere dipendenti da altri energeticamente e tecnologicamente significa esserlo anche politicamente. Acquistare petrolio e gas dagli USA e pannellli solari, batterie, inverter dalla Cina comporta una forma di sudditanza molto profonda, e non basterà certo vendere le nostre automobili a combustione interna al Sud America (vedi il Mercosur), perché non sappiamo ancora fare quelle elettriche a costi accettabili, a salvarci. 

Per inciso, perché non sappiamo ancora costruire auto elettriche a prezzi popolari, come invece fanno i cinesi? Non si tratta solo di mancato sfruttamento del lavoro, si tratta anche e soprattutto del fatto che da noi le case automobilistiche hanno scelto per troppo tempo di non investire per cambiare, dando per scontato - o semplicemente rimandando nel tempo - che le cose sarebbero sempre andata avanti come sempre, business as usual. 

Invece no, anche in Cina imparano a fare ricerca e innovazione industriale, e spesso lo hanno imparato da noi, dalle nostre filiali dalle loro parti.

Dunque, tornando al punto, la strategia deve essere complessiva, senza perdere di vista i valori e gli obiettivi, anzi associandoli alle caratteristiche del nostro sistema produttivo. Su questa base si può fare moltissimo, creando una prospettiva realistica capace di rispondere alle esigenze del presente.



domenica 18 gennaio 2026

Il sistema elettrico è sempre più green

 Nuove, e buone (per una volta) notizie: secondo il comunicato stampa di Terna uscito due giorni fa, nel 2024 abbiamo raggiunto i 76,6 GW di potenza rinnnovabile, con un incremento di capacità in un solo anno di 7,5 GW, in crescita di ben +29% rispetto all’anno precedente, costituiti da oltre 50 GW di potenza installata con i soli solare ed eolico, per 37,1 GW il primo e 13 GW il secondo.

Sul versante della produzione, la crescita dell’offerta rinnovabile è stata importante, di +13,4%, mentre considerando solo il fotovoltaico abbiamo raggiunto il record storico con 36,1 TWh. In concomitanza, la produzione da fonte idrica è stata decisamente positiva, con un incremento di +30,4%. 

Riguardo invece gli accumuli, nel 2024 la potenza nominale in esercizio è aumentata di 2,1 GW, per un totale di 5,6 GW, di cui circa 1 GW è di grande taglia. 

La domanda di energia elettrica è stata soddisfatta per 83,7% con la produzione nazionale, e per il restante 16,3% dal saldo con l’estero, tramite le interconnessioni della rete con gli altri Paesi. La produzione nazionale è aumentata rispetto all’anno precedente grazie all’incremento dell’idroelettrico e del fotovoltaico, mentre risulta in calo il termoelettrico, e soprattutto il ricorso al carbone, che registra un significativo -71%, con conseguente riduzione delle emissioni di CO2 di oltre 8 milioni di tonnellate.

Con le fonti rinnovabili che sono arrivate a superare il 40% di copertura del fabbisogno, possiamo affermare che il sistema energetico italiano sta diventando progressivamente più sostenibile, mostrando una tendenza che arriva a superare le previsioni (le nuove installazioni superano abbondantemente il target del DM Aree Idonee del giugno ‘24), modificando nel corso del tempo uno stato che sembrava inalterabile. Chi, come me, segue da molto tempo il tema, ricorderà i ministri che una ventina di anni fa decretavano in ogni dove l’impossibilità di cambiare le cose per via di una presunta inefficacia delle fonti rinnovabili. Ora siamo qui a commentare l’esatto opposto, un percorso che in altre parole può essere visto come un’autentica speranza per il futuro, nonostante tutte le resistenze e nonostante tutto ciò che accade. 

Siamo in una fase, nel mondo, in cui si cerca di raschiare il fondo del barile, cercando il petrolio che resta, che si trovi nella foresta Amazzonica o nell’Artico, che sia bitume (Venezuela) o che sia associato a gas, che appartenga ad altri Paesi e non al proprio, come vorrebbero gli USA di Trump, dopo che il fracking in casa propria è in calo e i costi superano la resa. Lo slogan sembra essere bruciamo tutto il possibile dopo che abbiamo inquinato il mondo,  e avanti fino alla fine. Un percorso molto pericoloso.

Al contrario, il petrolio che resta andrebbe lasciato sotto terra per il bene di tutti, con le alternative che ci sono, sono tecnologicamente mature, e che sono persino economicamente più valide delle vecchie fonti energetiche fossili. 

I dati più dettagliati si trovano al link seguente:

https://www.terna.it/it/media/comunicati-stampa/dettaglio/consumi-elettrici-2024





domenica 21 dicembre 2025

L’Europa, fra Ucraina e transizione verde, va avanti

 Riprendiamo gli approfondimenti su questo blog dopo un periodo di problemi tecnici che ne hanno rallentato la redazione.

Lo facciamo ripartendo dall’Europa, di cui alcuni pronosticano la disgregazione e altri no, ne vedono i passi in avanti, e siamo tra questi ultimi. Fra i temi più rilevanti dell’ultimo periodo annoveriamo le reazioni UE alla guerra offensiva della Russia in Ucraina e la parziale revisione delle regole di carattere ambientale sulle automobili al 2035. Sembrano temi slegati ma non lo sono, in quanto elementi di una strategia che l’UE sta costruendo e che mostra con chiarezza la volontà di andare avanti nel processo di unione. Tutto è migliorabile, ma sulla base di condizioni difficili, e sottoposta a spinte (esterne e purtroppo anche interne, seppur minoritarie) centrifughe opportuniste o semplicemente autolesioniste, l’Unione Europea sta reagendo, a volte con difficoltà ma nella giusta direzione.

Il Consiglio Europeo ha deciso di sostenere l’Ucraina con un prestito da 90 miliardi di euro a zero interessi fondato sul debito comune. Questo dovrebbe garantire la difesa del Paese aggredito dalla Russia per altri due anni, ovvero per un tempo stimato in cui la Russia entrerebbe in grave crisi a causa della guerra e delle conseguenze economiche che essa causerebbe al Paese aggressore. L’Unione ha scelto il debito comune, garantito dal bilancio europeo, con la partecipazione anche di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia che si sono astenute dal porre il veto con la condizione di tirarsi fuori dall’accordo. Il meccanismo della cosiddetta “cooperazione rafforzata” garantisce la possibilità di prendere decisioni anche difficili. Va detto comunque che i tre Paesi critici hanno probabilmente ragioni economiche per questa scelta, ma politicamente sono molto vicini a Putin e al suo governo, arrivando spesso a costituire un problema per l’Unione, soprattutto l’Ungheria. Un tema che dovrebbe essere affrontato con chiarezza: i membri dell’Unione devono condividerne finalità, valori, e costituzione, e chi non lo fa si pone automaticamente fuori. L’Unione Europea non può essere un bancomat di fondi utili all’economia di un Paese, e nient’altro.

L’utilizzo degli asset russi congelati non è stato approvato, e francamente non sembra una decisione infondata: l’idea di fare un’azione probabilmente in contrasto col diritto internazionale è oggettivamente rischiosa e un precedente di tal genere in futuro potrebbe creare problemi anche gravi. Il congelamento dei medesimi a tempo indefinito è invece una scelta giusta e opportuna.

Il debito comune, dunque, dopo la pandemia e il prestito per la difesa, torna in gioco, e contribuisce a fissare regole e modalità di intervento caratterizzanti l’UE, in un processo evolutivo non di poco conto. Non siamo stati fermi, come alcuni commentatori sostengono, ci siamo mossi e l’Ucraina è ancora in essere soprattutto perché l’Europa è intervenuta. Sono intervenuti anche gli USA ma, evitando di tentare di stabilire chi ha prevalso, è evidente che l’amministrazione americana ha obiettivi parzialmente simili ai russi per quanto riguarda l’Europa, espressi a chiare lettere più volte dal Presidente Trump. 

La vicenda delle auto elettriche, che dovevano inizialmente sostituire completamente le auto a benzina dal 2035, parla ancora una volta di unità. Chi scrive è ambientalista da sempre, questo blog lo è, e le auto elettriche rappresentano un passo in avanti nella tutela ambientale ma non sono prive di emissioni. Preferire che tutto il parco auto sia trasformato in elettrico non significa fare una scelta scontatamente ambientalista perché milioni di auto elettriche al posto di milioni di auto a combustione comportano consumo di acciaio, plastica, batterie, minerali, acqua ed elettricità per essere prodotte e fatte funzionare. Tutto ciò si può riciclare ma non si riduce a zero il consumo. 

L’unica scelta veramente ambientalista riguardo la mobilità consiste nel trasporto pubblico e collettivo, nelle biciclette, nei treni. Non nelle auto private. Sono anni che esistono nel Nord Europa interi quartieri nelle città abitati da cittadini senz’auto, vale a dire che rinunciano volontariamente all’automobile. Tali quartieri sono serviti da tram, hanno piste ciclabili, e le case non hanno il garage. Questa è la prospettiva per il futuro, e sarà meglio che Europa, Italia e amministrazioni nazionali e locali aprano gli occhi prima, per poter agire riorientando per tempo l’industria automobilistica. Come si possa pensare di fare la transizione ecologica mantenendo in essere l’economia e l’intero il sistema precedente non è dato sapere. 

Dunque, in proposito l’UE ha modificato l’impostazione iniziale che voleva chiudere con le auto a motore endotermico al 2035 sostituendola con un approccio più morbido: la Commissione propone che siano consentite soluzioni diverse, carburanti alternativi, motori ibridi, e la possibilità di portare avanti i motori tradizionali, ma il tutto vincolato al taglio del 90% delle emissioni, sempre al 2035. 

Questo è un fatto interessante perché il restante 10% ”dovrà essere compensato attraverso l’uso di acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto nell’Unione”, legando il settore dell’auto al settore siderurgico. Oltre a motori a biofuel o efuel. 

In sostanza, un compromesso che ha caratteristiche innovative e sembra avere un senso. 

Insomma, si può dire che l’Europa non rinunci alla sua unità e cerchi strade nuove per andare avanti. Il bicchiere può essere visto mezzo pieno o mezzo vuoto, ma coltiviamo la speranza nel bicchiere pieno a breve termine.



mercoledì 8 ottobre 2025

Il black out in Spagna non è stato causato dalle rinnovabili

 Fra le cause ipotizzate per il black out che ha colpito la Spagna e il Portogallo la scorsa primavera la grande diffusione delle rinnovabili ha conquistato i titoli dei giornali. A molti è sembrata la spiegazione perfetta di qualcosa che non funziona a dovere (chissà perché) e il rilancio di questa idea non verificata è stato piuttosto esteso.

Ora arriva un rapporto tecnico di Entso-E  (rete europea dei gestori dei sistemi di trasmissione elettrica) che esamina ciò che è accaduto in termini precisi, e lo si può scaricare al link in calce.

In breve, il rapporto chiarisce che non c’entra la rilevante quantità di rinnovabili nel sistema elettrico iberico con l’interruzione su larga scala dell’elettricità  accaduta lo scorso aprile, ma che il sistema stesso ha elementi di debolezza che hanno generato guasti dando il via ad una sequenza di eventi a catena, che in una specie di effetto domino hanno portato al black out. Senza entrare nei dettagli tecnici, le difficoltà  emerse sono state descritte con chiarezza. Secondo questa analisi, il livello di solare ed eolico era in linea con le medie stagionali. 

Dunque la Spagna dovra’ fare i conti con i problemi del suo sistema elettrico, ma per fare questo non dovrà rinunciare alle fonti rinnovabili. 


Per contro, il think tank Ember ha pubblicato un’analisi sull’andamento dei prezzi dell’elettricità, da cui emerge che la Spagna ha già disaccoppiato elettricità e gas, grazie proprio alla grande diffusione delle rinnovabili.

In particolare, come riporta un articolo della rivista Qualenergia, la crescita di eolico e solare ha ridotto del 75% l’influenza di gas e carbone, a partire dal 2019. Nella prima metà del 2025 - riporta l’articolo -  le fonti fossili hanno determinato il prezzo solo nel 19% delle ore, contro il 75% nel 2019. Il risultato è stato un calo significativo dei costi: i prezzi all’ingrosso in Spagna sono stati 32% inferiori alla media UE, e tra i più bassi d’Europa.

In pratica, si legge, “tra il 2019 e il 2025, la Spagna ha ridotto di tre quarti le ore in cui il prezzo dell’energia era fissato dal gas, passando dal 75% delle ore nel 2019 al 19% nel primo semestre 2025. Nello stesso periodo, il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità si è attestato a 62 €/MWh, ben sotto al costo medio di produzione a gas, pari a 111 €/MWh, e inferiore del 32% rispetto alla media europea”.

Si tratta di un risultato non da poco, in un periodo di prezzi alti dell’elettricità che sono dovuti a considerazioni e conseguenze sostanzialmente di economia tradizionale della situazione geopolitica internazionale. Al contrario, l’energia, e l’economia ad essa legata, dovrebbero fare un salto di qualità abbandonando vecchi schemi in favore di processi, variabili, e leggi più consoni ad un sistema energetico con forte quota di fonti pulite. La transizione, di cui si parla spesso, implica non uno ma una serie di cambiamenti, indispensabili nel momento in cui i precedenti meccanismi non sono più adeguati. 

Il caso della Spagna è significativo, dunque, per due motivi: la necessità di prevenire per quanto possibile il rischio di black out di un sistema elettrico, e gli effetti che una quota importante di rinnovabili possono avere sulla formazione dei prezzi. Un case-study che può insegnarci molto.


Gli articoli citati si trovano ai seguenti link:


https://www.entsoe.eu/news/2025/10/03/28-april-blackout-in-spain-and-portugal-expert-panel-releases-comprehensive-factual-report/



https://www.qualenergia.it/articoli/spagna-spezza-legame-gas-prezzi-elettrici/


mercoledì 27 agosto 2025

Industria pulita: si può fare (e fa bene)

 Si parla spesso (e ne abbiamo parlato spesso anche in questo blog) della necessità di rendere coerente lo sviluppo industriale con la transizione energetica, e di farlo a livello di Unione Europea, oltre che dei singoli Stati. Sembra che qualcosa si muova, nonostante le difficoltà da sempre presenti nel costruire e armonizzare linee di intervento adeguate per il settore industriale. Anzi, si può dire che qualcosa si muove proprio a seguito delle scelte legate alle politiche green che dovrebbero portarci fuori dall’attuale dipendenza dai combustibili fossili e conseguente cambiamento del sistema climatico terrestre.


Il 26 febbraio 2025 la Commissione Europea ha lanciato il “Clean Industrial Deal”, un piano di interventi per orientare l’industria europea alla sostenibilità mediante una serie di iniziative che includono sostegno finanziario e semplificazione delle regole. Fra gli obiettivi, l’abbattimento degli ostacoli burocratici per rendere più chiaro ed efficace il contesto normativo, promuovere l’innovazione e l’industrializzazione in linea con il Green Deal con i suoi obiettivi di decarbonizzazione (che, ricordiamo, prevedono di arrivare alla neutralità climatica al 2050). Secondo le previsioni, il piano dovrebbe mobilitare oltre 100 miliardi di euro.


Per essere certi di non cadere negli inganni del greenwashing (cioè, facciamo finta di lavorare in modo sostenibile, ma non lo siamo realmente) l’Unione si sta dotando anche di un nuovo sistema di rendicontazione (per gli addetti ai lavori, Csrd, corporate sustainability reporting directive,  Csddd, corporate sustainability due diligence directive, oltre a adeguata tassonomia ambientale). Evitare di deregolamentare in campo ambientale è fondamentale per mantenere la barra dritta verso il traguardo della completa decarbonizzazione.


Nel nostro Paese, un nuovo rapporto del Coordinamento Free, di cui si parla in un articolo a pagina 96 della rivista Qualenergia di luglio/agosto, mostra con i dati i benefici occupazionali e industriali in genere della transizione energetica. Scrive Livio de Santoli “La transizione energetica in Italia rappresenta una delle sfide e opportunità più rilevanti dell’attuale decennio, non solo per rispettare gli obiettivi climatici fissati a livello europeo e nazionale, ma anche per le potenziali ricadute occupazionali e industriali su scala sistemica”. Dal fotovoltaico all’idrogeno verde, dal biometano alle pompe di calore, gli specifici ambiti industriali da sviluppare sono molti, richiedono competenze, e possono creare un futuro dove non siano più i prezzi del petrolio e del gas a guidare l’economia. 

Ribadiamo ancora una volta che, a questo proposito,  è necessario intervenire sul sistema di formazione dei prezzi dell’energia: con la rilevante quota attuale di rinnovabili non è più accettabile il meccanismo del prezzo marginale che ci lega ai costi di approvvigionamento del gas. Il prezzo dell’energia elettrica in Italia è troppo alto, legato all’acquisto dall’estero e di conseguenza alla situazione politica internazionale - e abbiamo visto cosa ha significato la scelta politica miope di dipendere per quasi la metà dell’approvvigionamento dalla Russia - e penalizza le nostre imprese. 

Al contrario, i costi sono destinati a ridursi notevolmente parallelamente al formarsi di un sistema più sostenibile, con proiezioni che indicano come, “in uno scenario 100% rinnovabile al 2050, i costi annuali complessivi dell’intero sistema energetico italiano potrebbero essere ridotti fino al 60% rispetto a quelli sostenuti durante la fase acuta della crisi energetica del 2022” e comunque paragonabili a quelli pre-crisi.


Per saperne di più sul Clean Industrial Deal qui c’è il ink:


https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/clean-industrial-deal_it




giovedì 31 luglio 2025

I (notevoli) numeri del dissesto idrogeologico

 Avanza la percentuale di territorio esposta a rischio per frane negli ultimi tre anni di una percentuale non trascurabile del 15%, secondo il IV Rapporto Ispra sul “Dissesto idrogeologico in Italia” edizione 2024 (link in calce).

In termini assoluti, passa da 55.400 chilometri quadrati a 69.500, corrispondente al 23% del territorio nazionale. Risulta dal Rapporto che quasi tutti i Comuni italiani sono esposti al rischio di frane, alluvioni, valanghe: in percentuale, si raggiunge quasi il totale con il 94,5%. Viene da chiedersi dove si trovano i restanti Comuni del 5,5%.

Anche le aree classificate a maggiore pericolosità (c’è una classificazione specifica) aumentano, passando da 8,7% a 9,5%.

Inutile ricordare che i fenomeni qui analizzati si sono verificati e hanno comportato vittime, disagi, danni all’agricoltura e alle strutture viarie, residenziali, produttive.

Siamo tra i Paesi europei più esposti, con 5,7 milioni di abitanti a rischio per le frane, cui si associano 742.000 edifici, 75.000 imprese e 14.000 beni culturali.

Riguardo il pericolo di valanghe, si rileva che il 13% del territorio montano è a rischio. L’unico dato positivo è l’inversione di tendenza del fenomeno erosivo delle spiagge italiane.

Le principali cause sono riconducibili alle caratteristiche geologiche del territorio italiano (su cui non possiamo fare molto se non difenderci), alla sistematica invasione dell’edilizia di ogni genere in aree non adatte (su cui avremmo sempre potuto fare moltissimo evitando di costruire dove non si può), e ai cambiamenti climatici, che aumentano la frequenza e la portata dei fenomeni (in questo caso possiamo ancora una volta difenderci, ma anche agire per ridurre le cause del cambiamento climatico stesso, che è dovuto all’inquinamento planetario).

In altre parole, dobbiamo intervenire per aumentare la sicurezza del territorio, evitare di costruire e magari togliere il costruito nelle aree inadatte, e continuare il percorso di decarbonizzazione dell’economia in linea con la prospettiva di arrivare ad un futuro a impatto climatico zero. Investire in questo senso significa porre al riparo il Paese da danni gravissimi, prevenedo i costi che poi vengono sostenuti qualora la frana, l’alluvione, etc. capitino veramente. 

Riguardo l’aspetto economico, possiamo legarci facilmente al post precedente. Alla domanda “quanto costa intervenire per mettere in sicurezza il territorio dal rischio idrogeologico?” possiamo contrapporre la domanda: “quanto costa non farlo?”

Vale a dire, quanto costa evitare di affrontare i problemi ambientali, e aspettare che ci piombino addosso, pagandone al momento tutte le conseguenze?

Ripetiamo ancora una volta che non si sta qui parlando di temi “nuovi”, su cui è necessario dibattere, confrontarsi, etc., si sta parlando di temi che almeno hanno 40-50 anni, ma che per ragioni diverse faticano moltissimo ad entrare nel novero delle priorità da affrontare. 

Il nostro Paese è esposto anche se per mesi non capita nulla, se un’estate è meno calda delle altre, o se un inverno nevica. Basarsi sui dati scientifici è la migliore opzione che abbiamo, e se l’abbiamo è meglio usarla.


Il link del IV Rapporto di Ispra:


https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2025/dissesto-idrogeologico





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