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domenica 21 dicembre 2025

L’Europa, fra Ucraina e transizione verde, va avanti

 Riprendiamo gli approfondimenti su questo blog dopo un periodo di problemi tecnici che ne hanno rallentato la redazione.

Lo facciamo ripartendo dall’Europa, di cui alcuni pronosticano la disgregazione e altri no, ne vedono i passi in avanti, e siamo tra questi ultimi. Fra i temi più rilevanti dell’ultimo periodo annoveriamo le reazioni UE alla guerra offensiva della Russia in Ucraina e la parziale revisione delle regole di carattere ambientale sulle automobili al 2035. Sembrano temi slegati ma non lo sono, in quanto elementi di una strategia che l’UE sta costruendo e che mostra con chiarezza la volontà di andare avanti nel processo di unione. Tutto è migliorabile, ma sulla base di condizioni difficili, e sottoposta a spinte (esterne e purtroppo anche interne, seppur minoritarie) centrifughe opportuniste o semplicemente autolesioniste, l’Unione Europea sta reagendo, a volte con difficoltà ma nella giusta direzione.

Il Consiglio Europeo ha deciso di sostenere l’Ucraina con un prestito da 90 miliardi di euro a zero interessi fondato sul debito comune. Questo dovrebbe garantire la difesa del Paese aggredito dalla Russia per altri due anni, ovvero per un tempo stimato in cui la Russia entrerebbe in grave crisi a causa della guerra e delle conseguenze economiche che essa causerebbe al Paese aggressore. L’Unione ha scelto il debito comune, garantito dal bilancio europeo, con la partecipazione anche di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia che si sono astenute dal porre il veto con la condizione di tirarsi fuori dall’accordo. Il meccanismo della cosiddetta “cooperazione rafforzata” garantisce la possibilità di prendere decisioni anche difficili. Va detto comunque che i tre Paesi critici hanno probabilmente ragioni economiche per questa scelta, ma politicamente sono molto vicini a Putin e al suo governo, arrivando spesso a costituire un problema per l’Unione, soprattutto l’Ungheria. Un tema che dovrebbe essere affrontato con chiarezza: i membri dell’Unione devono condividerne finalità, valori, e costituzione, e chi non lo fa si pone automaticamente fuori. L’Unione Europea non può essere un bancomat di fondi utili all’economia di un Paese, e nient’altro.

L’utilizzo degli asset russi congelati non è stato approvato, e francamente non sembra una decisione infondata: l’idea di fare un’azione probabilmente in contrasto col diritto internazionale è oggettivamente rischiosa e un precedente di tal genere in futuro potrebbe creare problemi anche gravi. Il congelamento dei medesimi a tempo indefinito è invece una scelta giusta e opportuna.

Il debito comune, dunque, dopo la pandemia e il prestito per la difesa, torna in gioco, e contribuisce a fissare regole e modalità di intervento caratterizzanti l’UE, in un processo evolutivo non di poco conto. Non siamo stati fermi, come alcuni commentatori sostengono, ci siamo mossi e l’Ucraina è ancora in essere soprattutto perché l’Europa è intervenuta. Sono intervenuti anche gli USA ma, evitando di tentare di stabilire chi ha prevalso, è evidente che l’amministrazione americana ha obiettivi parzialmente simili ai russi per quanto riguarda l’Europa, espressi a chiare lettere più volte dal Presidente Trump. 

La vicenda delle auto elettriche, che dovevano inizialmente sostituire completamente le auto a benzina dal 2035, parla ancora una volta di unità. Chi scrive è ambientalista da sempre, questo blog lo è, e le auto elettriche rappresentano un passo in avanti nella tutela ambientale ma non sono prive di emissioni. Preferire che tutto il parco auto sia trasformato in elettrico non significa fare una scelta scontatamente ambientalista perché milioni di auto elettriche al posto di milioni di auto a combustione comportano consumo di acciaio, plastica, batterie, minerali, acqua ed elettricità per essere prodotte e fatte funzionare. Tutto ciò si può riciclare ma non si riduce a zero il consumo. 

L’unica scelta veramente ambientalista riguardo la mobilità consiste nel trasporto pubblico e collettivo, nelle biciclette, nei treni. Non nelle auto private. Sono anni che esistono nel Nord Europa interi quartieri nelle città abitati da cittadini senz’auto, vale a dire che rinunciano volontariamente all’automobile. Tali quartieri sono serviti da tram, hanno piste ciclabili, e le case non hanno il garage. Questa è la prospettiva per il futuro, e sarà meglio che Europa, Italia e amministrazioni nazionali e locali aprano gli occhi prima, per poter agire riorientando per tempo l’industria automobilistica. Come si possa pensare di fare la transizione ecologica mantenendo in essere l’economia e l’intero il sistema precedente non è dato sapere. 

Dunque, in proposito l’UE ha modificato l’impostazione iniziale che voleva chiudere con le auto a motore endotermico al 2035 sostituendola con un approccio più morbido: la Commissione propone che siano consentite soluzioni diverse, carburanti alternativi, motori ibridi, e la possibilità di portare avanti i motori tradizionali, ma il tutto vincolato al taglio del 90% delle emissioni, sempre al 2035. 

Questo è un fatto interessante perché il restante 10% ”dovrà essere compensato attraverso l’uso di acciaio a basse emissioni di carbonio prodotto nell’Unione”, legando il settore dell’auto al settore siderurgico. Oltre a motori a biofuel o efuel. 

In sostanza, un compromesso che ha caratteristiche innovative e sembra avere un senso. 

Insomma, si può dire che l’Europa non rinunci alla sua unità e cerchi strade nuove per andare avanti. Il bicchiere può essere visto mezzo pieno o mezzo vuoto, ma coltiviamo la speranza nel bicchiere pieno a breve termine.



venerdì 29 marzo 2024

L’approvvigionamento energetico dopo l’attacco russo all’Ucraina

 In un contesto conflittuale e di grave pericolo nei rapporti fra la Russia e l’Occidente quale quello che stiamo vivendo ormai da tempo, i temi della difesa comune dell’Unione Europea e dell’approvvigionamento energetico sono centrali, ed almeno il secondo è allo stesso livello del primo, anche se se ne parla assai di meno. La dipendenza dell’Unione e in particolare dell’Italia dalle risorse energetiche russe raggiungeva livelli incredibili (si importava il 40% del gas) prima dell’aggressione all’Ucraina e capaci di mettere seriamente in difficoltà il sistema economico in caso di ostacoli, e da molto tempo evidenziavano la necessità (ora diventata impellente) di diversificare le fonti e i Paesi di provenienza di alcune di esse. Diversificare le fonti, in particolare aumentando la quota di rinnovabili e incrementando l’efficienza, è l’unico modo che ha un territorio che, come il nostro, possiede solo quantità marginali di fonti fossili tradizionali, e non può essere che una scelta positiva, anche a prescindere dal minor impatto ambientale. 

Ora lo stiamo facendo, e in tempi stretti come mai prima d’ora. 


Al livello europeo,  come si legge sul sito del Consiglio Europeo, “La percentuale di gas russo da gasdotto nelle importazioni dell'UE è scesa da oltre il 40% nel 2021 all'8% circa nel 2023. Per quanto riguarda il gas da gasdotto e il GNL combinati, la Russia ha rappresentato meno del 15% delle importazioni totali di gas dell'UE. La riduzione è stata possibile soprattutto grazie a un forte aumento delle importazioni di GNL e a una riduzione generale del consumo di gas nell'UE.”

Dunque, in meno di due anni, l’UE ha ridotto moltissimo l’importazione di gas naturale dalla Russia, aumentando le importazioni via nave di GNL e riducendo il consumo. Dal che, emerge con evidenza che si può ridurre i consumi.

Dall’infografica interattiva alla pagina indicata al link in calce, si rileva che le maggiori variazioni che hanno consentito questo risultato sono l’incremento delle importazioni dagli Stati Uniti e proprio la riduzione dei consumi complessivi. In particolare, si legge anche che nel giro di un anno da agosto 2022 e gennaio 2023 i paesi dell'UE hanno ridotto collettivamente la quantità di gas naturale consumato nell'UE del 19%, vale a dire di 41,5 miliardi di metri cubi, con percentuali diverse nei vari Paesi.

La sicurezza dell’approvvigionamento e l’autonomia energetica, per quanto possibile, sono fondamentali, e ancor più, decisive nel ruolo e nella collocazione geopolitica internazionale dell’Europa, tanto quanto la famosa difesa comune che è arrivato il momento di porre in essere al più presto.


L’Italia ha applicato le indicazioni europee con un Piano di contenimento dei consumi che, insieme agli effetti degli alti costi energetici,  ha raggiunto l’obiettivo di ridurre i consumi di gas nello stesso anno di oltre il 18%, dunque in linea con la media UE. Siamo inoltre il secondo Paese dell’Unione per stoccaggio di gas (il primo è la Germania) prima dell’inverno appena trascorso, e abbiamo registrato un notevole incremento delle installazioni di fonti rinnovabili - senza i sussidi pubblici. Probabilmente, a guidare il tutto è stata più la dinamica dei prezzi che le indicazioni politiche, ma la situazione appare in evoluzione. Inoltre, abbiamo aumentato le importazioni da Paesi diversi e ridotto notevolmente quelle dalla Russia - che però non sono state azzerate. Algeria, Azerbaijan, Norvegia, Libia e Russia, che contribuisce per meno di un decimo di quanto faceva prima.

Evitare di dipendere fortemente da un solo Paese, e cercare di ridurre le necessità complessive di gas, sono linee guida indispensabili in questa fase. Anche questo aspetto va a beneficio della sicurezza energetica, che si trova alla base della sicurezza di un Paese.

Quanto prima l’Unione si doterà davvero di una politica energetica comune e di una difesa comune, tanto prima raggiungeremo gli obiettivi legati al ruolo internazionale e al benessere della cittadinanza che ci siamo dati.


Il link indicato nell’articolo:


https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/eu-gas-supply/





giovedì 14 aprile 2022

A 100 secondi dalla fine

 Siamo a 100 secondi dalla fine. Solo nel 2010 eravamo a 6 minuti dalla fine del mondo. Sarebbe meglio fermarsi e tornare indietro. 

Il Doomsday Clock (letteralmente “Orologio del Giorno del Giudizio”), l’ultima volta aggiornato nel 2020, è pericolosamente vicino alla mezzanotte. La guerra scatenata dalla Russia in Ucraina ci espone ad un rischio altissimo di distruzione collettiva per due possibili strade: una guerra nucleare, e un impulso fortissimo al cambiamento climatico che una guerra anche convenzionale porta con sé. Sono possibili anche entrambe le vie contemporaneamente. Potremo entrare nelle statistiche redatte da eventuali esseri intelligenti extraterrestri circa le possibilità che una specie razionale (ma non poi tanto) finisca con la distruzione di sé stessa e del pianeta su cui vive.


Il Doomsday Clock è stato creato nel 1947 all’alba della cosiddetta Era Nucleare, quando si è compreso che, per la prima volta nella storia dell’Umanità, la specie umana aveva acquisito la capacità di autodistruggersi grazie ad armi con una potenza eccezionale e con una portata venefica di lunga durata, capaci di annientare sull’istante e negli anni a seguire la vita sulla Terra. Al rischio nucleare è stato aggiunto il rischio di cambiamento climatico nel 2007, tenendo conto delle modifiche al sistema climatico come possibili cause di instabilità su vasta scala e di alta potenza con il carattere dell’irreversibilità. La catastrofe che potrebbe portarci alla fine del mondo dipende, in entrambi i casi, da noi, a quanto ne sappiamo attualmente sulla stabilità del Sistema Solare, e siamo dunque noi i responsabili di ciò che accadrà. 

Sul sito di “The Bulletin of the Atomic Scientists”, dove si trova fra le altre cose, l’Orologio, è scritto: “I leaders del mondo devono immediatamente impegnarsi in una rinnovata cooperazione nei molti modi e luoghi designati per ridurre il rischio di una catastrofe globale. I cittadini del mondo possono e dovrebbero organizzare i modi per richiedere che ciò venga fatto velocemente. La soglia del Giorno del Giudizio non è un posto per bighellonare”.


Altro che bighellonare, il leader Vladimir Putin ha scatenato una guerra, dando un bel calcio in avanti alle lancette dell’Orologio del destino. 

Assunto che esistono - e se ci salveremo, esisteranno sempre - leaders del mondo autocrati, despoti e irresponsabili, ora si tratta di vedere come contenerli nei limiti possibili per scongiurare i peggio. Perché la Russia, pur essendo un Paese arretrato sotto ogni profilo, possiede le armi atomiche. 

Quante ne possiede ce lo dice lo stesso Bulletin in un articolo che spiega che il loro arsenale è stato rinnovato e che secondo il Ministro della Difesa ora l’89% è costituito da armi e sistemi moderni. Ad oggi, nei primi mesi del 2022, viene stimato che la Russia possieda 4.477 testate nucleari a lungo raggio strategiche e a corto raggio tattiche, schierate fra missili da terra, da sottomarino, presso le basi dei bombardieri, mentre di queste 2.889 sono stoccate in riserva. Ad esse si aggiungono circa 1.500 testate nucleari ritirate in attesa di smantellamento ma ancora intatte. Per un totale di 5.977. 

Nel corso del tempo sono stati firmati trattati fra USA e Russia per la riduzione delle armi nucleari - che in passato ammontavano a cifre molto superiori - ma non sono mai state azzerate da alcuno. L’altra parte - gli USA, che condividono nella Nato le armi atomiche - possiede cifre simili. 

Questa follia rappresenta plasticamente cosa siamo e a cosa andiamo incontro: una specie bellicosa fino dalla preistoria che ora invece delle clave possiede armi in grado di distruggere la Terra intera, e capace di scavarsi la fossa. 


Va detto che anche la Russia possiede un sistema di controllo e sicurezza per gli armamenti nucleari, e non è premendo un pulsante rosso che parte il missile. Non è nemmeno dato di sapere a chiunque pensi di ricorrere all’atomica quale sarebbe nel caso la risposta degli altri, esponendo sè stesso eil proprio Paese all’eventualità peggiore, lacuna su cui si basa il principio della deterrenza. Ma il rischio di una escalation esiste e va scongiurato in ogni modo. Senza dimenticare che già oggi la distruzione in atto in Ucraina è una spinta al cambiamento climatico (cioè all’altro mezzo di distruzione collettiva che stiamo promuovendo senza sosta) formidabile, con sostanze inquinanti sparse ovunque, composti frutto delle esplosioni diffusi in atmosfera, CO2 prodotta sul campo e come conseguenza dall’incremento di attività dell’industria bellica. Un aspetto di cui non si parla mai, ma importante nel mondo di oggi dove dovremmo misurare con la bilancia da orefice le sostanze climalteranti che vengono emesse in atmosfera. 


Come fare per fermare il tutto è evidentemente molto complicato. La Russia subisce certamente gli effetti delle sanzioni, ma va ricordato ancora una volta che non si tratta di un Paese democratico e ad essa non vanno applicati gli standard dei Paesi democratici. Se Putin ha in mano il controllo del potere non lo lascerà per le sanzioni, e probabilmente non lo lascerà a qualsiasi costo, ma può essere indotto a sedersi ad un tavolo con pretese limitate. Gli sforzi devono continuare per costruire un tavolo di trattativa vera fra i contendenti, ovunque accada va bene, facendo capire a Putin e alla Russia che le pretese imperiali hanno dei confini, dei limiti, dettati anche dal resto del mondo e dagli equilibri che in esso sussistono. 


Per approfondire, di seguito gli indirizzi degli articoli citati del Bulletin of the Atomic Scientists:


https://thebulletin.org/doomsday-clock/


https://thebulletin.org/premium/2022-02/nuclear-notebook-how-many-nuclear-weapons-does-russia-have-in-2022/



sabato 2 aprile 2022

Russia, Ucraina e uno scambio di missive

Un commento sui fatti recenti e tragici della guerra in Ucraina è naturale conseguenza dell’emergere di posizioni opposte nel dibattito pubblico. C’è stato uno scambio di lettere in questi giorni fra Michele Santoro e Enrico Letta, con una lettera del primo indirizzata al secondo, ed il secondo che ha risposto oggi stesso. Le due lettere sono reperibili rispettivamente sulla pagina Facebook di Santoro e sul sito del Partito Democratico, di cui segnalo l’indirizzo in calce.
Non condivido l’assunto alla base delle considerazioni espresse nella lettera che Michele Santoro ha scritto, credo anche ingiustamente riferita al Segretario del PD e al PD stesso. L’assunto consiste sommariamente nell’accusa di fare uso di pesi diversi a fronte di situazioni diverse a seguito di una forma deleteria di sottomissione al potere prevalente in Occidente riferibile agli USA, in assenza di iniziativa dell’Unione Europea.


Credo che si tratti di una tesi semplicistica sul piano politico, dimentica del passato, ben inserita in una linea critica del presente già espressa da altri, ma soprattutto di una tesi sbagliata.
Le ragioni sono persino semplici nella loro evidenza: innanzitutto la lettera manca di logica nel momento in cui riporta eventi storici analoghi sul piano delle guerre provocate e dell’infondatezza delle ragioni addotte, ma provenienti dal mondo occidentale, o da una parte di esso, in secondo luogo, afferma l’esatto opposto riguardo l’Europa unita di ciò che sta accadendo. Il primo è un fatto certo, il secondo è mia opinione personale, oltre che di molte altre persone.
Il fatto che la logica sia carente è chiarissimo nel momento in cui non si possono sommare due errori per fare una ragione. Se sono stati aggrediti Paesi sovrani in passato commettendo grave errore, per es. la guerra in Iraq per iniziativa dell’America con il Regno Unito sulla base delle inesistenti “armi di distruzione di massa” portata da Santoro fra gli esempi, non significa che un’aggressione all’Ucraina da parte della Russia risolva l’errore precedente; anzi, evidentemente lo aggrava. Due errori non fanno una cosa giusta. Più errori aggravano gli errori precedenti creando una tendenza, e certo non risolvono il problema ma lo portano lontano dalla possibile soluzione.  
Il fatto che l’Unione Europea sia assente o carente nel contesto di crisi attuale è l’esatto opposto di ciò che sta accadendo: mai come ora si parla di procedere verso la famosa difesa comune, mai come ora gli Stati dell’Unione si sono trovati ad esprimere posizioni così condivise. La Commissione Von Der Leyen ha dato una svolta all’UE, vuoi per la pandemia, vuoi per la guerra, ma affermare il contrario è fuori dalla realtà.


Il fatto che Erdogan, definito da Draghi tempo fa un “dittatore”, si stia adoperando per trovare una soluzione alla crisi non dipende da deficit di presenza UE ma dalla sua oggettiva posizione adatta al ruolo. Erdogan ha buoni rapporti con entrambi i contendenti, anche commerciali, e nonostante la Turchia sia membro della Nato è sufficientemente al confine del mondo occidentale da occupare una posizione accettabile dalla Russia, il Paese aggressore. Se non ci piace Erdogan, non significa che ci piaccia la guerra, e se i colloqui in Turchia servissero a fermarla sarebbe un bene. Anche in Turchia, inoltre, vale l’assunto che il popolo non è identificabile con il suo capo, e nemmeno lo Stato; la storia alle spalle ha portato l’ex-impero Ottomano sulla sponda occidentale pur restando un Paese di religione prevalentemente islamica. Non si tratta semplicemente di un Paese riguardo il quale chiudiamo un occhio per la sua appartenenza alla Nato, come molti sostengono, ma di un Paese vicino per ragioni storiche oltre che geografiche.


L’aggressione deliberata da Putin all’Ucraina è un atto criminale, fuori dal diritto internazionale, violento e moralmente inaccettabile. Se ce ne sono stati altri in passato, erano analoghi. Chi scrive, per inciso, ha a suo tempo manifestato contro le altre iniziative di attacco deliberato da qualsiasi parte provenissero. Non è vero che si era silenti. Piuttosto, viene da chiedersi dove era Michele Santoro nei mesi scorsi, prima di irrompere nel dibattito con un attacco all’Europa, al governo italiano, e al PD (quest’ultimo è uno degli sport preferiti da una parte dei sedicenti intellettuali di sinistra italiani, a volte con ragione, a volte no), prima cioè di cogliere una bella occasione di intervento pubblico.
L’Italia è un Paese libero e ognuno può dire ciò che vuole, lo dimostrano decine di dibattiti televisivi dove chiunque viene invitato a dire la propria, ormai troppo spesso con livelli bassissimi di qualità complessiva.


Infine, due parole sulla Russia. Credo che sia vero ciò che molti commentatori hanno scritto, cioè che i russi hanno il timore di aggressioni che da ovest raggiungano Mosca, con un percorso facile, libero da ostacoli. Ma non c’era un attacco in corso, e la guerra in Ucraina non può essere fatta passare per “un’operazione militare speciale”. Si tratta di un attacco deliberato che, probabilmente, nei piani russi doveva svolgersi in una settimana con il rovesciamento del governo ucraino. Non è andata così. 

Mosca è una città bellissima. Credo di non offenderla se affermo che non è “occidentale”, che il suo fascino per noi viene innanzitutto dal suo sapore già asiatico, nella luce che già ricorda le steppe, nelle cupole a cipolla, nei volti, nei modi. Anche là, così lontano, a Mosca, c’è una parte di Italia che risplende in buona parte delle architetture del Cremlino realizzate da architetti italiani. Anche a Mosca c’è un popolo che si trova da sempre a sopportare regimi autoritari e che non è identificabile con essi. L’idea della grande Russia è un conto, il dispotismo un altro. Putin ha fatto cambiare la Costituzione del suo Paese per poter restare al potere, e da lì agisce come un despota. Da lì ha scatenato una vera guerra offensiva e criminale. Questi sono fatti, i distinguo sono solo parole in libertà.
 
La risposta di Enrico Letta, che condivido, si trova al seguente link:
 
https://www.partitodemocratico.it/primo-piano/lettera-aperta-a-michele-santoro-su-pluralismo-e-guerra-in-ucraina/

domenica 13 febbraio 2022

Buone notizie - e altre meno

 Questa settimana i commenti sarebbero molti, a partire dalla modifica della Costituzione approvata dal Parlamento a larghissima maggioranza nel senso della tutela ambientale. Il fatto che prima l’ambiente non entrasse nella Carta se non come “paesaggio” la dice lunga sull’assenza di cultura ambientale nel nostro Paese. Ora il vuoto è stato colmato con due belle, a mio parere, aggiunte agli articoli 9 e 41. Sono stati modificati in questo senso, dove le parti in corsivo sono le aggiunte:

Art. 9

  1. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica
  2. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
  3. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.


Art. 41

  1. L’iniziativa economica privata è libera.
  2. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
  3. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.


L’articolo 9 si trova fra i principi fondamentali, mentre l’articolo 41 fra i diritti e doveri dei cittadini. Non è detto che verranno rispettati come dovrebbero, e un esempio chiarissimo è la tutela del paesaggio, fra i propositi più disattesi, ma l’inserimento è comunque un fatto importante che segna un cambio nella sensibilità collettiva riguardo temi un tempo considerati di terz’ordine. 


Purtroppo, ad una notizia positiva ne seguono altre negative, prima fra tutte il rischio di guerra in Ucraina. Un cambio della sensibilità collettiva anche riguardo il fenomeno “guerra” sarebbe opportuno: non si tratta di un’opzione politica, si tratta, sempre, di una barbarie. Se percepiamo come ovvio il danno causato alle persone e alle cose da un attacco militare, meno ovvie sono di solito le conseguenze ambientali: se ci preoccupano le emissioni inquinanti e climalteranti derivanti dalle normali attività umane, proviamo a valutare quelle emesse in caso di guerra. Inquinanti di ogni tipo, anche molto pericolosi, alterazione della composizione di aria, acqua, suolo, uccisione o allontanamento della fauna, rifiuti lasciati ovunque, mezzi militari che certo non badano a dove passano, in una parola, un incredibile aumento di entropia. L’entropia è una grandezza fisica che misura il caos, l’aumento di disordine che poco alla volta porta alla fine del mondo,  e che noi umani facciamo incrementare normalmente con le nostre attività, e in modo esponenziale con le nostre iniziative demenziali come le guerre. 

I missili non sono un’esibizione di potere, sono un’esibizione di morte. Quando anche questa sensibilità sarà davvero collettiva saremo a posto. Per ora non lo siamo. Speriamo davvero che non accada nulla in Ucraina.




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