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lunedì 13 luglio 2026

Auto elettriche UE: qualcosa si muove

 Sappiamo che il traffico veicolare contribuisce per circa un quarto alle emissioni di CO2 europee, e circa lo stesso o poco sotto con il 23 % per l’Italia, oltre a produrre inquinanti nocivi di vario tipo, dagli idrocarburi incombusti alle polveri fini, agli ossidi di azoto.

Il ricorso alle auto elettriche, che consentirebbe di risparmiarci la CO2 e tutti gli inquinanti derivanti dal motore a combustione, è una delle tecnologie che più stenta a farsi strada, soprattutto in Paesi che avevano incentrato gran parte del proprio sviluppo post bellico sull’automobile tradizionale, come l’Italia.

Gli ultimi dati mostrano però che qualcosa si sta muovendo.

Nel periodo gennaio-maggio 2026 (traggo da Al Volante, indirizzo in calce) le immatricolazioni nell’UE hanno raggiunto 4.748.801 unità, segnando un incremento del 4% rispetto allo stesso periodo del 2025, e di queste, quote importanti sono ascrivibili al settore elettrico. In effetti, riguardo le tipologie, il tipo di alimentazione più diffusa è l’ibrida-elettrica (HEV), che nei primi cinque mesi del 2026 ha avuto una crescita del 12,1% per una quota di mercato del 37,8%, in aumento anche nel nostro Paese.

Al secondo posto, e sempre in crescita, troviamo le ibride plug-in (PHEV), che nel periodo da gennaio a maggio hanno presentato un aumento del 22,1%, portando la quota di mercato al 9,7% rispetto all’8,3% registrato nello stesso periodo del 2025. L’Italia si distingue con una crescita in questo ambito dell’84,9%.

Nello stesso articolo si legge che “la crescita più evidente riguarda però le elettriche a batteria (BEV)”, la cui quota di mercato ha raggiunto il 20% nello stesso periodo, in aumento rispetto al 15,3% del corrispondente periodo 2025, con un incremento nelle immatricolazioni del 35,7%. 

Contemporaneamente, le automobili con alimentazioni tradizionali, incluse quelle a benzina, mostrano un netto calo delle vendite. Le auto a benzina nei medesimi cinque mesi registrano un calo delle immatricolazioni del -18,2%, con una quota di mercato scesa al 22,4% dal 28,5% del periodo gennaio-maggio dell’anno precedente. La flessione più marcata si registra in Francia, dove il segmento arretra di - 36,8%, ma anche gli altri Paesi non sono da meno, compresa l’Italia: -17,3%.

Sappiamo che una quota rilevante, oltre i 15% dei veicoli elettrici in Europa secondo il Vicepresidente della Commissione europea per l’industria Stéphane Sèjourné, consiste di importazioni di veicoli cinesi e questo crea un problema all’industria dell’auto europea. La quale, come sappiamo da anni, è stata meno reattiva di quella cinese nel modificare le proprie produzioni orientandole verso il mercato attuale e del prossimo futuro. Dunque, serve un intervento adatto a salvare l’industria dell’automobile nostrana, prima che la crisi diventi definitiva, e sembra che stia concretizzandosi in questo periodo. Séjourné, infatti, afferma che stanno arrivando sul mercato 200 nuovi modelli di veicoli elettrici che aprono la porta ad un nuovo sviluppo dell’industria automobilistica europea. Si tratterebbe di modelli economici, con un costo inferiore a 20.000 euro, quindi accessibili a fasce più ampie della popolazione rispetto ad ora. La quota di mercato stimata è del 25%, che sale al 35% includendo le ibride ricaricabili.

Si tratta di orientare l’industria del settore e la mobilità in generale verso strade (è proprio i caso di dirlo) più sostenibili ambientalmente, ma anche socialmente. Un prezzo dell’auto accettabile consente l’abbinamento al risparmio sul carburante, in questo caso la ricarica, stimato in €80 al mese, mentre la stima è di un risparmio di €1.000 al mese per chi lavora come tassista in una capitale europea. 

Insomma, sembra che finalmente qualcosa si muova: sosteniamo da sempre che l’approccio al green non può essere fatto solo di regole ma anche di opportunità che vanno accompagnate alle regole, in una azione che deve essere sinergica per essere virtuosa. Le idee ci sono, bisogna metterle in campo e crederci.


Per saperne di più:


https://www.alvolante.it/news/mercato-auto-europa-immatricolazioni-maggio-2026-414959


https://www.ansa.it/europa/notizie/rubriche/altrenews/2026/07/07/sejourne-auto-elettriche-accessibili-in-arrivo-40-vendite_3d027a1b-75e2-4d04-b76d-558853445029.html







giovedì 11 giugno 2026

Approvato alla Camera il ddl che impegna il governo a riportare l’energia nucleare nel nostro Paese

 Tornerà o no l’energia nucleare in Italia? Secondo il governo sì e addirittura in tempi brevi, secondo molti no e assolutamente no in tempi brevi. Alla Camera è stato di recente approvato il ddl n. 2669 con la “delega al governo in materia di energia nucleare sostenibile” con alcune modifiche ma senza bisogno di porre la questione di fiducia. Ora il testo passa al Senato. Per la fine dell’anno sono attesi i decreti attuativi.


Dato che giocare con le parole della cultura ambientalista è diventato comune, il nucleare in questione sarebbe “sostenibile” ma non è dato sapere perché: un gioco di parole, appunto. Può essere utile a far credere che si tratti di qualcosa di diverso dal solito. Il tema è complesso, ma va detta subito una cosa precisa: il nucleare attuale non ha risolto nemmeno uno dei problemi che aveva trent’anni fa, o venti anni fa, all’epoca dei referendum che lo bocciarono due volte. Le scorie radioattive, la dismissione delle centrali a fine vita, il deposito geologico definitivo, il territorio del Paese che lo ospita che nel caso nostro non ha un chilometro quadrato che non sia sismico, gli alti costi per cui è necessario l’intervento statale. Gli SMR, gli Small Modular Reactors di cui si parla, non hanno nulla di innovativo se non la taglia, più contenuta rispetto al nucleare degli ultimi decenni (in precedenza, 300 MW era una taglia normale) e la costruzione modulare. Non ne esiste nemmeno uno in funzione nel mondo occidentale, alcune unità si trovano in Russia e in Cina. Siamo ancora al livello di prototipo, ma pare che producano molte più scorie radioattive di quanto producano gli impianti atomici tradizionali. Infatti, uno studio della Stanford University e della University della British Columbia  dal titolo “Nuclear waste from small modular reactors” analizza la gestione e lo smaltimento dei rifiuti nucleari prodotti arrivando alla conclusione che gli SMR, paragonati ai PWR su scala del Gigawatt, aumenteranno i volumi delle scorie. In particolare, il volume di combustibile nucleare spento aumenterà di un fattore 5,5, il volume dei rifiuti ad alta attività aumenterà di un fattore 30 e il volume dei rifiuti a bassa e media intensità aumenterà di un fattore 35. La questione investe ovviamente le caratteristiche che dovranno avere i depositi, temporanei e definitivi, di cui l’Italia dovrà - nel caso l’intento del governo andasse a buon fine - dotarsi. Questo aspetto va ad unirsi al tema dei costi, di cui abbiamo parlato nel post precedente (“Energia nucleare a buon mercato?”).  

Il tema dell’energia da fissione è e rimarrà per lungo tempo aperto, oggetto di studio, e si tratta di decidere se entrare nuovamente o no nella partita.

Se effettivamente tornerà il nucleare da fissione in Italia è dunque il punto centrale. In proposito, suggerisco di leggere l’articolo di Qualenergia (indirizzo in calce) che condivido e che riassume bene la questione. 


Infine, vale la pena ricordare perché in Francia, Paese tra i più nuclearizzati al mondo, il prezzo dell’energia elettrica è più basso che nel nostro Paese: vige una fortissima regolazione statale sul prezzo dell’energia con vari meccanismi fra cui il Regulated Access to Historic Nuclear Electricity ARENH, dall’inizio del 2026 sostituito dal VNU Versément nucléaire universel, mentre una parte è regolata da tariffe fisse concordate tra gestore e consumatore, e solo una quota ampiamente minoritaria è soggetta alle regole del mercato elettrico. Al contrario, noi dipendiamo, letteralmente anche nella formazione del prezzo, dal gas naturale che segue il mercato che a sua volta segue l’andamento del contesto politico internazionale, soprattutto dei Paesi fornitori. Uscire dalla dipendenza dal gas deve essere uno degli obiettivi primari per il futuro prossimo.



https://www.qualenergia.it/articoli/ritorno-nucleare-interessi-dietro-missione-impossibile/



giovedì 14 maggio 2026

Energia nucleare a buon mercato?

 Si sente dire spesso che se avessimo il nucleare il prezzo dell’energia sarebbe inferiore. Ma è vero? Su cosa si basa questa affermazione, di solito fatta da coloro che sostengono che sarebbe un bene per il nostro Paese investire di nuovo sulle centrali nucleari?

In Italia abbiamo terminato l’avventura nucleare dopo un referendum seguente l’incidente di Chernobyl, poi riconfermato in tempi recenti quando il governo Berlusconi riproponeva l’energia atomica nel nostro Paese. Quando erano attive, fra gli anni ‘60 e gli anni ‘90, le nostre centrali nucleari contribuivano alla produzione nazionale con una quota intorno al 4%, e per questa percentuale abbiamo ancora scorie radioattive da sistemare, siti da dismettere, sito per lo stoccaggio definitivo da trovare, e per tornare là dove abbiamo lasciato dovremmo ricostruire tutte le competenze, le strutture, ricreare un sistema complesso, investire in questo obiettivo molti soldi pubblici.

Ma, a parte tutte le difficoltà legate ad un ritorno al nucleare nel nostro Paese, il nucleare stesso porterebbe a prezzi dell’energia più bassi?

Se lo sono chiesti recentemente in Australia, dove non hanno centrali nucleari, ma hanno ancora una quota importante di carbone (47%) una minore di gas (17%), pochissimo petrolio, e il resto sono rinnovabili. L’articolo “Will nuclear lead to cheaper energy prices?” pubblicato da SBS Australia, si può leggere all’indirizzo in calce, ed è abbastanza recente (2024).

Il grafico che segue è tratto da tale articolo. In ordine dall’alto al basso, elenca diverse fonti di energia indicando un range di valori LCOE in dollari per Megawattora. Le fonti di energia elencate sono il carbone, il gas naturale, carbone e gas con CCS (cattura del carbonio), il nucleare con i famosi “piccoli reattori modulari”, il nucleare convenzionale, il solare termico, il solare fotovoltaico e l’eolico.

Secondo questa analisi, i piccoli reattori modulari costano, per dirla in modo colloquiale, un occhio della testa, e la previsione al 2030 non migliora di molto la loro prestazione: attualmente, da 387 a 641 $/Mwh, molto più di qualunque altra fonte. Le meno care? Il solare e l’eolico.


Naturalmente, in rete si trovano anche altri articoli con valori diversi, ma i più recenti, basati quindi sulle rinnovabili attuali aventi costi sempre più bassi, indicano le fonti rinnovabili come le più economiche a confronto con le fonti fossili e con il nucleare. 

Vale la pena chiedersi come mai dunque Paesi con forte produzione nucleare abbiano la bolletta elettrica meno cara della nostra. Ne parleremo prossimamente. 

Per ora, riprendiamo le conclusioni dello studio australiano, che ricordando che l’investimento richiesto sarebbe molto elevato, soprattutto se è necessario costruire da zero un’intera industria, affermano che di nucleare oggi non ne hanno bisogno pur mantenendo mente aperta ad ogni possibilità.





L'articolo citato si trova al seguente indirizzo:


https://www.sbs.com.au/news/article/will-nuclear-lead-to-cheaper-energy-prices-experts-weigh-in/u4hg7ts3t




venerdì 20 marzo 2026

Indietro tutta

 Riassumendo il nocciolo del dibattito che si sviluppa in questi giorni sull’energia si può affermare quanto segue: dato che non siamo stati capaci di costruire una strategia che tenesse insieme lo sviluppo industriale e la transizione energetica verso un sistema sostenibile, ora affossiamo la transizione stessa e procediamo con il sistema tradizionale che, ricordiamo, è basato su fonti energetiche inquinanti, limitate, provenienti da Paesi esteri, all’origine di guerre e conflitti come quello in corso in Iran che blocca le navi petroliere allo Stretto di Hormuz, determina un innalzamento dei costi dei carburanti e delle materie prime. Incominciamo con la richiesta di spostare in avanti il passaggio ai veicoli elettrici, passiamo dal sospendere (e magari, nei sogni di qualcuno, di cancellare) il sistema Ets di scambio di quote di emissione, e chissà dove finiamo. Magari nel baratro del cambiamento climatico oltre il punto di non ritorno, tanto toccherà alle giovani generazioni, se prima non siamo finiti in quello di una qualche guerra fomentata da questo o quell’altro leader più o meno democratico, più o meno autocratico.

Un ragionamento impeccabile, tanto gli altri fanno lo stesso, metti insieme Cina e India e siamo bolliti.


La mancanza di lungimiranza della classe dirigente da tempo (il problema va oltre la politica, e risale agli ultimi due-tre decenni) comporta una serie di problemi rilevanti, fra cui proprio quello di non riuscire a delineare una strategia per il nostro futuro. Il senso della transizione energetica doveva essere proprio essere questo: un processo in cui industria e produzione energetica vanno avanti insieme, in un quadro di regole che favoriscono un nuovo modello di sviluppo e sono capaci di incidere nel contesto internazionale, spingendo anche altri Paesi a fare lo stesso. Un mondo impegnato a muoversi verso uno sviluppo sostenibile.  

Sembra ora che si lavori per tornare indietro, invece di operare per correggere la rotta, e vanificare quanto (nonostante tutto) di buono è stato fatto sin qui, scegliendo noi stessi di perdere la partita e farci guidare da chi non è stato in grado di fare i nostri stessi passi avanti. Senza polemica, un dato di fatto: se non è questa la descrizione del concetto di incapacità, non so cosa lo sia. 


Al contrario di tutto ciò, sarebbe bene lavorare per correggere gli errori, puntare su una adeguata politica industriale che affianchi la politica energetica (ne abbiamo parlato in questo blog moltissime volte), e quest’ultima deve avere come obiettivo imprescindibile la graduale rinuncia alle fonti energetiche fossili in favore di un sistema basato sulle rinnovabili, e sull’efficienza che ci consente di farci bastare le rinnovabili stesse, che non dipenda dall’estero, non causi guerre, non inquini se non marginalmente rispetto al sistema tradizionale, non comporti aumenti ingiustificati delle bollette elettriche. Il famoso disaccoppiamento del prezzo dell’elettricità dal gas si fa da solo se le rinnovabili diventano il 60-70% del totale, mentre siamo quasi fermi da anni intorno al 35-45% perché abbiamo rallentato moltissimo gli investimenti nelle fonti pulite. Non piacciono esteticamente? I pannelli solari stanno benissimo ovunque, e oggi che ne vediamo parecchi sui tetti delle case nessuno ha più niente da dire sull’estetica, fermo restando che i critici devono ancora spiegarci perché sarebbe bella una centrale termoelettrica. 

Il sistema Ets, ultimo obiettivo del governo e di (una parte) di Confindustria, che abbiamo faticato per anni per farlo funzionare correttamente, è quanto di meglio siamo riusciti ad inventarci per tenere conto dei costi delle emissioni inquinanti, che non possono continuare ad essere scaricati sulla fiscalità generale. Per approfondire il tema, suggerisco alcuni articoli della rivista Qualenergia reperibili agli indirizzi in calce.  Spoiler: non va cancellato, e nemmeno sospeso.


Buona lettura:


https://www.qualenergia.it/articoli/consiglio-europeo-prime-modifiche-ets-nei-prossimi-giorni/


https://www.qualenergia.it/articoli/ets-commissione-no-sospensioni-o-stravolgimenti/


https://www.qualenergia.it/articoli/buoni-motivi-difendere-ets-europeo/





venerdì 13 febbraio 2026

L’energia in UE per costruire una strategia

 Bene affrontare il tema energetico a livello europeo, di cui si parla in questi giorni, ma deve essere chiaro che si tratta di costruire una strategia, e non soltanto di aggiustare qualcosa per contenere le bollette, sempre troppo care, soprattutto in alcuni Paesi fra cui il nostro. Una strategia che non può essere solo energetica: deve essere energetica e industriale, nel quadro della costruzione di ciò vogliamo essere nel futuro, di quale parte vogliamo giocare nel contesto internazionale, e di cosa desideriamo per noi stessi, cittadini europei. 

Le ragioni dei prezzi alti in bolletta (di cui abbiamo parlato più volte) sono molteplici, dalle condizioni geopolitiche internazionali, al prezzo del gas, alle tassazioni, alle condizioni meteo di un dato periodo, al meccanismo stesso della formazione del prezzo dell’energia elettrica. Non bastano interventi puntuali su un fattore se manca una visione complessiva. E bisogna decidere se la visione complessiva consiste nello smantellare il green deal e tornare a gas e petrolio come l’America di Trump, oppure nel rendere più efficace il green deal stesso accostandolo a politiche industriali capaci di far procedere parallelamente i percorsi della transizione energetica, della riduzione delle emissioni climateranti, e dello sviluppo industriale. 

Ad oggi, non siamo stati capaci di farlo, e per questo il green deal ha scontentato molti, che non hanno visto prospettive adeguate oltre le regole e i limiti imposti. Ma la risposta alle difficoltà non può essere tornare al mondo di prima, quello cioè che ha creato il problema e non ha gli strumenti e nemmeno la cultura adatta a risolverlo (non per niente Trump se la cava negando semplicemente l’esistenza del riscaldamento globale e del cambiamento climatico). La risposta si trova nel correggere la rotta.


In questa fase, l’Italia e l’Europa sono strette in una morsa: il ritorno al fossile in arrivo dagli USA, e le tecnologie per le rinnovabili in arrivo dalla Cina. Per l’appunto, non siamo stati capaci di costruire una prospettiva europea in questo settore (per inciso, il più importante). La vera sfida sarà la costruzione di una filiera energetica nostra, affiancata dai settori industriali che servono, sostenendo contemporaneamente la ricerca e l’innovazione. Va messo in atto questo e va fatto al più presto (in altre parole, andava fatto da tempo). Il prezzo della bolletta è soltanto un aspetto di un contesto che è ampio e articolato. 

Una prospettiva di questo genere sarebbe inoltre capace di delineare un ruolo per l’UE, e per l’Italia, nel quadro internazionale. Essere dipendenti da altri energeticamente e tecnologicamente significa esserlo anche politicamente. Acquistare petrolio e gas dagli USA e pannellli solari, batterie, inverter dalla Cina comporta una forma di sudditanza molto profonda, e non basterà certo vendere le nostre automobili a combustione interna al Sud America (vedi il Mercosur), perché non sappiamo ancora fare quelle elettriche a costi accettabili, a salvarci. 

Per inciso, perché non sappiamo ancora costruire auto elettriche a prezzi popolari, come invece fanno i cinesi? Non si tratta solo di mancato sfruttamento del lavoro, si tratta anche e soprattutto del fatto che da noi le case automobilistiche hanno scelto per troppo tempo di non investire per cambiare, dando per scontato - o semplicemente rimandando nel tempo - che le cose sarebbero sempre andata avanti come sempre, business as usual. 

Invece no, anche in Cina imparano a fare ricerca e innovazione industriale, e spesso lo hanno imparato da noi, dalle nostre filiali dalle loro parti.

Dunque, tornando al punto, la strategia deve essere complessiva, senza perdere di vista i valori e gli obiettivi, anzi associandoli alle caratteristiche del nostro sistema produttivo. Su questa base si può fare moltissimo, creando una prospettiva realistica capace di rispondere alle esigenze del presente.



domenica 18 gennaio 2026

Il sistema elettrico è sempre più green

 Nuove, e buone (per una volta) notizie: secondo il comunicato stampa di Terna uscito due giorni fa, nel 2024 abbiamo raggiunto i 76,6 GW di potenza rinnnovabile, con un incremento di capacità in un solo anno di 7,5 GW, in crescita di ben +29% rispetto all’anno precedente, costituiti da oltre 50 GW di potenza installata con i soli solare ed eolico, per 37,1 GW il primo e 13 GW il secondo.

Sul versante della produzione, la crescita dell’offerta rinnovabile è stata importante, di +13,4%, mentre considerando solo il fotovoltaico abbiamo raggiunto il record storico con 36,1 TWh. In concomitanza, la produzione da fonte idrica è stata decisamente positiva, con un incremento di +30,4%. 

Riguardo invece gli accumuli, nel 2024 la potenza nominale in esercizio è aumentata di 2,1 GW, per un totale di 5,6 GW, di cui circa 1 GW è di grande taglia. 

La domanda di energia elettrica è stata soddisfatta per 83,7% con la produzione nazionale, e per il restante 16,3% dal saldo con l’estero, tramite le interconnessioni della rete con gli altri Paesi. La produzione nazionale è aumentata rispetto all’anno precedente grazie all’incremento dell’idroelettrico e del fotovoltaico, mentre risulta in calo il termoelettrico, e soprattutto il ricorso al carbone, che registra un significativo -71%, con conseguente riduzione delle emissioni di CO2 di oltre 8 milioni di tonnellate.

Con le fonti rinnovabili che sono arrivate a superare il 40% di copertura del fabbisogno, possiamo affermare che il sistema energetico italiano sta diventando progressivamente più sostenibile, mostrando una tendenza che arriva a superare le previsioni (le nuove installazioni superano abbondantemente il target del DM Aree Idonee del giugno ‘24), modificando nel corso del tempo uno stato che sembrava inalterabile. Chi, come me, segue da molto tempo il tema, ricorderà i ministri che una ventina di anni fa decretavano in ogni dove l’impossibilità di cambiare le cose per via di una presunta inefficacia delle fonti rinnovabili. Ora siamo qui a commentare l’esatto opposto, un percorso che in altre parole può essere visto come un’autentica speranza per il futuro, nonostante tutte le resistenze e nonostante tutto ciò che accade. 

Siamo in una fase, nel mondo, in cui si cerca di raschiare il fondo del barile, cercando il petrolio che resta, che si trovi nella foresta Amazzonica o nell’Artico, che sia bitume (Venezuela) o che sia associato a gas, che appartenga ad altri Paesi e non al proprio, come vorrebbero gli USA di Trump, dopo che il fracking in casa propria è in calo e i costi superano la resa. Lo slogan sembra essere bruciamo tutto il possibile dopo che abbiamo inquinato il mondo,  e avanti fino alla fine. Un percorso molto pericoloso.

Al contrario, il petrolio che resta andrebbe lasciato sotto terra per il bene di tutti, con le alternative che ci sono, sono tecnologicamente mature, e che sono persino economicamente più valide delle vecchie fonti energetiche fossili. 

I dati più dettagliati si trovano al link seguente:

https://www.terna.it/it/media/comunicati-stampa/dettaglio/consumi-elettrici-2024





mercoledì 8 ottobre 2025

Il black out in Spagna non è stato causato dalle rinnovabili

 Fra le cause ipotizzate per il black out che ha colpito la Spagna e il Portogallo la scorsa primavera la grande diffusione delle rinnovabili ha conquistato i titoli dei giornali. A molti è sembrata la spiegazione perfetta di qualcosa che non funziona a dovere (chissà perché) e il rilancio di questa idea non verificata è stato piuttosto esteso.

Ora arriva un rapporto tecnico di Entso-E  (rete europea dei gestori dei sistemi di trasmissione elettrica) che esamina ciò che è accaduto in termini precisi, e lo si può scaricare al link in calce.

In breve, il rapporto chiarisce che non c’entra la rilevante quantità di rinnovabili nel sistema elettrico iberico con l’interruzione su larga scala dell’elettricità  accaduta lo scorso aprile, ma che il sistema stesso ha elementi di debolezza che hanno generato guasti dando il via ad una sequenza di eventi a catena, che in una specie di effetto domino hanno portato al black out. Senza entrare nei dettagli tecnici, le difficoltà  emerse sono state descritte con chiarezza. Secondo questa analisi, il livello di solare ed eolico era in linea con le medie stagionali. 

Dunque la Spagna dovra’ fare i conti con i problemi del suo sistema elettrico, ma per fare questo non dovrà rinunciare alle fonti rinnovabili. 


Per contro, il think tank Ember ha pubblicato un’analisi sull’andamento dei prezzi dell’elettricità, da cui emerge che la Spagna ha già disaccoppiato elettricità e gas, grazie proprio alla grande diffusione delle rinnovabili.

In particolare, come riporta un articolo della rivista Qualenergia, la crescita di eolico e solare ha ridotto del 75% l’influenza di gas e carbone, a partire dal 2019. Nella prima metà del 2025 - riporta l’articolo -  le fonti fossili hanno determinato il prezzo solo nel 19% delle ore, contro il 75% nel 2019. Il risultato è stato un calo significativo dei costi: i prezzi all’ingrosso in Spagna sono stati 32% inferiori alla media UE, e tra i più bassi d’Europa.

In pratica, si legge, “tra il 2019 e il 2025, la Spagna ha ridotto di tre quarti le ore in cui il prezzo dell’energia era fissato dal gas, passando dal 75% delle ore nel 2019 al 19% nel primo semestre 2025. Nello stesso periodo, il prezzo medio all’ingrosso dell’elettricità si è attestato a 62 €/MWh, ben sotto al costo medio di produzione a gas, pari a 111 €/MWh, e inferiore del 32% rispetto alla media europea”.

Si tratta di un risultato non da poco, in un periodo di prezzi alti dell’elettricità che sono dovuti a considerazioni e conseguenze sostanzialmente di economia tradizionale della situazione geopolitica internazionale. Al contrario, l’energia, e l’economia ad essa legata, dovrebbero fare un salto di qualità abbandonando vecchi schemi in favore di processi, variabili, e leggi più consoni ad un sistema energetico con forte quota di fonti pulite. La transizione, di cui si parla spesso, implica non uno ma una serie di cambiamenti, indispensabili nel momento in cui i precedenti meccanismi non sono più adeguati. 

Il caso della Spagna è significativo, dunque, per due motivi: la necessità di prevenire per quanto possibile il rischio di black out di un sistema elettrico, e gli effetti che una quota importante di rinnovabili possono avere sulla formazione dei prezzi. Un case-study che può insegnarci molto.


Gli articoli citati si trovano ai seguenti link:


https://www.entsoe.eu/news/2025/10/03/28-april-blackout-in-spain-and-portugal-expert-panel-releases-comprehensive-factual-report/



https://www.qualenergia.it/articoli/spagna-spezza-legame-gas-prezzi-elettrici/


mercoledì 27 agosto 2025

Industria pulita: si può fare (e fa bene)

 Si parla spesso (e ne abbiamo parlato spesso anche in questo blog) della necessità di rendere coerente lo sviluppo industriale con la transizione energetica, e di farlo a livello di Unione Europea, oltre che dei singoli Stati. Sembra che qualcosa si muova, nonostante le difficoltà da sempre presenti nel costruire e armonizzare linee di intervento adeguate per il settore industriale. Anzi, si può dire che qualcosa si muove proprio a seguito delle scelte legate alle politiche green che dovrebbero portarci fuori dall’attuale dipendenza dai combustibili fossili e conseguente cambiamento del sistema climatico terrestre.


Il 26 febbraio 2025 la Commissione Europea ha lanciato il “Clean Industrial Deal”, un piano di interventi per orientare l’industria europea alla sostenibilità mediante una serie di iniziative che includono sostegno finanziario e semplificazione delle regole. Fra gli obiettivi, l’abbattimento degli ostacoli burocratici per rendere più chiaro ed efficace il contesto normativo, promuovere l’innovazione e l’industrializzazione in linea con il Green Deal con i suoi obiettivi di decarbonizzazione (che, ricordiamo, prevedono di arrivare alla neutralità climatica al 2050). Secondo le previsioni, il piano dovrebbe mobilitare oltre 100 miliardi di euro.


Per essere certi di non cadere negli inganni del greenwashing (cioè, facciamo finta di lavorare in modo sostenibile, ma non lo siamo realmente) l’Unione si sta dotando anche di un nuovo sistema di rendicontazione (per gli addetti ai lavori, Csrd, corporate sustainability reporting directive,  Csddd, corporate sustainability due diligence directive, oltre a adeguata tassonomia ambientale). Evitare di deregolamentare in campo ambientale è fondamentale per mantenere la barra dritta verso il traguardo della completa decarbonizzazione.


Nel nostro Paese, un nuovo rapporto del Coordinamento Free, di cui si parla in un articolo a pagina 96 della rivista Qualenergia di luglio/agosto, mostra con i dati i benefici occupazionali e industriali in genere della transizione energetica. Scrive Livio de Santoli “La transizione energetica in Italia rappresenta una delle sfide e opportunità più rilevanti dell’attuale decennio, non solo per rispettare gli obiettivi climatici fissati a livello europeo e nazionale, ma anche per le potenziali ricadute occupazionali e industriali su scala sistemica”. Dal fotovoltaico all’idrogeno verde, dal biometano alle pompe di calore, gli specifici ambiti industriali da sviluppare sono molti, richiedono competenze, e possono creare un futuro dove non siano più i prezzi del petrolio e del gas a guidare l’economia. 

Ribadiamo ancora una volta che, a questo proposito,  è necessario intervenire sul sistema di formazione dei prezzi dell’energia: con la rilevante quota attuale di rinnovabili non è più accettabile il meccanismo del prezzo marginale che ci lega ai costi di approvvigionamento del gas. Il prezzo dell’energia elettrica in Italia è troppo alto, legato all’acquisto dall’estero e di conseguenza alla situazione politica internazionale - e abbiamo visto cosa ha significato la scelta politica miope di dipendere per quasi la metà dell’approvvigionamento dalla Russia - e penalizza le nostre imprese. 

Al contrario, i costi sono destinati a ridursi notevolmente parallelamente al formarsi di un sistema più sostenibile, con proiezioni che indicano come, “in uno scenario 100% rinnovabile al 2050, i costi annuali complessivi dell’intero sistema energetico italiano potrebbero essere ridotti fino al 60% rispetto a quelli sostenuti durante la fase acuta della crisi energetica del 2022” e comunque paragonabili a quelli pre-crisi.


Per saperne di più sul Clean Industrial Deal qui c’è il ink:


https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/clean-industrial-deal_it




sabato 24 maggio 2025

Emissioni climalteranti in calo in Cina

 Una notizia davvero interessante: per la prima volta (escluso quindi il periodo del lockdown durante la pandemia) le emissioni di biossido di carbonio della Cina sono diminuite, nonostante la rapida crescita della domanda di energia. La causa sarebbe la crescita della produzione di energia pulita.

L’articolo e il grafico sono stati pubblicati da Carbon Brief, con il titolo “Analysis: clean energy just put China’s CO2 emissions into reverse for first time”.

Il grafico mostra le emissioni di CO2, in milioni di tonnellate, nel corso del tempo. Esse calano di 1,6% nel primo trimestre del 2025 rispetto allo scorso anno, e di 1% negli ultimi 12 mesi, e la causa va soprattutto ricercata nella grande diffusione delle energie pulite che interessa il Paese asiatico. Infatti, l’aspetto di “prima volta” sarebbe dovuto proprio alla crescita delle energie rinnovabili che riesce a coprire la crescita della domanda, e non ad un periodo di crisi economica, come sarebbe già accaduto in passato.

L’analisi si spinge ad ipotizzare che le emissioni cinesi potrebbero essere vicine a raggiungere un picco o addirittura una fase di declino strutturale.

Tuttavia, alla velocità attuale di riduzione delle emissioni la Cina non riuscirebbe a raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione dell’Accordo di Parigi. Questo mostra che c’è ancora molto da fare, in un contesto, però, dove certo non sono fermi al punto di partenza.




Le emissioni di CO2 della Cina calano per la prima volta a causa delle energie pulite.



Per approfondire, l’articolo citato amplia l’analisi ai vari settori. L’indirizzo è il seguente:

https://www.carbonbrief.org/analysis-clean-energy-just-put-chinas-co2-emissions-into-reverse-for-first-time/





martedì 1 aprile 2025

Un progetto europeo per l’idrogeno liquido nel settore aereo

 Pur non essendo (ancora) la principale fonte di inquinamento, il trasporto aereo incide sulle emissioni complessive in percentuale non trascurabile, soprattutto se si considerano le previsioni di crescita intensa del settore prevista per il prossimo futuro. Secondo Enac, le emissioni dovute agli aerei sono attualmente del 3% circa, secondo altre stime, come quella presente sul sito dell’Europarlamento, sono del 3,4%, mentre sappiamo che in rapporto al numero di passeggeri e al numero di kilometri percorsi gli spostamenti aerei sono più inquinanti dell’automobile a benzina, e molto più inquinanti del treno (che resta il mezzo di trasporto migliore dal punto di vista ambientale).


Tenendo conto della continua crescita del trasporto aereo, si fa dunque pressante la necessità di ridurne gli impatti. Questo è lo scopo del progetto europeo HASTA, che vede un finanziamento di oltre 3 milioni di euro nell’ambito del programma Horizon UE, e a cui partecipano 15 partner da 8 Paesi (tutti europei più il Sudafrica). Per l’Italia ne fanno parte Enea, CNR, e le Università La Sapienza e Cusano. Lo scopo del progetto è sviluppare tecnologie basate sull’idrogeno liquido come carburante per gli aerei.

L’attività di ricerca, in particolare, verte sullo stoccaggio dell’idrogeno liquido per il suo utilizzo nell’aviazione civile al cui riguardo si progetta un innovativo serbatoio in grado di contenerlo in sicurezza.


Come si legge sul sito dell’Enea, “per consentire quantità maggiori di idrogeno in spazi ridotti l'idrogeno deve essere raffreddato a bassissime temperature (-252,87 °C), in modo da renderlo molto più denso rispetto alla sua forma gassosa”. La sfida principale consiste proprio nel trovare i mezzi e le tecnologie capaci di gestire stoccaggi e interventi di vario tipo a temperature estremamente basse.

L’idrogeno, però, se “verde” cioè prodotto da energie pulite, non produce emissioni di CO2, ma soltanto vapore acqueo, e costituirebbe un grande vantaggio se si riuscisse a creare una intera filiera sostenibile.


Per maggiori dettagli:


https://www.media.enea.it/comunicati-e-news/archivio-anni/anno-2025/trasporti-enea-nel-progetto-da-3-milioni-di-euro-per-l-idrogeno-liquido-nel-settore-aereo.html






giovedì 20 marzo 2025

Temi economici ed energetici sul tavolo del Consiglio Europeo del 20/3

 Cosa sta accadendo sul piano politico a livello europeo riguardo i temi energetici ed economici, lo spiega bene un articolo tratto dalla rivista Qualenergia, dal titolo “Il riarmo europeo è anche finanziario, e c’entra l’energia”.

Il dibattito pubblico e i titoli dei giornali si concentrano molto sulla proposta di “riarmo” da 800 milioni, mentre il resto rimane nell’ombra.

In realta’ diverse cose si muovono sul fronte economico e finanziario. Si legge nell’articolo, di cui in calce riporto il link, che “L’Europa ha un fabbisogno aggiuntivo di “investimenti verdi” al 2030 tra 403 e 558 miliardi di euro l’anno. Si tratta di risorse che devono sommarsi a quelle già impegnate e previste per i prossimi cinque anni, alla luce dei target Ue di carattere ambientale e anche sociale” secondo stime della BCE. Una unione dei mercati dei capitali che costituisce una “sorta di riarmo finanziario che può avere un riflesso diretto sulla capacità delle aziende Ue di competere sulla scena globale”, come si legge nel medesimo articolo.

Si tratta di temi che saranno discussi oggi e domani, 20 e 21 marzo, al Consiglio europeo. Sul tavolo, anche il tema dell’energia, con il percorso di decarbonizzazione e i passi specifici da compiere, come il decreto Fer X, e il disaccoppiamento gas-elettricità, fondamentali nel processo in corso.

Il tema di una Europa sempre più unita è decisivo riguardo i temi dell’ambiente e dell’energia, ma ritengo che l’Unione Europea abbia necessità di un sostegno forte sul piano ideale per potersi compiere. Bene il processo di unificazione dei mercati, che si svolga sui piani economico e finanziario, ma non basta: se si vuole andare oltre, ed è necessario se non indispensabile, bisogna puntare su una visione del futuro europeo che sia fondata su valori e ideali come solide fondamenta di ogni processo di natura politica, economica e sociale. 


L’articolo menzionato:


https://www.qualenergia.it/articoli/riarmo-europeo-anche-finanziario-entra-energia/








lunedì 6 gennaio 2025

Caro bollette: sarebbe utile aprire un dibattito sul meccanismo di formazione dei prezzi

 Si parla nuovamente in questi giorni dell’aumento del prezzo dell’energia e del conseguente aggravio sulle famiglie e sulle imprese.  La guerra in Ucraina ha portato sotto i riflettori il fatto, che avrebbe dovuto essere già precedentemente fonte di preoccupazione riguardo la sicurezza, che una quota eccessiva di gas naturale proveniva dalla Russia, e bene ha fatto il governo a ridurre in tempi brevi una dipendenza non più accettabile. Ora, il prezzo del gas stesso è già stato oggetto di speculazioni e può esserlo ancora, tanto che il Ministro dell’Ambiente e dell’Energia ha chiesto un price cap in sede europea di 50/60 euro al megawattora. 

Il metano lo usiamo sia per riscaldamento, sia per produrre energia elettrica, e un aumento delle bollette va a colpire le famiglie, e le imprese che producono evidentemente utilizzando energia. Dato che sono convinta che se non si risale all’origine delle questioni non se ne comprendono appieno le caratteristiche, penso sia utile rivedere come si forma il prezzo dell’energia elettrica in Italia, dato che il gas viene ancora abbondantemente utilizzato nelle centrali termoelettriche per produrre elettricità, appunto.

Nel nostro Paese, il prezzo dell‘energia elettrica viene determinato all’interno di un sistema di mercato libero, diviso in fasi diverse: il “mercato del giorno prima” dove vengono presentate le offerte e da cui nasce il PUN (prezzo unico nazionale), il “mercato infragiornaliero”, il “mercato del dispacciamento”, e infine, contratti bilaterali diretti fra produttori e consumatori. Il sistema, con la gestione delle variazioni nella domanda o nell’offerta in tempo reale, ha lo scopo di garantire sicurezza dell’approvvigionamento dell’energia richiesta. Per determinare quali offerte vengono accettate e quali no, c’è il meccanismo delle “aste marginali”, che prevede il “prezzo marginale”, vale a dire il prezzo dell’ultima quota di energia necessaria per soddisfare la domanda in un dato momento. Si tratta sempre di gas, per cui il prezzo del gas è quello che vale per tutti, per così dire, anche per la quota di rinnovabili, oggi non più trascurabile ma, al contrario, rilevante. Le rinnovabili evidentemente non utilizzano gas, e non dovrebbero esserne influenzate nella formazione del prezzo finale.

Sulla questione delle modalità con cui si formano i prezzi dell’energia elettrica, e della loro attualità, ci sono due begli articoli sulla rivista Qualenergia pubblicati due/tre anni fa, quando il problema dell’incremento dei prezzi si è presentato con forza. Ne suggerisco la lettura, a questi link:


https://www.qualenergia.it/articoli/prezzi-elettrici-alle-stelle-tutta-colpa-prezzo-marginale/


https://www.qualenergia.it/pro/articoli-pro/formazione-prezzo-mercati-elettrici-criticita-soluzioni-caro-energia-futuro-rinnovabili/




giovedì 7 novembre 2024

Parliamone insieme - 2

 Come sta cambiando il clima? Cosa sta succedendo, con la terribile sequenza di alluvioni che ha colpito varie zone d’Europa? Come sono legate alluvioni e siccità?

Partendo dal generale per arrivare al locale, e in particolare all’Emilia-Romagna e alle recenti inondazioni, ci addentreremo nei meandri della scienza del clima nel secondo appuntamento della serie “tutto ciò che devi sapere”, per tentare di capire un po’ meglio quanto sta accadendo e cosa ci aspetta nel prossimo futuro.
La partecipazione e’ libera e gratuita, basta collegarsi al link:

Sara’ possibile porre domande ai relatori.


venerdì 18 ottobre 2024

World Energy Outlook 2024

 E' uscito il nuovo World Energy Outlook 2024 della Iea, che prevede per i prossimi 5 anni un oversupply di gas e petrolio e bassi prezzi dell'energia. Una sintesi si può trovare sul portale Qualenergia, al link in calce, oppure andare al link dell’International Energy Agency. Il rapporto è corredato da molti grafici che rendono visivamente immediati molti contenuti.

In sostanza, il mercato mondiale dell'energia sarà influenzato dai conflitti e dagli eventi geopolitici, e da una fornitura relativamente abbondante di combustibili e nuove tecnologie. In tutti gli scenari studiati, la crescita della domanda globale di energia rallenta, grazie alla migliore efficienza, all'elettrificazione, e alla realizzazione di impianti ad energia rinnovabile.

La domanda globale di combustibili fossili raggiungerà un picco prima del 2030, e in seguito è destinata a diminuire. La crescita della domanda sarà coperta dalle fonti rinnovabili.

Gli scenari sono comunque molto diversi fra aree del mondo e Paesi diversi, in relazione ai differenti gradi di sviluppo dell'economia locale. La quota degli investimenti in energie rinnovabili nei mercati emergenti eccetto la Cina rimane ferma al 15%; queste economie rappresentano un terzo del Pil globale (GDP).

L'incremento del contributo delle rinnovabili è destinato a modificare la situazione a cui siamo abituati, come si vede anche dal grafico: entro il 2030 le rinnovabili  forniranno più della metà dell’elettricità mondiale, mentre le fonti fossili e il nucleare sono in calo o tendono alla stabilità. Il grafico presenta i valori in termini di generazione di elettricità in migliaia di Terawattora.

Per quanto riguarda le emissioni di CO2, lo scenario in aumento prevede un picco a breve termine, ma tale da portare la temperatura globale media al di sopra degli obiettivi di Parigi con un aumento probabile di +2,4°C entro la fine del secolo.

 Nel complesso, un quadro in chiaroscuro dell'evolversi della situazione, con andamenti molto diversi nelle varie aree del mondo, e prospettive di decarbonizzazione difficili, ma non impossibili. Come abbiamo sottolineato più volte, questi e i prossimi anni futuri costituiscono un periodo decisivo nel tentativo di risolvere il problema dell'inquinamento globale e del conseguente cambiamento climatico.




 Il link con l'analisi di Qualenergia è il seguente:

 https://www.qualenergia.it/articoli/picco-fossili-entro-2030-ma-verso-forte-aumento-riscaldamento/

Il link con Il WEO dell'IEA è  il seguente:

https://www.iea.org/reports/world-energy-outlook-2024



sabato 3 agosto 2024

Eolico e solare in Cina superano il carbone

La situazione dell’energia in Cina è più complessa di come appaia, e non è utile al dibattito semplificarla richiamando soltanto il grande consumo energetico - e le grandi emissioni - che il Paese più popoloso del mondo fa.

In questo post segnalo un articolo di Qualenergia con i dati recenti della potenza cumulativa installata nel Paese asiatico. 

Nell’articolo si legge: “Per la prima volta a giugno di quest’anno, in Cina la potenza combinata di eolico e solare ha superato quella da carbone, stando agli ultimi dati della National Energy Administration (Nea) del Paese.” Si tratta di una buona notizia. Certo, la potenza non equivale all’energia prodotta, che per le fonti rinnovabili è inferiore alle fonti fossili, ma si tratta comunque di un dato interessante che mostra che la Cina è impegnata da anni sul fronte delle fonti pulite ed è capace di ottenere risultati apprezzabili.

L’articolo, con grafici molto chiari, si trova al seguente link:


https://www.qualenergia.it/articoli/cina-potenza-fotovoltaica-eolica-supera-centrali-carbone/




venerdì 17 maggio 2024

Buone notizie (ma va mantenuta la rotta)

 Non si tratta di una sfida facile, ma notizie positive stanno arrivando: secondo i dati riportati dagli Stati membri dell’Unione Europea nell’aprile 2024, le emissioni inquinanti e climalteranti sono calate del -15,5%  paragonate all’anno precedente, facendo sperare realisticamente che l’obiettivo (vincolante) della riduzione di -55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990 sia alla portata. 

La diminuzione è stata causata principalmente dai settori della generazione di elettricità e dall’industria, che hanno registrato un minor contenuto di carbonio come effetto delle loro attività. La crescita delle fonti rinnovabili è stata dovuta principalmente ad un aumento di fattorie eoliche con buon +17 GW, e di +56 GW di pannelli solari aggiuntivi.

La Commissione immagina quindi di portare l’Unione ad una riduzione dell’88% al 2040, in linea con l’obiettivo di zero emissioni nette al 2050. 

Mantenere questo obiettivo e riuscire a raggiungerlo sarebbe una delle più grandi imprese dell’UE, e probabilmente della Storia che, senza eccessi ma consapevolmente, andrebbe riscritta sostituendo la sequenza di battaglie che si impara sui libri con la sequenza dei traguardi raggiunti dal pensiero e dalle attività umane. L’idea, paventata da molti, che il processo possa essere gravoso se sostenuto nel mondo solo dall’Europa va ribaltata: l’Europa può fare da guida in un percorso che riguarda tutti, vista la sua posizione di potenza economica. 


Nello specifico, anche il meccanismo Ets sta funzionando, dopo alti e bassi attraversati da quando è stato lanciato nel 2005. Le emissioni sotto il cap and trade sono ora del 47% al di sotto dei livelli del 2005, e sulla strada giusta per raggiungere il target di una diminuzione del -62% al 2030 - necessaria nel quadro del “Fit for 55”. Il rafforzamento del sistema, e la sua estensione ai trasporti marittimi, possono rendere sempre più efficace il mercato del carbonio, conveniente la riduzione delle emissioni sul piano dei costi, e contribuire efficacemente alla decarbonizzazione dell’economia.

Le riduzioni principali in questo ambito hanno riguardato il settore della produzione di energia, dove soltanto la produzione elettrica ha fatto registrare un calo delle emissioni di ben -24% in un anno, e il settore delle industrie energivore, con -7%. Purtroppo, continuano a crescere le emissioni nel trasporto aereo, con +10%.


Il parere di chi scrive è che gli obiettivi saranno raggiunti se si continuerà con un impegno concreto e se saremo capaci di fare comunità, cioè di avere obiettivi comuni e “sentiti” da tutti, e di prendere provvedimenti comuni adeguati, come lo è il Next Generation EU. La transizione ecologica è una via eccezionale per l’innovazione tecnologica in ogni ambito, e se sapremo gestirla al meglio, un’occasione eccezionale di miglioramento, non certo di regresso. Politicamente, questo significa rafforzare l’Unione, non indebolirla come alcune forze politiche propongono - e le prossime elezioni del Parlamento europeo sono un’occasione formidabile per i cittadini per indicare la strada.


Le informazioni e i dati provengono dai siti comunitari 


https://climate.ec.europa.eu/


e dal numero di Aprile della rivista The Economist.





venerdì 29 marzo 2024

L’approvvigionamento energetico dopo l’attacco russo all’Ucraina

 In un contesto conflittuale e di grave pericolo nei rapporti fra la Russia e l’Occidente quale quello che stiamo vivendo ormai da tempo, i temi della difesa comune dell’Unione Europea e dell’approvvigionamento energetico sono centrali, ed almeno il secondo è allo stesso livello del primo, anche se se ne parla assai di meno. La dipendenza dell’Unione e in particolare dell’Italia dalle risorse energetiche russe raggiungeva livelli incredibili (si importava il 40% del gas) prima dell’aggressione all’Ucraina e capaci di mettere seriamente in difficoltà il sistema economico in caso di ostacoli, e da molto tempo evidenziavano la necessità (ora diventata impellente) di diversificare le fonti e i Paesi di provenienza di alcune di esse. Diversificare le fonti, in particolare aumentando la quota di rinnovabili e incrementando l’efficienza, è l’unico modo che ha un territorio che, come il nostro, possiede solo quantità marginali di fonti fossili tradizionali, e non può essere che una scelta positiva, anche a prescindere dal minor impatto ambientale. 

Ora lo stiamo facendo, e in tempi stretti come mai prima d’ora. 


Al livello europeo,  come si legge sul sito del Consiglio Europeo, “La percentuale di gas russo da gasdotto nelle importazioni dell'UE è scesa da oltre il 40% nel 2021 all'8% circa nel 2023. Per quanto riguarda il gas da gasdotto e il GNL combinati, la Russia ha rappresentato meno del 15% delle importazioni totali di gas dell'UE. La riduzione è stata possibile soprattutto grazie a un forte aumento delle importazioni di GNL e a una riduzione generale del consumo di gas nell'UE.”

Dunque, in meno di due anni, l’UE ha ridotto moltissimo l’importazione di gas naturale dalla Russia, aumentando le importazioni via nave di GNL e riducendo il consumo. Dal che, emerge con evidenza che si può ridurre i consumi.

Dall’infografica interattiva alla pagina indicata al link in calce, si rileva che le maggiori variazioni che hanno consentito questo risultato sono l’incremento delle importazioni dagli Stati Uniti e proprio la riduzione dei consumi complessivi. In particolare, si legge anche che nel giro di un anno da agosto 2022 e gennaio 2023 i paesi dell'UE hanno ridotto collettivamente la quantità di gas naturale consumato nell'UE del 19%, vale a dire di 41,5 miliardi di metri cubi, con percentuali diverse nei vari Paesi.

La sicurezza dell’approvvigionamento e l’autonomia energetica, per quanto possibile, sono fondamentali, e ancor più, decisive nel ruolo e nella collocazione geopolitica internazionale dell’Europa, tanto quanto la famosa difesa comune che è arrivato il momento di porre in essere al più presto.


L’Italia ha applicato le indicazioni europee con un Piano di contenimento dei consumi che, insieme agli effetti degli alti costi energetici,  ha raggiunto l’obiettivo di ridurre i consumi di gas nello stesso anno di oltre il 18%, dunque in linea con la media UE. Siamo inoltre il secondo Paese dell’Unione per stoccaggio di gas (il primo è la Germania) prima dell’inverno appena trascorso, e abbiamo registrato un notevole incremento delle installazioni di fonti rinnovabili - senza i sussidi pubblici. Probabilmente, a guidare il tutto è stata più la dinamica dei prezzi che le indicazioni politiche, ma la situazione appare in evoluzione. Inoltre, abbiamo aumentato le importazioni da Paesi diversi e ridotto notevolmente quelle dalla Russia - che però non sono state azzerate. Algeria, Azerbaijan, Norvegia, Libia e Russia, che contribuisce per meno di un decimo di quanto faceva prima.

Evitare di dipendere fortemente da un solo Paese, e cercare di ridurre le necessità complessive di gas, sono linee guida indispensabili in questa fase. Anche questo aspetto va a beneficio della sicurezza energetica, che si trova alla base della sicurezza di un Paese.

Quanto prima l’Unione si doterà davvero di una politica energetica comune e di una difesa comune, tanto prima raggiungeremo gli obiettivi legati al ruolo internazionale e al benessere della cittadinanza che ci siamo dati.


Il link indicato nell’articolo:


https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/eu-gas-supply/





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