mercoledì 27 agosto 2025

Industria pulita: si può fare (e fa bene)

 Si parla spesso (e ne abbiamo parlato spesso anche in questo blog) della necessità di rendere coerente lo sviluppo industriale con la transizione energetica, e di farlo a livello di Unione Europea, oltre che dei singoli Stati. Sembra che qualcosa si muova, nonostante le difficoltà da sempre presenti nel costruire e armonizzare linee di intervento adeguate per il settore industriale. Anzi, si può dire che qualcosa si muove proprio a seguito delle scelte legate alle politiche green che dovrebbero portarci fuori dall’attuale dipendenza dai combustibili fossili e conseguente cambiamento del sistema climatico terrestre.


Il 26 febbraio 2025 la Commissione Europea ha lanciato il “Clean Industrial Deal”, un piano di interventi per orientare l’industria europea alla sostenibilità mediante una serie di iniziative che includono sostegno finanziario e semplificazione delle regole. Fra gli obiettivi, l’abbattimento degli ostacoli burocratici per rendere più chiaro ed efficace il contesto normativo, promuovere l’innovazione e l’industrializzazione in linea con il Green Deal con i suoi obiettivi di decarbonizzazione (che, ricordiamo, prevedono di arrivare alla neutralità climatica al 2050). Secondo le previsioni, il piano dovrebbe mobilitare oltre 100 miliardi di euro.


Per essere certi di non cadere negli inganni del greenwashing (cioè, facciamo finta di lavorare in modo sostenibile, ma non lo siamo realmente) l’Unione si sta dotando anche di un nuovo sistema di rendicontazione (per gli addetti ai lavori, Csrd, corporate sustainability reporting directive,  Csddd, corporate sustainability due diligence directive, oltre a adeguata tassonomia ambientale). Evitare di deregolamentare in campo ambientale è fondamentale per mantenere la barra dritta verso il traguardo della completa decarbonizzazione.


Nel nostro Paese, un nuovo rapporto del Coordinamento Free, di cui si parla in un articolo a pagina 96 della rivista Qualenergia di luglio/agosto, mostra con i dati i benefici occupazionali e industriali in genere della transizione energetica. Scrive Livio de Santoli “La transizione energetica in Italia rappresenta una delle sfide e opportunità più rilevanti dell’attuale decennio, non solo per rispettare gli obiettivi climatici fissati a livello europeo e nazionale, ma anche per le potenziali ricadute occupazionali e industriali su scala sistemica”. Dal fotovoltaico all’idrogeno verde, dal biometano alle pompe di calore, gli specifici ambiti industriali da sviluppare sono molti, richiedono competenze, e possono creare un futuro dove non siano più i prezzi del petrolio e del gas a guidare l’economia. 

Ribadiamo ancora una volta che, a questo proposito,  è necessario intervenire sul sistema di formazione dei prezzi dell’energia: con la rilevante quota attuale di rinnovabili non è più accettabile il meccanismo del prezzo marginale che ci lega ai costi di approvvigionamento del gas. Il prezzo dell’energia elettrica in Italia è troppo alto, legato all’acquisto dall’estero e di conseguenza alla situazione politica internazionale - e abbiamo visto cosa ha significato la scelta politica miope di dipendere per quasi la metà dell’approvvigionamento dalla Russia - e penalizza le nostre imprese. 

Al contrario, i costi sono destinati a ridursi notevolmente parallelamente al formarsi di un sistema più sostenibile, con proiezioni che indicano come, “in uno scenario 100% rinnovabile al 2050, i costi annuali complessivi dell’intero sistema energetico italiano potrebbero essere ridotti fino al 60% rispetto a quelli sostenuti durante la fase acuta della crisi energetica del 2022” e comunque paragonabili a quelli pre-crisi.


Per saperne di più sul Clean Industrial Deal qui c’è il ink:


https://commission.europa.eu/topics/eu-competitiveness/clean-industrial-deal_it




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