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giovedì 9 dicembre 2021

Se il nucleare è decisivo va dimostrato con i numeri

 Torna in auge il nucleare e credo sia opportuno richiamarne alcuni aspetti, in un’ottica scientifica e assolutamente non ideologica. Posizioni preconcette su temi tecnici e scientifici portano soltanto a dibattiti sterili, ne è una prova in questo periodo il dialogo che ruota attorno al Covid e alla necessità di vaccinare o meno quante più persone possibili. Riprenderò il tema in fondo all’articolo cercando di estenderlo su un piano più generale.


Si parte da una domanda essenziale: dato che il futuro sarà elettrico, ovvero la forma energetica prevalente con cui faremo quasi tutto sarà l’elettricità, diverrà indispensabile ricorrere alle centrali nucleari? Vale a dire, per alimentare motori industriali, piastre a induzione, ovviamente treni, illuminazione, elettrodomestici e tutto quanto è già elettrico, ma soprattutto l’enorme parco auto, moto, bus che elettrico lo diventerà, sarà necessario ricorrere alla fonte nucleare, che produce energia elettrica e non emette CO2? 

L’insieme delle fonti energetiche in Italia oggi è costituito da fonti fossili tradizionali in parte maggioritaria, da fonti rinnovabili, e da una quota limitata di importazioni dall’estero che include anche l’energia nucleare proveniente dalla Francia e dalla Svizzera, ma allo scopo di contenere le emissioni di CO2 e altri composti climalteranti ci si orienta verso una riduzione della quota fossile e un corrispondente aumento della quota rinnovabile. Se l’intero parco veicolare sarà convertito nei modelli elettrici, sarà sufficiente la produzione attuale - su cui si agisce contestualmente per ridurne la parte fossile - o sarà necessario un aumento della produzione di elettricità? Un eventuale aumento coperto da rinnovabili, o da altro? 

Si tratta del punto centrale, il perno su cui ruota il destino energetico del nostro Paese.

Il fatto che un convegno alla Camera il prossimo 15 dicembre definisca già nel titolo “Il nucleare decisivo per la transizione energetica”, proponendone al lettore le conclusioni prima dell’inizio, con la partecipazione di parlamentari e ministri, mostra con evidenza che una parte degli attori coinvolti vede un possibile ritorno del nucleare in Italia come una delle vie da percorrere. 


Impianti nucleari andrebbero ad incrementare la potenza elettrica a disposizione.  

La potenza efficiente lorda di generazione, al 31 dicembre 2020, è risultata pari a 120 GW, con un incremento di 1GW che ha causato un leggero aumento del +0,9% rispetto al dato dello scorso anno, in quanto l’entrata in esercizio di nuovi impianti, compresi termoelettrici di piccola taglia, ha compensato le grandi dismissioni e i depotenziamenti nel parco di generazione tradizionale - traggo dai Dati Statistici di Terna, pubblicati con regolarità e reperibili sul sito - mentre la potenza richiesta in Italia è sempre al di sotto di 60 GW. 

Queste chiarissime informazioni ci dicono due cose: una, che la potenza installata è circa il doppio del carico maggiore che si registra, un fatto ben noto da anni ma mai chiarito completamente essendo costituito dalla parte preponderante di generazione fossile tradizionale, due, che le dismissioni delle centrali più tradizionali e impattanti procedono col contagocce pur se beneficamente compensati da impianti più moderni. E’ giusto avere una riserva di potenza adeguata ad un Paese come l’Italia, ma il doppio sembra troppo. Aggiungere potenza nucleare significa aumentare ulteriormente la disponibilità, e come minimo occorre aver fatto bene i conti per capire se risulta necessaria oppure no prima di procedere ad un investimento ingente.

Sul fronte delle rinnovabili, sono ancora una quota minoritaria, pur se aumentata notevolmente negli anni, e devono aumentare per coprire le dismissioni degli impianti obsoleti tradizionali. 

Ma non c’è solo la produzione, risulta in effetti particolarmente importante il modo in cui si consuma l’energia, e in questo caso l’elettricità. Aumentare l’efficienza e azzerare gli sprechi di qualcosa che è sempre oneroso produrre è l’altra linea da seguire, perché comporta minori necessità di materia prima a parità di servizio. 


Esiste anche la possibilità che il nucleare sia per alcuni una scelta, un’opzione per rientrare nel sistema. A questo proposito, va ricordato il nucleare cosiddetto di Quarta Generazione, spesso citato.  Si tratta di un insieme di progetti tesi a rendere più economico e sicuro il reattore nucleare, a cui partecipano anche industrie e centri di ricerca italiani. I nuovi reattori allo studio presentano modifiche che intervengono su vari fronti, come la sicurezza, la taglia, il costo, ma sono a tutti gli effetti reattori nucleari a fissione, vale a dire basati sullo stesso concetto di tutte le centrali realizzate a partire dalla pila di Fermi del 1942. Non presentano nulla di radicalmente nuovo, soprattutto sul fronte del problema forse maggiore che riguarda la fissione, ovvero la produzione di scorie radioattive pericolose, che rimangono tali per periodi lunghissimi. Non abbiamo ancora realizzato un deposito sicuro adeguato per le scorie ad alta radioattività che possediamo; tornare al nucleare significherebbe produrne altre. Le caratteristiche geologiche del nostro Paese non aiutano in questo senso: non c’è un chilometro quadrato che non sia sismico, non abbiamo il deserto ma una stretta penisola densamente abitata, abbiamo vulcani e faglie ovunque, dove le aree non sono coltivate o industrializzate sono montagne. 

Il nucleare più innovativo rimane la fusione, ma questa è un’altra storia, ancora allo stadio di ricerca, lontano da una possibile applicazione commerciale. 


Questi sono pochi, semplici fatti, per un argomento che richiederebbe approfondimento migliore. La tendenza a parlare per pre-concetti, o pre-giudizi, è devastante in questo campi, perché finisce per instillare poco alla volta nozioni non verificate che poi diventano costruzioni fantasiose. Per decidere se “dobbiamo” tornare al nucleare nella fase della transizione ecologica dell’economia occorrono i numeri, ancora meglio occorrono scenari alternativi realistici fra cui scegliere con obiettività. L’unica possibilità che abbiamo per prendere decisioni funzionali al benessere della collettività riguardo temi idonei all’indagine scientifica è, appunto, la scienza. Si tratta dello strumento migliore che ad oggi siamo riusciti a costruire per comprendere il mondo naturale. Nel caso, è utile per organizzare la difesa da un virus che il nostro sistema immunitario non conosce, per esempio. Oppure, è utile per costruire strumenti tecnici che svolgano funzioni opportune, come produrre energia, per esempio. La medicina non è deterministica, e da tempo non lo è più neanche la fisica, ma restano comunque le migliori costruzioni umane in divenire in rapporto al mondo; non conosciamo ad oggi alternative che non siano fantasie. 

Non esiste nessuna scienza di regime, la comunità scientifica è internazionale, connessa, aperta nei suoi studi e nei suoi risultati. Sembrava scontato, ma ora sappiamo che non lo è, il Covid ha aperto una voragine di disinformazione che inghiotte anche persone colte, ma che non deve mettere a rischio il metodo scientifico. Per fortuna, il governo ha operato rispetto alla pandemia mantenendo fermo il punto principale, accantonando il pensiero magico alla base della parte migliore, per così dire, delle proteste, e operando con una progressività idonea a far comprendere l’entità del problema. 






mercoledì 20 ottobre 2021

Un buon momento

 Questo post contiene esclusivamente congratulazioni, dunque è benefico in sé, nonché auspicio per evoluzioni positive che caratterizzino il futuro.

Innanzitutto, a Giorgio Parisi, fisico dell’Università di Roma La Spienza e dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, attuale vicepresidente dell'Accademia dei Lincei, che è stato insignito del Premio Nobel per la Fisica 2021 insieme a Syukuro Manabe della Princeton University, negli Stati Uniti, e Klaus Hasselmann del Max Planck Institute for Meteorology di Amburgo, in Germania.

Gli studi di Parisi sui sistemi complessi lo hanno portato a vincere il premio, che per la prima volta viene assegnato a tale campo di ricerca. Si tratta di un’area di studio relativamente nuova, nettamente diversa e straordinariamente importante: fra le sue numerose applicazioni si annovera anche il sistema climatico, oggi al centro delle preoccupazioni per il cambiamento in atto causato dalla diversa composizione atmosferica.

Il tema della complessità è al centro delle riflessioni più attuali della cultura contemporanea sia in ambito scientifico, come dimostra il lavoro di Parisi, sia in ambito filosofico, penso ad esempio al contributo di Edgar Morin o di Ilya Prigogine. La perdita delle assunzioni di linearità nei sistemi porta a conseguenze a volte inaspettate e oggetto di studi ancora molto aperti. Un campo di lavoro decisamente affascinante. 


Il premio assegnato ad un professore italiano porta ad apprezzare maggiormente il lavoro che si fa nei nostri centri di ricerca e a non dimenticare che i finanziamenti alla ricerca scientifica, ed in generale alla cultura a partire dalla scuola, sono il miglior investimento che uno Stato possa fare per i propri cittadini. Si tratta dei pilastri su cui poggia l’intero edificio, più robusti sono meglio è. Istruzione, formazione, ricerca, e cultura in generale sono esattamente ciò con cui “si mangia” in un Paese moderno, le basi per costruire il futuro, fatte di persone in carne ed ossa capaci di creare nuove visioni e aprire nuove strade. 


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Si sono conclusi i ballottaggi delle elezioni politiche amministrative, anch’essi favorevoli al centrosinistra. Come dire, è un buon momento.

Roma, Torino, e altre città più piccole saranno governate dai candidati progressisti, come le altre in cui la vittoria era stata decisa al primo turno. A Bologna Matteo Lepore ha presentato la squadra di governo della città, ed a loro, come a tutti i Sindaci e le giunte delle altre città, va l’augurio di buon lavoro. 

Le città sono determinanti per gli sviluppi futuri delle nostre società e in quest’ottica assumono particolare rilevanza. La presenza dei temi ambientali in vari assessorati mostra tutta l’importanza de tema, trasversale alle tematiche più cogenti.






giovedì 1 aprile 2021

Noi, la Natura, e il Coronavirus

 Non abbiamo mai avuto grande dimestichezza con la Natura, con le sue leggi, con i suoi ritmi, i suoi spazi; non l’abbiamo avuta come specie umana, ed in particolare come membri di quella che viene comunemente definita “cultura occidentale” di origine greco-romana, poi cristiana, e poi l’Umanesimo, il Rinascimento, l’Illuminismo, poi la modernità... La Natura è sempre rimasta sullo sfondo dell’evolversi del pensiero umano, eccettuato rare eccezioni (il cristianesimo di San Francesco, il Romanticismo) o ha riguardato alcuni pensatori la cui riflessione è stata troppo spesso travisata a supporto di teorie esoteriche fondate sul pensiero magico (si pensi a Pitagora o a Giordano Bruno). 

Nemmeno la Rivoluzione Scientifica, che ha aperto la strada alla comprensione delle leggi naturali spodestando la Filosofia Naturale che operava senza possedere gli strumenti adatti, ha saputo trovare la via giusta per indagare il rapporto fra noi - specie animale in grado di modificare profondamente l‘ambiente - e il mondo che ci ospita, anzi ha consentito uno sviluppo tecnologico senza precedenti, che ha rafforzato l’idea della disponibilità di un ipotetico nostro super potere nel rapporto con la Natura. Si tratta dell’avere a disposizione un fattore “ipotetico”: esiste veramente? Temo di no, ma non ne siamo consapevoli. (Il fatto di avere introiettato un’idea che ci riguarda e che non esiste dovrebbe essere oggetto di indagine approfondita per i numerosi aspetti che possiede e l’importanza che riveste).

Pensatori che hanno indagato questo ambito sono relativamente recenti, o recentissimi, testimoniando proprio il vuoto da riempirsi soltanto in caso di necessità, ormai estrema.

La storica carenza di riflessione in questo campo ha conseguenze di vasta portata che possono essere riassunte in due rami legati fra loro: la quasi totale assenza di senso di responsabilità riguardo gli effetti delle proprie azioni sull’ambiente e una radicata difficoltà persino nel comprendere fenomeni estesi spazialmente e di lunga durata temporale, che possono cioè riferirsi al mondo intero ed interessare periodi di tempo lunghi. Tradotto, in relazione al problema attuale del riscaldamento globale significa che non ci sentiamo responsabili e non ne riusciamo nemmeno ad afferrare le caratteristiche, inclusa la pericolosità. In relazione al secondo, gravoso, problema che ci sta affiggendo, l’epidemia di coronavirus Sars-Cov-2, significa di nuovo lo stesso, che non ci sentiamo responsabili e non ne comprendiamo del tutto le caratteristiche, a partire dal rischio di una crescita esponenziale (almeno al principio) dei contagi.


Forse non conosciamo nemmeno il mondo in cui viviamo, plasmato da noi. Il libro di David Quammen “Spillover” (uscito nel 2012!) ne propone una descrizione in colori vividi, per nulla piacevoli. Se non l’avete ancora letto, e pensate di farlo, preparatevi ad entrare in un mondo, il nostro, che non vediamo nei film, nei documentari, nei supporti che veicolano la cultura popolare - e si tratta di un mondo ad alto grado di rischio. Ci viviamo dentro ogni secondo della nostra vita.

Traggo da esso le prossime righe.

“Dovremmo sapere che le recenti epidemie di nuove zoonosi, oltre alla riproposizione e diffusione di altre già viste, fanno parte di un quadro generale più vasto, creato dal genere umano. Dovremmo renderci conto che sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo. Dovremmo capire che alcune situazioni da noi generate sembrano praticamente inevitabili, ma altre sono ancora controllabili. Gli esperti hanno già indicato questi fattori ed è pertanto facile elencarli. Abbiamo aumentato il nostro numero fino a sette miliardi e più, arriveremo a nove miliardi prima che si intravveda un appiattimento della curva di crescita. Viviamo in città superaffollate. Abbiamo violato, e continuiamo a farlo, le ultime grandi foreste e altri ecosistemi intatti del pianeta, distruggendo l’ambiente e le comunità che vi abitavano. A colpi di sega e di ascia, ci siamo fatti strada in Congo, in Amazzonia, nel Borneo, in Madagascar, in Nuova Guinea e nell’Australia nord orientale. Facciamo terra bruciata, in modo letterale e metaforico. Uccidiamo e mangiamo gli animali di questi ambienti. Ci installiamo al posto loro, fondiamo villaggi, campi di lavoro, città, industrie estrattive, metropoli. Esportiamo i nostri animali domestici, che rimpiazzano gli erbivori nativi. Facciamo moltiplicare il bestiame allo stesso ritmo con cui ci siamo moltiplicati noi, allevandolo in modo intensivo in luoghi dove confiniamo migliaia di bovini, suini, polli, anatre, pecore e capre, ratti del bambù e zibetti. In tali condizioni è facile che gli animali domestici e semidomestici siano esposti a patogeni provenienti dall’esterno (...) e si contagino tra loro. In tali condizioni i patogeni hanno molte opportunità di evolvere e assumere nuove forme capaci di infettare gli esseri emani tanto quanto le mucche o le anatre. Molti di questi animali i bombardiamo con dosi profilattiche di antibiotici e di atri farmaci, non per curarli ma per farli aumentare di peso e tenerli in salute il minimo indispensabile per arrivare vivi al momento del macello, tanto da generare profitti. In questo modo favoriamo l’evoluzione di ceppi batterici resistenti. Importiamo ed esportiamo animali domestici vivi, per lunghe distanze e a grande velocità. Lo stesso avviene per certi animali selvatici usati in laboratorio, come i primati, o tenuti come esotici compagni. Commerciamo in pelli, contrabbandiamo carne e piante, che in certi casi portano dentro invisibili passeggeri patogeni. Viaggiamo in continuazione, spostandoci da un continente all’altro ancora più in fretta di quanto faccia il bestiame. (...) Cambiamo il clima del globo con le nostre emissioni di anidride carbonica e spostiamo le latitudini a cui le zanzare e zecche vivono. Siamo tentazioni irresistibili per i microbi più intraprendenti, perché i nostri corpi sono tanti e sono ovunque”. (Cap. 9)

martedì 29 settembre 2020

Politica e scienza, un binomio indispensabile

Si dice spesso che il cambiamento climatico, essendo un fenomeno in divenire, viene difficilmente compreso e ancor più stimato nella sua reale pericolosità. Di conseguenza, gli scienziati si sono attivati per rendere più facile ed immediata la comprensione del processo di mutazione in corso di un sistema complesso quale quello climatico, anche con l’aiuto della rete. 

Il Centro Europeo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) ha attivato un osservatorio che guarda al futuro, non per nulla denominato Foresight, con tanto di sito web, bello e articolato (in inglese). Riporto come sempre gli indirizzi in calce. 

La pagina di oggi - consultata il 29 settembre - si apre con un’analisi sugli eventi meteorologici estremi e la possibilità di predirli, con un articolo sul futuro della plastica, un pezzo che mette in luce il ruolo del metano nel climate change, un altro il ruolo delle balene nel sequestro del carbonio, e infine un dossier che indaga la relazione fra temperature più calde, clima più arido, e migrazioni che ormai coinvolgono milioni di persone. La stima riportata, molto variabile, va da diverse decine di milioni ad un miliardo di migranti ambientali al 2050. Queste sono le cifre con cui dovremo fare i conti, mentre le cause sono complesse e globali, altro che fermare una nave nel Mediterraneo - senza far parola dell’aspetto etico.  


Si tratta di una prospettiva enorme che non può essere certo ricondotta alle schermaglie politiche fra partiti, i quali invece avrebbero il compito di tentare di risolvere i problemi sulla base delle informazioni che provengono dagli studi scientifici in proposito. Il coronavirus che porta al Covid ha, in questo senso, modificato l’approccio del mondo politico a quello scientifico - il primo solitamente altezzoso e a volte persino sprezzante verso il secondo - in particolare nel nostro Paese, dove il Governo in carica ha apertamente adottato decisioni basate su risultanze scientifiche descritte da scienziati. Il Governo ha operato bene, aprendo una via praticamente inedita nella politica. Un fatto nuovo (non si vedeva nulla di simile dai tempi del dibattito sul nucleare, ma in forma e misura molto diverse) che può comportare conseguenze interessanti. Innanzitutto, una modifica culturale di non poco conto derivante proprio da un modello relazionale inedito di ascolto della politica nei confronti della scienza, in secondo luogo, scelte e decisioni di profilo tecnico come via prioritaria poiché la situazione lo richiede. Il Governo va encomiato per questo. 

Noi cittadini, dal canto nostro, possiamo fare una scelta precisa: non eleggere coloro che non credono nella scienza. Sarebbe un primo passo utile.

Ma andiamo oltre. Dovremmo, infatti, percorrere la stessa strada in ogni campo che sia in qualche modo  legato alla scienza; dunque, anche nell’approccio all’uso della plastica e di ogni altro materiale, all’uso degli animali, che dalle foreste ai mercati al mondo possono portare virus ignoti al nostro sistema immunitario, all’uso delle biotecnologie, al cambiamento climatico, il problema globale più rischioso.

C’è ancora molto da sapere sui legami fra le attività umane, gli equilibri naturali, la rete della vita sulla Terra, e lo sviluppo delle conoscenze scientifiche in proposito è particolarmente importante, anche al fine di impostare politiche adeguate a proteggerci dalle crisi climatiche e a limitare il cambiamento stesso.

Sul sito del CMCC si può, inoltre, vedere un video molto chiaro sulla variazione della copertura ghiacciata sull’Antartide negli ultimi 25 anni. Pur considerando le variazioni stagionali, la riduzione è nettissima. Si diceva della necessaria descrizione intuitiva: questa lo è, chiarendo il problema più di molte parole.


L’indirizzo del sito web è il seguente:


https://www.climateforesight.eu


Il video, reperibile sul sito medesimo, si può vedere sul canale YouTube:


https://m.youtube.com/watch?feature=emb_title&v=_C2EeptHCY8




mercoledì 29 luglio 2020

Ghiacciaio con telo

Forse è davvero il caso di esclamare “come ci siamo ridotti” osservando l’immagine riportata sotto (con notizia tratta dal canale ANSA Ambiente ed Energia): un ghiacciaio alpino ricoperto di appositi teli per evitarne lo scioglimento. Forse questi saranno i ghiacciai del futuro, forse sarebbe bene  progettare sistemi idonei a prevenire i roghi delle foreste, lo scioglimento del permafrost in Siberia, le fuoriuscite di metano... 


Il più vecchio ghiacciaio delle Alpi, il ghiacciaio di Rhone in Svizzera, è stato ricoperto per metri e metri con speciali teloni atti a prevenirne lo scioglimento. Non si tratta del primo esperimento: enormi teli ricoprono il ghiacciaio Presena, ad esempio, tra Val Camonica e Val di Sole. I teli permettono di evitare la fusione ed il ritiro del ghiacciaio, attualmente causata dal riscaldamento globale dell’atmosfera. 

Negli ultimi trent’anni sono scomparsi circa duecento ghiacciai sulle Alpi, e quelli rimasti presentano evidenti riduzioni nell’estensione, nello spessore, e nella consistenza. In altri luoghi della Terra le cose non vanno meglio. Nel numero di luglio di National Geographic Italia viene descritta l’emergenza che riguarda l’acqua nelle zone che dipendono dai fiumi generati dai ghiacciai dell’Himalaya. 

Nei territori di alta quota himalayani la popolazione si attrezza come può: costruendo riserve di ghiaccio artigianali. Enormi coni di ghiaccio, fino a trenta metri di altezza, caratterizzano il paesaggio del Ladakh, e sono capaci di immagazzinare milioni di litri di acqua allo scopo di irrigare i campi dei villaggi vicini. 

Il fiume Indo, uno dei più grandi fiumi della Terra, ha le sue origini nei ghiacciai e nevai himalayani, che immagazzinano acqua d’inverno e la cedono in primavera ed estate, durante il disgelo. Esso sostenta 270 milioni di persone, grandi città e sistemi agricoli, ma il suo flusso è destinato a variare in modalità che influiranno notevolmente. Si prevede un incremento da oggi al 2050, seguito da una diminuzione costante dopo quella data. Già oggi le inondazioni seguite da siccità stanno cambiando il rapporto delle popolazioni locali con il grande fiume, e la geopolitica del territorio non può che esserne influenzata, inasprendo le tensioni fra i Paesi interessati alla disponibilità idrica. Fra questi, Cina, India e Pakistan sono dotati di arsenali nucleari. 

Le sfide che il cambiamento climatico, causato dalle continue emissioni di CO2 ed altri gas climalteranti in atmosfera, ci pone davanti sono varie e spesso collegate fra loro a formare lunghe catene che portano lontano, ben oltre il nostro rapporto con l’ambiente. Sono le nostre società, non l’ambiente Inteso come qualcosa di estraneo a noi e alle nostre vite (chiaramente un’interpretazione errata), quelle più colpite e destinate a cambiare, intraprendendo spostamenti verso lidi non ancora del tutto delineati con chiarezza.  

Intanto, questa immagine rappresenta bene uno spicchio del nostro futuro. Guardiamola con attenzione, perché ciò che proietta va ben oltre una vetta alpina con teli in vista.

L'immagine e la notizia si trovano al seguente indirizzo:

https://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/natura/2020/07/18/ansasu-piu-antico-ghiacciaio-alpi-teli-bianchi-anti-fusione_f61c5ba5-1d81-4e18-a9e1-b7fd853981a2.html



martedì 10 marzo 2020

Straordinaria, la normalità del coronavirus

Straordinaria, la situazione che stiamo vivendo, angosciante quel tanto che basta, estranea alla normalità ed estranea al tempo abituale nel suo essere sospesa fra la peste dei Promessi Sposi e Andromeda di Chrichton o L'ombra dello scorpione di King.
Extra tempo ed extra luogo, colpisce tutti ovunque, la scienza medica non ha strumenti di lotta diretta contro ciò che vive una vita propria dentro gli organismi viventi a loro volta. Noi che credevamo che soltanto gli alieni soccombessero ai nostri possenti minuscoli microbi scopriamo di avere la guerra dei mondi a casa nostra, basta che un virus faccia "il salto" dall'animale all'uomo, da una specie all'altra, e veniamo colpiti come estranei noi stessi al nostro mondo.
La vita sulla Terra è anche questo, e lo sarà sempre; mentre noi esseri umani combattiamo le nostre inutili, o troppo spesso distruttive, battaglie quotidiane la vita terrestre ci ricorda che non siamo molto più che una specie animale attaccabile da una potenza invisibile capace di insinuarsi dentro di noi distruggendo in un attimo sogni, speranze, buone azioni, ma anche lotte di potere, guerre, diseguaglianze, inquinamento dell'unico posto dove comunque abbiamo la fortuna di vivere.  Virus, dal latino "veleno", ci informa il Treccani "(...) gruppo di organismi, di natura non cellulare e di dimensioni submicroscopiche, incapaci di un metabolismo autonomo e perciò caratterizzati dalla vita parassitaria endocellulare obbligata".  Parassiti delle cellule. 

A proposito dell'inquinamento: la Nasa ci informa che è bastata la quarantena obbligata dal coronavirus per rilevare da satellite un netto calo dello smog sui cieli della Cina (vedi link in calce). Pochi giorni et voilà, la minaccia peggiore -  perché si tratta di qualcosa che è peggiore di tutti i virus - che incombe su di noi sembra quasi sparire. Non ci vuole molto nemmeno ad accorgersi che anche da noi sta succedendo lo stesso: netto calo degli spostamenti a seguito delle decisioni del governo, lezioni scolastiche da casa, e l'aria è più pulita. La qualità dell'aria in Pianura Padana è migliorata improvvisamente, secondo i dati rilevati dagli strumenti e secondo la sensazione personale ormai sintonizzata sui valori scientifici per chiunque viva in quelle zone.
Certo, non intendo perorare la causa del virus che stiamo combattendo con tutti i mezzi possibili; vorrei al contrario evidenziare un fatto e una conseguenza che possono essere utilizzati in altro contesto: il fatto è che il nostro sistema economico e produttivo si basa ancora in misura sostanziale sulla combustione delle fonti energetiche fossili a livello mondiale, la conseguenza è che come è possibile andare avanti nel solito modo, così è possibile ridurre l'inquinamento in  modo drastico. E, dato che dobbiamo farlo per evitare la catastrofe climatica e ambientale prossima futura, è bene attingere ovunque sia possibile spunti e informazioni per attivarsi.
Ls catastrofe climatica e ambientale è una realtà in arrivo a velocità spedita se non interveniamo in modo netto e altrettanto veloce, una catastrofe peggiore di quella che stiamo vivendo con il coronavirus. Va scritto, e scritto di nuovo. Nessuno dica poi "non lo sapevo", o domandi "perché non è stata prevista" ("Why did nobody notice it?" la Regina Elisabetta agli economisti, nel 2008 allo scoppio della crisi, ma in quel caso aveva ragione).
Per evitarla ci sono azioni da intraprendere capaci di portare ad una rapida decarbonizzazione dell'economia, come si dice. Ovvero, a lasciare petrolio, carbone e metano sotto terra. Se si oppongono coloro che traggono profitti da quel settore, andrà concordato un piano di uscita e di conversione alle rinnovabili. Ma va fatto, al più presto.
Non possiamo e non vogliamo tornare alla candela, e proprio per questo va cambiato ora il modello di sviluppo che ci ha portati ad un benessere senza precedenti nella storia dell'umanità al prezzo di rischiare di perderlo improvvisamente per i danni che causa all'ambiente naturale. Abbiamo le tecnologie adatte, abbiamo un elevato grado di conoscenza scientifica, dobbiamo avere la forza di fare un passo deciso in avanti. Dobbiamo riuscire a costruire una società in cui un elevato grado di sviluppo sia sovrastato da un cielo pulito come quello registrato in questi giorni dalla Nasa sulla Cina. 

Ma il virus va combattuto, e se non disponiamo ancora di armi dirette come i vaccini (sarebbe interessante sapere cosa pensano ora i gruppi no-vax), possiamo farlo con i metodi indiretti. Che sostanzialmente sono riconducibili alla pulizia personale e ad una minore interazione sociale. Lavarsi le mani ed evitare i luoghi affollati. Seguiamo le indicazioni del Ministero della Salute, senza panico ed eccessi, e andrà tutto bene. Un contagio può essere contenuto, limitato, e infine ridotto al nulla. 
Non sarà mai abbastanza un ringraziamento a tutti coloro che sono impegnati in prima linea, medici, infermieri, Protezione Civile, ma grazie. In queste occasioni emerge ciò che conta veramente, e non ha prezzo.


La notizia e le mappe della Nasa:

http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Coronavirus.-Il-calo-di-smog-in-Cina-nelle-foto-satellitari-Nasa-ed-Esa-661c1171-d888-4ae7-bc20-7608fcbefdab.html#foto-1

La qualità dell'aria sulla Pianura Padana il 10 marzo:

https://www.ilmeteo.it/aria/emilia+romagna

Il sito governativo con tutte le informazioni sul coronavirus: 

http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus



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