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sabato 4 dicembre 2021

Quasi mille contratti di lavoro in Italia: é giunto il momento che il Partito Democratico lanci un’iniziativa politica?

 Secondo il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), sono attualmente vigenti in Italia 985 Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (Ccnl), depositati presso il CNEL stesso al 30 giugno scorso. La cifra cambia regolarmente con una crescita costante nel corso del tempo. Dei 935 dell’anno scorso, secondo CGIA di Mestre, ben 351 sono stati firmati da associazioni datoriali e organizzazioni sindacali non riconosciute dallo stesso Consiglio Nazionale, vale a dire 4 su 10, precisamente il 37,5 per cento del totale. 

Un record, una selva contrattuale in cui si fatica a vedere se vengono rispettati i diritti più elementari. Se è chiaro che la libertà sindacale va garantita, è altrettanto chiaro che si tratta spesso di sigle sindacali inesistenti, create allo scopo, che vanno a firmare contratti nazionali con regole al ribasso in ogni ambito, riduzione dello stipendio, limitazione dei diritti più elementari, aumento della precarietà, differenziazione uomo-donna, contrazione delle norme per ls sicurezza sui luoghi di lavoro - e sappiamo quanto è grave il problema visto che non passa giorno che non ci informino dell’infortunio o del decesso di qualcuno sul luogo di lavoro. 

Non basta certo lamentarsi, occorre un intervento politico. Quindi, una domanda: perché il PD non si intesta un’iniziativa politica per normare la rappresentanza sindacale nel senso che i sindacati più rappresentativi possano siglare contratti validi per tutti? Che porti, in qualche modo, alla possibilità di verificare cosa accade nella selva dei contratti di lavoro, e ridurre, ordinare, chiarire l’intero settore?

Olaf Scholz è il nuovo Cancelliere tedesco ed ha già espresso alcuni interventi chiari del suo prossimo governo, fra cui il salario minimo a 12 euro. E’ giunto il momento anche per noi per un’iniziativa politica riconoscibile, chiara, su cui investire, riguardante il mondo del lavoro?







martedì 13 luglio 2021

Momenti cruciali

 E’ il nostro momento, come dicono molti? Chissà, a volte basta davvero convincersene per cambiare la direzione di marcia. 

Sta di fatto che la Nazionale di calcio ha vinto, meritatamente, la competizione Europea, che un tennista italiano, Berrettini, è arrivato in finale a Wimbledon, che un gruppo italiano, i Måneskin, ha vinto l’Eurovision Song, che è stato dato il via al Piano di ripresa e resilienza nazionale, e apparentemente siamo felici. Va anche detto che lo sono di meno i 422 dipendenti della GKN di Campi Bisenzio, a due passi da Firenze, licenziati con un messaggio Whatsapp, o le vittime di infortuni e decessi sul lavoro, sempre in numero elevatissimo, o i 5 milioni e seicentomila italiani che vivono in “povertà assoluta”, secondo quanto certifica ISTAT, numero in forte crescita lo scorso anno. La frase classica in questo caso è “non mancano le contraddizioni”, per cui appunto cerchiamo di contenerle perché contraddirsi non è mai una buona cosa. Un auspicato miglioramento delle nostre condizioni economiche deve portare con sè un contestuale miglioramento delle condizioni del lavoro e una consistente riduzione delle diseguaglianze. 

Il momento sembra a noi favorevole e una ventata di ottimismo non può che fare bene. Quando ci lamentiamo della scarsa considerazione di cui godiamo all’estero, non dimentichiamo che sta a noi ottenere l’esatto opposto e che, al contrario di quanto spesso sospettiamo, basta poco per rianimare l’immagine, a volte spenta, dell’Italia nel mondo: basta ritrovare gli aspetti migliori che caratterizzano il nostro Paese e noi stessi, e che sono molto apprezzati.

Mario Draghi sta guidando una fase interessante e difficile, un momento di passaggio dopo un dramma collettivo portato da un virus, il suo governo riassume le principali tendenze politiche del nostro Paese: da loro ci aspettiamo moltissimo. Sono responsabili dell’immediato e del futuro per una quota mai così elevata: crescita economica e riduzione dell’impatto ambientale, azzeramento delle conseguenze sul clima, riequilibrio delle dinamiche economiche e sociali interne, ruolo in Europa e nel Mondo.  Insomma, stanno delineando il nostro Paese nel futuro prossimo e anche più lontano nel tempo. 

In questo momento, il Paese è sostenuto dalla progressiva diffusione di una fiducia che, se non cieca, certo da tempo mancava in questa intensità. Pur con tutte le difficoltà ben note, siamo in Unione Europea (e continueremo a restarci), siamo un Paese con grandi potenzialità, e abbiamo ora la possibilità, grazie ad un finanziamento mai così ingente, di costruire il futuro che desideriamo. Non sprechiamo un’occasione irripetibile.

Non per niente il Piano nazionale di ripresa e resilienza ha per titolo “Italia domani”. Per conoscerlo meglio, si può scaricare al seguente link:


https://www.governo.it/sites/governo.it/files/PNRR.pdf





sabato 13 febbraio 2021

La scelta di Draghi

 MARIO DRAGHI ha sciolto la riserva e comunicato i membri della squadra di governo.

Si tratta, come era previsto, di un numero di Ministri provenienti dai partiti e dal Parlamento e di un numero di Ministri definiti “tecnici”, cioè specialisti dei temi di cui andranno ad occuparsi. E’ lecito discutere sulle scelte e sulla coabitazione fra partiti di fondamenta politiche e ideali diverse, ma deve essere chiaro che lo si fa a partire da un punto fermo: che Draghi non aveva altra scelta. L’unica formazione di governo che poteva fare era un insieme di esponenti di partito per garantire la maggioranza in Parlamento e di persone qualificate, soprattutto allo scopo di affrontare il tema della pianificazione e gestione dei fondi UE, nel momento in cui un partito ha causato la fine del governo precedente. La situazione creatasi era molto grave, e andava risolta. Non amo le dietrologie e non so se era prevista, ma questa era ed è l’unica soluzione possibile. Una specie di ultima chiamata per il nostro Paese.

Non sottovaluterei il nuovo Ministero della Transizione Ecologica. Al di là del nuovo nome, se il nuovo Ministero dell’Ambiente include l’Energia, scorporandola dallo Sviluppo, Mario Draghi ha fatto una scelta innovatrice, di quelle che i partiti - di ogni colore - non hanno mai capito (o hanno finto di non capire). Non so cosa farà, ma il destinatario del nuovo, importantissimo, compito, Roberto Cingolani ha i titoli (mi si consenta di parteggiare per un Fisico) per guidare il Ministero al meglio. Altro che inutilità, come in molti hanno immediatamente commentato.

Un’altra casella rilevante per il nostro futuro riguarda i Trasporti, affidata a Enrico Giovannini, persona competente e sensibile ai temi ambientali. Sappiamo bene quali difficoltà si incontrino nell’affrontare il tema dell’impatto dei Trasporti, che rappresentano insieme il settore più inquinante e il più difficile da modificare nel senso della sostenibilità.

Non trascurerei inoltre il Lavoro affidato ad Andrea Orlando: un uomo di sinistra nel tema cuore della sinistra. La sanità resta a Roberto Speranza, come era giusto, e per il PD, Guerini alla Difesa e Franceschini alla Cultura. 

Sono poche le donne? Sì, ma quelle presenti non si trovano in posizioni secondarie, anzi, in collocazioni di primissimo piano. 

La situazione ha i contorni di un’emergenza, e questa può essere una soluzione. Al contrario di quanto dicono molti in queste ore, non credo questa volta che il governo durerà poco. Al contrario. E siamo al punto che dobbiamo augurarcelo.

Per parte mia, auguro buon lavoro al governo guidato da Mario Draghi, e ringrazio tutti i membri del governo precedente. Il Presidente Mattarella credo che abbia fatto la scelta giusta, e un ringraziamento speciale va a lui in particolare.


martedì 26 gennaio 2021

Il Patto per il lavoro e per il clima della Regione Emilia Romagna

Si legge su sito della Regione Emilia-Romagna: “La Regione sottoscrive il Patto per il Lavoro e per il Clima insieme a enti locali, sindacati, imprese, scuola, atenei, associazioni ambientaliste, Terzo settore e volontariato, professioni, Camere di commercio e banche. Un progetto condiviso per il rilancio e lo sviluppo dell’Emilia-Romagna fondati sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale.” Il progetto a cui si fa riferimento, denominato Patto per il Lavoro e per il Clima, è stato presentato lo scorso dicembre.

Il tema (lo si capisce già dal nome) è altamente innovativo, le parole con cui viene presentato sono estremamente incoraggianti, la lunga lista degli organismi aderenti all’iniziativa quasi sorprende (si va dai Comuni alle Università, dai sindacati alle associazioni ambientaliste).  

Si legge nel documento “Un progetto volto prioritariamente a generare lavoro di qualità, contrastare le diseguaglianze e accompagnare l’Emilia-Romagna nella transizione ecologica, contribuendo a raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.” Come dire, il fil rouge che attraversa, legandoli fra loro, tutti i principali aspetti della questione delle questioni che riguarda il nostro mondo attuale: quella ambientale-sociale. Abbiamo costruito negli ultimi due secoli un modello di sviluppo economico che ha garantito posti di lavoro e un livello di ricchezza mai visti nella storia dell’umanità, ma lo abbiamo costruito su fondamenta instabili poggiate sulla melma fatta di sfruttamento di risorse naturali e persistenza di vecchie e nuove forme di diseguaglianza sociale. Ora dobbiamo occuparci di fondare lo sviluppo su basi più solide e giuste, e lo si può fare anche a partire dal livello locale. Sulla pagina web dedicata si fa riferimento alla crisi profonda originata dalla pandemia in corso ormai da un anno e alla volontà di rinascita che decisioni come quelle assunte dall’Unione Europea, grazie alle quali l’Italia riceverà 209 miliardi di euro, rendono evidente. Un’occasione per cambiare direzione praticamente unica.


La strategia del Patto consiste nel raggiungere quattro obiettivi attraverso quattro processi: i primi, si riassumono nella conoscenza, nel lavoro e l’impresa, nella transizione ecologica, nei diritti e doveri, i secondi includono la transizione digitale, la semplificazione, la legalità e la partecipazione. Ma che cosa vuol dire tutto ciò?

Entrando nel dettaglio, il documento del Patto inizia con una presa d’atto dello status quo, di come si è formato e come è stato reso manifesto in modo inequivocabile dall’evento pandemico. 


Paradossalmente, fino ad un anno fa sembrava che le conoscenze ormai assodate non influissero se non in misura minima sul procedere degli eventi: tutti avanti come se niente fosse, pur essendo noto il rischio ambientale, e noto quello epidemico, e note le nuove iniquità frutto di uno sviluppo con troppe facce oscure. Enormi ingranaggi di una macchina in perenne movimento, separata dall’anima e dal pensiero, inarrestabile. Poi, avviene l’evento di rottura dell’equilibrio (instabile), e un microscopico virus si impossessa della macchina e ci costringe a fermarla, pena milioni di decessi senza appello a qualsiasi conoscenza medica. Ne abbiamo già parlato su questo blog. Dalla crisi però si può immaginare la rinascita. Una nuova prospettiva. Dopo averla immaginata, si può tentare di costruirla. Poi la si dovrà realizzare davvero.


Si capisce fino dall’inizio che il tentativo messo in campo dalla Regione Emilia Romagna è di vasta portata per le sfide che assume. Per raggiungere gli obiettivi che si è dato indica la necessità di “Investire in educazione, istruzione, formazione, ricerca e cultura: per non subire il cambiamento ma determinarlo; per generare lavoro di qualità e contrastare la precarietà e le diseguaglianze; per innovare la manifattura e i servizi; per accelerare la transizione ecologica e digitale”, di “Contrastare le diseguaglianze territoriali, economiche, sociali e di genere che indeboliscono la coesione e impediscono lo sviluppo equo e sostenibile”, di “Progettare una regione europea, giovane e aperta che investe in qualità, professionalità e innovazione, bellezza e sostenibilità: per attrarre imprese e talenti, sostenendo le vocazioni territoriali e aggiungendo nuovo valore alla manifattura, ai servizi e alle professioni”.  Infine, l’obiettivo ambientale: si legge di “Accelerare la transizione ecologica per raggiungere la neutralità carbonica prima del 2050 e passare alle energie pulite e rinnovabili entro il 2035; coniugare produttività, equità e sostenibilità, generando nuovo lavoro di qualità”. Non si tratta di finalità di poco conto:  neutralità carbonica al 2050, in linea con la strategia europea, e 100% di energie rinnovabili entro il 2035.  Posso solo ricordare quando, fino a poco più di una decina di anni fa, i piani energetici puntavano sulle centrali a gas, o quando alle iniziative pubbliche parlare di cento per cento rinnovabili sembrava un’eresia. Ora sembra un altro mondo, e questo è già in sé motivo di soddisfazione. 

Le linee di intervento sono molteplici e tutte condivisibili: dal sostegno alla transizione ecologica delle imprese, alla ricerca scientifica, dalle comunità energetiche alla rigenerazione urbana, dall’economia circolare all’agricoltura biologica alla mobilità sostenibile. Sappiamo che quest’ultimo è un punto dolente in regione: troppo spesso si parla di trasporti su ferro mentre si costruiscono nuove strade, esattamente come si parla di fermare i consumo di suolo e si continua ad impoverirlo o cementificarlo con progetti di cui non si vede mai la fine. 

Come la strategia del Patto diverrà pratica quotidiana è esattamente il cuore della questione, dati gli interessi contrastanti in gioco. Se coloro che governano il territorio sapranno tradurre nella pratica ciò che è scritto sulla carta e con quale tempistica, se sapranno progettare realisticamente secondo linee che ora (quasi) non ci sono, linee da definire, da realizzare. Se sapranno porre un limite alle richieste, alle inevitabili pressioni, basandosi sul valore intrinseco di una strategia necessaria e non più rinviabile, se insomma il Patto trasformerà le parole in fatti visibili e verificabili oppure no: questa è la sfida intrinseca. 

Per realizzarlo, perciò, il Patto va seguito, va valorizzato, non va assolutamente dimenticato altrimenti finirà fra i vari bellissimi documenti nel cassetto di qualche ufficio. Le associazioni ambientaliste che figurano fra gli aderenti avranno questa funzione, potranno esercitare il controllo sulla reale applicazione dei concetti espressi. 

La sfida è avviata. Buona fortuna al Patto Lavoro e Clima. 


Per saperne di più sulle 47 pagine tutte da leggere, il sito è il seguente, dove si può anche scaricare l’intero documento:


https://www.regione.emilia-romagna.it/pattolavoroeclima



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