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martedì 17 giugno 2025

Estate con i libri

Un'occasione per affrontare insieme argomenti fondamentali e bellissimi come la tutela della biodiversità: mercoledì 25 giugno ne parleremo presentando un libro che ripercorre, passando da Linneo a von Humboldt a Darwin, la storia significativa dell'evoluzione della vita sulla Terra, e tratta dell'impatto che la specie umana ha sul pianeta e sulle altre specie. 

Una storia affascinante che ci porta a considerare correttamente il contesto naturale in cui ci troviamo e che troppo spesso dimentichiamo.

 

 

 

domenica 13 febbraio 2022

Buone notizie - e altre meno

 Questa settimana i commenti sarebbero molti, a partire dalla modifica della Costituzione approvata dal Parlamento a larghissima maggioranza nel senso della tutela ambientale. Il fatto che prima l’ambiente non entrasse nella Carta se non come “paesaggio” la dice lunga sull’assenza di cultura ambientale nel nostro Paese. Ora il vuoto è stato colmato con due belle, a mio parere, aggiunte agli articoli 9 e 41. Sono stati modificati in questo senso, dove le parti in corsivo sono le aggiunte:

Art. 9

  1. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica
  2. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
  3. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali.


Art. 41

  1. L’iniziativa economica privata è libera.
  2. Non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
  3. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali.


L’articolo 9 si trova fra i principi fondamentali, mentre l’articolo 41 fra i diritti e doveri dei cittadini. Non è detto che verranno rispettati come dovrebbero, e un esempio chiarissimo è la tutela del paesaggio, fra i propositi più disattesi, ma l’inserimento è comunque un fatto importante che segna un cambio nella sensibilità collettiva riguardo temi un tempo considerati di terz’ordine. 


Purtroppo, ad una notizia positiva ne seguono altre negative, prima fra tutte il rischio di guerra in Ucraina. Un cambio della sensibilità collettiva anche riguardo il fenomeno “guerra” sarebbe opportuno: non si tratta di un’opzione politica, si tratta, sempre, di una barbarie. Se percepiamo come ovvio il danno causato alle persone e alle cose da un attacco militare, meno ovvie sono di solito le conseguenze ambientali: se ci preoccupano le emissioni inquinanti e climalteranti derivanti dalle normali attività umane, proviamo a valutare quelle emesse in caso di guerra. Inquinanti di ogni tipo, anche molto pericolosi, alterazione della composizione di aria, acqua, suolo, uccisione o allontanamento della fauna, rifiuti lasciati ovunque, mezzi militari che certo non badano a dove passano, in una parola, un incredibile aumento di entropia. L’entropia è una grandezza fisica che misura il caos, l’aumento di disordine che poco alla volta porta alla fine del mondo,  e che noi umani facciamo incrementare normalmente con le nostre attività, e in modo esponenziale con le nostre iniziative demenziali come le guerre. 

I missili non sono un’esibizione di potere, sono un’esibizione di morte. Quando anche questa sensibilità sarà davvero collettiva saremo a posto. Per ora non lo siamo. Speriamo davvero che non accada nulla in Ucraina.




domenica 9 gennaio 2022

Notizie ambientali da sapere, per un anno migliore

 Dall’ultimo numero del 2021 della rivista La Nuova Ecologia, volevo trarre alcune notizie “verdi” che mi hanno maggiormente colpito, poi mi sono accorta che il sito della rivista pubblica l’intero elenco in uno speciale dedicato all’anno appena trascorso. 

Dalla prima “5 gennaio, la Sogin, con il nulla osta del ministero dello Sviluppo e di quello dell’Ambiente, pubblica la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) a ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Sono 67 i luoghi scelti, con differenti gradi a seconda delle caratteristiche, in sette regioni: Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia. Parte la fase di consultazione dei documenti” all’ultima: “22 dicembre, dal 1 gennaio 2022 sarà vietato allevare animali da pelliccia in Italia, come cincillà, volpi, visoni, procioni. La Commissione di Bilancio del Senato ha approvato un emendamento dell’Intergruppo parlamentare per i Diritti degli animali, a prima firma della capogruppo Leu al Senato Loredana De Petris, che prevede la chiusura definitiva entro sei mesi degli allevamenti ancora esistenti di animali da pelliccia in Italia e il divieto dell’attività su tutto il territorio nazionale”, c’è di che leggere per farsi un’idea dello stato delle cose in tema di ambiente. Nonostante qualcosa sia inequivocabilmente cambiato nella sensibilità delle persone fino ai governi in carica, c’è moltissimo da fare. E da vigilare: la nuova tassonomia green di cui si parla in UE è discutibile sul piano delle fonti di energia, cercando di inserire, sostanzialmente a beneficio di alcuni Paesi, gas e nucleare fra le fonti accettabili nella famosa fase di transizione. Del gas nella transizione si parla dai primi anni ‘90, e a dire il vero la medesima si sta prolungando un po’ troppo. Il tempo, come abbiamo scritto più volte, è una delle variabili in gioco e il passaggio a rinnovabili ed efficienza ora può essere concretamente realizzato.

Ci saremo. Con l’auspicio che il nuovo anno sia decisamente migliore del precedente, sotto ogni profilo.

Il link allo speciale de La Nuova Ecologia è il seguente:

https://www.lanuovaecologia.it/snowball/le-100-notizie-verdi-del-2021/





  


giovedì 1 aprile 2021

Noi, la Natura, e il Coronavirus

 Non abbiamo mai avuto grande dimestichezza con la Natura, con le sue leggi, con i suoi ritmi, i suoi spazi; non l’abbiamo avuta come specie umana, ed in particolare come membri di quella che viene comunemente definita “cultura occidentale” di origine greco-romana, poi cristiana, e poi l’Umanesimo, il Rinascimento, l’Illuminismo, poi la modernità... La Natura è sempre rimasta sullo sfondo dell’evolversi del pensiero umano, eccettuato rare eccezioni (il cristianesimo di San Francesco, il Romanticismo) o ha riguardato alcuni pensatori la cui riflessione è stata troppo spesso travisata a supporto di teorie esoteriche fondate sul pensiero magico (si pensi a Pitagora o a Giordano Bruno). 

Nemmeno la Rivoluzione Scientifica, che ha aperto la strada alla comprensione delle leggi naturali spodestando la Filosofia Naturale che operava senza possedere gli strumenti adatti, ha saputo trovare la via giusta per indagare il rapporto fra noi - specie animale in grado di modificare profondamente l‘ambiente - e il mondo che ci ospita, anzi ha consentito uno sviluppo tecnologico senza precedenti, che ha rafforzato l’idea della disponibilità di un ipotetico nostro super potere nel rapporto con la Natura. Si tratta dell’avere a disposizione un fattore “ipotetico”: esiste veramente? Temo di no, ma non ne siamo consapevoli. (Il fatto di avere introiettato un’idea che ci riguarda e che non esiste dovrebbe essere oggetto di indagine approfondita per i numerosi aspetti che possiede e l’importanza che riveste).

Pensatori che hanno indagato questo ambito sono relativamente recenti, o recentissimi, testimoniando proprio il vuoto da riempirsi soltanto in caso di necessità, ormai estrema.

La storica carenza di riflessione in questo campo ha conseguenze di vasta portata che possono essere riassunte in due rami legati fra loro: la quasi totale assenza di senso di responsabilità riguardo gli effetti delle proprie azioni sull’ambiente e una radicata difficoltà persino nel comprendere fenomeni estesi spazialmente e di lunga durata temporale, che possono cioè riferirsi al mondo intero ed interessare periodi di tempo lunghi. Tradotto, in relazione al problema attuale del riscaldamento globale significa che non ci sentiamo responsabili e non ne riusciamo nemmeno ad afferrare le caratteristiche, inclusa la pericolosità. In relazione al secondo, gravoso, problema che ci sta affiggendo, l’epidemia di coronavirus Sars-Cov-2, significa di nuovo lo stesso, che non ci sentiamo responsabili e non ne comprendiamo del tutto le caratteristiche, a partire dal rischio di una crescita esponenziale (almeno al principio) dei contagi.


Forse non conosciamo nemmeno il mondo in cui viviamo, plasmato da noi. Il libro di David Quammen “Spillover” (uscito nel 2012!) ne propone una descrizione in colori vividi, per nulla piacevoli. Se non l’avete ancora letto, e pensate di farlo, preparatevi ad entrare in un mondo, il nostro, che non vediamo nei film, nei documentari, nei supporti che veicolano la cultura popolare - e si tratta di un mondo ad alto grado di rischio. Ci viviamo dentro ogni secondo della nostra vita.

Traggo da esso le prossime righe.

“Dovremmo sapere che le recenti epidemie di nuove zoonosi, oltre alla riproposizione e diffusione di altre già viste, fanno parte di un quadro generale più vasto, creato dal genere umano. Dovremmo renderci conto che sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo. Dovremmo capire che alcune situazioni da noi generate sembrano praticamente inevitabili, ma altre sono ancora controllabili. Gli esperti hanno già indicato questi fattori ed è pertanto facile elencarli. Abbiamo aumentato il nostro numero fino a sette miliardi e più, arriveremo a nove miliardi prima che si intravveda un appiattimento della curva di crescita. Viviamo in città superaffollate. Abbiamo violato, e continuiamo a farlo, le ultime grandi foreste e altri ecosistemi intatti del pianeta, distruggendo l’ambiente e le comunità che vi abitavano. A colpi di sega e di ascia, ci siamo fatti strada in Congo, in Amazzonia, nel Borneo, in Madagascar, in Nuova Guinea e nell’Australia nord orientale. Facciamo terra bruciata, in modo letterale e metaforico. Uccidiamo e mangiamo gli animali di questi ambienti. Ci installiamo al posto loro, fondiamo villaggi, campi di lavoro, città, industrie estrattive, metropoli. Esportiamo i nostri animali domestici, che rimpiazzano gli erbivori nativi. Facciamo moltiplicare il bestiame allo stesso ritmo con cui ci siamo moltiplicati noi, allevandolo in modo intensivo in luoghi dove confiniamo migliaia di bovini, suini, polli, anatre, pecore e capre, ratti del bambù e zibetti. In tali condizioni è facile che gli animali domestici e semidomestici siano esposti a patogeni provenienti dall’esterno (...) e si contagino tra loro. In tali condizioni i patogeni hanno molte opportunità di evolvere e assumere nuove forme capaci di infettare gli esseri emani tanto quanto le mucche o le anatre. Molti di questi animali i bombardiamo con dosi profilattiche di antibiotici e di atri farmaci, non per curarli ma per farli aumentare di peso e tenerli in salute il minimo indispensabile per arrivare vivi al momento del macello, tanto da generare profitti. In questo modo favoriamo l’evoluzione di ceppi batterici resistenti. Importiamo ed esportiamo animali domestici vivi, per lunghe distanze e a grande velocità. Lo stesso avviene per certi animali selvatici usati in laboratorio, come i primati, o tenuti come esotici compagni. Commerciamo in pelli, contrabbandiamo carne e piante, che in certi casi portano dentro invisibili passeggeri patogeni. Viaggiamo in continuazione, spostandoci da un continente all’altro ancora più in fretta di quanto faccia il bestiame. (...) Cambiamo il clima del globo con le nostre emissioni di anidride carbonica e spostiamo le latitudini a cui le zanzare e zecche vivono. Siamo tentazioni irresistibili per i microbi più intraprendenti, perché i nostri corpi sono tanti e sono ovunque”. (Cap. 9)

mercoledì 28 ottobre 2020

Viviamo dentro ad un sistema che rischia il collasso?

 Che il governo stia affrontando un periodo particolarmente difficile è evidente a tutti. Il virus si sta diffondendo nuovamente con cifre importanti: ad oggi, quasi 15.000 ricoverati, 1.536 in terapia intensiva, 260.000 in isolamento domiciliare, ed un totale di 37.905 decessi. Credo che questi dati siano quelli che contano, molto più del totale dei positivi. Il recente decreto prova a limitare il danno, già enorme, con provvedimenti che risultano gravosi nel loro sommarsi a quelli precedenti che abbiamo stoicamente sopportato la scorsa primavera.

L’intera società italiana (e mondiale) sta affrontando un periodo gravoso. La “seconda ondata” del virus ci sta investendo tutti, ponendoci davanti ad un nemico imprevedibile, invisibile, estraneo al nostro controllo, pericoloso ma non per tutti, dunque infido. Un alieno? No, un virus terrestre, ma sconosciuto al genere umano, che di virus comunque se ne intende. Ci colpisce perché siamo andati a cercarlo, nel profondo di ciò che resta di Madre Natura, nella foresta, nel territorio ancora ignoto di ciò che non vediamo. Non tutto ci è noto del grande mistero che ci attornia: sappiamo di più della superficie della Luna (è appena giunta la notizia dalla Nasa che c’è persino abbondanza d’acqua) che dei microrganismi che popolano la Terra ed i suoi esseri viventi. Se c’è una lezione che dovremmo imparare da questa vicenda è che non tutto è sotto il nostro controllo, e ciò che non lo è può risvegliarsi all’improvviso mettendoci sotto scacco. 

Ne “La guerra dei mondi” di H.G. Wells, scritto nel 1897, gli alieni feroci fanno una brutta fine, uccisi dai batteri terrestri ai quali noi siamo immuni, abituati nei lunghi periodi dell’evoluzione. La Terra è casa nostra. 

Ma la Terra è ferita da noi stessi. Rivoltata come un calzino, seccata come un deserto assolato, resa calva, ingegnerizzate geneticamente le sue piante, i suoi animali, che vivono quotidianamente l’inferno che noi abbiamo preparato per loro. Ogni genere di animale macellato e venduto nei mercati asiatici o africani, maiali, mucche e polli che sopravvivono una breve terribile esistenza nei gironi infernali degli allevamenti intensivi (nostri e di ogni Paese del mondo), intere specie che scompaiono per sempre ogni giorno, ogni ora, e la cui scomparsa avrà una serie di conseguenze negative nella rete della vita che prospera sulla Terra. O che prosperava?

Come va il Pil? Qualcuno si sta chiedendo, o i giornali stanno scrivendo, come va il Pil? L’unico indice di cui ci importava (e di cui importava ad un’intera classe politica) fino a ieri?


Come sia possibile non vedere che stiamo segando il ramo su cui siamo seduti è in parte un mistero. Anche non ci importasse niente della splendida roccia ricoperta d’azzurro sospesa nello spazio  che ci sostiene da ere geologiche. 

Abbiamo creato la società del rischio (U. Beck) e non sappiamo farvi fronte. Ulrich Beck ha scritto il suo libro nel 1985 (!) e nessuno ha capito ancora nulla, o meglio, è stato studiato ma non applicato, interiorizzato, concretizzato. L’esposizione al rischio con tutte le sue conseguenze è strutturale nella nostra società, la cui complessità ci resta estranea. Ad oggi, è un fatto che non sappiamo rapportarci ad essa, e che il degrado ambientale ne fa parte, in modo così intricato che sembra impossibile trovare una via d’uscita. 

In termini fisici, stiamo incrementando enormemente e velocemente l’entropia del pianeta su cui viviamo. Lo stesso sistema che abbiamo costruito è fortemente entropico, instabile, pronto a collassare, che si tratti di un ordigno nucleare sfuggito al controllo (e chi può dire della certezza dei sistemi di sicurezza?), degli idrati di metano che improvvisamente sfuggono dalle profondità marine perché riscaldati dall’aumento della temperatura mondiale, o di virus ed altri microrganismi che incrociano specie diverse diffondendosi ben oltre il limite che avrebbe posto loro la Natura.

Si tratta di rischi gravi, si tratta di quelli più noti, ma non sono i soli. E’ l’intero sistema a generare un continuo stato di rischio di cui non ci sentiamo responsabili.

Essi sono parzialmente imprevedibili. Parzialmente, poiché sono decenni che sappiamo che abbiamo costruito un sistema capace di distruggere tutto in un lampo, che stiamo aumentando il calore che rimane legato alla Terra, che stiamo mescolando ciò che doveva restare separato (entropia, appunto). Il saggio di Jeremy Rifkin intitolato “Entropia” è del 1980. I sistemi sociali, economici, ambientali si stanno muovendo da uno stato ordinato ad uno stato di disordine. Il disordine è irreversibile, possiamo soltanto rallentarne la velocità.

Così come sono in molti a ricordare oggi “Spillover”, il saggio sull’eventualità di un’epidemia virale, scritto da David Quammen nel 2012, o l’intervento di Bill Gates di cinque anni fa. Cosa abbiamo imparato, certo nulla, impegnati a proseguire imperterriti sulla strada tracciata.


Certo, non eravamo preparati ad accogliere un attacco del genere dal punto di vista sanitario, comunicativo, politico, comportamentale. Ma non siamo nemmeno ora preparati a futuri eventi di grave rischio perché va cambiato il concetto di crescita che abbiamo in testa, il modello sociale, il rapporto con ciò che facciamo ogni giorno. Assumendoci la responsabilità di ciò che facciamo, a livello individuale e collettivo, perché non si tratta di fatti esterni al mondo, come siamo abituati a percepire le nostre azioni e persino noi stessi, ma di azioni che incidono sul mondo, modificandone le caratteristiche spesso per sempre.

Se non ne usciremo cambiati, allora il prossimo futuro sarà soltanto un’attesa irresponsabile del prossimo evento (pandemico, ambientale, sociale, tecnologico,...). Cambiati in profondità. Non basterà un sistema sanitario più adatto a questo tipo di emergenze, anche se ovviamente sarebbe utile. 

Certo, come si legge sul sito “Scienza in rete”: “L’imprevedibilità trova le sue radici non solo nella biologia di un virus, ma è anche il frutto dell’assenza di un sistema epidemiologico finalizzato a cogliere precocemente i segnali di situazioni di allarme.” (La statistica medica lancia una proposta per le prossime pandemie - Carle, Corrado, Montomoli)

Ecco. Cogliamo le situazioni di allarme, riguardo i virus, e riguardo ogni altra causa di grave pericolo. Questo è un primo passo necessario, ma sarà solo un primo passo.


Per avere informazioni in più, scientificamente fondate, suggerisco di seguire il sito “Scienza in rete”, in questi giorni ricco di articoli legati all’epidemia Covid-19. Il link è il seguente:


https://www.scienzainrete.it

giovedì 6 agosto 2020

6 agosto 1945 Hiroshima, tre giorni dopo, Nagasaki

Una mattina di agosto come tante, in una città ovviamente abitata da civili in tempo di guerra, una guerra con episodi di violenza e distruzione mai visti. Certo, aveva anche i suoi bersagli militari, ma si dice che venne scelta perché ancora integra, non colpita dai bombardamenti. Una mattina di 75 anni fa, il 6 agosto 1945, alle ore otto e un quarto, sul cielo della città giapponese di Hiroshima si aprono le porte dell’inferno.
A circa 600 metri di altezza esplode un ordigno con la potenza di oltre 13.000 tonnellate di tritolo, la colonna di fumo e polveri generata si innalza in breve tempo fino a 17.000 metri di altezza, l’onda d’urto solleva interi edifici dal suolo come fossero foglie d’autunno spazzate dal vento, il calore di centinaia di migliaia di gradi scioglie le cose, letteralmente dissolve le persone, polverizza tutto quanto si trova intorno, un vento rovente spazza ciò che resta. Poco tempo dopo, una pioggia nera e viscida cade al suolo, portando con sè una pletora di elementi radioattivi che vanno a fissarsi nel terreno, nell’acqua, sopra ogni cosa. Il fall out radioattivo. 
Gli elementi radioattivi: di certo non erano fra i pensieri di uomini, donne, e bambini quella mattina di agosto in un città qualsiasi del Giappone. Scoperta dal fisico francese Henry Bequerel, e dai coniugi Pierre e Marie Curie, alla fine del diciannovesimo secolo, la radioattività diventa presto uno dei campi di studio della fisica più interessanti, anche se il percorso da lì alla fissione dell’uranio è abbastanza complesso. Alcuni minerali mostravano la proprietà di impressionare le lastre fotografiche  che, una volta sviluppate, presentavano delle zone scure. Il fenomeno accadeva anche al buio. Alcuni elementi, come l’uranio, il polonio, il radio, producono infatti emissioni di radiazioni (fotoni o particelle) in modo del tutto naturale a causa dell’instabilità del nucleo del loro atomo.  La trasformazione di un atomo radioattivo in un altro atomo viene denominata decadimento radioattivo, e può avvenire in tempi molto diversi, il “tempo medio” può essere di una frazione di secondo o di miliardi di anni.
Ebbene, la radioattività è fortemente nociva per l’uomo e per gli altri esseri viventi, per l’ambiente in generale; lo è anche quella che si riscontra in natura. Provocarla e diffonderla è un atto criminale. Ciascuno può naturalmente elaborare il proprio giudizio sull’uso bellico delle armi nucleari; nel caso in questione, il Giappone venne costretto alla resa con il bombardamento atomico di Hiroshima, e tre giorni dopo, di Nagasaki, due città abitate. Si stimano 80.000 morti immediate, a cui seguirono 60.000 morti in breve tempo per le conseguenze sanitarie dell’esplosione, e molte altre migliaia nel corso degli anni, a causa dell’inquinamento radioattivo. Soltanto ad Hiroshima. A Nagasaki si stimano altre 80.000 vittime. E’ impossibile una stima definitiva, dato che le radiazioni continuano nel tempo a far ammalare le persone e le conseguenze possono durare anche molto a lungo. Le bombe furono sganciate per decisione del Presidente Truman, da poco succeduto a Roosevelt, al fine di determinare la resa del Giappone. Gli Stati Uniti sono ad oggi l’unico Paese ad aver fatto ricorso alle armi atomiche durante una guerra. 
Una recente ricerca descrive il ritrovamento nei tessuti di crostacei di carbonio 14, radioattivo, a livelli tali da mostrarne l’origine nella detonazione di bombe nucleari. Dove? Nei fondali della Fossa delle Marianne, il luogo più profondo dei mari terrestri, 11.000 metri sotto la superficie, situata nel Pacifico tra il Giappone e la Nuova Guinea. Possiamo ora affermare che non soltanto l’inquinamento generato dall’uomo ha raggiunto ogni angolo della Terra, poli compresi, ma anche la violenza, l’orrore, volutamente attuati dall’uomo hanno raggiunto ogni dove, inclusa la profondità oceanica e i gamberetti che vivono laggiù.
Negli anni ‘50, ‘60 e ‘70 era normale una quota di radioattività nell’aria (che non si è mai del tutto spenta) dovuta ai test nucleari effettuati in atmosfera. Il deserto dell’Ovest degli Stati Uniti, alcune zone del Kazakistan e Novaja Zemlja per l’allora URSS, gli atolli (!) francesi nel Pacifico sono stati teatro delle prove delle armi più distruttive mai create. Poi, si è passati ai test sotterranei. In totale, quante volte? Più di duemila volte.  A cosa servono? A distruggerci, appunto. 
Dopo la terribile esperienza di Hiroshima e Nagasaki non si è certo pensato di smettere: al contrario, sono state costruite nel corso degli anni decine di migliaia fra bombe o testate missilistiche nucleari, tutte più potenti delle prime, sono state prodotte migliaia di tonnellate di uranio arricchito e plutonio, e gli Stati che ambiscono a possedere le armi più distruttive di sempre non hanno mai cambiato orientamento. Ai Paesi che ufficialmente possiedono armi nucleari, USA, ex-URSS, Cina, Francia, Regno Unito, si sono aggiunti Israele, India, Pakistan, e forse Corea del Nord.  Sono stati siglati degli accordi di riduzione delle armi atomiche fra USA e URSS, ora Russia, ma gli arsenali odierni sono più che sufficienti a farci sparire dalla faccia della Terra, con tutto ciò che ci sta intorno.

Molte di queste considerazioni sono già state fatte, più volte nel tempo. Ma non è inutile ripeterle, perché sulle nuove generazioni pesa un fardello di cui troppo spesso non sono consapevoli. Il dibattito sul nucleare segue andamenti oscillanti, a volte accende l’attenzione, poi per lunghi periodi scompare dai radar, a parte le celebrazioni ogni anno dell’attacco nucleare al Giappone al termine della Seconda Guerra Mondiale. Ci stringiamo alle vittime ed alle loro famiglie, ai superstiti. E non dimentichiamo la minaccia a cui siamo continuamente esposti. 

Per saperne di più, e per seguire il tema, il Bulletin of the Atomic Scientists (in inglese) è il punto di riferimento più autorevole. L’indirizzo web è il seguente:


mercoledì 1 luglio 2020

Ecologia di governo

Complimenti e congratulazioni ad Anne Hidalgo, socialista con una forte propensione ecologista,  per la sua ri-elezione a Sindaco di Parigi. Non è cosa da poco, guidare Parigi, una città dove le dimensioni fanno la differenza, moltiplicando numericamente ogni problema che affligga tipicamente una grande città. Qualcosa si muove sul fronte occidentale, a partire dal Presidente USA Trump in forte calo di consenso nei sondaggi (con cautela, per quanto valgano i sondaggi), per finire con il Re Filippo del Belgio che chiede scusa per la violenza e le sofferenze inflitte al Congo nel periodo coloniale. Può sembrare un inutile dettaglio, ma non lo è. Si inserisce nell’orientamento che sta diffondendosi anti-colonialista ed anti-razzista, tendente a rivedere con una sensibilità diversa, nuova, i fatti della Storia, a partire da molti leaders del passato e molte esaltazioni imperialiste. 

Anne Hidalgo ha fatto moltissime cose nella capitale francese, anche nell’aspetto ambientale. Ma non è facile essere concreti in quel fronte. In questi mesi si sta consumando in Emilia Romagna un confronto che sta assumendo toni aspri fra il governo regionale e le associazioni ambientaliste riguardo il progetto di eolico off-shore nel mare di Rimini: la Regione è contraria e gli ambientalisti sono a favore. Superando il periodo - lungo - durante il quale ambientalisti e politica si fronteggiavano sulle sponde opposte della difesa dell’ambiente e dello sviluppo fossile tradizionale, ora siamo tutti oltre il fiume sulla stessa ampia area dello sviluppo sostenibile, verde, rinnovabile, pulito quanto possibile. Il confronto avviene sul “come” farlo concretamente. E l’eolico è uno di quei casi che può portare a pareri diversi, o addirittura opposti. Gli aerogeneratori producono energia pulita con alcune condizioni di base ovvie, come la presenza di vento, ma sono ingombranti, ben visibili nel paesaggio, con un certo impatto nella fase di costruzione. Pongono qualche problema in più rispetto al solare, per esempio, sicuramente la fonte rinnovabile migliore sotto tutti gli aspetti. In sostanza, la decisione di costruire un parco eolico o meno dovrebbe riguardare ciascun caso a sé, in un’analisi costi-benefici all inclusive. No alle ideologizzazioni del tema, da una parte o dall’altra. 
Quindi, nel caso dell’eolico nel mare della Romagna, come in ogni altro caso analogo,  ci si augura che si entri nel merito in modo specifico, analizzando progetto e condizioni esterne, ed evitando lo scontro aperto, del tutto inutile.

Anche in Trentino speriamo che si superino le ideologie, fra i favorevoli agli abbattimenti degli orsi, e i contrari che arrivano a suggerire il boicottaggio vacanziero del Trentino stesso.
Partiamo dall’inizio: gli orsi c’erano, sulle Alpi, come c’erano i lupi, le linci, i gipeti, gli stambecchi, e persino i castori. Non si tratta di fauna dell’Alaska, come molti credono, ma anche nostrana. Come mai non c’è più, o è stata ridotta a piccoli nuclei miracolosamente salvatisi, come nel caso degli stambecchi?
Perchè è stata cacciata, per non dire perseguitata, dai nostri avi per secoli. I secoli delle grandi cacce, ma anche i secoli dell’attacco alla fauna selvatica degli abitanti del luogo, i secoli dei premi a coloro che uccidevano il maggior numero di lupi, delle trappole, delle pelli, delle teste-trofeo appese al muro. 
Ora, i lupi sono tornati, e sono i nostri lupi, giunti fino alle Alpi dagli Appennini, dove un nucleo era rimasto fino alla legge di tutela fortemente promossa dalle associazioni ambientaliste. (E’ bello leggere un cartello su un sentiero ad Innsbruck (Austria) che sono tornati i lupi anche lì, arrivati dall’Italia e grazie alla nostra normativa di tutela).
E sono tornati anche gli orsi, grazie al progetto europeo Life Ursus: un tentativo di ripopolamento andato a buon fine, dopo gli insuccessi degli anni ‘60 del novecento. Provengono dalla vicina Slovenia, visto che i nostri erano stati completamente sterminati nel passato. Ora, reintrodurre una popolazione di orsi con un progetto scientifico e poi ucciderli al primo contatto con gli umani non è certo una prospettiva accettabile. Se non si vogliono gli orsi, piuttosto non si faccia il progetto. Perchè è chiaro che non si tratta di peluche, ma di orsi in carne ed ossa. Ad oggi, non sembra che l’amministrazione del Trentino abbia trovato la via per una corretta gestione, viste le ordinanze di cattura o di abbattimento firmate come se niente fosse ad ogni piè sospinto dal Presidente della Provincia. A fronte di una significativa presenza di animali potenzialmente pericolosi va portata avanti un’azione intensa di informazione e cultura in materia a tutti gli abitanti e i i villeggianti di quelle zone. Non si può lasciare nulla al caso, nulla di improvvisato. Anche perchè ci sono altre regioni che hanno gli orsi, come l’Abruzzo. Orsi marsicani, del posto, che vivono lì da sempre e non sembra succedere niente di pericoloso. Come fa l’Abruzzo a gestire i suoi orsi?  
Forse una migliore comunicazione fra le due regioni sarebbe utile. 
Dulcis in fundo, sono tornati persino gli sciacalli, e i castori, o meglio, un castoro.  Il Friuli Venezia Giulia è il territorio. Gli sciacalli dorati provengono dall’Est, il castoro dall’Austria e si è insediato nella Foresta di Tarvisio, un corridoio faunistico eccezionale. Speriamo che arrivi presto anche una castora e che mettano su famiglia...
I castori mancano dall’Italia addirittura da quattro secoli. Anche in questo caso, non erano andati in vacanza, mancano perché venivano cacciati per le pelli, e lo sono stati fino all’ultimo esemplare. E’ questo ciò che vogliamo fare della Natura? 
Bene, ora che questi splendidi animali sono tornati abbiamo una seconda possibilità. Costruire una via di sviluppo dove reciprocità e sostenibilità sul piano ambientale, rispetto delle specie animali e degli equilibri della Natura, siano i pilastri, oppure rifare gli errori del passato. 
“Ecologia” deve declinarsi con “governo”, non può più restare sulla carta stampata, sui documentari, negli interventi pubblici. E siamo noi, questa generazione, ad avere la responsabilità della decisione.



venerdì 5 giugno 2020

Giornata Efficace Mondiale dell’Ambiente

Buona Giornata Mondiale dell’Ambiente a tutti.
Oggi, 5 giugno, si celebra l’iniziativa dell’ONU in un mondo che ha davvero perduto gran parte delle sue caratteristiche originarie. L’impatto umano sui sistemi naturali ha raggiunto l’intero globo terrestre, gli equilibri ecologici sono sempre più precari o spenti del tutto, le aree naturali rimaste sono sempre più ristrette e nulla fa pensare che sia prossima un’inversione di tendenza, la varietà di animali e piante è diminuita moltissimo e una lunga lista di specie è a rischio di estinzione. La nostra specie entra sempre più negli ambienti naturali, a contatto con gli animali selvatici che “dovevano” restare nella foresta o nel loro habitat, scatenando zoonosi e pandemie come quella attuale del coronavirus covid-19. E’ come se li andassimo a cercare, i virus.
Di questi temi si parla da decenni, senza che appaia all’orizzonte un elemento qualsiasi che faccia pensare ad un’inversione di tendenza. Nelle occasioni in cui la comunità internazionale si confronta, la prassi consiste nel tentare di contenere gli impegni, limitare gli obiettivi, evitare sanzioni, riuscire a far sì che i proprio Paese ne resti fuori e possa continuare il proprio sviluppo a spese dell’ambiente. Nella politica, anche nostrana, riuscire a parlare di ambiente è una sfida per chiunque, tanti sono gli ostacoli che occorre superare, a partire dalle ostilità esplicite.
Nonostante tutto ciò sono stati fatti passi avanti principalmente sul fronte della cultura ambientalista, assai più diffusa e accettata oggi rispetto ad alcuni anni fa, sono stati assunti impegni con accordi internazionali, esistono regole e norme per limitare i danni. E’ l’inversione di tendenza che ancora manca. Il famoso “sviluppo sostenibile”.

La Giornata che si celebra oggi è dedicata alla biodiversità, sotto attacco per una serie di motivi,  dal traffico e commercio di animali selvatici, alla continua riduzione fino alla sparizione degli habitat, all’incuria fino a veri e propri comportamenti criminali. Il tema non deve sembrare estraneo alla nostra vita quotidiana: al contrario, ci tocca da vicino, interagisce con noi tramite le fitte maglie della rete della vita, ci riguarda direttamente nel momento in cui la conservazione di ambienti naturali vivi e in salute determina lo stato dell’ambiente naturale, la qualità del suolo, delle acque, dell’aria, in cui noi stessi viviamo. Noi non siamo estranei al mondo, ne siamo parte. Una parte rilevante che è ora perfettamente in grado di distruggere la stessa fonte della propria vita.
Inquinamento ambientale, abusivismo edilizio e consumo di suolo, emissioni climalteranti, diseguaglianze sociali che costringono al consumo delle risorse naturali, sono alcuni dei temi che riguardano tutti ed in particolare anche il nostro Paese.
Due giorni fa sono stati presentati il SOER 2020 (State of the Environment Report), Annuario dei dati ambientali e Rapporto di Sistema, i tre report dedicati alla situazione ambientale in Europa e in Italia. Maggiori informazioni sono reperibili sul sito di Ispra, che presenta una serie di pannelli con una grafica chiara ed immediata (indirizzo in calce). Il nostro Paese come si sa è ricco di biodiversità, ma le percentuali delle specie minacciate raggiungono cifre preoccupanti, che si avvicinano pericolosamente al cinquanta per cento. Abbiamo consumato suolo e costruito abusivamente per decenni, le emissioni inquinanti sono rilevanti, e le normative spesso disattese. Quest’ultimo punto fotografa la situazione attuale: spesso, le normative esistono ma non vengono rispettate, o farle rispettare è una continua battaglia. Ancora, l’illegalità in questo ambito è spesso tollerata: la piaga dell’abusivismo edilizio in Italia ne è una prova, le discariche illegali o la ”terra dei fuochi” un’altra.

Ma non si potrà evitare di fare i conti con l’ambiente. I nodi vengono al pettine, inevitabilmente se si tratta dileggi di natura. Spiace che a trattare questi temi ci si infili dritti nel ruolo di Cassandra; ma vale la pena di ricordare che Cassandra aveva ragione e avrebbero fatto bene ad ascoltarla...
Facciamo perciò in modo che si vada oltre le parole, che davvero i provvedimenti diventino efficaci. Facciamo che la Giornata di oggi sia davvero un momento concreto ed effettivo di cambiamento..

I siti della Giornata dell’Ambiente dell’ONU:

https://news.un.org/en/story/2020/06/1065692

https://www.un.org/en/observances/environment-day

Il sito di Ispra:

https://www.isprambiente.gov.it/it/events/lo-stato-dellambiente-in-europa-e-in-italia



lunedì 27 aprile 2020

Umani e animali

 “Il traffico di animali selvatici e i mercati della carne sono perfetti terreni di scambio per nuovi agenti patogeni e per il passaggio all’uomo: animali di diverse specie tenuti in condizioni di stress e vicinanza eccessiva, a stretto contatto con escrementi e virus altrui, se non addirittura macellati sulle stesse superfici.” Questo brano si legge nel dossier sulle malattie infettive che dagli animali possono passare agli umani pubblicato su La Nuova Ecologia del mese di aprile.
Secondo il Treccani, una zoonosi, o antropozoonosi, è un termine riferito a “malattie, provocate da microrganismi o da parassiti o da funghi, trasmesse naturalmente da animali, vertebrati o invertebrati, all’uomo”, uno dei vocaboli diventati comuni nel tempo del coronavirus. In realtà, il virus che ci affligge in questi mesi non è certo l’unico agente patogeno arrivato all’uomo dalla fauna: in tempi recenti, a partire dagli anni Settanta del ventesimo secolo, AIDS, Ebola, Sars, per citare solo le più comuni, hanno causato migliaia di morti. Lo stretto contatto con animali domesticati o selvatici può favorire il cosiddetto “salto” di specie in cui, magari per tramite di una terza specie animale, il microorganismo passa ad infettare gli umani.
Il virus che stiamo affrontando, scrive Lorenzo Ciccarese nell’articolo, “è emerso nella città cinese di Wuhan a dicembre 2019 e verosimilmente il contagio sugli uomini è avvenuto in un mercato dove frutta e versura erano vendute insieme a carne macinata di manzo, maiale e agnello, polli spennati interi, granchi e pesci vivi. Come vivi venivano venduti serpenti, tartarughe, porcellini d’India, ratti del bambù, tassi, ricci, lontre, pangolini, zibetti di palma e cuccioli di lupo.”

Tutto ciò accade in un mondo globalizzato, dove chiunque può immediatamente spostarsi ovunque - e portare con sé gli agenti patogeni - dove la promiscuità è evidente, dove non esistono quasi più spazi di Natura selvatica e spazi umani distinti, dove la biodiversità è in forte declino da decenni e nulla sembra arrestarlo, dove la deforestazione porta via per sempre foreste primarie e frammenta gli habitat delle specie animali del luogo, dove miseria e degrado portano persone, anche bambini, a cercare di che vivere in discariche di rifiuti a cielo aperto. Non ultimo, dove gli animali vengono sfruttati per ogni scopo: alimentare, lavoro, pellicce, inscatolati per la loro breve orribile vita nei lager degli allevamenti intensivi, come nelle gabbie dei mercati cinesi. Infine, ora le scimmie subiranno i test dei vaccini che devono salvare noi dal coronavirus - ma questa è scienza.

Ma che problema abbiamo con gli animali? Usati e abusati per corride, fois gras, uova da galline che non riescono nemmeno a camminare, pulcini triturati, scrofe in gabbia, una galleria degli orrori che abbiamo costruito da quando abbiamo inventato la “civiltà”. Un delirio di crudele sfruttamento. Ma quanto siamo “umani”.
Almeno, rendiamoci conto che non possiamo continuare a coltivare i nostri interessi in un pianeta devastato, che “avevamo la presunzione di restare sani pur abitando un pianeta malato. E' giusto curare noi stessi, ma non possiamo dimenticare che dovremo curare anche il pianeta. Anche questa operazione è lotta per la vita, come rispettare le regole che adesso ci chiedono di restare lontani solo fisicamente e non spiritualmente" ha detto il Cardinale Zuppi, arcivescovo di Bologna, la scorsa domenica delle Palme.

Quanto scenderà il Pil? Il mitico indice di tutto, già criticato per non dire affondato da Robert Kennedy nel 1968 (“it measures everything in short, except that which makes life worthwhile”- “misura tutto in breve, ma non ciò che rende la vita degna di essere vissuta”) in un discorso memorabile che vale la pena di leggere interamente, è ancora lì a guidare le nostre vite mentre stiamo tagliando il ramo su cui siamo seduti. Finché il modello economico prevalente non includerà i costi ambientali, i costi dei beni naturali, tutt’altro che “liberi”, e sceglierà la via della riduzione delle diseguaglianze senza metterle a contrasto con lo stato dell’Ambiente, continueremo a mettere a repentaglio il nostro futuro.
Un nuovo modello di sviluppo, si dice da tempo ormai sufficientemente lungo, ambientalmente e socialmente sostenibile, a cui aggiungere un nuovo rapporto con l’ambiente naturale e le altre specie animali, che non sono oggetti per i nostro consumo. Umani e animali, uomo e natura. Con le conoscenze scientifiche del mondo di oggi non dovrebbe essere impossibile.

Gli articoli citati nel testo sono ai seguenti indirizzi:

https://www.lanuovaecologia.it/coronavirus-animali-inquinamento/

Il discorso di Kennedy, in inglese:

https://www.jfklibrary.org/learn/about-jfk/the-kennedy-family/robert-f-kennedy/robert-f-kennedy-speeches/remarks-at-the-university-of-kansas-march-18-1968


sabato 22 febbraio 2020

Diamo loro il benvenuto a casa

Nella settimana appena trascorsa, dal  15 al 22 febbraio, si è tenuta in India la tredicesima sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione per la conservazione delle Specie Migratorie e degli animali selvatici (CMS). Insomma, un incontro di grande importanza nel quadro di grave e continua perdita di biodiversità che caratterizza il nostro tempo, ed in particolare di continuo attacco ai migratori con ali, pinne e zampe.

Purtroppo, gli uccelli migratori non sono sempre accolti al meglio delle nostre possibilità: è ancora molto diffusa la caccia/bracconaggio in molti luoghi del mondo, ed in particolare nei Paesi del Mediterraneo dove la straziante pratica di sparare a cicogne, gru, e varie specie di uccelli migratori durante la loro faticosa traversata è ancora diffusa. Chiunque abbia assistito al passaggio nel cielo di centinaia di esemplari in formazione non può non restare colpito dalla bellezza e dall’apparente eccezionalità del fenomeno; si fatica a comprendere come si possa pensare di abbatterli ed esibirli come trofei.
Ma non si tratta di soli uccelli: le specie migratorie sono molte, dalle balene ai salmoni, dalle tartarughe marine alle anguille. Di alcune ci cibiamo in misura notevole, basti pensare ai salmoni. Di altre potremmo fare ormai a meno, come le balene, ma alcuni Paesi continuano a non rispettare moratorie e divieti.
Dieci nuove specie vengono aggiunte all’elenco delle specie migratorie, fra cui l’elefante asiatico e l’otarda indiana. Ci si propone di intervenire con una serie di azioni concertate e piani di conservazione per le specie più a rischio, tenendo conto di un mondo che, di fatto, è in rapido cambiamento.

Il tema dell’incontro internazionale è “le specie migratorie connettono il pianeta ed insieme diamo loro il benvenuto a casa”. Che bello se il mondo fosse davvero così. 
In realtà un milione di specie animali sono a rischio estinzione per varie cause, come la perdita dell’habitat, la caccia, il cambiamento climatico, con gli eventi meteorologici estremi che riescono a fare vere e proprie stragi.
Riuscire a proteggere specie animali e ritmi naturali millenari significa proteggere il nostro Pianeta e la fitta rete di legami che costituisce la rete della vita, di cui noi stessi siamo parte. Magari cominciando un nuovo rapporto con la natura e gli altri animali, più sostenibile e leggero, rinunciando alla quota di carattere “predatorio” della nostra specie, che è stata così utile in passato, ma che potrebbe portarci ad un punto pericoloso di non ritorno.

Il sito della CMS si trova al seguente indirizzo:

https://www.cms.int/en/cop13

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