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venerdì 2 dicembre 2022

Piccoli passi avanti (a voler essere positivi)

 Davvero non c’è molto da dire sugli esiti della recente CoP 27, visto che non sono riusciti ad accordarsi su limiti alle emissioni, a parte però una novità importante: la creazione del fondo di sostegno ai Paesi più colpiti dal cambiamento climatico. 

Dopo trent’anni di dibattito, infatti, è stato deciso di creare il fondo Loss and Damage con cui sarà possibile rimediare alle perdite e ai danni causati dagli eventi meteorologici estremi sempre più frequenti per il climate change nei Paesi in via di sviluppo che sono maggiormente esposti nonostante non abbiano contribuito al problema. 

Si tratta di un risultato lungamente atteso e fondamentale nel procedere all’adattamento e alla mitigazione della crisi climatica globale per una serie di ragioni: la giustizia climatica, perché questi Paesi subiscono danni ingenti dovuti ad un fenomeno a cui non hanno partecipato e di cui non sono beneficiari in termini di sviluppo economico tradizionale, la spinta alla migrazione, dato che una parte rilevante dei migranti sono migranti ambientali che fuggono da condizioni insostenibili in territori che un tempo consentivano almeno un’economia di sussistenza, lo sviluppo sostenibile senza passare (o quasi) da quello tradizionale, visto che numerosi Paesi in via di sviluppo devono avere la possibilità di passare direttamente alle fonti rinnovabili e alle tecnologie moderne di risparmio energetico senza attraversare due secoli di inquinamento come il mondo occidentale ha fatto altrimenti l’obiettivo di +1,5°C sarebbe largamente fuori portata.

Dunque una notizia positiva c’è, anche se siamo consapevoli che non basta. Come ha detto il Segretario generale dell’ONU Antonio Guterres “CoP 27 si è conclusa con molti compiti e poco tempo”.


Un’altra notizia positiva, almeno nelle premesse, arriva sul fronte della deforestazione con l’elezione nuovamente di Lula al governo del Brasile. Come sappiamo, le foreste soprattutto quelle considerate “primarie” o comunque in ottimo stato ecologico, sono uno dei pilastri del mantenimento di un clima vivibile sulla Terra e l’enorme foresta dell’Amazzonia, con la sua ricchezza di specie animali e vegetali e la sua estensione, è uno dei fattori irrinunciabili. Lula ha partecipato alla CoP 27 in Egitto insieme a Maria Osmarina da Silva Vaz de Lima, già ministra dell’Ambiente brasiliana nel mandato di Lula del 2003-2008, che si è espressa con chiarezza contro la deforestazione e in salvaguardia delle minoranze etniche che abitano l’Amazzonia. Dopo i disboscamenti di Bolsonaro speriamo che il nuovo governo inverta la rotta, anche in collaborazione con gli altri Paesi. Anche in questo caso, è un tema di giustizia: se il Brasile (e non solo, ma tutti i Paesi che possiedono sul loro territorio un bene naturale importante per il mondo) ha una risorsa di così grande valore deve essere aiutato a conservarla, cioè a non intaccarla per ragioni economiche. La foresta dell’Amazzonia, così come le altre foreste rimaste quasi intatte nel mondo (e sono ormai poche), costituisce un bene fondamentale per tutti e tutti devono contribuire alla sua conservazione.

Speriamo dunque che lo spirito torni ad essere quello del “summit per la Terra” di Rio de Janeiro del 1992, non per niente organizzato nei pressi della foresta più grande del mondo.


Sul fronte energetico, il nuovo governo italiano per ora parla solo del costo delle bollette, che va bene ma non basta, e staremo a vedere quali politiche energetiche metterà in atto. Il fatto che Cingolani sia rimasto consulente del Ministero dell’Ambiente è a mio parere un fatto positivo viste le sue competenze in materia. Vedremo nei prossimi mesi, ma ora si può già affermare che il tema del passaggio ad un sistema energetico più pulito e magari capace di coinvolgere il sistema industriale, dei servizi, dell’edilizia,  deve tornare centrale in una prospettiva di sviluppo sostenibile.






giovedì 10 novembre 2022

Sono trent’anni, ma è (sempre) il momento di fare sul serio

 Ci siamo, è da poco iniziata la CoP 27, ovvero la ventisettesima (!) Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) la Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Questa volta si tiene a Sharm el Sheikh, in Egitto, dove sono attesi i leaders di tutti, si spera, i Paesi del Mondo. 

In questi giorni, estenuanti trattative, come ogni volta, cercheranno di ottenere accordi per limitare le emissioni climalteranti ed evitare che il cambiamento del clima terrestre vada fuori controllo. Quest’anno sono trascorsi esattamente trent’anni dal 1992, anno in cui si tenne lo storico Summit della Terra a Rio de Janeiro, spartiacque fra il mondo dello sviluppo economico irresponsabile riguardo le conseguenze ambientali e il mondo che ha acquisito una coscienza delle conseguenze globali delle proprie azioni. Il tema degli effetti planetari dell’inquinamento dell’aria causato dalle attività economiche è quindi entrato nella politica attiva da almeno trent’anni, ma nonostante tale rilevante periodo di tempo ancora oggi si fatica ad assumere un punto di vista scientifico ambientale nelle scelte politiche concrete e negli orientamenti dei partiti, in ogni Paese. In Italia, questo rimane un grande (forse il maggiore) vulnus nella teoria e nella pratica politica, con pochissime analisi e ancora meno revisioni. Ora il massimo che si riesce ad ottenere è che l’aspetto tecnico che questi temi includono sia affidato a tecnici, non sempre, ma se accade è già un passo in avanti.  

Tre anni dopo gli accordi di Rio si tenne la prima Conferenza delle Parti a Berlino, nel 1995. Da allora sono state organizzate 27 CoP, e il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi, e il problema non accenna ad essere risolto, anzi peggiora. Se volessimo sintetizzare brevemente quali siano stati gli effetti di tali impegni, si potrebbe ridurre ad una frase: non siamo fuori dalla fase più difficile, ma è stato evitato il peggio. In altre parole, il mondo sta ancora andando verso una gravissima crisi climatica, ma la velocità con cui si sta muovendo il tal senso è un po’ inferiore a quella che si avrebbe se non avessimo fatto nulla sin qui. In sostanza abbiamo contenuto le emissioni, e le loro conseguenze, in un andamento che resta in crescita. 

Per risolvere davvero il problema dobbiamo ora agire con maggior decisione rispetto al passato, limitando fortemente gli inquinanti derivanti dalla combustione di composti contenenti carbonio, e facendolo a livello mondiale. Volendo essere pessimisti, la sfida appare davvero enorme e quasi impossibile da farsi in tempi brevi, ma vale anche il contrario, ovvero volendo essere ottimisti, non è da trascurare il fatto che la generazione attuale al governo in tutto il mondo è mediamente diversa da coloro che governavano trent’anni fa: ha acquisito consapevolezza del problema e non lo nasconde come era d’uso anche soltanto dieci o quindici anni fa. Contemporaneamente, le tecnologie che consentono di evitare i combustibili fossili sono più diffuse e meno costose, e possono trasformare i Paesi di più antica industrializzazione e sostenere i Paesi in via di sviluppo nel loro percorso. Non hanno controindicazioni. Sono alla portata. 

Uno dei nodi da risolvere, di cui si parla ogni volta alle CoP, è quello della giustizia climatica, in base al quale i Paesi che hanno goduto di un lungo periodo privo di vincoli ambientali e sono più ricchi ora hanno l’obbligo morale di aiutare i Paesi che hanno inquinato di meno a passare direttamente alle fonti pulite e a proteggersi dai fenomeni legati al cambiamento climatico che già li investono. Un’analisi delle ragioni che spingono i migranti ad attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa porterebbe facilmente al problema del cambiamento del clima locale che riguarda molte zone dell’Africa, ma invece di approfondire questi aspetti si preferisce fare demagogia sulla pelle di coloro che si trovano a fuggire dalla propria casa su barconi e gommoni, dando una prova chiarissima del basso livello del dibattito che prevale nella  politica italiana. 

Al punto in cui si trova l’Italia, e tutta l’Europa, la speranza è che si promuovano fonti pulite, efficienza, stili di vita sostenibili, cooperazione con gli altri Paesi con intensità maggiore, senza fermarsi e nemmeno temporeggiare. Sono anni che l’elettricità pulita nel nostro Paese è ferma intorno al 35% - con variazioni dipendenti dalle condizioni stagionali - e nessuno ha mai chiarito le ragioni per cui ci si è fermati lì. Occorre procedere e smetterla di attribuire difficoltà inesistenti. Dobbiamo fare la nostra parte e abbiamo solo da guadagnarci sotto ogni profilo, ambientale ed economico. 

La CoP 27 di Sharm è in corso, e vedremo quali risultati porterà. Una cosa è certa, ovvero il fatto che è importantissima, il fulcro attorno al quale ruota il nostro futuro, e la seguiremo ogni giorno, come sempre da trent’anni. 

Per saperne di più, il sito ufficiale dell’UNFCCC e della CoP27 è il seguente:

https://unfccc.int/cop27




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