martedì 25 gennaio 2022

Riscaldamento globale: la situazione non migliora

 La situazione non migliora. Uno studio pubblicato alcuni mesi fa dal NOAA (organismo governativo americano) mostra chiaramente che gli sforzi fatti sin qui per contenere le emissioni climalteranti non sono stati performanti riguardo gli effetti sul riscaldamento globale e il cambiamento climatico.

Tramite un indice specifico viene tracciata l’influenza sul riscaldamento dell’atmosfera dei principali gas ad effetto-serra emessi dalle attività umane - CO2, metano, ossidi di azoto, cfc - e di altri 16 composti secondari aventi la stessa conseguenza. I campioni di aria utilizzati provengono da migliaia di luoghi diversi nel mondo. 

Dallo studio risulta che il calore in eccesso intrappolato in atmosfera a causa delle enormi quantità di gas emesse storicamente dalle attività umane ha continuato nel 2020 ad inasprire il problema del riscaldamento globale in assenza di evidenti influenze dovute al rallentamento dell’economia conseguente la pandemia.

La figura mostra il forzante radiativo (misura la modifica del bilancio energetico in Watt per metro quadrato) dei principali gas ad effetto-serra, prendendo come riferimento l’anno 1750, convenzionalmente considerato il momento di avvio della Rivoluzione Industriale, ovvero della diffusione su larga scala di processi industriali utilizzanti combustibili fossili per la produzione. L’indice assume il valore 1 nel 1990, l’anno di riferimento del Protocollo di Kyoto. 

Nel 2020, l’indice ha raggiunto il valore alto di 1,47, come conseguenza di una crescita continua, senza evidenti differenze rispetto agli anni antecedenti la pandemia. Nonostante gli accordi internazionali volti al contenimento delle emissioni inquinanti, l’aumento è rimasto tale; si possono notare soltanto un rallentamento della crescita, molto contenuto, a partire dal 1990, e una diversa composizione dell’indice. Quest’ultima vede un aumento del peso relativo della CO2 rispetto agli altri gas nel corso del tempo. 

E’ chiaro - deve essere chiaro a tutti, ma soprattutto ai decisori politici - che non siamo sulla strada giusta. Nonostante tutto, siamo ancora lontani dall’obiettivo dichiarato di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C, e fenomeni inaspettati come la pandemia e le sue conseguenze economiche non scalfiscono se non di un’inezia l’andamento complessivo. Così dev’essere. In fondo, non sono gli eventi eccezionali (e drammatici) a dover risolvere un problema che spetta interamente a noi e al modo in cui creiamo sviluppo.





https://research.noaa.gov/article/ArtMID/587/ArticleID/2759/NOAA-index-tracks-how-greenhouse-gas-pollution-amplified-global-warming-in-2020



domenica 9 gennaio 2022

Notizie ambientali da sapere, per un anno migliore

 Dall’ultimo numero del 2021 della rivista La Nuova Ecologia, volevo trarre alcune notizie “verdi” che mi hanno maggiormente colpito, poi mi sono accorta che il sito della rivista pubblica l’intero elenco in uno speciale dedicato all’anno appena trascorso. 

Dalla prima “5 gennaio, la Sogin, con il nulla osta del ministero dello Sviluppo e di quello dell’Ambiente, pubblica la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) a ospitare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Sono 67 i luoghi scelti, con differenti gradi a seconda delle caratteristiche, in sette regioni: Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata, Sardegna e Sicilia. Parte la fase di consultazione dei documenti” all’ultima: “22 dicembre, dal 1 gennaio 2022 sarà vietato allevare animali da pelliccia in Italia, come cincillà, volpi, visoni, procioni. La Commissione di Bilancio del Senato ha approvato un emendamento dell’Intergruppo parlamentare per i Diritti degli animali, a prima firma della capogruppo Leu al Senato Loredana De Petris, che prevede la chiusura definitiva entro sei mesi degli allevamenti ancora esistenti di animali da pelliccia in Italia e il divieto dell’attività su tutto il territorio nazionale”, c’è di che leggere per farsi un’idea dello stato delle cose in tema di ambiente. Nonostante qualcosa sia inequivocabilmente cambiato nella sensibilità delle persone fino ai governi in carica, c’è moltissimo da fare. E da vigilare: la nuova tassonomia green di cui si parla in UE è discutibile sul piano delle fonti di energia, cercando di inserire, sostanzialmente a beneficio di alcuni Paesi, gas e nucleare fra le fonti accettabili nella famosa fase di transizione. Del gas nella transizione si parla dai primi anni ‘90, e a dire il vero la medesima si sta prolungando un po’ troppo. Il tempo, come abbiamo scritto più volte, è una delle variabili in gioco e il passaggio a rinnovabili ed efficienza ora può essere concretamente realizzato.

Ci saremo. Con l’auspicio che il nuovo anno sia decisamente migliore del precedente, sotto ogni profilo.

Il link allo speciale de La Nuova Ecologia è il seguente:

https://www.lanuovaecologia.it/snowball/le-100-notizie-verdi-del-2021/





  


giovedì 9 dicembre 2021

Se il nucleare è decisivo va dimostrato con i numeri

 Torna in auge il nucleare e credo sia opportuno richiamarne alcuni aspetti, in un’ottica scientifica e assolutamente non ideologica. Posizioni preconcette su temi tecnici e scientifici portano soltanto a dibattiti sterili, ne è una prova in questo periodo il dialogo che ruota attorno al Covid e alla necessità di vaccinare o meno quante più persone possibili. Riprenderò il tema in fondo all’articolo cercando di estenderlo su un piano più generale.


Si parte da una domanda essenziale: dato che il futuro sarà elettrico, ovvero la forma energetica prevalente con cui faremo quasi tutto sarà l’elettricità, diverrà indispensabile ricorrere alle centrali nucleari? Vale a dire, per alimentare motori industriali, piastre a induzione, ovviamente treni, illuminazione, elettrodomestici e tutto quanto è già elettrico, ma soprattutto l’enorme parco auto, moto, bus che elettrico lo diventerà, sarà necessario ricorrere alla fonte nucleare, che produce energia elettrica e non emette CO2? 

L’insieme delle fonti energetiche in Italia oggi è costituito da fonti fossili tradizionali in parte maggioritaria, da fonti rinnovabili, e da una quota limitata di importazioni dall’estero che include anche l’energia nucleare proveniente dalla Francia e dalla Svizzera, ma allo scopo di contenere le emissioni di CO2 e altri composti climalteranti ci si orienta verso una riduzione della quota fossile e un corrispondente aumento della quota rinnovabile. Se l’intero parco veicolare sarà convertito nei modelli elettrici, sarà sufficiente la produzione attuale - su cui si agisce contestualmente per ridurne la parte fossile - o sarà necessario un aumento della produzione di elettricità? Un eventuale aumento coperto da rinnovabili, o da altro? 

Si tratta del punto centrale, il perno su cui ruota il destino energetico del nostro Paese.

Il fatto che un convegno alla Camera il prossimo 15 dicembre definisca già nel titolo “Il nucleare decisivo per la transizione energetica”, proponendone al lettore le conclusioni prima dell’inizio, con la partecipazione di parlamentari e ministri, mostra con evidenza che una parte degli attori coinvolti vede un possibile ritorno del nucleare in Italia come una delle vie da percorrere. 


Impianti nucleari andrebbero ad incrementare la potenza elettrica a disposizione.  

La potenza efficiente lorda di generazione, al 31 dicembre 2020, è risultata pari a 120 GW, con un incremento di 1GW che ha causato un leggero aumento del +0,9% rispetto al dato dello scorso anno, in quanto l’entrata in esercizio di nuovi impianti, compresi termoelettrici di piccola taglia, ha compensato le grandi dismissioni e i depotenziamenti nel parco di generazione tradizionale - traggo dai Dati Statistici di Terna, pubblicati con regolarità e reperibili sul sito - mentre la potenza richiesta in Italia è sempre al di sotto di 60 GW. 

Queste chiarissime informazioni ci dicono due cose: una, che la potenza installata è circa il doppio del carico maggiore che si registra, un fatto ben noto da anni ma mai chiarito completamente essendo costituito dalla parte preponderante di generazione fossile tradizionale, due, che le dismissioni delle centrali più tradizionali e impattanti procedono col contagocce pur se beneficamente compensati da impianti più moderni. E’ giusto avere una riserva di potenza adeguata ad un Paese come l’Italia, ma il doppio sembra troppo. Aggiungere potenza nucleare significa aumentare ulteriormente la disponibilità, e come minimo occorre aver fatto bene i conti per capire se risulta necessaria oppure no prima di procedere ad un investimento ingente.

Sul fronte delle rinnovabili, sono ancora una quota minoritaria, pur se aumentata notevolmente negli anni, e devono aumentare per coprire le dismissioni degli impianti obsoleti tradizionali. 

Ma non c’è solo la produzione, risulta in effetti particolarmente importante il modo in cui si consuma l’energia, e in questo caso l’elettricità. Aumentare l’efficienza e azzerare gli sprechi di qualcosa che è sempre oneroso produrre è l’altra linea da seguire, perché comporta minori necessità di materia prima a parità di servizio. 


Esiste anche la possibilità che il nucleare sia per alcuni una scelta, un’opzione per rientrare nel sistema. A questo proposito, va ricordato il nucleare cosiddetto di Quarta Generazione, spesso citato.  Si tratta di un insieme di progetti tesi a rendere più economico e sicuro il reattore nucleare, a cui partecipano anche industrie e centri di ricerca italiani. I nuovi reattori allo studio presentano modifiche che intervengono su vari fronti, come la sicurezza, la taglia, il costo, ma sono a tutti gli effetti reattori nucleari a fissione, vale a dire basati sullo stesso concetto di tutte le centrali realizzate a partire dalla pila di Fermi del 1942. Non presentano nulla di radicalmente nuovo, soprattutto sul fronte del problema forse maggiore che riguarda la fissione, ovvero la produzione di scorie radioattive pericolose, che rimangono tali per periodi lunghissimi. Non abbiamo ancora realizzato un deposito sicuro adeguato per le scorie ad alta radioattività che possediamo; tornare al nucleare significherebbe produrne altre. Le caratteristiche geologiche del nostro Paese non aiutano in questo senso: non c’è un chilometro quadrato che non sia sismico, non abbiamo il deserto ma una stretta penisola densamente abitata, abbiamo vulcani e faglie ovunque, dove le aree non sono coltivate o industrializzate sono montagne. 

Il nucleare più innovativo rimane la fusione, ma questa è un’altra storia, ancora allo stadio di ricerca, lontano da una possibile applicazione commerciale. 


Questi sono pochi, semplici fatti, per un argomento che richiederebbe approfondimento migliore. La tendenza a parlare per pre-concetti, o pre-giudizi, è devastante in questo campi, perché finisce per instillare poco alla volta nozioni non verificate che poi diventano costruzioni fantasiose. Per decidere se “dobbiamo” tornare al nucleare nella fase della transizione ecologica dell’economia occorrono i numeri, ancora meglio occorrono scenari alternativi realistici fra cui scegliere con obiettività. L’unica possibilità che abbiamo per prendere decisioni funzionali al benessere della collettività riguardo temi idonei all’indagine scientifica è, appunto, la scienza. Si tratta dello strumento migliore che ad oggi siamo riusciti a costruire per comprendere il mondo naturale. Nel caso, è utile per organizzare la difesa da un virus che il nostro sistema immunitario non conosce, per esempio. Oppure, è utile per costruire strumenti tecnici che svolgano funzioni opportune, come produrre energia, per esempio. La medicina non è deterministica, e da tempo non lo è più neanche la fisica, ma restano comunque le migliori costruzioni umane in divenire in rapporto al mondo; non conosciamo ad oggi alternative che non siano fantasie. 

Non esiste nessuna scienza di regime, la comunità scientifica è internazionale, connessa, aperta nei suoi studi e nei suoi risultati. Sembrava scontato, ma ora sappiamo che non lo è, il Covid ha aperto una voragine di disinformazione che inghiotte anche persone colte, ma che non deve mettere a rischio il metodo scientifico. Per fortuna, il governo ha operato rispetto alla pandemia mantenendo fermo il punto principale, accantonando il pensiero magico alla base della parte migliore, per così dire, delle proteste, e operando con una progressività idonea a far comprendere l’entità del problema. 






sabato 4 dicembre 2021

Quasi mille contratti di lavoro in Italia: é giunto il momento che il Partito Democratico lanci un’iniziativa politica?

 Secondo il CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro), sono attualmente vigenti in Italia 985 Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (Ccnl), depositati presso il CNEL stesso al 30 giugno scorso. La cifra cambia regolarmente con una crescita costante nel corso del tempo. Dei 935 dell’anno scorso, secondo CGIA di Mestre, ben 351 sono stati firmati da associazioni datoriali e organizzazioni sindacali non riconosciute dallo stesso Consiglio Nazionale, vale a dire 4 su 10, precisamente il 37,5 per cento del totale. 

Un record, una selva contrattuale in cui si fatica a vedere se vengono rispettati i diritti più elementari. Se è chiaro che la libertà sindacale va garantita, è altrettanto chiaro che si tratta spesso di sigle sindacali inesistenti, create allo scopo, che vanno a firmare contratti nazionali con regole al ribasso in ogni ambito, riduzione dello stipendio, limitazione dei diritti più elementari, aumento della precarietà, differenziazione uomo-donna, contrazione delle norme per ls sicurezza sui luoghi di lavoro - e sappiamo quanto è grave il problema visto che non passa giorno che non ci informino dell’infortunio o del decesso di qualcuno sul luogo di lavoro. 

Non basta certo lamentarsi, occorre un intervento politico. Quindi, una domanda: perché il PD non si intesta un’iniziativa politica per normare la rappresentanza sindacale nel senso che i sindacati più rappresentativi possano siglare contratti validi per tutti? Che porti, in qualche modo, alla possibilità di verificare cosa accade nella selva dei contratti di lavoro, e ridurre, ordinare, chiarire l’intero settore?

Olaf Scholz è il nuovo Cancelliere tedesco ed ha già espresso alcuni interventi chiari del suo prossimo governo, fra cui il salario minimo a 12 euro. E’ giunto il momento anche per noi per un’iniziativa politica riconoscibile, chiara, su cui investire, riguardante il mondo del lavoro?







martedì 16 novembre 2021

Cop26: fine della deforestazione, ma al 2030


Anche i risultati della Cop 26 (ventisei!) tenutasi a Glasgow giacciono fra i chiaroscuri che usualmente avvolgono i contenuti di questi vertici, difficilissimi da raggiungere in partenza per la necessità di accordare fra loro quasi tutti i Paesi del mondo, ovviamente diversissimi fra loro.

Due pilastri che possono essere buon sostegno alla lotta al cambiamento climatico e alla depauperazione della natura terrestre sono l’accordo sul metano e l’accordo sulla fine della deforestazione. Partiamo oggi da quest’ultimo, una buona notizia, attesa da tempo, estremamente positiva se ovviamente sarà realmente attuata.

Oltre cento Paesi ospitanti in totale l’86% delle foreste presenti sulla Terra 

si sono impegnati a fermare la deforestazione entro il 2030, mettendo sul tavolo impegni finanziari, inclusi investimenti privati, per un ammontare di 19,2 miliardi di euro. L'Unione europea si è impegnata per un miliardo, di cui 250 milioni da destinare al Bacino del Congo, secondo polmone della Terra dopo l'Amazzonia. Il presidente americano Joe Biden ha annunciato che chiederà al Congresso di stanziare 9 miliardi entro il 2030. Ma ciò che più conta è che tra i firmatari ci siano anche il Brasile (con la presidenza Bolsonaro, accusata da anni di consentire il disboscamento nella foresta dell’Amazzonia), la Russia, la Cina, la Colombia, l’Indonesia, l’Australia, il benemerito Costa Rica, ossia Paesi che ospitano gran parte delle foreste del mondo. 

Ora, che cosa succede da qui al 2030? Speriamo che non le radano al suolo, così che al 2030 non ci saranno difficoltà nel fermare la deforestazione...


Proteggere le foreste significa proteggere serbatoi di carbonio, produttori di ossigeno, scrigni di biodiversità, mitigatori del clima, significa conservare habitat naturali antichi o primari, tutelare popoli nativi e le loro culture. Un patrimonio che non ha prezzo, visto che è indispensabile alla vita sulla Terra.

Ma quante sono le foreste oggi? Per avere un’idea, la figura mostra le foreste primarie in verde scuro, le deforestazioni occorse negli anni 2000 in rosso, le foreste non primarie in verde chiaro. Queste ultime spesso corrispondono alle aree vergini che un tempo ricoprivano vaste aree del pianeta. E’ evidente che le zone con foreste vergini rimaste sono circoscritte, spesso frammentate, e che c’è un continente, l’Europa, che non ne possiede quasi più. Quasi, perché con una scala più dettagliata si vedrebbero i pochissimi e limitati territori europei ancora oggi con boschi intatti, soprattutto in alcuni Paesi dell’Est (Polonia) o del Nord (Scandinavia). Questo fatto ha un preciso significato politico: se vogliamo che Paesi ancora detentori di patrimoni naturali importanti, e spesso con poche risorse finanziarie, proteggano i beni naturali che possiedono dobbiamo contribuire concretamente per metterli in condizione di poterlo fare. L’Europa non era un immenso territorio agricolo, e meno che meno industriale, era ricoperta di foreste esattamente come lo sono oggi altri Paesi che hanno subito minori impatti. Il nostro Paese non fa eccezione, quasi tutto il territorio è stato modificato in profondità dall’uomo - forse soltanto nascoste valli residui del passato hanno resistito perché impervie. 

Se ci si accorda per tutelare ciò che resta della natura terrestre ciascuno perciò deve fare la sua parte. 

Per approfondire, segnalo il rapporto FAO “The state of the world’s forests - 2020” all’indirizzo in calce, oltre al sito WCS da cui è tratta l’immagine.




https://www.wcs.org/our-work/solutions/climate-change/intact-forests


https://www.fao.org/state-of-forests/2020/en/



mercoledì 3 novembre 2021

G20 di Roma: moderato ottimismo

 Se non ci è dato di predire il futuro, in questo caso in termini probabilistici possiamo prefigurare cosa sarà altamente probabile che accada sulla base dei dati e dei modelli climatici scientifici, e si tratta di scenari molto preoccupanti. Per evitare il peggio si deve agire ora, con tempi ridotti, in modo coerente e, come ha giustamente sottolineato il Presidente del Consiglio Mario Draghi, con un approccio multilaterale. 

Il G20 tenutosi a Roma alla fine di ottobre ha prodotto una dichiarazione di intenti e un confronto ai vertici che si possono considerare con moderato ottimismo. 

L’elenco degli impegni assunti è notevole nonostante manchino ancora posizioni nette su alcuni punti, ed il dialogo è a buon livello, a mio avviso, anche con i Paesi che non erano presenti, come Russia e Cina.

Il testo della Dichiarazione di Roma si trova all’indirizzo in calce, insieme ad una serie di informazioni sull’evento.

Riassumendo in breve i punti principali, e con particolare attenzione al tema ambientale, emerge innanzitutto l’impegno di tutti a rispettare l’Accordo di Parigi del 2015, indirizzando gli sforzi al mantenimento del limite di +1,5°C al di sopra dei livelli preindustriali. Ricordo che già oggi siamo intorno a +1°C, il che significa che il margine è strettissimo. Questo è l’obiettivo-guida dei prossimi anni, e sarà cruciale attuarlo nel concreto.

A tale scopo, viene riconosciuta la rilevanza del raggiungimento della neutralità carbonica (emissioni globali nette nulle) per o intorno alla metà del secolo (“by or around mid-century”), la necessità di eliminare gradualmente e razionalizzare, a medio termine, i sussidi ai combustibili fossili inefficienti, la necessità di porre fine ai finanziamenti pubblici internazionali per la nuova produzione di energia dal carbone all'estero entro la fine del 2021, e il contributo del metano al riscaldamento globale. 

Evidentemente, viene lasciato ampio margine ai singoli Paesi per operare a seconda delle proprie caratteristiche, ma viene anche confermato l'impegno dei Paesi sviluppati di mettere in campo 100 miliardi di dollari all'anno dal 2020 al 2025 per sostenere la transizione energetica delle economie emergenti. La questione della data imprecisa “intorno alla metà del secolo” che molti hanno posto è reale, ma non insuperabile se gli altri impegni verranno soddisfatti. 

La questione della ripartizione dei ruoli fra Stati non è un dettaglio: è vero che i Paesi sviluppati, fra cui Europa e USA, hanno inquinato senza limiti fino ad ora, mentre Cina, India, per non parlare dell’Africa, subiscono le conseguenze del cambiamento climatico avendo contribuito pochissimo in passato, dunque spetta a chi ha tratto maggiori benefici dare un contributo, che vada assolutamente a buon fine, a chi non è stato della partita. Per dare un’idea, Cina e India sono tra i massimi inquinatori in termini assoluti, ma si trovano alla 15° e alla 24° posizione in classifica pro capite, che invece è guidata da Stati Uniti e Australia (trascurando gli Stati piccolissimi). La differenza oggi importante consiste nel fatto che mentre noi stiamo calando le emissioni (USA compresi), loro le stanno aumentando. L’andamento nel corso del tempo diventa centrale nell’analisi: possono i Paesi che non lo hanno fatto finora, realizzare adesso uno sviluppo analogo al nostro? Dal punto di vista scientifico la risposta è no. La Terra ed i suoi sistemi naturali non sopporterebbero un simile percorso. Qui sta il nodo politico principale: fare in modo che si passi alle tecnologie sostenibili direttamente, ora, tutti quanti. 

Il progetto di rigenerazione degli ecosistemi, e l’obiettivo di arrestare al deforestazione  al 2030 affermato alla Cop 26 in corso a Glasgow, costituiscono un contributo fondamentale al raggiungimento di tutti gli obiettivi previsti, incluso quello di prevenire future pandemie simili a quella Covid-19, riguardo il quale la Dichiarazione di Roma prevede di vaccinare il 70% della popolazione mondiale per la metà dell’anno prossimo. 


Dunque, si può dire che il bicchiere è mezzo pieno: una buona cosa se si pensa da dove veniamo (vent’anni fa a parlare di questi temi c’eravamo solo noi ambientalisti e il Principe Carlo), un problema con numerose lacune se si pensa a dove dobbiamo arrivare (azzerare le emissioni).

Sul piano politico l’incontro è stato positivo nel suo complesso e per l’Italia. Funziona il soft power di Roma? Giurerei di sì, guardando le facce mentre salivano lo scalone del Quirinale. Mario Draghi ha ottenuto un buon successo; c’è molto da fare, sarebbe bene andare avanti con il governo in carica e non interrompere ora qualcosa che sta funzionando per il bene del nostro Paese.


Il sito del G20:


https://www.g20.org/it/il-vertice-di-roma.html



mercoledì 20 ottobre 2021

Un buon momento

 Questo post contiene esclusivamente congratulazioni, dunque è benefico in sé, nonché auspicio per evoluzioni positive che caratterizzino il futuro.

Innanzitutto, a Giorgio Parisi, fisico dell’Università di Roma La Spienza e dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, attuale vicepresidente dell'Accademia dei Lincei, che è stato insignito del Premio Nobel per la Fisica 2021 insieme a Syukuro Manabe della Princeton University, negli Stati Uniti, e Klaus Hasselmann del Max Planck Institute for Meteorology di Amburgo, in Germania.

Gli studi di Parisi sui sistemi complessi lo hanno portato a vincere il premio, che per la prima volta viene assegnato a tale campo di ricerca. Si tratta di un’area di studio relativamente nuova, nettamente diversa e straordinariamente importante: fra le sue numerose applicazioni si annovera anche il sistema climatico, oggi al centro delle preoccupazioni per il cambiamento in atto causato dalla diversa composizione atmosferica.

Il tema della complessità è al centro delle riflessioni più attuali della cultura contemporanea sia in ambito scientifico, come dimostra il lavoro di Parisi, sia in ambito filosofico, penso ad esempio al contributo di Edgar Morin o di Ilya Prigogine. La perdita delle assunzioni di linearità nei sistemi porta a conseguenze a volte inaspettate e oggetto di studi ancora molto aperti. Un campo di lavoro decisamente affascinante. 


Il premio assegnato ad un professore italiano porta ad apprezzare maggiormente il lavoro che si fa nei nostri centri di ricerca e a non dimenticare che i finanziamenti alla ricerca scientifica, ed in generale alla cultura a partire dalla scuola, sono il miglior investimento che uno Stato possa fare per i propri cittadini. Si tratta dei pilastri su cui poggia l’intero edificio, più robusti sono meglio è. Istruzione, formazione, ricerca, e cultura in generale sono esattamente ciò con cui “si mangia” in un Paese moderno, le basi per costruire il futuro, fatte di persone in carne ed ossa capaci di creare nuove visioni e aprire nuove strade. 


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Si sono conclusi i ballottaggi delle elezioni politiche amministrative, anch’essi favorevoli al centrosinistra. Come dire, è un buon momento.

Roma, Torino, e altre città più piccole saranno governate dai candidati progressisti, come le altre in cui la vittoria era stata decisa al primo turno. A Bologna Matteo Lepore ha presentato la squadra di governo della città, ed a loro, come a tutti i Sindaci e le giunte delle altre città, va l’augurio di buon lavoro. 

Le città sono determinanti per gli sviluppi futuri delle nostre società e in quest’ottica assumono particolare rilevanza. La presenza dei temi ambientali in vari assessorati mostra tutta l’importanza de tema, trasversale alle tematiche più cogenti.






lunedì 11 ottobre 2021

I grafici sono chiari: occorre fare di più

 I grafici che seguono mostrano gli andamenti delle concentrazioni in atmosfera dei principali gas causa del riscaldamento globale negli anni e fino al 2020, cioè lo scorso anno. Forse è giusto preoccuparsi: nonostante le politiche di contenimento delle emissioni, nonostante i proclami, gli impegni, gli accordi internazionali, non si vedono cambiamenti significativi in curve che sono volte alla crescita.  Come è già stato rilevato, tutto ciò ci sta portando a superare i 3° di incremento della temperatura media, molto oltre gli impegni dell'Accordo di Parigi.

I grafici mostrano, nell’ordine, la CO2, il biossido di azoto, il metano e i principali CFC. Soltanto alcuni CFC mostrano un andamento nettamente decrescente, mentre il metano addirittura dopo un periodo di stabilizzazione ha ripreso a crescere con grande intensità. Emerge con chiarezza che è indispensabile fare di più per ridurre le emissioni climalteranti.

La fonte è la NOAA,  agenzia statunitense. 







mercoledì 6 ottobre 2021

Primo Turno: vittoria progressista, persi nella nebbia sovranisti e populisti

 Il futuro delle città sembra progressista - mutuo la bella, antica, parola rinnovata da Matteo Lepore - ma attendiamo le numerose città dove si terrà il ballottaggio fra due settimane. Il ballottaggio è sempre una partita nuova, non l’addizione o la sottrazione dei voti precedenti, per cui è necessario attendere il momento giusto prima di trarre conclusioni e proporre analisi. In ogni caso i risultati sono stati buoni per il centrosinistra, e persino ottimi in tre grandi centri urbani dove si è vinto al primo turno. Non si può estrapolare un risultato locale sulla linea nazionale, ma Milano, Napoli e Bologna insieme fanno pur sempre il 6% del corpo elettorale e il 5% dell’intera popolazione italiana, per non parlare del rilievo come città sul piano nazionale e internazionale, e saranno governate dal centrosinistra con una scelta decisa al primo turno: un risultato che da solo vale un’elezione. 


Vedremo dunque i ballottaggi, ma alcuni aspetti possono però essere già appuntati. Innanzitutto, la forza sul territorio del centrosinistra, che non è un elemento superficiale, al contrario, è un aspetto fortemente caratterizzante una formazione politica o una coalizione. In secondo luogo, la difficoltà che ormai da tempo avvolge le tesi sovraniste e populiste di ogni tipo come una nebbia che le oscura prima di giorno. Stanno uscendo dai radar, e chissà mai se rientreranno, prive come sono di qualsiasi fondamenta razionale, almeno nel nostro Paese. 


Oltre al centrosinistra, al Partito Democratico e al suo Segretario Enrico Letta nuovamente eletto in Parlamento,  e ai candidati che hanno vinto credo che domenica scorsa abbiano vinto anche la serietà, la stabilità, l’affidabilità. Credo cioè che in buona misura abbia influito il modo in cui è stata affrontata la pandemia che ci ha colpito negli ultimi due anni, premiando coloro che hanno mostrato di affrontare le numerose e nuove difficoltà che la situazione comporta con rigore invece che con posizioni sommarie e ondivaghe alla probabile ricerca di consenso fra minoranze esigue e del tutto marginali. Gli errori sono certamente possibili, e ci sono stati, ma la priorità sempre data al rigore, alla ricerca della sicurezza sanitaria, e alle fondamenta scientifiche delle posizioni espresse è stata apprezzata da molti. 


Analisi più approfondite vanno riservate alla tornata finale. Per ora, congratulazioni agli eletti, e buon lavoro a coloro che sono impegnati nei ballottaggi.




venerdì 1 ottobre 2021

Domenica elettorale

 Nelle giornate di domenica 3 e lunedì 4 ottobre 2021 si terranno le elezioni amministrative in numerose città italiane, con eventuale turno di ballottaggio il 17 e 18 ottobre, con l’eccezione di Trentino Alto Adige, Sicilia e Sardegna dove le elezioni si terranno la settimana successiva.  Per la precisone, sono coinvolti 1.342 comuni di cui 21 capoluogo di provincia, fra i quali alcune grandi città come Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna. Nei comuni delle regioni a statuto ordinario e nella Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia, domenica 3 ottobre i cittadini possono recarsi alle urne dalle 7 alle 23, lunedì 4 ottobre invece fino alle ore 15.


Come detto,  si voterà anche a Bologna, dove ho sostenuto la candidatura alla carica di Sindaco della città di Matteo Lepore, ed in altri 48 comuni dell’Emilia Romagna fra cui Ravenna e Rimini. L’amplissima partecipazione che si è avuta a Bologna aggregatasi intorno alla figura di Lepore e alla sua Fabbrica del Programma sembra aver creato le condizioni per un risultato positivo per il centrosinistra, progressista e democratico, per dirla con lo slogan della sua campagna elettorale. Il voto di domenica prossima sarà importante per il futuro della città, e di tutte le città coinvolte, in un momento cruciale dello sviluppo della società italiana (e si può dire della società occidentale). Chi siamo e cosa vogliamo essere in un domani che spetta a noi oggi delineare termina con un punto di domanda a cui la risposta non può essere banale, sulla strada del qualunquismo o dell’assenteismo tout court. L’ovvietà è esclusa nei giorni della Youth for Climate, delle migliaia di giovanissimi impegnati a chiedere risposte concrete alle crisi del nostro tempo, nei giorni delle morti sul lavoro, nei giorni dei migranti, nei giorni dei mille conflitti armati che feriscono l’umanità. La primazia della politica nella costruzione e gestione degli insediamenti collettivi è un fatto reale e molto concreto che poggia sulla partecipazione e condivisone, nessuno può tirarsi indietro, e l’idea che ciascuno porta con sé sul da farsi determina differenze sostanziali. Le città sono, e saranno, fondamentali nella fase di transizione ecologica indispensabile ad evitare crisi climatiche catastrofiche, così come lo sono in moltissimi altri aspetti direttamente legati alla qualità della vita, la sicurezza, i servizi, la cultura. Senza dimenticare la bellezza e la storia che caratterizzano le città italiane: le iniziative di chiusura delle campagne elettorali locali inevitabilmente sono state fatte in alcune delle più belle piazze del mondo, le nostre. Dobbiamo essere in grado di mantenerle tali perché saranno esse le nostre parole rivolte alle future generazioni.  

Dunque, buona domenica e buon voto.


Per informazioni specifiche la regione Emilia Romagna ha creato un sito molto utile, al seguente indirizzo:



https://www.regione.emilia-romagna.it/elezioni





martedì 21 settembre 2021

Le cause del rincaro delle bollette richiedono interventi ad ampio raggio

 Il gravoso rincaro delle bollette di luce e gas di cui si parla da qualche giorno ha le sue cause, e dovrebbe spingerci a rimettere mano al tema energetico nel nostro Paese, visto che un evento che tocca direttamente tutti noi può ricevere più attenzione che non gli indispensabili appunti sulla conversione alla sostenibilità dell’intero sistema.

La quota sarebbe notevole - si parla di un 30% o 40 % - e il Governo sta lavorando per contenere i rincari che ricadono direttamente sulle famiglie.

La questione della struttura della bolletta è uno degli aspetti da considerare, rivedendo le varie voci e riequilibrando i pesi, ed è auspicabile che si intervenga in modo razionale e non una tantum al bisogno. 

Naturalmente, l’altro punto da esaminare, il più corposo e pregnante, consiste nel sistema energetico stesso che porta calore, carburanti ed elettricità a coprire i bisogni dei cittadini, dell’industria, dell’agricoltura. Il cambiamento in corso da anni ai fini della sicurezza e della sostenibilità ambientale va tenuto costantemente d’occhio ma soprattutto va calibrato in modo tale che la transizione ecologica sia accettabile sotto ogni profilo a partire da quello sociale, e perché no, persino desiderabile se riesce a delineare una migliore qualità della vita e uno sviluppo privo delle drammatiche conseguenze ambientali e sanitarie che già stiamo sperimentando.

La transizione ecologica ha un costo - come molti stanno affermando - che sarà più alto se continuiamo a promuovere la “vecchia” economia. Nel recente periodo, il sistema energetico italiano ha visto il gas sorpassare il petrolio, e le fonti rinnovabili conquistare percentuali importanti. Dal punto di vista delle fonti primarie, questo però non basta a modificare sensibilmente la sostanza: sottraendo infatti una quota di circa il 20% sul totale proveniente da fonti rinnovabili (con cui abbiamo superato l’obiettivo comunitario del 17%), il restante 80% è energia di importazione, vale a dire gas e petrolio prevalentemente acquistati all’estero, oltre ad una piccola quota di energia elettrica dai Paesi vicini. Questo ci espone ad almeno due fattori incisivi: primo, il prezzo della fonte primaria, oggi in crescita con la ripresa mondiale dopo la pandemia, e secondo, il prezzo della CO2 emessa, ora consistente dopo la riforma del sistema europeo di scambio delle emissioni Ets. E’ chiaro che continuare ad operare come prima, almeno in parte, ci espone sia ai problemi che abbiamo sempre avuto sia a quelli nuovi generati dalle politiche che intendono abbattere le emissioni climalteranti. 

Il prezzo delle quote di CO2, per inciso, è passato nel giro di un anno da 20 ad oltre 50 Euro per tonnellata, un fatto voluto per far finalmente funzionare un meccanismo pensato per ridurre in misura consistente le emissioni, dopo anni in cui il valore estremamente basso vanificava il tutto. Questa è la strada intrapresa, e non si tornerà più indietro.

Dunque, per spendere meno e meglio dobbiamo impegnarci per cambiare il sistema, senza perdere mai il filo. In particolare, la quota delle rinnovabili deve aumentare, insieme all’efficienza a monte e a valle di produzione e consumi. Al contrario di quanto alcuni scrivono a proposito di un presunto salasso dovuto alle politiche ambientali, le fonti pulite sono le uniche che possono modificare radicalmente un sistema eccessivamente dipendente dall’estero, tenuto conto anche che gli oneri derivanti dagli impatti ambientali delle fonti fossili sono sempre più elevati e ricadono sulla collettività, se non in bolletta, attraverso la fiscalità generale. IL vero salasso ce lo proporrà il cambiamento del clima terrestre se non resteremo entro il livello di guardia di +1,5°C di innalzamento della temperatura media.


Le considerazioni geopolitiche, inoltre, non sono certo una nota a margine. Oltre il 40% del gas che consumiamo proviene da un unico Paese, la Russia. Questo ci espone a variazioni del prezzo legate eventualmente alla quantità che viene resa disponibile, cioè all’offerta. Non è un tema da poco per un Paese come il nostro (e per quasi tutta Europa), e non sarebbe certo un nucleare ormai chiuso da decenni a risolverlo. Se non si presenteranno novità clamorose come la fusione nucleare, per ora occorre ragionare bene su ciò che si può fare adesso - non fra quindici anni - e trovare le strade per realizzarlo. Diversificare i Paesi da cui acquistiamo il gas può essere utile, ma sul lungo periodo acquisire una maggiore indipendenza sarebbe un beneficio notevole.

Consumi efficienti quindi bassi, e rinnovabili in ogni settore, termico ed elettrico, con una rivoluzione nei trasporti che ci consenta finalmente di liberarci dalla dipendenza dalla benzina o dagli altri derivati del petrolio. Non si tratta di un compito facile. La transizione ecologica non è cosa facile. 


mercoledì 1 settembre 2021

Dove sono gli inquinatori?

 Si dice spesso che la questione ambientale è “trasversale” alle fasce della popolazione e alle sensibilità di ciascuno, ma i dati ci dicono che non è così, o almeno non lo è nella parte preminente della stessa, l’inquinamento ormai globale. Un articolo sul sito Qualenergia, dal titolo “Chi ha riempito l’aria di CO2? E’ un problema di classe” (indirizzo in calce), spiega in breve perché, riprendendo un'analisi di Oxfam redatta dallo Stockholm Environment Institute. 

L’articolo infatti illustra la differenza fra i macro dati che portano a ritenere i giganti asiatici Cina e India maggiori responsabili delle emissioni di gas ad effetto-serra e i dati specifici che portano a conclusioni molto diverse. Lo studio in oggetto non si limita ad analizzare le emissioni per Paesi del mondo, ma ricostruisce la provenienza delle emissioni mondiali dalle varie fasce di popolazione suddivise per reddito. L’analisi riguarda gli inquinanti emessi dal 1990 al 2015, un periodo storicamente molto recente quindi svincolato dal passato in cui sappiamo di essere stati noi occidentali (USA e Europa) i maggiori responsabili delle emissioni.

Il risultato è sconcertante: l’1% di umanità più ricca emette più CO2 della metà dell’umanità costituita dai più poveri. 

Nello specifico, i 63 milioni di persone (circa l’1% della popolazione) che guadagnano più di 100 mila dollari all’anno generano da soli il 15 % dei gas climaletranti annuali, mentre i 3,6 miliardi di persone (la metà della popolazione mondiale) che guadagnano meno di 2.000 dollari all’anno emettono il 7% dei composti surriscaldanti l’atmosfera. 

Abbassando il livello di ricchezza, il 10% della popolazione mondiale che guadagna annualmente più di 35.000 dollari emette la metà dei gas ad effetto-serra.


L’ambiente è anche un problema sociale. Se soltanto 63 milioni di persone sono capaci di inquinare di più, il doppio, della metà dell’intera popolazione mondiale significa che consumo delle risorse, usi delle stesse, ed emissione nell’ambiente degli scarti sono processi estremamente concentrati nella vita di pochi con conseguenze negative gravanti su tutti, e costituiscono perciò una forte ingiustizia sociale.  (Chiaro che la risposta non può essere quella di portare il resto della popolazione agli stessi livelli con l’economia tradizionale altrimenti bolliremmo tutti quanti nel giro di un mese. Questo è precisamente il tema non di questo ma di quasi tutti gli altri post di questo blog.)

Veniamo alla geografia. Dove si trovano i ricchissimi inquinatori? Non sono equamente distribuiti nei vari Paesi del mondo, al contrario si concentrano in alcuni luoghi. 

Infatti, la metà vivono in USA e UE, che però ospitano solo il 10% della popolazione mondiale. I restanti si suddividono nel resto del mondo, America, Medioriente, Cina e India. Il paradosso, ben noto, riguarda il fatto che le peggiori conseguenze del cambiamento climatico andranno (e già ora vanno) a ricadere su Paesi che hanno contribuito poco o nulla alle emissioni climalteranti, come l’Africa o il Sud-Est asiatico. 


Dunque i dati scorporati forniscono una lente d’ingrandimento che mostra una realtà ben diversa dalle apparenze. Una realtà dove la questione ambientale emerge con le sue vere caratteristiche: una fitta trama intrecciata in cui pochi grossi fili partono a formare il tessuto che produce moltissimi fili di scarto all’altro estremo. Il telaio è il Mondo.  Il rischio di sfracello è reale, sotto il peso di un tessuto divenuto così spesso da essere ormai insostenibile.


L’articolo di Qualenergia si trova al seguente indirizzo:


https://www.qualenergia.it/articoli/chi-ha-riempito-aria-co2-problema-classe/








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