domenica 6 giugno 2021

La sfida, decisiva, di Draghi e dell’UE

 L’ultimo numero di Limes (“Il triangolo sì”, 4/2021) è dedicato a quella che viene definito il nucleo della koinè europea, ovvero il Triangolo costituito da Italia, Francia, Germania. Non c’è dubbio che siamo una comune civiltà che si trova geograficamente sul continente europeo, che invece di sentirsi “vecchia” (la “vecchia Europa”) dovrebbe saper guardare al futuro, in un quadro evolutivo.

Parto dalla fine, non della rivista ma del ragionamento, ovvero dalla necessità di dotarci di “un’amministrazione pubblica degna del nome”. Questo dovrebbe essere obiettivo prioritario, o incluso fra i prioritari, di coloro che governano per molte ragioni. Soprattutto una: il tempo. L’assunzione del problema infatti non è nuova, ma il tempo che passa rende sempre più urgente la sua soluzione. Il numero citato della rivista porta avanti una tesi, ovvero che il confronto con la Francia ci spinga a farlo - meglio prima che poi. Lo scopo è naturalmente molto elevato, ovvero che l’Italia faccia la sua parte (finalmente) nel contesto internazionale ed europeo, in altre parole, che sia in grado di farla. Un fine assolutamente condivisibile e auspicabile.

Il contesto attuale di rafforzamento delle relazioni con la Francia dovrebbe aprirci gli occhi, e le capacità politiche visto che si tratta di giocare un ruolo di equilibrio, e decisivo, in Europa e nei rapporti con gli USA. La sensazione, quasi istintiva, è che ci sia spazio per noi e che l’aspettativa sia che lo riempiamo adeguatamente. Includendo il rapporto con gli USA, per noi strettissimo, si capisce in quale contesto ci troviamo e dobbiamo agire. 


Le affinità/diversità culturali ovviamente hanno la loro importanza, ma andando al sodo i conti mostrano che i legami sono intensi per noi con la Francia e con la Germania. E salta fuori persino la mia regione: l’Emilia-Romagna ha una posizione decisamente rilevante nel ragionamento se, insieme al resto del Nord Italia, presenta un interscambio commerciale con la Germania di prima categoria (si trova in terza posizione dopo Lombardia e Veneto). Non per niente il treno tedesco arriva fino a Bologna, e parte da Bologna verso Austria e Germania, la rete viaria di collegamento da Modena attraverso il Brennero (Statale 12, Autostrada, ferrovia) è la principale, e non ultimo, le spiagge romagnole sono mete consolidate del turismo germanico. Anche la Francia ovviamente ha grandi rapporti con le regioni del Nord Italia, ma la sua presenza si estende in modo più uniforme su tutto il territorio della penisola. 

Sono rapporti spesso asimmetrici sul piano della forza, ma visti da una luce positiva, sono parte del processo unificante l’Europa, che viaggia su binari suoi propri spesso indipendentemente dai tracciati della politica. 


L’analisi però non è completa se non si esamina la questione energetica. Basta dare un’occhiata a qualsiasi cartina dei condotti di gas per vedere ad occhio quale tipo di legame fisico - altro che culturale o sentimentale - ci riguardi. Il nostro Paese importa poco meno della metà del gas dalla Russia, poi dal Nord Africa, dalla Norvegia, dall’Olanda. Più o meno lo stesso per l’Unione Europea tutta, che dipende per poco meno della metà del fabbisogno di gas dalla Russia, da cui lo importa tramite gasdotti che percorrono migliaia di chilometri attraverso vari Paesi dell’Est. Quindi si dipana una matassa, sul territorio geografico e su quello politico, che verso Est ha uno dei suoi fili principali.

Ovviamente importiamo anche petrolio, ancora necessario soprattutto per i trasporti. 

Per questo la politica energetica dell’Unione sarà fondamentale. Perché non ci sarà nessuna considerazione storica, culturale, di affinità, che potrà incidere di più di una pura e semplice dipendenza energetica. Per questo la politica energetica dell’Italia sarà fondamentale. Per le stesse ragioni. 


Da qui discende la questione climatica - nei ragionamenti politici - non il clima che richiede stabilità, ma il clima che offre la porta aperta per ridurre la dipendenza energetica, che è e resta un fattore chiave. Qui si fa l’Europa, con la e maiuscola. Un continente ad emissioni zero (quasi) significa che ha ridotto in misura rilevante i suoi consumi di gas e di petrolio, e questo fattore va a cambiare le cartine con i gasdotti, i porti del petrolio o di GNL. Energia sua propria significa principalmente, per l’Europa, solare, eolica, idro, veicolata per via elettrica, e bassi consumi ottenuti con l’efficienza.

In attesa di grandi novità dalla fusione o dall’idrogeno, ad oggi significa questo.

Si tratta di una strada da percorrere senza esitazione, perché in gioco c’è il nostro futuro. Macron, Merkel, Von der Leyen lo hanno capito, noi dobbiamo fare altrettanto. 

Qui entra in gioco l’apparato statale cui abbiamo fatto cenno all’inizio. Siamo in grado di gestire i lauti fondi che avremo a disposizione? Next Generation EU è alla nostra portata? Questo è il punto cruciale che deve affrontare Draghi con il suo governo. Con tutta la volontà possibile.


venerdì 21 maggio 2021

La Strategia di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra

 



Dobbiamo arrivare lì. E non è certo poco. Guardate di quanto dobbiamo restringere - un vero e proprio imbuto -  le emissioni climalteranti in atmosfera in Europa per rispettare l’Accordo di Parigi, che, ricordo, ha l’obiettivo di far sì che il riscaldamento globale resti sotto +1,5 °C e in ogni caso non superi +2°C.

La fonte è la Commissione Europea, in ascissa gli anni fino al 2050, in ordinata le emissioni di CO2 equivalenti in milioni di tonnellate. La riduzione è clamorosa in ciascun settore, indicato con i diversi colori, mentre la traiettoria tratteggiata rappresenta il totale netto.

Traggo la figura da un articolo sul sito climalteranti.it, sempre presente, preciso, molto ben fatto. L’articolo è “La strategia italiana di lungo termine sulla riduzione delle emissioni dei gas ad effetto serra” a firma Stefano Caserini, un tema di cui si è parlato poco nonostante il testo sia stato inviato alla Commissione l’11 febbraio scorso. Si tratta invece di un documento importante che costruisce uno scenario di decarbonizzazione vera del nostro Paese. In sostanza, presenta un forte risparmio energetico e miglioramento dell’efficienza con conseguente riduzione della domanda di (addirittura) il 40% sui consumi finali, elettrificazione dei trasporti, forte incremento delle fonti rinnovabili e sostanziale marginalizzazione dei combustibili fossili. Il Bilancio energetico al 2050 è destinato a cambiare alla radice rispetto a quanto siamo abituati a studiare, basti pensare che l'energia elettrica è destinata a provenire quasi esclusivamente da fonti rinnovabili e a rifornire tutti i settori, dal civile ai trasporti all’industria, mentre soltanto quest’ultima riceverebbe ancora una quota estremamente limitata di gas naturale, e carbone e petrolio quasi scompaiono dentro la voce “altri combustibili”. Una strategia che poi sarà necessario realizzare nel concreto, finalità che necessita il coinvolgimento di tutte le realtà sociali in modo coerente come mai fatto finora.

Auspico quanto si legge nell’articolo segnalato, ovvero che il tema sia oggetto di dibattito: non si vede per quale motivo argomenti fondamentali per il futuro prossimo di noi tutti vengano ignorati o quasi. 

Per approfondire, il link è il seguente, dove è possibile accedere anche al sito della Strategia stessa:

https://www.climalteranti.it/2021/03/02/la-strategia-italiana-di-lungo-termine-sulla-riduzione-delle-emissioni-dei-gas-a-effetto-serra/




domenica 2 maggio 2021

Conferenza S&D: La nostra Europa, il nostro Futuro

 Vorrei segnalare un avvenimento che può rivelarsi importante, almeno lo spero: il prossimo 3 maggio la “famiglia progressista” europea - così viene definita sul sito - terrà una Conferenza sul futuro dell’Europa denominata “La nostra Europa, il nostro futuro” (“Our Europe, our Future”). In pratica i partiti progressisti europei terranno una riunione in cui il cuore della discussione sarà il futuro dell’Europa, e l’incontro sarà trasmesso in diretta sul sito. L’indirizzo web è scritto in calce, e i documenti sono presenti sia in Inglese sia in Italiano.

Inutile dire dell’importanza che rivestono un rafforzamento dei rapporti reciproci e  un lavoro che porti alla creazione di una visione comune delle varie formazioni politiche che si inseriscono nel quadro progressista. Le difficoltà non sono mancate in passato, ed il lavoro sarà certo non breve, ma sarà importante non perdere la volontà di tracciare un percorso. 

Il Segretario del PD Enrico Letta è intervenuto in proposito ed è possibile leggere la sua dichiarazione all’indirizzo in calce. 

Credo che il Partito Democratico abbia un notevole contributo da dare in quest’ottica ed è un bene che si proceda in tal senso. Continuerò, da iscritta, a seguire il lavoro del partito nella consapevolezza che occorre fare passi avanti. Non tutto è risolto, mentre ci sono strade che si aprono e strade che ormai sono chiuse. A questo proposito, lascio l’area politica Sinistradem guidata da Gianni Cuperlo, a cui mi iscrissi nel 2013, perché ritengo semplicemente che abbia esaurito la sua spinta iniziale. La possibilità di aprire un’area di sinistra che contribuisse con contenuti di qualità e spessore è stata solo in parte sfruttata in questi anni soprattutto a causa di una visione ristretta e circoscritta oggi ampiamente superata, ma comunque ha dato un contributo che ritengo positivo. Ora,  occorre guardare avanti con maggior decisione alle sfide nuove che si pongono davanti ai nostri occhi con evidenza tale da non poter essere evitate (due su tutte, il rischio pandemico e il rischio climatico) e fare un salto di qualità nel merito dei problemi e nei metodi. Il tempo è maturo per un cambiamento nei contenuti, nelle modalità, nell’apertura a tutti coloro che vogliono contribuire alla costruzione politica del Partito Democratico. La strada è lunga ma interessante.


Gli indirizzi della Conferenza “Our Europe, Our Future” sono i seguenti:

https://www.socialistsanddemocrats.eu/it/events/conference-future-europe-our-europe-our-future

https://www.partitodemocratico.it/europa/letta-la-partecipazione-dei-cittadini-e-la-rivoluzione-per-il-futuro-delle-istituzioni-europee/







lunedì 26 aprile 2021

Chiedi cos’era Chernobyl

 Oggi, 26 aprile 2021, cade un triste e minaccioso anniversario, quello della catastrofe di Chernobyl. Un’esplosione che ha coinvolto i nocciolo del reattore numero 4 di una centrale nucleare situata a Pripjat, nei pressi di Chernobyl, in Ucraina al confine con la Bielorussia, quando erano parte dell’Unione Sovietica. Si tratta del più grave incidente nucleare della storia, classificato di settimo grado insieme a quello occorso in Giappone nel 2011 alla centrale di Fukushima a seguito di un maremoto.

L’immagine in calce mostra la centrale, o quello che ne resta, come si presenta oggi (foto BBC), ricoperta da un secondo “sarcofago” dopo che il primo dava da tempo segni di cedimento. Questo dovrebbe durare circa un secolo, cioè nulla rispetto alla durata della pericolosità di ciò che contiene. Il lascito che le generazioni future gentilmente riceveranno è uno dei tanti, enormi, danni ambientali e sanitari che abbiamo seminato per il mondo per sostenere una crescita economica che non ha precedenti nella storia umana, che è andata a beneficio soltanto di una parte dell’umanità, che non può avere futuro nei termini in cui è stata realizzata pena la distruzione della Natura sulla Terra. Per questo le giovani generazioni, e quelle future, ne devono essere informate adeguatamente. 

Le centrali nucleari dovevano essere sicure. Sicurissime, come il Titanic. 

Ma è bastato l’errore umano a far precipitare gli eventi fino ad estrometterli da ogni margine di controllo. Il testo che segue è un brano tratto da un mio vecchio libro “Energia Nucleare. Caratteristiche e conseguenze del più potente sistema mai creato dall’uomo”, pubblicato nel 2005 quando sembrava che in Italia la prospettiva nucleare si riaprisse. 


“Il 25 aprile 1986 il personale della centrale iniziò a ridurre la potenza e, come se la sicurezza del reattore non fosse un’esigenza primaria, arrivarono a scortare il sistema di refrigerazione di emergenza, come richiesto del resto dall’esperimento che intendevano portare avanti: una verifica della possibilità di ricorrere all’energia meccanica del turboalternatore in fase di calo della oltranza per fare funzionare le pompe di emergenza. Il reattore funzionò a circa metà della potenza per alcune ore e verso le ore 23 essa venne ridotta ulteriormente, ma vuoi per errore vuoi per incompetenza, il livello della potenza scese addirittura fino a 30 MW termici, fatto che rende dominante un parametro che caratterizza questo tipo di impianto detto “coefficiente positivo del vuoto”. Intorno all’una della notte riuscirono ad alzarla di nuovo, fino a circa 200 MW termici, ma per mantenerla a tale livello ritirarono completamente le barre di controllo, perdendo così un’altra possibilità di controllare un reattore che nel frattempo era divenuto altamente instabile: l’ormai noto coefficiente di cui sopra significava nella pratica incrementi di vapore nei canali di raffreddamento e aveva a quell’ora già aperto la strada a crescite improvvise della potenza. L’instabilità era accentuata anche dalla minore quantità di acqua di raffreddamento che fluiva. Improvvisamente, una forte crescita della potenza fece perdere definitivamente i controllo del reattore agli operatori: alle ore 1.23 della notte del sabato 26 aprile 1986 un’esplosione di vapore, la distruzione del nocciolo, una seconda esplosione un attimo dopo, lo sfondamento del tetto dell’edificio di contenimento dell’impianto furono i primi, nefasti eventi del peggior incidente nucleare della storia.

Immediatamente, e per successivi dieci giorni, enormi quantità di radioattività furono disperse nell’ambiente sotto forma di gas, aerosol e frammenti del nocciolo. L’area circostante di 30 km di raggio venne evacuata e si cercò in ogni modo di abbattere la terribile polvere radioattiva lavando tutto ciò che c’era, ma queste misure non impedirono dosi alla tiroide con punte da 70 mSv negli adulti e 1 Sv nei bambini con picchi da 40 Sv nella zona di Gomel, e una media individuale di 15 mSv. Molte di queste persone hanno continuato a ricevere radiazioni anche negli anni successivi, in relazione alla località dove vennero alloggiate. (...)

Nelle ore successive, il pennacchio di fumo e di polvere radioattiva raggiunse il chilometro di altezza iniziando subito a depositare sul suolo i prodotti della fissione nucleare; poi, un cambio nella direzione dei venti portò la nube in giro sull’Europa, dapprima sulla Scandinavia, in seguito sulle zone centroeuropee e sull’Italia, dove la caduta degli elementi radioattivi contaminò i territori di tutti i Paesi, le aree agricole come le foreste, le case come gli animali selvatici, penetrando insieme all’acqua nel sottosuolo e giungendo, quindi, alla catena alimentare.”




lunedì 19 aprile 2021

Bene il confronto democratico fra i vari candidati alla carica di Sindaco di Bologna, ma sui temi per il futuro della città

Da qualche tempo, i principali quotidiani in città descrivono i partiti ed in particolare il Partito Democratico bolognese in difficoltà per via delle candidature alla carica di Sindaco che si vanno profilando.

Le elezioni amministrative del 2021 a Bologna dovrebbero essere occasione di un cambiamento nella gestione della città e del territorio concreto e ben visibile. Un passo in avanti per una città che può competere con le migliori città europee molto più di quanto già non faccia. Affrontare i temi nel profondo però richiede uno sforzo assai maggiore che elencare nomi delle candidature e presunti attriti fra i medesimi, con i partiti ad aggirarsi vanamente sullo sfondo della contesa. Insomma, le analisi politiche tendenti al pettegolezzo richiedono poco sforzo e rendono forse di più in termini di lettori che non gli approfondimenti a beneficio dei cittadini. Dunque, e come ogni volta precedente, assistiamo ad un dibattito spento e noioso, che a volte porta persino fuori strada alcuni che la politica la praticano, con dichiarazioni che sarebbe meglio evitare. Per parte mia, credo che le candidature siano sempre un fatto positivo, e che una in più non possa alterare se non in meglio ciò che chiamiamo “democrazia”, per sua natura estranea ai giochi politici che pure attraggono molti. Dunque, ci si confronti nei modi e nelle sedi preposte, con programmi, idee per la città e mezzi per realizzarle.

Dicevo che Bologna avrebbe bisogno di un salto di qualità. Come molte città italiane, del resto. Partiamo dal fatto che si tratta di una città ben governata, con numerose opportunità, grande e piccola insieme, misura ideale, sempre nelle prime posizioni delle varie classifiche che tentano periodicamente di posizionare le migliori caratteristiche che delineano la qualità della vita. Partiamo cioè da una buona situazione. Che, però, non vuol dire cristallizziamo lo status quo. Perché la posizione in cui ti trovi dipende dai riferimenti che adotti.

Sono decenni che Bologna svetta sul piano sociale e culturale, sono altrettanti decenni che Bologna non si avvicina alle migliori città europee sul piano ambientale. Mentre altre città, soprattutto nel Nord Europa, facevano passi da gigante, Bologna si muoveva con lenta continuità. Helsinki, Stoccolma, Malmo, Copenaghen, la storica green city di Friburgo, ed altre, molte delle quali paragonabili per altri aspetti a Bologna, sono avanti decenni sul piano degli impatti ambientali, dello smog, del riciclo dell’acqua, del traffico veicolare. L’ultimo anno di chiusure per Covid ha mostrato con particolare evidenza a quali livelli di traffico fossimo abituati, spariti per un po’ per causa di forza maggiore ed ora ritornati più pesanti di prima. Il numero di camion per il trasporto delle merci non si conta sulle strade provinciali, nei pressi degli imbocchi autostradali, e ciò che si fa d’abitudine è costruire nuove strade e aprire nuovi caselli. Il consumo di suolo era, e resta, elevatissimo in tutta la regione. In particolare a Bologna restano elevati i consumi energetici e basse le fonti rinnovabili e l’efficienza energetica.  La questione nel suo complesso è certamente complicata, ma altrove viene brillantemente risolta, quindi non è impossibile. Il fatto è che arriviamo dopo. Non che non sia mai stato fatto nulla in proposito, ma si è trattato di ordinaria amministrazione; non è stato fatto nulla per rovesciare il paradigma consumo-crescita economica, che tradotto significa, costruzioni, traffico, capannoni, in senso “tradizionale”, vale a dire quasi sempre senza le caratteristiche che renderebbero lo sviluppo locale sostenibile. 

Ciò che manca è una visione del futuro della città. Il salto in avanti, che porterebbe Bologna al pari delle città europee citate, non si vede nemmeno all’orizzonte. D’altronde, come sempre, anche nella sinistra, questi argomenti vengono collocati sullo sfondo, ritenuti non centrali - anche se oggi non possiamo più dire marginali. 

Francamente, se il confronto democratico fra candidati portasse questi temi nel dibattito sarei ben felice delle varie candidature; se invece si resta fermi ad un confronto di nomi, di partiti e di aree di appartenenza i cittadini avrebbero tutto il diritto di stancarsi della politica praticata in città.



giovedì 1 aprile 2021

Noi, la Natura, e il Coronavirus

 Non abbiamo mai avuto grande dimestichezza con la Natura, con le sue leggi, con i suoi ritmi, i suoi spazi; non l’abbiamo avuta come specie umana, ed in particolare come membri di quella che viene comunemente definita “cultura occidentale” di origine greco-romana, poi cristiana, e poi l’Umanesimo, il Rinascimento, l’Illuminismo, poi la modernità... La Natura è sempre rimasta sullo sfondo dell’evolversi del pensiero umano, eccettuato rare eccezioni (il cristianesimo di San Francesco, il Romanticismo) o ha riguardato alcuni pensatori la cui riflessione è stata troppo spesso travisata a supporto di teorie esoteriche fondate sul pensiero magico (si pensi a Pitagora o a Giordano Bruno). 

Nemmeno la Rivoluzione Scientifica, che ha aperto la strada alla comprensione delle leggi naturali spodestando la Filosofia Naturale che operava senza possedere gli strumenti adatti, ha saputo trovare la via giusta per indagare il rapporto fra noi - specie animale in grado di modificare profondamente l‘ambiente - e il mondo che ci ospita, anzi ha consentito uno sviluppo tecnologico senza precedenti, che ha rafforzato l’idea della disponibilità di un ipotetico nostro super potere nel rapporto con la Natura. Si tratta dell’avere a disposizione un fattore “ipotetico”: esiste veramente? Temo di no, ma non ne siamo consapevoli. (Il fatto di avere introiettato un’idea che ci riguarda e che non esiste dovrebbe essere oggetto di indagine approfondita per i numerosi aspetti che possiede e l’importanza che riveste).

Pensatori che hanno indagato questo ambito sono relativamente recenti, o recentissimi, testimoniando proprio il vuoto da riempirsi soltanto in caso di necessità, ormai estrema.

La storica carenza di riflessione in questo campo ha conseguenze di vasta portata che possono essere riassunte in due rami legati fra loro: la quasi totale assenza di senso di responsabilità riguardo gli effetti delle proprie azioni sull’ambiente e una radicata difficoltà persino nel comprendere fenomeni estesi spazialmente e di lunga durata temporale, che possono cioè riferirsi al mondo intero ed interessare periodi di tempo lunghi. Tradotto, in relazione al problema attuale del riscaldamento globale significa che non ci sentiamo responsabili e non ne riusciamo nemmeno ad afferrare le caratteristiche, inclusa la pericolosità. In relazione al secondo, gravoso, problema che ci sta affiggendo, l’epidemia di coronavirus Sars-Cov-2, significa di nuovo lo stesso, che non ci sentiamo responsabili e non ne comprendiamo del tutto le caratteristiche, a partire dal rischio di una crescita esponenziale (almeno al principio) dei contagi.


Forse non conosciamo nemmeno il mondo in cui viviamo, plasmato da noi. Il libro di David Quammen “Spillover” (uscito nel 2012!) ne propone una descrizione in colori vividi, per nulla piacevoli. Se non l’avete ancora letto, e pensate di farlo, preparatevi ad entrare in un mondo, il nostro, che non vediamo nei film, nei documentari, nei supporti che veicolano la cultura popolare - e si tratta di un mondo ad alto grado di rischio. Ci viviamo dentro ogni secondo della nostra vita.

Traggo da esso le prossime righe.

“Dovremmo sapere che le recenti epidemie di nuove zoonosi, oltre alla riproposizione e diffusione di altre già viste, fanno parte di un quadro generale più vasto, creato dal genere umano. Dovremmo renderci conto che sono conseguenze di nostre azioni, non accidenti che ci capitano tra capo e collo. Dovremmo capire che alcune situazioni da noi generate sembrano praticamente inevitabili, ma altre sono ancora controllabili. Gli esperti hanno già indicato questi fattori ed è pertanto facile elencarli. Abbiamo aumentato il nostro numero fino a sette miliardi e più, arriveremo a nove miliardi prima che si intravveda un appiattimento della curva di crescita. Viviamo in città superaffollate. Abbiamo violato, e continuiamo a farlo, le ultime grandi foreste e altri ecosistemi intatti del pianeta, distruggendo l’ambiente e le comunità che vi abitavano. A colpi di sega e di ascia, ci siamo fatti strada in Congo, in Amazzonia, nel Borneo, in Madagascar, in Nuova Guinea e nell’Australia nord orientale. Facciamo terra bruciata, in modo letterale e metaforico. Uccidiamo e mangiamo gli animali di questi ambienti. Ci installiamo al posto loro, fondiamo villaggi, campi di lavoro, città, industrie estrattive, metropoli. Esportiamo i nostri animali domestici, che rimpiazzano gli erbivori nativi. Facciamo moltiplicare il bestiame allo stesso ritmo con cui ci siamo moltiplicati noi, allevandolo in modo intensivo in luoghi dove confiniamo migliaia di bovini, suini, polli, anatre, pecore e capre, ratti del bambù e zibetti. In tali condizioni è facile che gli animali domestici e semidomestici siano esposti a patogeni provenienti dall’esterno (...) e si contagino tra loro. In tali condizioni i patogeni hanno molte opportunità di evolvere e assumere nuove forme capaci di infettare gli esseri emani tanto quanto le mucche o le anatre. Molti di questi animali i bombardiamo con dosi profilattiche di antibiotici e di atri farmaci, non per curarli ma per farli aumentare di peso e tenerli in salute il minimo indispensabile per arrivare vivi al momento del macello, tanto da generare profitti. In questo modo favoriamo l’evoluzione di ceppi batterici resistenti. Importiamo ed esportiamo animali domestici vivi, per lunghe distanze e a grande velocità. Lo stesso avviene per certi animali selvatici usati in laboratorio, come i primati, o tenuti come esotici compagni. Commerciamo in pelli, contrabbandiamo carne e piante, che in certi casi portano dentro invisibili passeggeri patogeni. Viaggiamo in continuazione, spostandoci da un continente all’altro ancora più in fretta di quanto faccia il bestiame. (...) Cambiamo il clima del globo con le nostre emissioni di anidride carbonica e spostiamo le latitudini a cui le zanzare e zecche vivono. Siamo tentazioni irresistibili per i microbi più intraprendenti, perché i nostri corpi sono tanti e sono ovunque”. (Cap. 9)

giovedì 11 marzo 2021

2020: il Covid non può farci dimenticare il clima

Ancora una volta dobbiamo porre ai primi posti della poco invidiabile classifica dei periodi più caldi l'anno appena trascorso. Come riporta il sito del Noaa (ente statunitense di ricerca su atmosfera e oceani; indirizzo in calce) il 2020 è stato il secondo anno più caldo, dopo il 2016. Al terzo posto, il 2019. I dieci anni più caldi sono occorsi tutti a partire dal 2005. Ci preoccupavamo del fenomeno negli anni '90, a pensarci ora fa sorridere: era ancora niente rispetto a ciò che sarebbe arrivato dopo. (Altre classifiche simili danno risultati che si discostano di pochissimo, confermando la tendenza generale).

Come accade ormai da molti anni, il tempo che trascorre è caratterizzato da temperature sempre più elevate del nostro pianeta, ed ogni anno supera il precedente, o quelli limitrofi, indicando una tendenza inequivocabile al riscaldamento globale. Questo andamento sembra non fermarsi mai: anche di fronte alla chiusura generalizzata delle attività, comprese quelle più inquinanti, dello scorso anno dovuta all'epidemia di Covid le modifiche alla tendenza media sembrano davvero trascurabili. Evidentemente, ridurre temporaneamente le emissioni inquinanti non toglie le (enormi) quantità già emesse in precedenza; è necessario cambiare il modello di sviluppo in modo tale da ridurre notevolmente le emissioni stesse in modo continuo e duraturo.

Si legge sul sito del Noaa che la temperatura media sugli oceani e sulle terre emerse è stata lo scorso anno superiore di 0,98 °C rispetto alla media calcolata sul periodo 1981-2010 - quindi già alterata dal fenomeno del riscaldamento globale. Se il calcolo venisse svolto rispetto ad un periodo antecedente l'incremento sarebbe ormai superiore al grado Celsius. Nell'immagine a colori che pone sulla superficie del globo gli scostamenti della temperatura verso l'alto (gradazioni di rosso) o verso il basso (gradazioni di azzurro) si vede che il fenomeno non è omogeneo: alcune zone si riscaldano più di altre, altre subiscono un raffreddamento locale (in realtà, sono pochissime e in calo rispetto agli anni scorsi). Come sempre emerge con evidenza il riscaldamento che caratterizza il nord della Siberia, un fenomeno noto da anni in quanto persistente, e ancora oggi spiegato con difficoltà. Esso comporta conseguenze preoccupanti: lo scioglimento del permafrost innanzitutto, che in alcuni casi può essere accompagnato da liberazione in atmosfera di metano, aggiungendo un gas fortemente riscaldante a quanto già emettiamo normalmente, e la notevole alterazione dell'ecosistema che mette a rischio la fauna locale in ambienti poco abitati e ancora dotati di biodiversità e specificità importanti per l'intero pianeta. 

Anche l'Europa non se la passa bene, il 2020 è stato il suo anno più caldo, nonostante il nostro Paese lo scorso anno sia stato un po' risparmiato, pur nel trend di generale incremento. 

Altri eventi vengono elencati: dai cicloni tropicali al calore degli oceani, dallo scioglimento dei ghiacciai artici, antartici e montani alla riduzione della copertura nevosa. Tutti questi fenomeni sono conseguenza del fatto che il bilancio energetico del pianeta Terra sta variando in relazione alla diversa composizione dell'atmosfera: in breve, viene trattenuta una quantità maggiore di energia termica rispetto al passato. La conseguenza sarà (ed è già oggi) un'alterazione del sistema climatico, e con esso della struttura e distribuzione degli ecosistemi, che interessa tutto il pianeta. E' indispensabile fermare il processo in atto ed orientarlo verso una posizione di equilibrio il più presto possibile. 




Maggiori informazioni si trovano al link del Noaa:

https://www.noaa.gov/news/2020-was-earth-s-2nd-hottest-year-just-behind-2016


venerdì 26 febbraio 2021

La scelta di Draghi 2 - e il PD

 Per un governo che trae la sua ragione di esistere su necessità prioritarie che l’assetto di maggioranza e di governo precedente non era riuscito ad affrontare - tralasciamo qui le cause - la struttura che ha assunto dopo la nomina dei Sottosegretari non è un accessorio dell’abito a festa a cui si può rinunciare se non piace. In realtà, le fondamenta ideali di coloro che partecipano sono destinate a giocare un ruolo se la bilancia pende invece di trovarsi in equilibrio, magari in ambiti delicati in cui si giocano i valori più cari. Repubblica oggi dedica due pagine all’ingresso della Lega al Viminale e credo che sia opportuno riprendere alcuni aspetti della questione. Il primo, riguarda ovviamente i decreti sicurezza, il secondo ci dice che sappiamo tutti che non esiste solo la Lega ma anche la Ministra Lamorgese, o il Capo dello Stato, il terzo il fatto che il centrosinistra nel suo insieme è fuori dal Ministero dell’Interno (sono presenti IV e M5S).

A quanto si legge, i decreti sicurezza dell’epoca Salvini sono rivendicati dal nuovo Sottosegretario Molteni, mentre la Ministra “tecnica” Lamorgese ne difende le modifiche. Ora, francamente non so se si possa stare tranquilli con la Lega agli Interni e gli altri fuori, e non solo riguardo l’immigrazione, ma so che l’equilibrio della bilancia è infranto e la medesima pende, non poco, da una parte che ci preoccupa, perché si tratta di una parte in cui affondano le radici degli uni e degli altri. In breve, il rischio è che la Lega riproponga contenuti inaccettabili a sinistra da una posizione di potere mentre il PD resta fuori da un Ministero che custodisce le finalità di valori fondanti. La posta è alta per il Partito Democratico: si tratta dell’anima del partito, dei valori, di ciò che hai di più caro e che ti definisce. Una parte importante della tua sostanza. Il PD avrebbe dovuto presidiare il Viminale.

Perché non è successo? Sicuramente c’entrano le scelte di Draghi, i rapporti politici fra partiti, i giochi politici delle correnti interne al PD, ma non basta. Se il PD poteva fare di più per ottenere uno spazio importante la sua capacità di farlo riguarda anche l’abilità nel proporre le proprie tesi sul tema. Una qualità che metterei in discussione.

Perché la struttura di un partito parla anche di contenuti. Il PD ottiene incarichi di governo nei temi che prevalgono nel dibattito interno e che incrociano la presenza di dirigenti di corrente sufficientemente potenti. Troppo spesso le correnti -  che dovrebbero rappresentare le sensibilità diverse presenti - diventano centri di potere senza avere le caratteristiche adeguate per produrre cultura politica di qualità. A questo fatto si aggiunge una evidente propensione ad affrontare alcuni temi invece di altri. Coloro che sono entrati nel Partito Democratico avendo un’esperienza precedente diversa dai due maggiori partiti fondatori sanno bene a cosa mi riferisco: il livello del tema specifico di cui ci si occupa (da tempo) è parso immediatamente più basso, e quel che è peggio, tale è rimasto. Spesso non mancano personalità competenti ma non fanno massa critica. Il tema “ambiente” è un esempio lampante di questo fenomeno, e non è l’unico. L’immigrazione ed i temi di pertinenza dell’Interno non sono stati finora valorizzati e veicolati come dovuto nella proposta politica del PD, il lavoro non lo è più stato da tempo (e spero che l’incarico ad Andrea Orlando possa finalmente smuovere un argomento fondamentale), la parità uomo-donna non lo è più stata da tempo, le nuove tecnologie anche genetiche non lo sono state, il ruolo della ricerca non lo è stato, il rapporto con le altre specie animali non lo è stato (e arriva la pandemia, che tentiamo di affrontare soltanto a valle, con misure sanitarie).

Il PD dovrebbe cambiare per adeguarsi alle sfide che il mondo propone. Le modalità in cui è strutturato ora non consentono di rispondere a tutte le esigenze, e questo è un punto che non può sottostare ad altro, è prioritario. Va compiuto un passo in avanti.



   


sabato 13 febbraio 2021

La scelta di Draghi

 MARIO DRAGHI ha sciolto la riserva e comunicato i membri della squadra di governo.

Si tratta, come era previsto, di un numero di Ministri provenienti dai partiti e dal Parlamento e di un numero di Ministri definiti “tecnici”, cioè specialisti dei temi di cui andranno ad occuparsi. E’ lecito discutere sulle scelte e sulla coabitazione fra partiti di fondamenta politiche e ideali diverse, ma deve essere chiaro che lo si fa a partire da un punto fermo: che Draghi non aveva altra scelta. L’unica formazione di governo che poteva fare era un insieme di esponenti di partito per garantire la maggioranza in Parlamento e di persone qualificate, soprattutto allo scopo di affrontare il tema della pianificazione e gestione dei fondi UE, nel momento in cui un partito ha causato la fine del governo precedente. La situazione creatasi era molto grave, e andava risolta. Non amo le dietrologie e non so se era prevista, ma questa era ed è l’unica soluzione possibile. Una specie di ultima chiamata per il nostro Paese.

Non sottovaluterei il nuovo Ministero della Transizione Ecologica. Al di là del nuovo nome, se il nuovo Ministero dell’Ambiente include l’Energia, scorporandola dallo Sviluppo, Mario Draghi ha fatto una scelta innovatrice, di quelle che i partiti - di ogni colore - non hanno mai capito (o hanno finto di non capire). Non so cosa farà, ma il destinatario del nuovo, importantissimo, compito, Roberto Cingolani ha i titoli (mi si consenta di parteggiare per un Fisico) per guidare il Ministero al meglio. Altro che inutilità, come in molti hanno immediatamente commentato.

Un’altra casella rilevante per il nostro futuro riguarda i Trasporti, affidata a Enrico Giovannini, persona competente e sensibile ai temi ambientali. Sappiamo bene quali difficoltà si incontrino nell’affrontare il tema dell’impatto dei Trasporti, che rappresentano insieme il settore più inquinante e il più difficile da modificare nel senso della sostenibilità.

Non trascurerei inoltre il Lavoro affidato ad Andrea Orlando: un uomo di sinistra nel tema cuore della sinistra. La sanità resta a Roberto Speranza, come era giusto, e per il PD, Guerini alla Difesa e Franceschini alla Cultura. 

Sono poche le donne? Sì, ma quelle presenti non si trovano in posizioni secondarie, anzi, in collocazioni di primissimo piano. 

La situazione ha i contorni di un’emergenza, e questa può essere una soluzione. Al contrario di quanto dicono molti in queste ore, non credo questa volta che il governo durerà poco. Al contrario. E siamo al punto che dobbiamo augurarcelo.

Per parte mia, auguro buon lavoro al governo guidato da Mario Draghi, e ringrazio tutti i membri del governo precedente. Il Presidente Mattarella credo che abbia fatto la scelta giusta, e un ringraziamento speciale va a lui in particolare.


martedì 26 gennaio 2021

Il Patto per il lavoro e per il clima della Regione Emilia Romagna

Si legge su sito della Regione Emilia-Romagna: “La Regione sottoscrive il Patto per il Lavoro e per il Clima insieme a enti locali, sindacati, imprese, scuola, atenei, associazioni ambientaliste, Terzo settore e volontariato, professioni, Camere di commercio e banche. Un progetto condiviso per il rilancio e lo sviluppo dell’Emilia-Romagna fondati sulla sostenibilità ambientale, economica e sociale.” Il progetto a cui si fa riferimento, denominato Patto per il Lavoro e per il Clima, è stato presentato lo scorso dicembre.

Il tema (lo si capisce già dal nome) è altamente innovativo, le parole con cui viene presentato sono estremamente incoraggianti, la lunga lista degli organismi aderenti all’iniziativa quasi sorprende (si va dai Comuni alle Università, dai sindacati alle associazioni ambientaliste).  

Si legge nel documento “Un progetto volto prioritariamente a generare lavoro di qualità, contrastare le diseguaglianze e accompagnare l’Emilia-Romagna nella transizione ecologica, contribuendo a raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile.” Come dire, il fil rouge che attraversa, legandoli fra loro, tutti i principali aspetti della questione delle questioni che riguarda il nostro mondo attuale: quella ambientale-sociale. Abbiamo costruito negli ultimi due secoli un modello di sviluppo economico che ha garantito posti di lavoro e un livello di ricchezza mai visti nella storia dell’umanità, ma lo abbiamo costruito su fondamenta instabili poggiate sulla melma fatta di sfruttamento di risorse naturali e persistenza di vecchie e nuove forme di diseguaglianza sociale. Ora dobbiamo occuparci di fondare lo sviluppo su basi più solide e giuste, e lo si può fare anche a partire dal livello locale. Sulla pagina web dedicata si fa riferimento alla crisi profonda originata dalla pandemia in corso ormai da un anno e alla volontà di rinascita che decisioni come quelle assunte dall’Unione Europea, grazie alle quali l’Italia riceverà 209 miliardi di euro, rendono evidente. Un’occasione per cambiare direzione praticamente unica.


La strategia del Patto consiste nel raggiungere quattro obiettivi attraverso quattro processi: i primi, si riassumono nella conoscenza, nel lavoro e l’impresa, nella transizione ecologica, nei diritti e doveri, i secondi includono la transizione digitale, la semplificazione, la legalità e la partecipazione. Ma che cosa vuol dire tutto ciò?

Entrando nel dettaglio, il documento del Patto inizia con una presa d’atto dello status quo, di come si è formato e come è stato reso manifesto in modo inequivocabile dall’evento pandemico. 


Paradossalmente, fino ad un anno fa sembrava che le conoscenze ormai assodate non influissero se non in misura minima sul procedere degli eventi: tutti avanti come se niente fosse, pur essendo noto il rischio ambientale, e noto quello epidemico, e note le nuove iniquità frutto di uno sviluppo con troppe facce oscure. Enormi ingranaggi di una macchina in perenne movimento, separata dall’anima e dal pensiero, inarrestabile. Poi, avviene l’evento di rottura dell’equilibrio (instabile), e un microscopico virus si impossessa della macchina e ci costringe a fermarla, pena milioni di decessi senza appello a qualsiasi conoscenza medica. Ne abbiamo già parlato su questo blog. Dalla crisi però si può immaginare la rinascita. Una nuova prospettiva. Dopo averla immaginata, si può tentare di costruirla. Poi la si dovrà realizzare davvero.


Si capisce fino dall’inizio che il tentativo messo in campo dalla Regione Emilia Romagna è di vasta portata per le sfide che assume. Per raggiungere gli obiettivi che si è dato indica la necessità di “Investire in educazione, istruzione, formazione, ricerca e cultura: per non subire il cambiamento ma determinarlo; per generare lavoro di qualità e contrastare la precarietà e le diseguaglianze; per innovare la manifattura e i servizi; per accelerare la transizione ecologica e digitale”, di “Contrastare le diseguaglianze territoriali, economiche, sociali e di genere che indeboliscono la coesione e impediscono lo sviluppo equo e sostenibile”, di “Progettare una regione europea, giovane e aperta che investe in qualità, professionalità e innovazione, bellezza e sostenibilità: per attrarre imprese e talenti, sostenendo le vocazioni territoriali e aggiungendo nuovo valore alla manifattura, ai servizi e alle professioni”.  Infine, l’obiettivo ambientale: si legge di “Accelerare la transizione ecologica per raggiungere la neutralità carbonica prima del 2050 e passare alle energie pulite e rinnovabili entro il 2035; coniugare produttività, equità e sostenibilità, generando nuovo lavoro di qualità”. Non si tratta di finalità di poco conto:  neutralità carbonica al 2050, in linea con la strategia europea, e 100% di energie rinnovabili entro il 2035.  Posso solo ricordare quando, fino a poco più di una decina di anni fa, i piani energetici puntavano sulle centrali a gas, o quando alle iniziative pubbliche parlare di cento per cento rinnovabili sembrava un’eresia. Ora sembra un altro mondo, e questo è già in sé motivo di soddisfazione. 

Le linee di intervento sono molteplici e tutte condivisibili: dal sostegno alla transizione ecologica delle imprese, alla ricerca scientifica, dalle comunità energetiche alla rigenerazione urbana, dall’economia circolare all’agricoltura biologica alla mobilità sostenibile. Sappiamo che quest’ultimo è un punto dolente in regione: troppo spesso si parla di trasporti su ferro mentre si costruiscono nuove strade, esattamente come si parla di fermare i consumo di suolo e si continua ad impoverirlo o cementificarlo con progetti di cui non si vede mai la fine. 

Come la strategia del Patto diverrà pratica quotidiana è esattamente il cuore della questione, dati gli interessi contrastanti in gioco. Se coloro che governano il territorio sapranno tradurre nella pratica ciò che è scritto sulla carta e con quale tempistica, se sapranno progettare realisticamente secondo linee che ora (quasi) non ci sono, linee da definire, da realizzare. Se sapranno porre un limite alle richieste, alle inevitabili pressioni, basandosi sul valore intrinseco di una strategia necessaria e non più rinviabile, se insomma il Patto trasformerà le parole in fatti visibili e verificabili oppure no: questa è la sfida intrinseca. 

Per realizzarlo, perciò, il Patto va seguito, va valorizzato, non va assolutamente dimenticato altrimenti finirà fra i vari bellissimi documenti nel cassetto di qualche ufficio. Le associazioni ambientaliste che figurano fra gli aderenti avranno questa funzione, potranno esercitare il controllo sulla reale applicazione dei concetti espressi. 

La sfida è avviata. Buona fortuna al Patto Lavoro e Clima. 


Per saperne di più sulle 47 pagine tutte da leggere, il sito è il seguente, dove si può anche scaricare l’intero documento:


https://www.regione.emilia-romagna.it/pattolavoroeclima



mercoledì 30 dicembre 2020

Una crisi per una rinascita (ma costruiamola bene)

 Per la fine dell’anno 2020 alcune riflessioni che vorrei beneauguranti. Abbiamo trascorso un anno che classificare fra i difficili è dire poco. Siamo stati esposti all’incognito che noi stessi abbiamo contribuito a creare, un pericolo sconosciuto e nocivo che emerge dai meandri dei fiumi sotterranei che il nostro modello sociale va a scoprire e portare all’aperto, in un’azione desacralizzante e non scientifica di tutto ciò che esiste ed è alla nostra portata. Conseguenze immaginate - al contrario di ciò che molti scrivono - ma non valutate nella loro reale portata, frutto di un mondo abituato a procedere senza porsi limiti. 

Un concetto fastidioso, quello di limite, non per niente le più grandi minacce che incombono su di noi ci mostrano limiti che non vogliamo vedere: lo sfruttamento delle risorse naturali, lo stato della biosfera terrestre e del sistema climatico, la nostra intrusione nei sistemi naturali che ancora resistono. Ignorare l’opportunità di porci dei limiti (validi, studiati, scientifici) a livello individuale e collettivo ci espone alla scelta di perdere il controllo completo su noi stessi: il vaccino, che non poche persone temono, che inietta nel nostro corpo agenti esterni utili a contrastare un virus sconosciuto alle nostre difese immunitarie. La pandemia del 2020 ci ha mostrato come non mai che fra le conseguenze dell’agire senza limiti autoimposti c’è la perdita dell’integrità individuale, operazione necessaria (e speriamo sufficiente) a contrastare la malattia. Il pipistrello portatore del virus finito sui mercati alimentari in una lontana provincia asiatica, tolto dal folto della foresta, ha esposto tutto il mondo, interdipendente da sempre ed ora ancor di più, ad un rischio mortale che per tanti, troppi, si è trasformato in morte reale. Il limite è stato violato (non esistono più i “boschi sacri” di un tempo, e non si è formata parallelamente la coscienza ecologica necessaria) ed ora è indispensabile intervenire con un’azione sanitaria collettiva in cui praticamente cediamo un pezzo di sovranità sul vostro corpo. Lo facciamo per il bene di noi tutti, questa volta su basi scientifiche - quelle stesse che nessuno segue se si tratta di sfruttare i sistemi naturali - ma su un piano collettivo altrimenti è inutile. Una forma di responsabilità che riguarda tutti, fatta eccezione per condizioni patologiche estremamente rare di gravi allergie, nei confronti di tutti gli altri. In altre parole, da questo profondo gorgo ne usciamo solo insieme.

La società del rischio, la società dell’incertezza, con potenziali danni di dimensioni globali, alla quale dobbiamo trovare forme di adattamento. Partendo da un base ormai certa: il fatto che non potremo mai dominare la realtà. Dobbiamo accettare innanzitutto il senso di insicurezza come elemento costitutivo del mondo reale, e da qui partire nuovamente per costruire. Adattarci non significa rinunciare. 

Scendendo su un piano concreto, è ormai chiaro che il discorso complessivamente convergente nel processo denominato “globalizzazione”, fondato su teorie economiche definite “neoliberiste”, è fallito, abbattuto sotto i colpi di crisi economiche, conflitti striscianti, attentati terroristici, attacchi ai sistemi naturali, e pandemia. Chi hanno raccontato false promesse per trent’anni, la strada scelta ora è definitivamente chiusa, priva di ponti per il futuro. (Amara soddisfazione per coloro che, come chi scrive, aderirono al movimento denominato in breve “no-global” oltre vent’anni fa, vedere ora molte delle tesi di allora confermate nei fatti).  

Ora si tratta di guardare avanti per costruirlo, il futuro, memori delle lezioni apprese. Uno dei pilastri su cui edificarlo riguarda il concetto inteso con la parola “sviluppo”: esso deve essere qualitativo, inclusivo, esteso geograficamente. Ma non può essere illimitato. 

Riscrivo: lo sviluppo deve essere qualitativo e inclusivo, esteso a tutta la Terra e i suoi abitanti, ma non illimitato. I limiti dello sviluppo esistono e non possiamo ignorarli, pena tragedie che possono essere di gran lunga peggiori del Covid19.

La modernità deve riscoprire il senso della comunità, del progetto comune che riguarda l’umanità. Dalla pandemia usciremo solo insieme, dalle sfide globali (fame, sottosviluppo, crisi climatiche) usciremo solo insieme. Nessuno si salva da solo. 

Essa deve anche scoprire, e sta scoprendo, il valore della fragilità, della presenza dei più deboli, della necessità di cura. Quando tutti cercano il potere puntando l’attenzione lontano si perde di vista il paesaggio vicino, dove necessità importanti superano con una bassa collina l’alta montagna che si staglia all’orizzonte.

La scienza può essere utile per guidare le scelte. La scienza non è infallibile, ma è la costruzione umana migliore per comprendere il mondo. A volte si legge che proprio la scienza ha guidato lo sfruttamento della Natura che oggi paghiamo a prezzo sempre più caro, ma questa è una tesi falsata dal fatto che dei principi scientifici si traggono solitamente solo quelli utili a creare profitto. I limiti dello sviluppo sono insiti nel Secondo Principio della Termodinamica, e non sarà certo una teoria economica a modificarne i contenuti. 

Dunque, ricominciamo, ricordando che ciò che facciamo non è vano, ma ha conseguenze prossime e lontane, presenti e future. La crisi presente apre al nuovo. Il mondo ha bisogno di un cambiamento che questo doloroso momento di passaggio può accelerare; l’augurio è che si riesca ad approfittare dell’occasione nel migliore dei modi. 

Auguri di un 2021 migliore possibile.


sabato 5 dicembre 2020

Lo Stato del Pianeta

 Oggi vorrei fare un paio di segnalazioni. La prima: il discorso del Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres alla Columbia University “Lo Stato del Pianeta”. Si trova per intero sul sito dell’ONU all’indirizzo in calce, in inglese. 

Si tratta di un discorso duro, che espone con puntiglio tutti i principali problemi ambientali che affliggono il pianeta Terra, dei quali non facciamo fatica ad individuare le cause antropiche. Dopo i debiti ringraziamenti comincia così: “Cari amici, l’umanità sta facendo guerra alla natura. Questo è suicida. La natura sempre contrattacca - e lo sta già facendo, con forza e furia crescenti.” Segue un lungo elenco di disastri che in misura evidente ed inoppugnabile stanno caratterizzando il nostro mondo, il legame con le iniquità che colpiscono i più deboli, con i diritti dei popoli che vivono allo stato di natura, con le epidemie come quella che ci sta colpendo, e le iniziative già in campo o che si prospettano, per cambiare direzione. Conclude con le parole seguenti: “Questo è il tempo di trasformare le relazioni del genere umano con il mondo naturale - e gli uni con gli altri. E dobbiamo farlo insieme. Solidarietà è umanità, solidarietà è sopravvivenza. Questa è la lezione del 2020. Con un mondo disunito e in confusione che tenta di contenere la pandemia, impariamo la lezione e cambiamo percorso per il periodo centrale che abbiamo di fronte.”


Stiamo facendo guerra alla Natura (con la “N” maiuscola). Non dimentichiamolo quando subiamo le conseguenze di tempeste e uragani, quando la siccità riduce le riserve idriche, o quando l’eccesso di precipitazioni inonda il territorio, quando assistiamo alla fuga dei migranti da aree non più coltivabili. La guerra alla Natura - forse lascito di arcaiche pulsioni di sopravvivenza - è per assioma una guerra persa in partenza, ma di così ampia portata che espone ad un rischio estremo tutta l’umanità (presente e futura). Come dire, oltre a perderla l’abbiamo dichiarata noi e include il pulsante dell’autodistruzione. 

Dobbiamo dichiarare la pace, come sostiene Guterres, al più presto, magari scusandoci per l’equivoco. Siamo in tempo, ma il tempo è ora. Questo è il momento del cambio di prospettiva, non si ascoltino gli interessi contrari, le lobby di potere, non si ascoltino i mugugni di chi ci guadagna anche se piccolo, non si ascoltino le sirene dei sostenitori dello status quo, tanto tutto tornerà come prima. Stanno pensando solo al proprio tornaconto. 

In America Donald Trump, esimio antiambientalista estrattore e consumatore di risorse collettive, è stato mandato a casa senza il secondo mandato da Presidente. Al suo posto un nuovo Presidente con idee opposte, un cambio di un angolo piatto per il quale vorrei ringraziare gli americani a nome mio e forse anche a nome del resto del mondo. Non so cosa farà Biden nel concreto, ma è evidente la volontà degli elettori di cambiare nettamente percorso e prospettive. 

Dobbiamo cambiare radicalmente tutti. 

Questo è il tempo di un nuovo sistema economico e sociale che ci consenta di vivere in armonia fra noi, e con la Natura, lasciando in eredità ai giovani ed alle prossime generazioni un pianeta vivibile, ancora ricco di vita, di risorse, di opportunità. Per ottenere questo non dimentichiamo di non portare mai in posizioni di potere coloro che non credono nella scienza. Alla base delle difficoltà nell’approccio alla più grande sfida dell’umanità c’è il disconoscimento delle basi scientifiche del problema, una negazione che ne impedisce alla radice la soluzione. Questo non è più ammissibile.


La seconda segnalazione è più tecnica. Sul sito Qualenergia è presente un’utile raccolta di informazioni sul Superbonus 110% che contiene praticamente tutto, fra testi ufficiali, articoli, novità. Una vera e propria guida completa di commenti e analisi per chiarire o per necessità pratiche.


L’indirizzo dove leggere il discorso di Guterres:


https://www.un.org/sg/en/content/sg/speeches/2020-12-02/address-columbia-university-the-state-of-the-planet


La pagina di Qualenergia tutto sul Superbonus:


https://www.qualenergia.it/articoli/tutto-sul-superbonus-110-la-raccolta-di-qualenergia-it/

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