Buona Giornata Mondiale dell’Ambiente a tutti.
Oggi, 5 giugno, si celebra l’iniziativa dell’ONU in un mondo che ha davvero perduto gran parte delle sue caratteristiche originarie. L’impatto umano sui sistemi naturali ha raggiunto l’intero globo terrestre, gli equilibri ecologici sono sempre più precari o spenti del tutto, le aree naturali rimaste sono sempre più ristrette e nulla fa pensare che sia prossima un’inversione di tendenza, la varietà di animali e piante è diminuita moltissimo e una lunga lista di specie è a rischio di estinzione. La nostra specie entra sempre più negli ambienti naturali, a contatto con gli animali selvatici che “dovevano” restare nella foresta o nel loro habitat, scatenando zoonosi e pandemie come quella attuale del coronavirus covid-19. E’ come se li andassimo a cercare, i virus.
Di questi temi si parla da decenni, senza che appaia all’orizzonte un elemento qualsiasi che faccia pensare ad un’inversione di tendenza. Nelle occasioni in cui la comunità internazionale si confronta, la prassi consiste nel tentare di contenere gli impegni, limitare gli obiettivi, evitare sanzioni, riuscire a far sì che i proprio Paese ne resti fuori e possa continuare il proprio sviluppo a spese dell’ambiente. Nella politica, anche nostrana, riuscire a parlare di ambiente è una sfida per chiunque, tanti sono gli ostacoli che occorre superare, a partire dalle ostilità esplicite.
Nonostante tutto ciò sono stati fatti passi avanti principalmente sul fronte della cultura ambientalista, assai più diffusa e accettata oggi rispetto ad alcuni anni fa, sono stati assunti impegni con accordi internazionali, esistono regole e norme per limitare i danni. E’ l’inversione di tendenza che ancora manca. Il famoso “sviluppo sostenibile”.
La Giornata che si celebra oggi è dedicata alla biodiversità, sotto attacco per una serie di motivi, dal traffico e commercio di animali selvatici, alla continua riduzione fino alla sparizione degli habitat, all’incuria fino a veri e propri comportamenti criminali. Il tema non deve sembrare estraneo alla nostra vita quotidiana: al contrario, ci tocca da vicino, interagisce con noi tramite le fitte maglie della rete della vita, ci riguarda direttamente nel momento in cui la conservazione di ambienti naturali vivi e in salute determina lo stato dell’ambiente naturale, la qualità del suolo, delle acque, dell’aria, in cui noi stessi viviamo. Noi non siamo estranei al mondo, ne siamo parte. Una parte rilevante che è ora perfettamente in grado di distruggere la stessa fonte della propria vita.
Inquinamento ambientale, abusivismo edilizio e consumo di suolo, emissioni climalteranti, diseguaglianze sociali che costringono al consumo delle risorse naturali, sono alcuni dei temi che riguardano tutti ed in particolare anche il nostro Paese.
Due giorni fa sono stati presentati il SOER 2020 (State of the Environment Report), Annuario dei dati ambientali e Rapporto di Sistema, i tre report dedicati alla situazione ambientale in Europa e in Italia. Maggiori informazioni sono reperibili sul sito di Ispra, che presenta una serie di pannelli con una grafica chiara ed immediata (indirizzo in calce). Il nostro Paese come si sa è ricco di biodiversità, ma le percentuali delle specie minacciate raggiungono cifre preoccupanti, che si avvicinano pericolosamente al cinquanta per cento. Abbiamo consumato suolo e costruito abusivamente per decenni, le emissioni inquinanti sono rilevanti, e le normative spesso disattese. Quest’ultimo punto fotografa la situazione attuale: spesso, le normative esistono ma non vengono rispettate, o farle rispettare è una continua battaglia. Ancora, l’illegalità in questo ambito è spesso tollerata: la piaga dell’abusivismo edilizio in Italia ne è una prova, le discariche illegali o la ”terra dei fuochi” un’altra.
Ma non si potrà evitare di fare i conti con l’ambiente. I nodi vengono al pettine, inevitabilmente se si tratta dileggi di natura. Spiace che a trattare questi temi ci si infili dritti nel ruolo di Cassandra; ma vale la pena di ricordare che Cassandra aveva ragione e avrebbero fatto bene ad ascoltarla...
Facciamo perciò in modo che si vada oltre le parole, che davvero i provvedimenti diventino efficaci. Facciamo che la Giornata di oggi sia davvero un momento concreto ed effettivo di cambiamento..
I siti della Giornata dell’Ambiente dell’ONU:
https://news.un.org/en/story/2020/06/1065692
https://www.un.org/en/observances/environment-day
Il sito di Ispra:
https://www.isprambiente.gov.it/it/events/lo-stato-dellambiente-in-europa-e-in-italia
venerdì 5 giugno 2020
lunedì 1 giugno 2020
L’Unione Europea c’è
Non ha certo scelto una soluzione di compromesso, la Commissione Europea: raccogliere sui mercati 750 miliardi di euro, distribuendone 500 attraverso sussidi e 250 tramite prestiti. Il nostro Paese dovrebbe essere il primo beneficiario con 172 miliardi totali, di cui 82 in sussidi. La proposta della Commissione scavalca quella di Merkel e Macron (di cui abbiamo scritto nel post precedente) e segna un passo storico nel percorso di Unione dei Paesi d’Europa. Sarà difficile che il piano “Next Generation EU” venga approvato così com’è, anche se lo auspichiamo, ma il dato politico è comunque inequivocabile: l’Unione Europea c’è.
Non entro nel merito dei dettagli tecnici, che sono reperibili su tutti i quotidiani, mi interessa ragionare in breve sull’elemento politico. Prima i fatti. L’Unione Europea, spesso criticata per la mancanza di visione comune in ambiti importanti, per le cavillosità delle regole, per la lontananza presunta dai cittadini, si trova ad affrontare una crisi durissima e imprevista. Praticamente all’improvviso, un elemento estraneo al normale andamento della vita dei cittadini e della società nel suo insieme, costituito da un virus di origine asiatica proveniente molto probabilmente da animali commerciati nei mercati locali, attacca la salute delle persone in modo spesso grave, causando malati e decessi, e determinando un vasto e accelerato impegno sul fronte sanitario. Un’epidemia pericolosa, di quelle che capitano una volta al secolo o ancora meno, un evento extra-ordinario non previsto e rispetto al quale i sistemi sanitari si trovano spesso impreparati. Settimane di chiusura quasi totale delle attività di ogni genere sono il provvedimento principale, che segnerà anche nella storia questo periodo, assunto quasi da tutti i Paesi. Il conseguente crollo del Pil, e il decadere del normale svolgimento della vita comune dei cittadini, sono lo scenario che si apre dopo la fase più critica. Pesanti difficoltà umane e finanziarie colpiscono le persone, le imprese, ogni settore. L’insegnamento scolastico si svolge “a distanza”, vale a dire senza l’indispensabile confronto dialettico diretto e in presenza fra docente e studenti. Si tratta di un colpo durissimo.
Si può rispondere al colpo in due modi: esasperando le divisioni, o incrementando l’unione. Due modi complementari. La Commissione Europea guidata da Ursula Von Der Leyen, e in precedenza l’accordo franco-tedesco, hanno scelto il secondo, hanno costruito un ponte verso l’unione, un vero e proprio viadotto capace di superare una valle, e solidamente posato su pilastri ben definiti. L’Unione (con l’iniziale maiuscola) non vuole morire, anzi vuole rinascere, rivitalizzarsi dopo il forzato arresto.
Un secondo elemento politico riguarda il gioco al rialzo. La proposta della Commissione non lascia spazio ad attacchi diretti a Bruxelles: se non passerà, o passerà in misura ridotta, sarà facile individuare i Paesi contrari e responsabili di un fallimento o di modifiche in senso restrittivo. Il dito dovrà essere puntato altrove, questa volta.
Infine, l’aspetto politico che ci riguarda. Il fondo UE sarà legato ad un Piano che dovremo preparare e presentare con le debite scadenze, sarà cioè legato a riforme e interventi che dovranno essere concretamente posti in atto con una scaletta temporale da rispettare. Non ci sarà la Troika ad intervenire, ma ci sono condizioni che riguardano il corretto uso delle risorse messe a disposizione decise dagli stessi Paesi beneficiari. Saremo noi stessi a stabilire come, un po’ come se fossimo costretti a fare davvero ciò che vorremmo fare. Come ha detto Paolo Gentiloni, il recovery fund “non ha a che fare con condizionalità e intrusione di Bruxelles, è volontario, gli Stati membri si assumono la responsabilità della propria crescita”.
Si tratta di un fatto nuovo, e si tratta di una prova inedita per l’Italia, che dovrà saper superare ataviche difficoltà, inefficienze, ritardi, burocrazie, per fare le riforme necessarie e, come si dice da tempo, non più rinviabili. Insomma, questa è l’occasione giusta per delineare e costruire il futuro, e se sapremo fare bene potrà portarci lontano. Potrà inoltre modificare l’immagine che il nostro Paese trasmette nel mondo, fatta di mille pregi e di altrettanti difetti che ci portano ai ben noti problemi economici che ci attanagliano. L’occasione da non perdere.
Si diceva dell’Unione Europea. E’ viva, con buona pace delle destre sovraniste, che rappresentano per la politica che portano avanti il maggiore ostacolo alla risoluzione dei problemi che loro stesse pongono. Da europeista, e senza nascondere le difficoltà che ancora persistono, questa è davvero una bella giornata.
Non entro nel merito dei dettagli tecnici, che sono reperibili su tutti i quotidiani, mi interessa ragionare in breve sull’elemento politico. Prima i fatti. L’Unione Europea, spesso criticata per la mancanza di visione comune in ambiti importanti, per le cavillosità delle regole, per la lontananza presunta dai cittadini, si trova ad affrontare una crisi durissima e imprevista. Praticamente all’improvviso, un elemento estraneo al normale andamento della vita dei cittadini e della società nel suo insieme, costituito da un virus di origine asiatica proveniente molto probabilmente da animali commerciati nei mercati locali, attacca la salute delle persone in modo spesso grave, causando malati e decessi, e determinando un vasto e accelerato impegno sul fronte sanitario. Un’epidemia pericolosa, di quelle che capitano una volta al secolo o ancora meno, un evento extra-ordinario non previsto e rispetto al quale i sistemi sanitari si trovano spesso impreparati. Settimane di chiusura quasi totale delle attività di ogni genere sono il provvedimento principale, che segnerà anche nella storia questo periodo, assunto quasi da tutti i Paesi. Il conseguente crollo del Pil, e il decadere del normale svolgimento della vita comune dei cittadini, sono lo scenario che si apre dopo la fase più critica. Pesanti difficoltà umane e finanziarie colpiscono le persone, le imprese, ogni settore. L’insegnamento scolastico si svolge “a distanza”, vale a dire senza l’indispensabile confronto dialettico diretto e in presenza fra docente e studenti. Si tratta di un colpo durissimo.
Si può rispondere al colpo in due modi: esasperando le divisioni, o incrementando l’unione. Due modi complementari. La Commissione Europea guidata da Ursula Von Der Leyen, e in precedenza l’accordo franco-tedesco, hanno scelto il secondo, hanno costruito un ponte verso l’unione, un vero e proprio viadotto capace di superare una valle, e solidamente posato su pilastri ben definiti. L’Unione (con l’iniziale maiuscola) non vuole morire, anzi vuole rinascere, rivitalizzarsi dopo il forzato arresto.
Un secondo elemento politico riguarda il gioco al rialzo. La proposta della Commissione non lascia spazio ad attacchi diretti a Bruxelles: se non passerà, o passerà in misura ridotta, sarà facile individuare i Paesi contrari e responsabili di un fallimento o di modifiche in senso restrittivo. Il dito dovrà essere puntato altrove, questa volta.
Infine, l’aspetto politico che ci riguarda. Il fondo UE sarà legato ad un Piano che dovremo preparare e presentare con le debite scadenze, sarà cioè legato a riforme e interventi che dovranno essere concretamente posti in atto con una scaletta temporale da rispettare. Non ci sarà la Troika ad intervenire, ma ci sono condizioni che riguardano il corretto uso delle risorse messe a disposizione decise dagli stessi Paesi beneficiari. Saremo noi stessi a stabilire come, un po’ come se fossimo costretti a fare davvero ciò che vorremmo fare. Come ha detto Paolo Gentiloni, il recovery fund “non ha a che fare con condizionalità e intrusione di Bruxelles, è volontario, gli Stati membri si assumono la responsabilità della propria crescita”.
Si tratta di un fatto nuovo, e si tratta di una prova inedita per l’Italia, che dovrà saper superare ataviche difficoltà, inefficienze, ritardi, burocrazie, per fare le riforme necessarie e, come si dice da tempo, non più rinviabili. Insomma, questa è l’occasione giusta per delineare e costruire il futuro, e se sapremo fare bene potrà portarci lontano. Potrà inoltre modificare l’immagine che il nostro Paese trasmette nel mondo, fatta di mille pregi e di altrettanti difetti che ci portano ai ben noti problemi economici che ci attanagliano. L’occasione da non perdere.
Si diceva dell’Unione Europea. E’ viva, con buona pace delle destre sovraniste, che rappresentano per la politica che portano avanti il maggiore ostacolo alla risoluzione dei problemi che loro stesse pongono. Da europeista, e senza nascondere le difficoltà che ancora persistono, questa è davvero una bella giornata.
Recovery Fund: che nascano gli Stati Uniti d’Europa?
Lunedì scorso, nel corso di una videoconferenza che si è tenuta tra Parigi e Berlino, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron hanno annunciato un piano per creare un fondo europeo da 500 miliardi di euro, per far fronte alla pesantissima crisi causata dall’epidemia del coronavirus.
Un Recovery Fund, che potremmo tradurre con fondo per il recupero e la ripresa dopo una dura crisi, importante, ma soprattutto, svincolato dalle strette maglie delle regole economiche che attanagliano singoli Paesi. Si tratta di una proposta, infatti, per un piano per la «ripresa dell'economia europea» che raccoglie 500 miliardi di euro sul mercato con l’emissione di bond a lunga scadenza, finanziato cioè da emissioni di debito comune, e garantito dal bilancio pluriennale in vigore dal 2021 al 2027.
Ed è quel vocabolo “comune” a far pensare a prospettive davvero unitarie, ad un futuro europeo finora rimasto largamente sulla carta, ostacolato dalle destre autarchiche o più modernamente “sovraniste” (il che è lo stesso), e dalla visione corta, miope, di governi mai abbastanza forti. Può non piacere il metodo, che opta per un confronto fra singoli governi invece che fra istituzioni comunitarie, ma la proposta va nella giusta direzione. Purtroppo, altri governi si sono già espressi in senso contrario, Austria, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia - per un totale di meno di 40 milioni di abitanti su 500 milioni in Unione Europea, senza nulla togliere al ruolo di tali Paesi - annunciando che faranno una loro controproposta sul tema.
Il Recovery Fund di Francia e Germania sarebbe finalizzato a costruire una strategia sanitaria per l’Europa, oggi dipendente dall’estero per molti dispositivi medici di base, a rispondere alle spese causate dall’epidemia da coronavirus, a promuovere una vera transizione ecologica, a rafforzare la capacità industriale europea. Costituirebbe una base per una visione di sviluppo comune, per delineare una strategia comune, e per farlo con concretezza e non soltanto con le parole. Incominciando adesso. Che sia una vera svolta verso gli Stati Uniti d’Europa? Sarebbe tempo.
Mentre Trump si ritira dal trattato Open Skies, cui aderiscono 35 Stati inclusa la Russia, e probabilmente sancirà la fine del trattato New Start, per mettere all’angolo la Cina sulla questione delle armi nucleari, che fa l’Europa? Ha una strategia geopolitica estera e di difesa comune? O preferisce trincerarsi dietro i confini dei piccoli Stati? Ritorniamo all’impero Austro-Ungarico, al regno di Danimarca, o all’economia dei tulipani olandesi? (quest’ultima è una citazione da Romano Prodi).
E cosa propongono i “sovranisti-autarchici” italiani, di rifiutare il Recovery Fund? Preferiscono fare da soli? L’Europa è già stata distrutta, non dimentichiamolo, dalle destre europee interne non dall’esterno. Il fatto che insistano a provarci è solo la firma in calce.
Dunque, andiamo avanti sulla strada che stiamo percorrendo. In Italia ora non c’è alternativa al Governo attuale, che pur con tutte le difficoltà del caso, e quelle aggiuntive davvero enormi causate dall’epidemia, sta lavorando bene per quanto possibile..
Il sogno europeo (titolo di un bel libro di Jeremy Rifkin che, pur essendo ormai datato, vele la pena di rileggere proprio per riassaporare lo spirito che porta all’Unione) nonostante le enormi difficoltà, non finirà.
Un Recovery Fund, che potremmo tradurre con fondo per il recupero e la ripresa dopo una dura crisi, importante, ma soprattutto, svincolato dalle strette maglie delle regole economiche che attanagliano singoli Paesi. Si tratta di una proposta, infatti, per un piano per la «ripresa dell'economia europea» che raccoglie 500 miliardi di euro sul mercato con l’emissione di bond a lunga scadenza, finanziato cioè da emissioni di debito comune, e garantito dal bilancio pluriennale in vigore dal 2021 al 2027.
Ed è quel vocabolo “comune” a far pensare a prospettive davvero unitarie, ad un futuro europeo finora rimasto largamente sulla carta, ostacolato dalle destre autarchiche o più modernamente “sovraniste” (il che è lo stesso), e dalla visione corta, miope, di governi mai abbastanza forti. Può non piacere il metodo, che opta per un confronto fra singoli governi invece che fra istituzioni comunitarie, ma la proposta va nella giusta direzione. Purtroppo, altri governi si sono già espressi in senso contrario, Austria, Paesi Bassi, Danimarca, Svezia - per un totale di meno di 40 milioni di abitanti su 500 milioni in Unione Europea, senza nulla togliere al ruolo di tali Paesi - annunciando che faranno una loro controproposta sul tema.
Il Recovery Fund di Francia e Germania sarebbe finalizzato a costruire una strategia sanitaria per l’Europa, oggi dipendente dall’estero per molti dispositivi medici di base, a rispondere alle spese causate dall’epidemia da coronavirus, a promuovere una vera transizione ecologica, a rafforzare la capacità industriale europea. Costituirebbe una base per una visione di sviluppo comune, per delineare una strategia comune, e per farlo con concretezza e non soltanto con le parole. Incominciando adesso. Che sia una vera svolta verso gli Stati Uniti d’Europa? Sarebbe tempo.
Mentre Trump si ritira dal trattato Open Skies, cui aderiscono 35 Stati inclusa la Russia, e probabilmente sancirà la fine del trattato New Start, per mettere all’angolo la Cina sulla questione delle armi nucleari, che fa l’Europa? Ha una strategia geopolitica estera e di difesa comune? O preferisce trincerarsi dietro i confini dei piccoli Stati? Ritorniamo all’impero Austro-Ungarico, al regno di Danimarca, o all’economia dei tulipani olandesi? (quest’ultima è una citazione da Romano Prodi).
E cosa propongono i “sovranisti-autarchici” italiani, di rifiutare il Recovery Fund? Preferiscono fare da soli? L’Europa è già stata distrutta, non dimentichiamolo, dalle destre europee interne non dall’esterno. Il fatto che insistano a provarci è solo la firma in calce.
Dunque, andiamo avanti sulla strada che stiamo percorrendo. In Italia ora non c’è alternativa al Governo attuale, che pur con tutte le difficoltà del caso, e quelle aggiuntive davvero enormi causate dall’epidemia, sta lavorando bene per quanto possibile..
Il sogno europeo (titolo di un bel libro di Jeremy Rifkin che, pur essendo ormai datato, vele la pena di rileggere proprio per riassaporare lo spirito che porta all’Unione) nonostante le enormi difficoltà, non finirà.
giovedì 7 maggio 2020
Competitivi a livello mondiale nei settori green
A volte, ci sono notizie che fanno ben sperare. Si legge sul sito dell’agenzia ANSA, che l'Italia, assieme a Cina, Stati Uniti e Regno Unito, è tra i paesi che potrebbero "vincere alla grande nella transizione globale verso un'economia verde nei prossimi decenni". L’articolo riporta le conclusioni di una ricerca condotta dall'Università di Oxford e della Smith School of Enterprise and the Environment, e pubblicata su Research Policy.
In breve, avrebbero costruito un grande database di prodotti qualificabili come “verdi” e hanno classificato le attuali capacità di produzione dei medesimi articoli e della loro esportazione da parte dei vari Paesi. Dalle conclusioni dello studio si trae l’indicazione a proposito di quali Paesi emergeranno come leader nell'economia sostenibile: fra essi, il nostro Paese.
L'Italia, infatti, si colloca al secondo posto fra i Paesi in grado di esportare "i prodotti più verdi e complessi avendo una capacità di produzione green altamente avanzata che potrebbe sfruttare con l'aumento della domanda globale" di questi prodotti (valore calcolato sulla base di una nuova misura - il Green Complexity Index-Gci). Addirittura, l'Italia risulta al primo posto nella classifica proprio del Green Complexity Potential (Gcp): in altre parole, “ha il maggior potenziale per diventare competitiva a livello globale in prodotti ancora più green e tecnologicamente sofisticati”.
Lo sviluppo verde è, e sarà sempre più, la strada privilegiata da percorrere. Spesso siamo messi di fronte al fatto che il nostro Paese “non ha le risorse” o “vive da tempo al di sopra delle proprie possibilità” - il virgolettato si riferisce alla frequenza tradizionalmente alta di tali affermazioni - nel momento in cui il sistema economico tradizionale si basava (e in massima parte ancora oggi si basa) sul consumo di fonti fossili e materie prime che quasi non possediamo. Ma ora, le forme nuove di sviluppo economico, in cui le fonti rinnovabili e l’uso sempre più esteso di materie prime seconde sostituiscono le risorse tradizionali, insieme alla capacità specifica italiana di produrre manifattura e artigianato di prima qualità, aprono nuove opportunità che dovremmo considerare con attenzione. Le fonti rinnovabili di energia non mancano dalle nostre parti, come ben sappiamo da sempre, dal momento in cui siamo il Paese che sin dall’inizio del Novecento ha sviluppato idroelettrico e geotermia, non abbiamo carenza di insolazione, possiamo intervenire sul fronte dell’efficienza energetica alla fonte e sul lato del consumo. Abbiamo promosso le rinnovabili in anni recenti, abbiamo sostenuto - e con gli ultimi provvedimenti, continuiamo fortemente a sostenere - gli investimenti per il risparmio energetico. Infine, abbiamo la capacità di inserire i fattori qualità e stile praticamente in ogni cosa, dai prodotti manifatturieri a quelli agricoli, dall’edilizia al giardinaggio.
L’Italia potrebbe giocare un ruolo specifico nel prossimo futuro, economicamente interessante, ambientalmente leggero, per di più in linea con gli accordi internazionali di protezione del clima mondiale. Un tipo di sviluppo forse più adatto del precedente alle caratteristiche del nostro Paese.
Del resto, le energie pulite forniscono ormai oltre un terzo dell'elettricità mondiale, mentre la nuova capacità installata lo scorso anno è per i tre quarti rinnovabile (dati Irena). La costruzione di nuove centrali a fonte fossile è in calo in Europa e negli Stati Uniti, aumentano invece nei Paesi in via di sviluppo, che avrebbero bisogno concretamente del famoso sostegno finanziario per passare direttamente alle fonti pulite. Investire in misura rilevante nelle energie rinnovabili comporta riduzione delle emissioni di CO2, crescita del Pil, e creazione di posti di lavoro. Questo è il futuro, anzi l’unico futuro possibile. Non facciamo che ci colga impreparati.
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In breve, avrebbero costruito un grande database di prodotti qualificabili come “verdi” e hanno classificato le attuali capacità di produzione dei medesimi articoli e della loro esportazione da parte dei vari Paesi. Dalle conclusioni dello studio si trae l’indicazione a proposito di quali Paesi emergeranno come leader nell'economia sostenibile: fra essi, il nostro Paese.
L'Italia, infatti, si colloca al secondo posto fra i Paesi in grado di esportare "i prodotti più verdi e complessi avendo una capacità di produzione green altamente avanzata che potrebbe sfruttare con l'aumento della domanda globale" di questi prodotti (valore calcolato sulla base di una nuova misura - il Green Complexity Index-Gci). Addirittura, l'Italia risulta al primo posto nella classifica proprio del Green Complexity Potential (Gcp): in altre parole, “ha il maggior potenziale per diventare competitiva a livello globale in prodotti ancora più green e tecnologicamente sofisticati”.
Lo sviluppo verde è, e sarà sempre più, la strada privilegiata da percorrere. Spesso siamo messi di fronte al fatto che il nostro Paese “non ha le risorse” o “vive da tempo al di sopra delle proprie possibilità” - il virgolettato si riferisce alla frequenza tradizionalmente alta di tali affermazioni - nel momento in cui il sistema economico tradizionale si basava (e in massima parte ancora oggi si basa) sul consumo di fonti fossili e materie prime che quasi non possediamo. Ma ora, le forme nuove di sviluppo economico, in cui le fonti rinnovabili e l’uso sempre più esteso di materie prime seconde sostituiscono le risorse tradizionali, insieme alla capacità specifica italiana di produrre manifattura e artigianato di prima qualità, aprono nuove opportunità che dovremmo considerare con attenzione. Le fonti rinnovabili di energia non mancano dalle nostre parti, come ben sappiamo da sempre, dal momento in cui siamo il Paese che sin dall’inizio del Novecento ha sviluppato idroelettrico e geotermia, non abbiamo carenza di insolazione, possiamo intervenire sul fronte dell’efficienza energetica alla fonte e sul lato del consumo. Abbiamo promosso le rinnovabili in anni recenti, abbiamo sostenuto - e con gli ultimi provvedimenti, continuiamo fortemente a sostenere - gli investimenti per il risparmio energetico. Infine, abbiamo la capacità di inserire i fattori qualità e stile praticamente in ogni cosa, dai prodotti manifatturieri a quelli agricoli, dall’edilizia al giardinaggio.
L’Italia potrebbe giocare un ruolo specifico nel prossimo futuro, economicamente interessante, ambientalmente leggero, per di più in linea con gli accordi internazionali di protezione del clima mondiale. Un tipo di sviluppo forse più adatto del precedente alle caratteristiche del nostro Paese.
Del resto, le energie pulite forniscono ormai oltre un terzo dell'elettricità mondiale, mentre la nuova capacità installata lo scorso anno è per i tre quarti rinnovabile (dati Irena). La costruzione di nuove centrali a fonte fossile è in calo in Europa e negli Stati Uniti, aumentano invece nei Paesi in via di sviluppo, che avrebbero bisogno concretamente del famoso sostegno finanziario per passare direttamente alle fonti pulite. Investire in misura rilevante nelle energie rinnovabili comporta riduzione delle emissioni di CO2, crescita del Pil, e creazione di posti di lavoro. Questo è il futuro, anzi l’unico futuro possibile. Non facciamo che ci colga impreparati.
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lunedì 27 aprile 2020
Umani e animali
“Il traffico di animali selvatici e i mercati della carne sono perfetti terreni di scambio per nuovi agenti patogeni e per il passaggio all’uomo: animali di diverse specie tenuti in condizioni di stress e vicinanza eccessiva, a stretto contatto con escrementi e virus altrui, se non addirittura macellati sulle stesse superfici.” Questo brano si legge nel dossier sulle malattie infettive che dagli animali possono passare agli umani pubblicato su La Nuova Ecologia del mese di aprile.
Secondo il Treccani, una zoonosi, o antropozoonosi, è un termine riferito a “malattie, provocate da microrganismi o da parassiti o da funghi, trasmesse naturalmente da animali, vertebrati o invertebrati, all’uomo”, uno dei vocaboli diventati comuni nel tempo del coronavirus. In realtà, il virus che ci affligge in questi mesi non è certo l’unico agente patogeno arrivato all’uomo dalla fauna: in tempi recenti, a partire dagli anni Settanta del ventesimo secolo, AIDS, Ebola, Sars, per citare solo le più comuni, hanno causato migliaia di morti. Lo stretto contatto con animali domesticati o selvatici può favorire il cosiddetto “salto” di specie in cui, magari per tramite di una terza specie animale, il microorganismo passa ad infettare gli umani.
Il virus che stiamo affrontando, scrive Lorenzo Ciccarese nell’articolo, “è emerso nella città cinese di Wuhan a dicembre 2019 e verosimilmente il contagio sugli uomini è avvenuto in un mercato dove frutta e versura erano vendute insieme a carne macinata di manzo, maiale e agnello, polli spennati interi, granchi e pesci vivi. Come vivi venivano venduti serpenti, tartarughe, porcellini d’India, ratti del bambù, tassi, ricci, lontre, pangolini, zibetti di palma e cuccioli di lupo.”
Tutto ciò accade in un mondo globalizzato, dove chiunque può immediatamente spostarsi ovunque - e portare con sé gli agenti patogeni - dove la promiscuità è evidente, dove non esistono quasi più spazi di Natura selvatica e spazi umani distinti, dove la biodiversità è in forte declino da decenni e nulla sembra arrestarlo, dove la deforestazione porta via per sempre foreste primarie e frammenta gli habitat delle specie animali del luogo, dove miseria e degrado portano persone, anche bambini, a cercare di che vivere in discariche di rifiuti a cielo aperto. Non ultimo, dove gli animali vengono sfruttati per ogni scopo: alimentare, lavoro, pellicce, inscatolati per la loro breve orribile vita nei lager degli allevamenti intensivi, come nelle gabbie dei mercati cinesi. Infine, ora le scimmie subiranno i test dei vaccini che devono salvare noi dal coronavirus - ma questa è scienza.
Ma che problema abbiamo con gli animali? Usati e abusati per corride, fois gras, uova da galline che non riescono nemmeno a camminare, pulcini triturati, scrofe in gabbia, una galleria degli orrori che abbiamo costruito da quando abbiamo inventato la “civiltà”. Un delirio di crudele sfruttamento. Ma quanto siamo “umani”.
Almeno, rendiamoci conto che non possiamo continuare a coltivare i nostri interessi in un pianeta devastato, che “avevamo la presunzione di restare sani pur abitando un pianeta malato. E' giusto curare noi stessi, ma non possiamo dimenticare che dovremo curare anche il pianeta. Anche questa operazione è lotta per la vita, come rispettare le regole che adesso ci chiedono di restare lontani solo fisicamente e non spiritualmente" ha detto il Cardinale Zuppi, arcivescovo di Bologna, la scorsa domenica delle Palme.
Quanto scenderà il Pil? Il mitico indice di tutto, già criticato per non dire affondato da Robert Kennedy nel 1968 (“it measures everything in short, except that which makes life worthwhile”- “misura tutto in breve, ma non ciò che rende la vita degna di essere vissuta”) in un discorso memorabile che vale la pena di leggere interamente, è ancora lì a guidare le nostre vite mentre stiamo tagliando il ramo su cui siamo seduti. Finché il modello economico prevalente non includerà i costi ambientali, i costi dei beni naturali, tutt’altro che “liberi”, e sceglierà la via della riduzione delle diseguaglianze senza metterle a contrasto con lo stato dell’Ambiente, continueremo a mettere a repentaglio il nostro futuro.
Un nuovo modello di sviluppo, si dice da tempo ormai sufficientemente lungo, ambientalmente e socialmente sostenibile, a cui aggiungere un nuovo rapporto con l’ambiente naturale e le altre specie animali, che non sono oggetti per i nostro consumo. Umani e animali, uomo e natura. Con le conoscenze scientifiche del mondo di oggi non dovrebbe essere impossibile.
Gli articoli citati nel testo sono ai seguenti indirizzi:
https://www.lanuovaecologia.it/coronavirus-animali-inquinamento/
Il discorso di Kennedy, in inglese:
https://www.jfklibrary.org/learn/about-jfk/the-kennedy-family/robert-f-kennedy/robert-f-kennedy-speeches/remarks-at-the-university-of-kansas-march-18-1968
Secondo il Treccani, una zoonosi, o antropozoonosi, è un termine riferito a “malattie, provocate da microrganismi o da parassiti o da funghi, trasmesse naturalmente da animali, vertebrati o invertebrati, all’uomo”, uno dei vocaboli diventati comuni nel tempo del coronavirus. In realtà, il virus che ci affligge in questi mesi non è certo l’unico agente patogeno arrivato all’uomo dalla fauna: in tempi recenti, a partire dagli anni Settanta del ventesimo secolo, AIDS, Ebola, Sars, per citare solo le più comuni, hanno causato migliaia di morti. Lo stretto contatto con animali domesticati o selvatici può favorire il cosiddetto “salto” di specie in cui, magari per tramite di una terza specie animale, il microorganismo passa ad infettare gli umani.
Il virus che stiamo affrontando, scrive Lorenzo Ciccarese nell’articolo, “è emerso nella città cinese di Wuhan a dicembre 2019 e verosimilmente il contagio sugli uomini è avvenuto in un mercato dove frutta e versura erano vendute insieme a carne macinata di manzo, maiale e agnello, polli spennati interi, granchi e pesci vivi. Come vivi venivano venduti serpenti, tartarughe, porcellini d’India, ratti del bambù, tassi, ricci, lontre, pangolini, zibetti di palma e cuccioli di lupo.”
Tutto ciò accade in un mondo globalizzato, dove chiunque può immediatamente spostarsi ovunque - e portare con sé gli agenti patogeni - dove la promiscuità è evidente, dove non esistono quasi più spazi di Natura selvatica e spazi umani distinti, dove la biodiversità è in forte declino da decenni e nulla sembra arrestarlo, dove la deforestazione porta via per sempre foreste primarie e frammenta gli habitat delle specie animali del luogo, dove miseria e degrado portano persone, anche bambini, a cercare di che vivere in discariche di rifiuti a cielo aperto. Non ultimo, dove gli animali vengono sfruttati per ogni scopo: alimentare, lavoro, pellicce, inscatolati per la loro breve orribile vita nei lager degli allevamenti intensivi, come nelle gabbie dei mercati cinesi. Infine, ora le scimmie subiranno i test dei vaccini che devono salvare noi dal coronavirus - ma questa è scienza.
Ma che problema abbiamo con gli animali? Usati e abusati per corride, fois gras, uova da galline che non riescono nemmeno a camminare, pulcini triturati, scrofe in gabbia, una galleria degli orrori che abbiamo costruito da quando abbiamo inventato la “civiltà”. Un delirio di crudele sfruttamento. Ma quanto siamo “umani”.
Almeno, rendiamoci conto che non possiamo continuare a coltivare i nostri interessi in un pianeta devastato, che “avevamo la presunzione di restare sani pur abitando un pianeta malato. E' giusto curare noi stessi, ma non possiamo dimenticare che dovremo curare anche il pianeta. Anche questa operazione è lotta per la vita, come rispettare le regole che adesso ci chiedono di restare lontani solo fisicamente e non spiritualmente" ha detto il Cardinale Zuppi, arcivescovo di Bologna, la scorsa domenica delle Palme.
Quanto scenderà il Pil? Il mitico indice di tutto, già criticato per non dire affondato da Robert Kennedy nel 1968 (“it measures everything in short, except that which makes life worthwhile”- “misura tutto in breve, ma non ciò che rende la vita degna di essere vissuta”) in un discorso memorabile che vale la pena di leggere interamente, è ancora lì a guidare le nostre vite mentre stiamo tagliando il ramo su cui siamo seduti. Finché il modello economico prevalente non includerà i costi ambientali, i costi dei beni naturali, tutt’altro che “liberi”, e sceglierà la via della riduzione delle diseguaglianze senza metterle a contrasto con lo stato dell’Ambiente, continueremo a mettere a repentaglio il nostro futuro.
Un nuovo modello di sviluppo, si dice da tempo ormai sufficientemente lungo, ambientalmente e socialmente sostenibile, a cui aggiungere un nuovo rapporto con l’ambiente naturale e le altre specie animali, che non sono oggetti per i nostro consumo. Umani e animali, uomo e natura. Con le conoscenze scientifiche del mondo di oggi non dovrebbe essere impossibile.
Gli articoli citati nel testo sono ai seguenti indirizzi:
https://www.lanuovaecologia.it/coronavirus-animali-inquinamento/
Il discorso di Kennedy, in inglese:
https://www.jfklibrary.org/learn/about-jfk/the-kennedy-family/robert-f-kennedy/robert-f-kennedy-speeches/remarks-at-the-university-of-kansas-march-18-1968
giovedì 23 aprile 2020
Uscire dalla crisi più grave
Del fatto che si tratti di un’emergenza drammatica e dai contorni incerti ne siamo consapevoli, ormai, ed abbiamo accettato con rigore stoico la lunga quarantena che blocca le nostre vite. Trovarsi a casa sani è comunque una fortuna - ha osservato un medico - quando un ostacolo non ferma la corsa. Nessuno di noi pensava soltanto pochi mesi fa a ciò che sarebbe accaduto, nessuno immaginava le conseguenze, nessuno poteva pensare ad un numero così alto di vittime. Un evento estremamente doloroso. Ma, egualmente, nessuno può attribuire al fato l’insorgere di un’epidemia e le conseguenze sanitarie che comporta. E nessuno dovrà evitare un ragionamento sulla riforma del Titolo V della Costituzione, che ha affidato la tutela della salute alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni, rafforzando una forma di autonomia locale in materia di sanità che ha portato a sistemi sanitari sostanzialmente diversi fra regione e regione. Il modo in cui il sistema sanitario risponde ad un’epidemia, per quanto grave, è sostanziale, non secondario, e andrà analizzato nel profondo non appena saremo fuori dall’emergenza.
Come un sistema reagisce, la famosa “resilienza”, sarà un aspetto sempre più importante in futuro. In linea generale, un sistema rigido risponde alle sollecitazioni in modo impercettibile finché non crolla, mentre un sistema elastico risponde conformandosi agli stimoli, resistendo più a lungo, o indefinitamente. Come il sistema che abbiamo organizzato noi, esseri umani esposti ai virus e ad gli altro agente ambientale, reagisce all’imprevisto, frutto della complessità, è un aspetto fondamentale dello sviluppo. Un tema largamente aperto ancora da studiare, su cui dovremmo concentrare un po’ più d’attenzione.
Il virus ha spostato le date anche degli appuntamenti deputati all’altro grande tema mondiale, il riscaldamento globale ed il cambiamento climatico. La conferenza mondiale sul clima, prevista a Glasgow a novembre, è stata posticipata a data da destinarsi. Sul sito Qualenergia si possono leggere le proposte di Wolfgang Obergassel e Lukas Hermwille del Wuppertal Institute su come trasformare l'emergenza in un'opportunità per promuovere la ripresa economica in modo ambientalmente sostenibile.
L’Unione Europea sta attraversando un periodo difficile, nel suo percorso minato dalle destre di ogni nazione, inclusa la nostra, da sempre contrarie al progetto europeo, ma non sarà che un gradino da superare. Non ci sono alternative, progetti migliori in campo, visioni capaci di oscurare e superare ciò che è stato fatto: l’Unione resisterà. Credo che lo farà essenzialmente per due motivi: uno, proprio il fatto che non c’è niente di migliore sul piatto, due, la qualità della divisione interna che, a mio avviso, non separa l’Europa del Nord da quella del Sud come spesso si legge, ma separa le istanze progressiste da quelle conservatrici, o populiste della peggior specie. Queste ultime faranno, nei rispettivi Paesi, qualsiasi cosa per fare fallire il progetto europeo. Esattamente come molti altri faranno di tutto per far vincere il progetto europeo - e speriamo di riuscirci.
E’ notizia di oggi, sul fronte ambientale, che dieci ministri dell’ambiente europei hanno firmato una richiesta di un Piano di recupero verde contro la crisi dovuta al covid-19 (notizia sul sito rinnovabili.it). Il timore che la crisi possa far dimenticare l’altra preoccupante emergenza mondiale, la questione ambientale e climatica, si fa sempre più diffuso, ed è giusto intervenire per evitare il peggio. Dunque, l’Unione europea viene sollecitata a portare avanti un piano di recupero ecosostenibile. In una lettera aperta, i ministri dell’ambiente di dieci Paesi fra cui l’Italia hanno ribadito l’importanza di effettuare una ripresa economica che si inserisca nel progetto di Green Deal europeo. Sulla lettera si legge: “Dobbiamo inviare un forte segnale politico al mondo e ai nostri cittadini: l’UE darà l’esempio anche in tempi difficili come quelli attuali, e aprirà la strada alla neutralità climatica e all’adempimento dell’accordo di Parigi”. Va tenuto fermo il punto. Non si può tornare indietro, non si può fallire.
In questo periodo durissimo, quando molte cose ritenute importanti assumono i contorni delle inezie, svanendo nel sole primaverile, auguro buona Pasqua ai lettori di questo blog, per quanto possibile. Buona Pasqua a tutti coloro che sono in terapia, e a tutti coloro che curano.
Ne usciremo, ma dobbiamo far di tutto per uscirne migliori.
I siti degli articoli citati nel testo:
https://www.rinnovabili.it/green-economy/recupero-verde-paesi-ue-crisi-economica/
https://www.qualenergia.it/articoli/oltre-il-covid-come-e-perche-la-cop26-deve-tracciare-un-nuovo-corso-per-il-clima/?fbclid=IwAR3RxI9I1TbpUJeTjcT5avyx-oP9d3AtVncV8xYbe-_1a434vZpHXvftw3c
Come un sistema reagisce, la famosa “resilienza”, sarà un aspetto sempre più importante in futuro. In linea generale, un sistema rigido risponde alle sollecitazioni in modo impercettibile finché non crolla, mentre un sistema elastico risponde conformandosi agli stimoli, resistendo più a lungo, o indefinitamente. Come il sistema che abbiamo organizzato noi, esseri umani esposti ai virus e ad gli altro agente ambientale, reagisce all’imprevisto, frutto della complessità, è un aspetto fondamentale dello sviluppo. Un tema largamente aperto ancora da studiare, su cui dovremmo concentrare un po’ più d’attenzione.
Il virus ha spostato le date anche degli appuntamenti deputati all’altro grande tema mondiale, il riscaldamento globale ed il cambiamento climatico. La conferenza mondiale sul clima, prevista a Glasgow a novembre, è stata posticipata a data da destinarsi. Sul sito Qualenergia si possono leggere le proposte di Wolfgang Obergassel e Lukas Hermwille del Wuppertal Institute su come trasformare l'emergenza in un'opportunità per promuovere la ripresa economica in modo ambientalmente sostenibile.
L’Unione Europea sta attraversando un periodo difficile, nel suo percorso minato dalle destre di ogni nazione, inclusa la nostra, da sempre contrarie al progetto europeo, ma non sarà che un gradino da superare. Non ci sono alternative, progetti migliori in campo, visioni capaci di oscurare e superare ciò che è stato fatto: l’Unione resisterà. Credo che lo farà essenzialmente per due motivi: uno, proprio il fatto che non c’è niente di migliore sul piatto, due, la qualità della divisione interna che, a mio avviso, non separa l’Europa del Nord da quella del Sud come spesso si legge, ma separa le istanze progressiste da quelle conservatrici, o populiste della peggior specie. Queste ultime faranno, nei rispettivi Paesi, qualsiasi cosa per fare fallire il progetto europeo. Esattamente come molti altri faranno di tutto per far vincere il progetto europeo - e speriamo di riuscirci.
E’ notizia di oggi, sul fronte ambientale, che dieci ministri dell’ambiente europei hanno firmato una richiesta di un Piano di recupero verde contro la crisi dovuta al covid-19 (notizia sul sito rinnovabili.it). Il timore che la crisi possa far dimenticare l’altra preoccupante emergenza mondiale, la questione ambientale e climatica, si fa sempre più diffuso, ed è giusto intervenire per evitare il peggio. Dunque, l’Unione europea viene sollecitata a portare avanti un piano di recupero ecosostenibile. In una lettera aperta, i ministri dell’ambiente di dieci Paesi fra cui l’Italia hanno ribadito l’importanza di effettuare una ripresa economica che si inserisca nel progetto di Green Deal europeo. Sulla lettera si legge: “Dobbiamo inviare un forte segnale politico al mondo e ai nostri cittadini: l’UE darà l’esempio anche in tempi difficili come quelli attuali, e aprirà la strada alla neutralità climatica e all’adempimento dell’accordo di Parigi”. Va tenuto fermo il punto. Non si può tornare indietro, non si può fallire.
In questo periodo durissimo, quando molte cose ritenute importanti assumono i contorni delle inezie, svanendo nel sole primaverile, auguro buona Pasqua ai lettori di questo blog, per quanto possibile. Buona Pasqua a tutti coloro che sono in terapia, e a tutti coloro che curano.
Ne usciremo, ma dobbiamo far di tutto per uscirne migliori.
I siti degli articoli citati nel testo:
https://www.rinnovabili.it/green-economy/recupero-verde-paesi-ue-crisi-economica/
https://www.qualenergia.it/articoli/oltre-il-covid-come-e-perche-la-cop26-deve-tracciare-un-nuovo-corso-per-il-clima/?fbclid=IwAR3RxI9I1TbpUJeTjcT5avyx-oP9d3AtVncV8xYbe-_1a434vZpHXvftw3c
venerdì 10 aprile 2020
Buona Pasqua, per quanto possibile
Del fatto che si tratti di un’emergenza drammatica e dai contorni incerti ne siamo consapevoli, ormai, ed abbiamo accettato con rigore stoico la lunga quarantena che blocca le nostre vite. Trovarsi a casa sani è comunque una fortuna - ha osservato un medico - quando un ostacolo non ferma la corsa. Nessuno di noi pensava soltanto pochi mesi fa a ciò che sarebbe accaduto, nessuno immaginava le conseguenze, nessuno poteva pensare ad un numero così alto di vittime. Un evento estremamente doloroso. Ma, egualmente, nessuno può attribuire al fato l’insorgere di un’epidemia e le conseguenze sanitarie che comporta. E nessuno dovrà evitare un ragionamento chiaro e pubblico sulla riforma del Titolo V della Costituzione, che ha affidato la tutela della salute alla legislazione concorrente tra Stato e Regioni, rafforzando una forma di autonomia locale in materia di sanità che ha portato a sistemi sanitari sostanzialmente diversi fra regione e regione. Il modo in cui il sistema sanitario risponde ad un’epidemia, per quanto grave, è sostanziale, non secondario, e andrà analizzato nel profondo non appena saremo fuori dall’emergenza.
Come un sistema reagisce, la famosa “resilienza”, sarà un aspetto sempre più importante in futuro. In linea generale, un sistema rigido risponde alle sollecitazioni in modo impercettibile finché non crolla, mentre un sistema elastico risponde conformandosi agli stimoli, resistendo più a lungo, o indefinitamente. Come il sistema che abbiamo organizzato noi, esseri umani esposti ai virus e ad gli altro agente ambientale, reagisce all’imprevisto, frutto della complessità, è un aspetto fondamentale dello sviluppo. Un tema largamente aperto ancora da studiare, su cui dovremmo concentrare un po’ più d’attenzione.
Il virus ha spostato le date anche degli appuntamenti deputati all’altro grande tema mondiale, il riscaldamento globale ed il cambiamento climatico. La conferenza mondiale sul clima, prevista a Glasgow a novembre, è stata posticipata a data da destinarsi. Sul sito Qualenergia si possono leggere le proposte di Wolfgang Obergassel e Lukas Hermwille del Wuppertal Institute su come trasformare l'emergenza in un'opportunità per promuovere la ripresa economica in modo ambientalmente sostenibile.
L’Unione Europea sta attraversando un periodo difficile, nel suo percorso minato dalle destre di ogni nazione, inclusa la nostra, da sempre contrarie al progetto europeo, ma non sarà che un gradino da superare. Non ci sono alternative, progetti migliori in campo, visioni capaci di oscurare e superare ciò che è stato fatto: l’Unione resisterà. Credo che lo farà essenzialmente per due motivi: uno, proprio il fatto che non c’è niente di migliore sul piatto, due, la qualità della divisione interna che, a mio avviso, non separa l’Europa del Nord da quella del Sud come spesso si legge, ma separa le istanze progressiste da quelle conservatrici, o populiste della peggior specie. Queste ultime faranno, nei rispettivi Paesi, qualsiasi cosa per fare fallire il progetto europeo. Esattamente come molti altri faranno di tutto per far vincere il progetto europeo - e speriamo di riuscirci.
E’ notizia di oggi, sul fronte ambientale, che dieci ministri dell’ambiente europei hanno firmato una richiesta di un Piano di recupero verde contro la crisi dovuta al covid-19 (notizia sul sito rinnovabili.it). Il timore che la crisi possa far dimenticare l’altra preoccupante emergenza mondiale, la questione ambientale e climatica, si fa sempre più diffuso, ed è giusto intervenire per evitare il peggio. Dunque, l’Unione europea viene sollecitata a portare avanti un piano di recupero ecosostenibile. In una lettera aperta, i ministri dell’ambiente di dieci Paesi fra cui l’Italia hanno ribadito l’importanza di effettuare una ripresa economica che si inserisca nel progetto di Green Deal europeo. Sulla lettera si legge: “Dobbiamo inviare un forte segnale politico al mondo e ai nostri cittadini: l’UE darà l’esempio anche in tempi difficili come quelli attuali, e aprirà la strada alla neutralità climatica e all’adempimento dell’accordo di Parigi”. Va tenuto fermo il punto. Non si può tornare indietro, non si può fallire.
In questo periodo durissimo, quando molte cose ritenute importanti assumono i contorni delle inezie, svanendo nel sole primaverile, auguro buona Pasqua ai lettori di questo blog, per quanto possibile. Buona Pasqua a tutti coloro che sono in terapia, e a tutti coloro che curano.
Ne usciremo, ma dobbiamo far di tutto per uscirne migliori.
I siti degli articoli citati nel testo:
https://www.rinnovabili.it/green-economy/recupero-verde-paesi-ue-crisi-economica/
https://www.qualenergia.it/articoli/oltre-il-covid-come-e-perche-la-cop26-deve-tracciare-un-nuovo-corso-per-il-clima/?fbclid=IwAR3RxI9I1TbpUJeTjcT5avyx-oP9d3AtVncV8xYbe-_1a434vZpHXvftw3c
giovedì 19 marzo 2020
Certo non tutto, ma molto dipende da noi
Abbiamo detto che non è tempo di polemiche, per cui rimanderò ad un momento migliore le considerazioni sulla riduzione dei finanziamenti alla sanità, alla ricerca scientifica, alle Università, etc.
Ora, c'è l'emergenza e dobbiamo venirne fuori. Alcune sere fa, ho assistito (come tanti spettatori) ad una duplice ed ugualmente speculare interpretazione del periodo che stiamo vivendo e soprattutto del futuro che ci aspetta: nel programma di Bianca Berlinguer, Massimo Cacciari e Paolo Mieli si alternavano nel ragionamento. Un bel confronto e un notevole stimolo alla riflessione, visto che si trattava di analisi condivisibili per entrambi, ma con una rilevante differenza nell'interpretazione dei fatti e delle loro conseguenze che portava a tesi più pessimistiche nel caso di Cacciari, decisamente più ottimistiche nel caso di Mieli. Coloro che hanno seguito la trasmissione sanno a cosa mi riferisco. In estrema sintesi, dopo questa crisi dovuta ad un microscopico virus si aprirà un mondo nuovo, relitto del mondo vecchio in cui non sarà stato possibile cogliere l'occasione per risolvere questioni annose, oppure in cui nuove saranno le classi dirigenti e nuovi gli approcci ai problemi, capaci di fare luce dove finora è stato buio.
Ora, dato che entrambe le analisi erano condivisibili, e che i percorsi futuri ancora non sono in essere, mi viene da pensare a quei modelli matematici con i quali si ottengono percorsi diversi, spesso rappresentati con linee di diversi colori su piano cartesiano, su basi assolutamente realistiche ma con parametri differenti. In altre parole, la nostra società evolverà in un modo oppure in un altro, a seconda dei parametri che noi stessi andremo ad inserire nel modello, a partire da certe condizioni iniziali. Perciò, possiamo scegliere, e farlo ora nel bel mezzo della crisi, un percorso oppure un altro: dipende da come reagiremo alla crisi stessa, da quali idee prevarranno, da quali personalità emergeranno. Dipende da noi.
Dipende quasi sempre da noi, è un approccio infantile pensare che dipenda da fattori esterni alla nostra volontà. Possiamo decidere ora di proteggerci per i virus futuri - perché ce ne saranno ancora e sempre - oppure no. Le idee di base non sono particolarmente complesse, ma riguardano sia noi in Italia sia il mondo intero: un rapporto diverso con gli animali destinati all'alimentazione che consenta maggior igiene innanzitutto, una rete di ricerca scientifica sulle malattie infettive, un'organizzazione adeguata nel sistema sanitario che consenta una risposta immediata all'aggressione virale. Passano, fortunatamente, di solito anni prima che si ripresenti il problema, ma non va abbassata la guardia.
Possiamo ignorare gli obblighi (ora non sono più raccomandazioni) del governo e contribuire ad espandere il contagio, oppure no. Lamentarci per ciò che non è stato fatto subito, in un contesto in cui è difficile prevedere l'entità del problema, oppure agire nel presente. Scegliere un percorso invece di un altro.
Qualche giorno fa, entrando in un negozio per necessità, ho sentito un uomo dire, con aria notevolmente affranta: "Pensare che eravamo il Paese più bello del mondo!". Capisco lo spirito, ed è in parte vero, ma non siamo privi di difetti anche gravi. Li conosciamo benissimo.
Guardiamo bene in faccia al tempo presente, e scegliamo ora su quali idee, progetti, visioni di futuro vogliamo ragionare, costruire, iniziare un percorso. Potremmo andare lontano.
martedì 10 marzo 2020
Straordinaria, la normalità del coronavirus
Straordinaria, la situazione che stiamo vivendo, angosciante quel tanto che basta, estranea alla normalità ed estranea al tempo abituale nel suo essere sospesa fra la peste dei Promessi Sposi e Andromeda di Chrichton o L'ombra dello scorpione di King.
Extra tempo ed extra luogo, colpisce tutti ovunque, la scienza medica non ha strumenti di lotta diretta contro ciò che vive una vita propria dentro gli organismi viventi a loro volta. Noi che credevamo che soltanto gli alieni soccombessero ai nostri possenti minuscoli microbi scopriamo di avere la guerra dei mondi a casa nostra, basta che un virus faccia "il salto" dall'animale all'uomo, da una specie all'altra, e veniamo colpiti come estranei noi stessi al nostro mondo.
La vita sulla Terra è anche questo, e lo sarà sempre; mentre noi esseri umani combattiamo le nostre inutili, o troppo spesso distruttive, battaglie quotidiane la vita terrestre ci ricorda che non siamo molto più che una specie animale attaccabile da una potenza invisibile capace di insinuarsi dentro di noi distruggendo in un attimo sogni, speranze, buone azioni, ma anche lotte di potere, guerre, diseguaglianze, inquinamento dell'unico posto dove comunque abbiamo la fortuna di vivere. Virus, dal latino "veleno", ci informa il Treccani "(...) gruppo di organismi, di natura non cellulare e di dimensioni submicroscopiche, incapaci di un metabolismo autonomo e perciò caratterizzati dalla vita parassitaria endocellulare obbligata". Parassiti delle cellule.
A proposito dell'inquinamento: la Nasa ci informa che è bastata la quarantena obbligata dal coronavirus per rilevare da satellite un netto calo dello smog sui cieli della Cina (vedi link in calce). Pochi giorni et voilà, la minaccia peggiore - perché si tratta di qualcosa che è peggiore di tutti i virus - che incombe su di noi sembra quasi sparire. Non ci vuole molto nemmeno ad accorgersi che anche da noi sta succedendo lo stesso: netto calo degli spostamenti a seguito delle decisioni del governo, lezioni scolastiche da casa, e l'aria è più pulita. La qualità dell'aria in Pianura Padana è migliorata improvvisamente, secondo i dati rilevati dagli strumenti e secondo la sensazione personale ormai sintonizzata sui valori scientifici per chiunque viva in quelle zone.
Certo, non intendo perorare la causa del virus che stiamo combattendo con tutti i mezzi possibili; vorrei al contrario evidenziare un fatto e una conseguenza che possono essere utilizzati in altro contesto: il fatto è che il nostro sistema economico e produttivo si basa ancora in misura sostanziale sulla combustione delle fonti energetiche fossili a livello mondiale, la conseguenza è che come è possibile andare avanti nel solito modo, così è possibile ridurre l'inquinamento in modo drastico. E, dato che dobbiamo farlo per evitare la catastrofe climatica e ambientale prossima futura, è bene attingere ovunque sia possibile spunti e informazioni per attivarsi.
Ls catastrofe climatica e ambientale è una realtà in arrivo a velocità spedita se non interveniamo in modo netto e altrettanto veloce, una catastrofe peggiore di quella che stiamo vivendo con il coronavirus. Va scritto, e scritto di nuovo. Nessuno dica poi "non lo sapevo", o domandi "perché non è stata prevista" ("Why did nobody notice it?" la Regina Elisabetta agli economisti, nel 2008 allo scoppio della crisi, ma in quel caso aveva ragione).
Per evitarla ci sono azioni da intraprendere capaci di portare ad una rapida decarbonizzazione dell'economia, come si dice. Ovvero, a lasciare petrolio, carbone e metano sotto terra. Se si oppongono coloro che traggono profitti da quel settore, andrà concordato un piano di uscita e di conversione alle rinnovabili. Ma va fatto, al più presto.
Non possiamo e non vogliamo tornare alla candela, e proprio per questo va cambiato ora il modello di sviluppo che ci ha portati ad un benessere senza precedenti nella storia dell'umanità al prezzo di rischiare di perderlo improvvisamente per i danni che causa all'ambiente naturale. Abbiamo le tecnologie adatte, abbiamo un elevato grado di conoscenza scientifica, dobbiamo avere la forza di fare un passo deciso in avanti. Dobbiamo riuscire a costruire una società in cui un elevato grado di sviluppo sia sovrastato da un cielo pulito come quello registrato in questi giorni dalla Nasa sulla Cina.
Ma il virus va combattuto, e se non disponiamo ancora di armi dirette come i vaccini (sarebbe interessante sapere cosa pensano ora i gruppi no-vax), possiamo farlo con i metodi indiretti. Che sostanzialmente sono riconducibili alla pulizia personale e ad una minore interazione sociale. Lavarsi le mani ed evitare i luoghi affollati. Seguiamo le indicazioni del Ministero della Salute, senza panico ed eccessi, e andrà tutto bene. Un contagio può essere contenuto, limitato, e infine ridotto al nulla.
Non sarà mai abbastanza un ringraziamento a tutti coloro che sono impegnati in prima linea, medici, infermieri, Protezione Civile, ma grazie. In queste occasioni emerge ciò che conta veramente, e non ha prezzo.
La notizia e le mappe della Nasa:
http://www.rainews.it/dl/rainews/media/Coronavirus.-Il-calo-di-smog-in-Cina-nelle-foto-satellitari-Nasa-ed-Esa-661c1171-d888-4ae7-bc20-7608fcbefdab.html#foto-1
La qualità dell'aria sulla Pianura Padana il 10 marzo:
https://www.ilmeteo.it/aria/emilia+romagna
Il sito governativo con tutte le informazioni sul coronavirus:
http://www.salute.gov.it/nuovocoronavirus
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domenica 1 marzo 2020
Stoccaggio della CO2 a Ravenna
E' notizia dell'altro ieri che l'Eni intende realizzare impianti di stoccaggio della CO2 a Ravenna (nota dell'Agenzia Dire all'indirizzo in calce).
Secondo Claudio Descalzi, amministratore delegato Eni, "la CCS in Italia ha un’opportunità unica nell’area di Ravenna, grazie alla combinazione tra giacimenti offshore esauriti con infrastrutture ancora operative, insieme a centrali elettriche sulla terraferma unitamente ad altri impianti industriali nelle vicinanze". Le possibilità di stoccaggio sarebbero veramente notevoli, tra 300 e 500 milioni di tonnellate, e la tempistica abbastanza breve, cinque anni. Eni infatti conta di terminare gli studi preliminari per il 2025, passando successivamente alla fase esecutiva.
CCS, acronimo di Carbon Capture and Storage, è un insieme di tecnologie che consente la cattura ed il sequestro dell'anidride carbonica emessa in atmosfera a seguito della combustione delle fonti energetiche fossili, con iniezione e stoccaggio in apposite strutture sotterranee che consentirebbero il confinamento del gas responsabile della maggior quota di alterazione atmosferica e climatica. Si tratta di una delle opzioni idonee a conseguire gli obiettivi di contenimento del cambiamento climatico in atto, la cosiddetta "mitigazione".
A mio avviso, la CCS è indispensabile al punto a cui siamo arrivati, ma ad una condizione: che non sia considerata parte sistematica della produzione di energia da fonti energetiche fossili (carbone, petrolio e metano). Cioè che non si pensi che, essendo possibile stoccare la CO2 da qualche parte, sia lecito continuare business as usual, nel solito modo con gli impianti termoelettrici tradizionali magari affiancati dai sistemi CCS.
Invece, la CCS è importante per ridurre la CO2 che abbiamo già emesso in atmosfera, e se vogliamo, che stiamo ancora emettendo nella fase "del metano", la famosa transizione verso un sistema energetico completamente rinnovabile che, però, non dovrebbe prolungarsi troppo. Uno dei punti da tener conto riguarda il fatto che non abbiamo più tempo a disposizione rispetto alla velocità con cui sta cambiando il mondo naturale. Non abbiamo nemmeno quasi più bisogno dei dati scientifici: l'inverno più caldo, senza neve, l'Artico che si scioglie, e ora anche l'Antartide che era rimasto intatto per ragioni legate alle correnti del sistema climatico sta reagendo alla temperatura media più elevata in modo evidente, sono effetti visibili, concreti, che dovrebbero suscitare il massimo allarme.
Ben venga dunque la proposta di Eni di convertire gli impianti di Ravenna al sequestro della CO2, purché l'iniziativa si inserisca in un percorso di decarbonizzazione che porti verso l'uscita dalla necessità di bruciare fonti fossili, in un tempo adeguato a salvare gli equilibri che stanno alla base del sistema climatico terrestre. La scelta è da sostenere come tassello di un quadro più ampio, e potrebbe portare anche a dirette conseguenze positive sul territorio interessato.
PS: Infine, la politica. Ora la Regione Emilia Romagna ha ora un nuovo Assessore con delega all'energia, si tratta di Vincenzo Colla. Da un piccolo blog che segue con passione questi temi gli auguri migliori di buon lavoro.
La notizia sul sito Dire:
https://www.dire.it/28-02-2020/427679-a-ravenna-enormi-possibilita-per-lo-stoccaggio-di-co2/
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sabato 22 febbraio 2020
Diamo loro il benvenuto a casa
Nella settimana appena trascorsa, dal 15 al 22 febbraio, si è tenuta in India la tredicesima sessione della Conferenza delle Parti della Convenzione per la conservazione delle Specie Migratorie e degli animali selvatici (CMS). Insomma, un incontro di grande importanza nel quadro di grave e continua perdita di biodiversità che caratterizza il nostro tempo, ed in particolare di continuo attacco ai migratori con ali, pinne e zampe.
Purtroppo, gli uccelli migratori non sono sempre accolti al meglio delle nostre possibilità: è ancora molto diffusa la caccia/bracconaggio in molti luoghi del mondo, ed in particolare nei Paesi del Mediterraneo dove la straziante pratica di sparare a cicogne, gru, e varie specie di uccelli migratori durante la loro faticosa traversata è ancora diffusa. Chiunque abbia assistito al passaggio nel cielo di centinaia di esemplari in formazione non può non restare colpito dalla bellezza e dall’apparente eccezionalità del fenomeno; si fatica a comprendere come si possa pensare di abbatterli ed esibirli come trofei.
Ma non si tratta di soli uccelli: le specie migratorie sono molte, dalle balene ai salmoni, dalle tartarughe marine alle anguille. Di alcune ci cibiamo in misura notevole, basti pensare ai salmoni. Di altre potremmo fare ormai a meno, come le balene, ma alcuni Paesi continuano a non rispettare moratorie e divieti.
Dieci nuove specie vengono aggiunte all’elenco delle specie migratorie, fra cui l’elefante asiatico e l’otarda indiana. Ci si propone di intervenire con una serie di azioni concertate e piani di conservazione per le specie più a rischio, tenendo conto di un mondo che, di fatto, è in rapido cambiamento.
Il tema dell’incontro internazionale è “le specie migratorie connettono il pianeta ed insieme diamo loro il benvenuto a casa”. Che bello se il mondo fosse davvero così.
In realtà un milione di specie animali sono a rischio estinzione per varie cause, come la perdita dell’habitat, la caccia, il cambiamento climatico, con gli eventi meteorologici estremi che riescono a fare vere e proprie stragi.
Riuscire a proteggere specie animali e ritmi naturali millenari significa proteggere il nostro Pianeta e la fitta rete di legami che costituisce la rete della vita, di cui noi stessi siamo parte. Magari cominciando un nuovo rapporto con la natura e gli altri animali, più sostenibile e leggero, rinunciando alla quota di carattere “predatorio” della nostra specie, che è stata così utile in passato, ma che potrebbe portarci ad un punto pericoloso di non ritorno.
Il sito della CMS si trova al seguente indirizzo:
https://www.cms.int/en/cop13
lunedì 3 febbraio 2020
Nuovi obiettivi energetici UE
Ci sono novità dall'UE in campo energetico. E' stato raggiunto un accordo fra le istituzioni europee, Parlamento, Commissione e Consiglio europeo, in cui sono state approvate due delle otto proposte legislative del pacchetto Energia pulita per tutti, che era stato adottato dalla Commissione europea nel novembre 2016. Un mese fa era stata adottata la prima, la direttiva sul rendimento energetico nell'edilizia. La decisione aggiorna il quadro normativo Ue in materia.
In particolare, entro il 2030 le energie rinnovabili dovranno coprire il 32% dei consumi energetici nell'Unione Europea.
Ancora non sono noti i dettagli, ma verrebbero introdotti per la prima volta concetti importanti, come quelli di 'comunità di energia rinnovabile' e di 'autoconsumo'. L'accordo prevederebbe infatti i primi interventi in materia: una riduzione dei costi per i cittadini e i gruppi di cittadini che intendono produrre energia da rinnovabili per l'autoconsumo.
L'accordo stabilisce inoltre obiettivi del 14%, e del 3,5% per i biofuel da seconda generazione, per i trasporti, pone criteri di sostenibilità per l'impiego delle biomasse forestali, e prevede il divieto all'utilizzo di olio di palma nei biocarburanti dal 2030.
Finalità dell'accordo è migliorare i regimi di promozione delle rinnovabili, alleggerendo anche le procedure amministrative, definendo un quadro di regole sull'autoconsumo, innalzando gli obiettivi da raggiungere nei vari settori. Per quanto riguarda i sistemi di incentivi nazionali, si introduce il divieto di modifiche retroattive ai regimi di sostegno che incidono negativamente sui diritti conferiti e sulla sostenibilità economica di progetti già approvati.
Il target del 32% prevede una clausola di revisione al rialzo nel 2023.
Ricordiamo che nel 2014 la strategia UE aveva posto l'obiettivo del 27%. Questa cifra veniva sin qui superata dalla SEN nazionale (la Strategia Energetica elaborata dal Governo italiano nel 2017) con una previsione del 28% al 2030. Ora questo obiettivo va rivisto al rialzo, un fatto che era prevedibile anche lo scorso anno.
Lo stesso obiettivo del 32% scelto dall'Europa appare come limitato da scarsa ambizione, visto che il mondo intero procede velocemente verso le fonti energetiche rinnovabili e che l'UE ha sempre avuto un ruolo guida in materia, ruolo che ora rischia di perdere se si riduce a discutere delle ultime cifre a destra. Un 40% - se non un 50% - sarebbe stato certamente possibile senza traumi, con una classe politica comunitaria più decisa e ambiziosa. Per ora continuiamo pure ad avanzare con il freno a mano tirato, è sempre meglio che stare fermi, purché ne siamo consapevoli.
In particolare, entro il 2030 le energie rinnovabili dovranno coprire il 32% dei consumi energetici nell'Unione Europea.
Ancora non sono noti i dettagli, ma verrebbero introdotti per la prima volta concetti importanti, come quelli di 'comunità di energia rinnovabile' e di 'autoconsumo'. L'accordo prevederebbe infatti i primi interventi in materia: una riduzione dei costi per i cittadini e i gruppi di cittadini che intendono produrre energia da rinnovabili per l'autoconsumo.
L'accordo stabilisce inoltre obiettivi del 14%, e del 3,5% per i biofuel da seconda generazione, per i trasporti, pone criteri di sostenibilità per l'impiego delle biomasse forestali, e prevede il divieto all'utilizzo di olio di palma nei biocarburanti dal 2030.
Finalità dell'accordo è migliorare i regimi di promozione delle rinnovabili, alleggerendo anche le procedure amministrative, definendo un quadro di regole sull'autoconsumo, innalzando gli obiettivi da raggiungere nei vari settori. Per quanto riguarda i sistemi di incentivi nazionali, si introduce il divieto di modifiche retroattive ai regimi di sostegno che incidono negativamente sui diritti conferiti e sulla sostenibilità economica di progetti già approvati.
Il target del 32% prevede una clausola di revisione al rialzo nel 2023.
Ricordiamo che nel 2014 la strategia UE aveva posto l'obiettivo del 27%. Questa cifra veniva sin qui superata dalla SEN nazionale (la Strategia Energetica elaborata dal Governo italiano nel 2017) con una previsione del 28% al 2030. Ora questo obiettivo va rivisto al rialzo, un fatto che era prevedibile anche lo scorso anno.
Lo stesso obiettivo del 32% scelto dall'Europa appare come limitato da scarsa ambizione, visto che il mondo intero procede velocemente verso le fonti energetiche rinnovabili e che l'UE ha sempre avuto un ruolo guida in materia, ruolo che ora rischia di perdere se si riduce a discutere delle ultime cifre a destra. Un 40% - se non un 50% - sarebbe stato certamente possibile senza traumi, con una classe politica comunitaria più decisa e ambiziosa. Per ora continuiamo pure ad avanzare con il freno a mano tirato, è sempre meglio che stare fermi, purché ne siamo consapevoli.
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