Gli incendi hanno devastato la Grecia in modo drammatico quest'anno. In una zona non lontana da Atene, nell'Attica orientale, il fuoco ha devastato il territorio come una piaga biblica, lasciando vittime e dolore, cenere e macerie. Il bilancio è quello di una catastrofe enorme e drammatica, con 94 vittime e una ventina di dispersi, danni ingenti ai paesi, boschi, coltivazioni.
In Svezia, un'estate calda e secca ha favorito incendi che hanno devastato le foreste. Le cronache ci dicono che oltre 80mila ettari di foreste sono bruciate in Siberia.
Secondo uno studio pubblicato lo scorso anno sulla rivista Scientific Reports, nei prossimi decenni il rischio di incendi boschivi nell'area Mediterranea potrebbe aumentare a causa di condizioni climatiche più aride. La ricerca, condotta dall’Istituto di geoscienze e georisorse del Consiglio nazionale delle ricerche (Igg-Cnr), l'Università di Barcellona, di Lisbona e della California a Irvine, ha sviluppato dei modelli matematici che prevedono con buona affidabilità la frequenza e l'estensione degli incendi boschivi.
I picchi di calore, per parte loro, non scherzano ed hanno colpito l'intero pianeta. Il Giappone ha classificato un'ondata di calore nell'estate appena trascorsa come disastro naturale. Nella notte del 7 luglio la temperatura a Los Angeles non è scesa sotto i 26,1 gradi. A Quriyat, una località dell'Oman, in un giorno di luglio la temperatura minima è stata di 42,6 gradi. Nella Lapponia finlandese il 18 luglio scorso il termometro ha toccato i 32,1 gradi, circa 12 gradi in più della media che caratterizza il mese da quelle parti.
In effetti non fa piacere redigere questa specie di bollettino di guerra, ma in fondo è il destino degli ambientalisti e di tutti coloro che di ambiente in un modo o nell'altro si occupano. Va detto subito che praticamente tutti gli incendi sono dolosi, l'elevata temperatura può favorirli ma non innescarli. La combustione naturale è un fenomeno estremamente raro, di solito stimato in meno dell'1% dei casi, che può accadere per tre ragioni: i fulmini, le eruzioni vulcaniche, l'autocombustione. Eccettuato i primi due casi che hanno carattere specifico, l'autocombustione è quasi impossibile che si verifichi viste le alte temperature richieste, dell'ordine di 200-300 gradi o più. Dunque gli incendi sono appiccati dall'uomo, per varie ragioni che vanno dalla disattenzione al vero e proprio disegno criminale. Su questo aspetto occorre puntare l'attenzione innanzitutto con interventi di prevenzione, poi con interventi diretti, e con sanzioni severe agli incendiari accertati.
La situazione descritta, ora è aggravata dal riscaldamento globale che ha generato ormai da tempo un cambiamento del clima che può favorire il persistere degli incendi, anche nelle zone in cui le condizioni naturali locali portavano ad un rapido spegnimento. Diminuzione della frequenza delle piogge, allungamento dei periodi siccitosi, suoli più aridi, estati più lunghe, temperature più alte, innalzamento della temperatura che per complesse ragioni interessa particolarmente le regioni artiche e la Siberia.
Se in Scandinavia un tempo scoppiava un incendio non passavano molte ore prima che arrivasse la pioggia a spegnerlo. Ora può diffondersi liberamente per giorni e giorni. Gli arbusti e il sottobosco densi di umidità difficilmente venivano aggrediti dal fuoco, mentre accade il contrario alla vegetazione secca.
Alla base, ritroviamo sempre il cambiamento climatico innescato dalle attività umane, che va arrestato con un impegno collettivo globale. Nulla è più globale, nulla è più collettivo di questo problema. L'accordo di Parigi va concretizzato in tempi brevi, reso effettivo e capace di discriminare ed emarginare tutte le pratiche non sostenibili, più dannose che utili. Restare al di sotto dei 2 °C di incremento di temperatura - o di 1,5°, come auspicato - non è molto, è già il minimo per le conseguenze che avrà. Ci consente probabilmente soltanto di evitare il peggio. Speriamo di riuscirci.
martedì 1 ottobre 2019
martedì 17 settembre 2019
L’Europa che vogliamo
Mercoledì scorso, 12 settembre, l'Unione Europea ha mostrato ciò che vorremmo sempre vedere: l'orgoglio di essere un'istituzione fondata su valori e principi forti, delimitata dalla loro condivisione, a cui si può appartenere soltanto su tale base, e non su altre come potrebbero essere l'etnia, il territorio, la religione, o caratteristiche diverse non conformi alla struttura etica e politica su cui si fonda l'Unione.
Il Parlamento europeo ha approvato a maggioranza dei due terzi l’attivazione di una procedura nei confronti dell’Ungheria di Viktor Orbán finalizzata a chiedere al Consiglio di verificare la sussistenza di un serio rischio di violazione grave dei principi fondamentali dell’Unione Europea. Un applauso, quasi un boato, è esploso nell'aula di Strasburgo quando sono stati contati 448 voti a favore, 197 contrari, e 48 astenuti. Non era mai accaduto prima, ed in pochi avrebbero in realtà scommesso sulla vittoria così ampia dei voti a favore. La norma che consente questo tipo di intervento è l’articolo 7 del Trattato di Lisbona, volto a punire gli Stati che non rispettano i valori fondanti dell’UE.
La vicenda ha avuto inizio dall'analisi condotta dalla deputata europea Judith Sargentini, olandese,
nella quale si toglie il velo alla realtà dell'Ungheria di oggi: un contesto che appare fortemente lesivo dei principi democratici e liberali. Del resto, il sostenitore della "democrazia illiberale" non dovrebbe esserne particolarmente sorpreso, visto che la sua (e purtroppo, di altri, come vedremo) azione politica appare volta proprio ad attaccare l'Unione alle fondamenta.
I punti presentati nell'analisi che ha avuto il benestare del Parlamento di Strasburgo sono molti, e riguardano l’indipendenza dei giudici e della Corte costituzionale, la libertà di stampa, la corruzione nell’utilizzo dei fondi europei, i diritti delle minoranze e dei migranti, provvedimenti del governo che ledono i principi fondamentali sanciti dall’articolo 2 del Trattato, come l’uguaglianza, il pluralismo e lo stato di diritto, si parla di violazione della libertà di associazione, di espressione e di religione, la mancata indipendenza del sistema giudiziario, criticità nel funzionamento del sistema elettorale, corruzione e conflitto d'interessi, insufficiente privacy e protezione dei dati, mancato rispetto dei "diritti fondamentali di migranti, richiedenti asilo e rifugiati".
Temi forti, pregnanti, che mettono sotto accusa il governo Orbán per avere indebolito lo stato di diritto, le istituzioni democratiche, e aver posto il suo Paese su una via che porta lontano dai valori irrinunciabili su cui si fonda l'Unione.
Ora, in molti sostengono che il voto avrà per il momento un significato soprattutto simbolico e politico, dato che per procedere nei successivi passaggi servono anche posizioni unanimi dei singoli Stati. Questo è certamente possibile, ma resta il fatto che anche il significato simbolico e politico costituisce, in sè, un elemento notevolissimo. L'Europa ha innanzitutto mostrato di esistere, di essere un edificio fondato su basi solide e non sulla sabbia, di saper prendere una posizione netta a partire da una semplice mozione di un suo deputato. L'Europa della democrazia, dei valori di libertà e giustizia, dei 70 anni di pace. L'Europa dell'unione volontaria di più Stati nell'esperimento socio-politico più avanzato che sia mai accaduto al mondo. L'Europa che vogliamo.
Sembra retorica? Niente di più falso. Almeno non più di quanto siano reali la vita in democrazia, lo stato di diritto, la separazione dei poteri, i 70 anni senza guerre. La moneta unica. Al confronto della quale la nostra vecchia lira scomparirebbe non senza conseguenze. Ad Orban, ed ai suoi amici Salvini e Berlusconi - anche questa non è retorica, visto che Lega e Forza Italia hanno votato contro il provvedimento ed a favore di Orban - forse sembra poco, impegnati come sono a smantellare ciò che di buono è stato fatto in vista di un futuro "sovranismo" che odora tanto di passato, il solito luogo temporale dove intendono portarci le destre.
L'Unione Europea è stata anche la punta più avanzata sul piano internazionale delle politiche ambientali. In questo ambito, il significato di un organismo capace di una visione di area vasta riguarda sia la forza con cui si portano avanti le scelte, sia la possibilità di unire ed omologare le politiche locali. Una serie di Stati che "sovranamente" facciano ciò che vogliono, senza un qualche tipo di coerenza fra loro, e privi della forza necessaria a livello internazionale, non possono essere in grado di influire come richiesto dalla situazione, che si presenta grave. Chissà perchè, nessuno parla mai in Italia della questione del cambiamento climatico, un problema epocale. Una questione da affrontare sul piano politico, a cui nessuno sa dare risposte e spiegare se sia meglio risolverlo su base nazionale o su base europea, e poi necessariamente mondiale.
Sicuramente tutto ciò non basta, e l'Unione Europea va migliorata in molti aspetti legati alla sua capacità di intervento e di raccordo. Ma i suoi difetti vengono dilatati e poi usati apertamente da coloro che mirano a distruggerla. Questa è la scelta che si presenta dinanzi a noi: conservarla intervenendo sulle criticità, o separarci di nuovo fra Stati diversi dando luogo alla peggiore regressione dei tempi moderni. Nel prossimo mese di maggio 2019, saremo chiamati a votare il rinnovo del Parlamento UE. Sarà una tappa importante.
Il Parlamento europeo ha approvato a maggioranza dei due terzi l’attivazione di una procedura nei confronti dell’Ungheria di Viktor Orbán finalizzata a chiedere al Consiglio di verificare la sussistenza di un serio rischio di violazione grave dei principi fondamentali dell’Unione Europea. Un applauso, quasi un boato, è esploso nell'aula di Strasburgo quando sono stati contati 448 voti a favore, 197 contrari, e 48 astenuti. Non era mai accaduto prima, ed in pochi avrebbero in realtà scommesso sulla vittoria così ampia dei voti a favore. La norma che consente questo tipo di intervento è l’articolo 7 del Trattato di Lisbona, volto a punire gli Stati che non rispettano i valori fondanti dell’UE.
La vicenda ha avuto inizio dall'analisi condotta dalla deputata europea Judith Sargentini, olandese,
nella quale si toglie il velo alla realtà dell'Ungheria di oggi: un contesto che appare fortemente lesivo dei principi democratici e liberali. Del resto, il sostenitore della "democrazia illiberale" non dovrebbe esserne particolarmente sorpreso, visto che la sua (e purtroppo, di altri, come vedremo) azione politica appare volta proprio ad attaccare l'Unione alle fondamenta.
I punti presentati nell'analisi che ha avuto il benestare del Parlamento di Strasburgo sono molti, e riguardano l’indipendenza dei giudici e della Corte costituzionale, la libertà di stampa, la corruzione nell’utilizzo dei fondi europei, i diritti delle minoranze e dei migranti, provvedimenti del governo che ledono i principi fondamentali sanciti dall’articolo 2 del Trattato, come l’uguaglianza, il pluralismo e lo stato di diritto, si parla di violazione della libertà di associazione, di espressione e di religione, la mancata indipendenza del sistema giudiziario, criticità nel funzionamento del sistema elettorale, corruzione e conflitto d'interessi, insufficiente privacy e protezione dei dati, mancato rispetto dei "diritti fondamentali di migranti, richiedenti asilo e rifugiati".
Temi forti, pregnanti, che mettono sotto accusa il governo Orbán per avere indebolito lo stato di diritto, le istituzioni democratiche, e aver posto il suo Paese su una via che porta lontano dai valori irrinunciabili su cui si fonda l'Unione.
Ora, in molti sostengono che il voto avrà per il momento un significato soprattutto simbolico e politico, dato che per procedere nei successivi passaggi servono anche posizioni unanimi dei singoli Stati. Questo è certamente possibile, ma resta il fatto che anche il significato simbolico e politico costituisce, in sè, un elemento notevolissimo. L'Europa ha innanzitutto mostrato di esistere, di essere un edificio fondato su basi solide e non sulla sabbia, di saper prendere una posizione netta a partire da una semplice mozione di un suo deputato. L'Europa della democrazia, dei valori di libertà e giustizia, dei 70 anni di pace. L'Europa dell'unione volontaria di più Stati nell'esperimento socio-politico più avanzato che sia mai accaduto al mondo. L'Europa che vogliamo.
Sembra retorica? Niente di più falso. Almeno non più di quanto siano reali la vita in democrazia, lo stato di diritto, la separazione dei poteri, i 70 anni senza guerre. La moneta unica. Al confronto della quale la nostra vecchia lira scomparirebbe non senza conseguenze. Ad Orban, ed ai suoi amici Salvini e Berlusconi - anche questa non è retorica, visto che Lega e Forza Italia hanno votato contro il provvedimento ed a favore di Orban - forse sembra poco, impegnati come sono a smantellare ciò che di buono è stato fatto in vista di un futuro "sovranismo" che odora tanto di passato, il solito luogo temporale dove intendono portarci le destre.
L'Unione Europea è stata anche la punta più avanzata sul piano internazionale delle politiche ambientali. In questo ambito, il significato di un organismo capace di una visione di area vasta riguarda sia la forza con cui si portano avanti le scelte, sia la possibilità di unire ed omologare le politiche locali. Una serie di Stati che "sovranamente" facciano ciò che vogliono, senza un qualche tipo di coerenza fra loro, e privi della forza necessaria a livello internazionale, non possono essere in grado di influire come richiesto dalla situazione, che si presenta grave. Chissà perchè, nessuno parla mai in Italia della questione del cambiamento climatico, un problema epocale. Una questione da affrontare sul piano politico, a cui nessuno sa dare risposte e spiegare se sia meglio risolverlo su base nazionale o su base europea, e poi necessariamente mondiale.
Sicuramente tutto ciò non basta, e l'Unione Europea va migliorata in molti aspetti legati alla sua capacità di intervento e di raccordo. Ma i suoi difetti vengono dilatati e poi usati apertamente da coloro che mirano a distruggerla. Questa è la scelta che si presenta dinanzi a noi: conservarla intervenendo sulle criticità, o separarci di nuovo fra Stati diversi dando luogo alla peggiore regressione dei tempi moderni. Nel prossimo mese di maggio 2019, saremo chiamati a votare il rinnovo del Parlamento UE. Sarà una tappa importante.
venerdì 30 agosto 2019
Mare Monstrum
Sono cifre impressionanti quelle che riguardano le illegalità commesse nei nostri mari, un'enorme mole di reati che ogni anno si ripete, secondo quanto riporta il dossier Mare Monstrum di Legambiente, edizione 2018, realizzato grazie al lavoro delle Forze dell'ordine e delle Capitanerie di porto, e presentato in occasione della partenza di Goletta Verde.
L'imbarcazione dell'associazione percorrerà il litorale italiano per monitorare la qualità delle acque marine, denunciare le illegalità ambientali, la presenza di rifiuti. Le tappe previste sono 22, da Chiavari a Trieste, in un lungo periodo di tempo che terminerà il 12 agosto.
I reati contestati dalle forze dell’ordine sono addirittura in aumento: nel 2017 si contano ben 17.000 infrazioni contestate, oltre 46 al giorno, con un incremento rispetto all’anno precedente dell’8,5%.
Crescono dell'8% rispetto allo scorso anno le persone denunciate e arrestate, per un totale di 19.564. Crescono anche i sequestri per una percentuale del 25,4%, mentre la cifra totale ammonta a 4.776.
Territorialmente, si rileva che quasi la metà dei reati si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Sicilia, Calabria), a cui si unisce il Lazio a coprire le prime posizioni di questa poco invidiabile classifica nazionale.
Quanto al tipo di reato, risulta che quelli legati all'inquinamento delle acque e del suolo, derivanti da scarichi fognari fuorilegge, depuratori malfunzionanti o assenti, spandimenti di idrocarburi e contaminazioni del suolo sono i più diffusi: da soli raggiungono il 35,7% del totale delle infrazioni accertate. Si legge nel dossier che a seguire con il 27,7% si ha la pesca illegale, poi il cemento abusivo per il 19,5%, e infine le infrazioni al codice della navigazione della nautica da diporto per il 17,1%.
Cattiva depurazione delle acque, cementificazione e rifiuti: questi sono i modi con cui deturpiamo le coste e i mari di uno dei Paesi più belli del mondo - nonché il nostro Paese - a testimonianza di quanto lavoro ci sia ancora da fare per promuovere un'autentica civiltà del territorio e del suo ambiente. Decenni di incuria non si cancellano in un giorno, ma un aiuto da coloro che governano la cosa pubblica - e non so cosa ci sia di più "pubblico" di questo - sarebbe il benvenuto, in sostituzione dell'ignavia italica sull'argomento.
Il dossier sottolinea inoltre che i diritti dei cittadini continuano a non essere garantiti sul fronte dell’informazione e su quello dell’accesso ai tratti di spiaggia liberi. E' un diritto usufruire anche del paesaggio, tutelato dall'articolo 9 della Costituzione, indispensabile ovunque ed in particolar modo in un Paese come il nostro dove la bellezza dei luoghi e la mitezza del clima coprono parte delle mancanze economiche e sociali che lo caratterizzano.
Il Dossier Mare Monstrum di Legambiente si scarica qui:
https://www.legambiente.it/contenuti/dossier/mare-monstrum-2018
L'imbarcazione dell'associazione percorrerà il litorale italiano per monitorare la qualità delle acque marine, denunciare le illegalità ambientali, la presenza di rifiuti. Le tappe previste sono 22, da Chiavari a Trieste, in un lungo periodo di tempo che terminerà il 12 agosto.
I reati contestati dalle forze dell’ordine sono addirittura in aumento: nel 2017 si contano ben 17.000 infrazioni contestate, oltre 46 al giorno, con un incremento rispetto all’anno precedente dell’8,5%.
Crescono dell'8% rispetto allo scorso anno le persone denunciate e arrestate, per un totale di 19.564. Crescono anche i sequestri per una percentuale del 25,4%, mentre la cifra totale ammonta a 4.776.
Territorialmente, si rileva che quasi la metà dei reati si concentra nelle quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Puglia, Sicilia, Calabria), a cui si unisce il Lazio a coprire le prime posizioni di questa poco invidiabile classifica nazionale.
Quanto al tipo di reato, risulta che quelli legati all'inquinamento delle acque e del suolo, derivanti da scarichi fognari fuorilegge, depuratori malfunzionanti o assenti, spandimenti di idrocarburi e contaminazioni del suolo sono i più diffusi: da soli raggiungono il 35,7% del totale delle infrazioni accertate. Si legge nel dossier che a seguire con il 27,7% si ha la pesca illegale, poi il cemento abusivo per il 19,5%, e infine le infrazioni al codice della navigazione della nautica da diporto per il 17,1%.
Cattiva depurazione delle acque, cementificazione e rifiuti: questi sono i modi con cui deturpiamo le coste e i mari di uno dei Paesi più belli del mondo - nonché il nostro Paese - a testimonianza di quanto lavoro ci sia ancora da fare per promuovere un'autentica civiltà del territorio e del suo ambiente. Decenni di incuria non si cancellano in un giorno, ma un aiuto da coloro che governano la cosa pubblica - e non so cosa ci sia di più "pubblico" di questo - sarebbe il benvenuto, in sostituzione dell'ignavia italica sull'argomento.
Il dossier sottolinea inoltre che i diritti dei cittadini continuano a non essere garantiti sul fronte dell’informazione e su quello dell’accesso ai tratti di spiaggia liberi. E' un diritto usufruire anche del paesaggio, tutelato dall'articolo 9 della Costituzione, indispensabile ovunque ed in particolar modo in un Paese come il nostro dove la bellezza dei luoghi e la mitezza del clima coprono parte delle mancanze economiche e sociali che lo caratterizzano.
Il Dossier Mare Monstrum di Legambiente si scarica qui:
https://www.legambiente.it/contenuti/dossier/mare-monstrum-2018
domenica 9 luglio 2017
Fonti rinnovabili crescono
Nel caldo di queste giornate quasi non servono più i dati scientifici: possiamo ormai farci le statistiche autonomamente sull'andamento del cambiamento climatico. Ogni anno segue il precedente con i record raggiunti in qualche aspetto del clima stesso, il mese più caldo, l'anno più caldo, il periodo meno piovoso, etc. Ormai lo si può percepire senza bisogno di strumenti: il clima sta cambiando ad una velocità senza precedenti. La primavera appena trascorsa è stata caratterizzata da poche precipitazioni, è stata preceduta da un inverno mite, ed è stata seguita da un anticipo d'estate iniziato in maggio con temperature altissime ovunque in Italia che ancora persistono (in luglio). I dati informano che il mese di giugno appena trascorso è stato uno dei più caldi, in stretta competizione con il giugno 2003, l'anno della grande afa sahariana di oltre tre mesi di durata.
Dagli accordi internazionali sui cambiamenti climatici gli USA, come è noto, si sono sfilati, ma di certo non si sfileranno dai cambiamenti climatici stessi che insistono anche sul loro territorio. Secondo la NOAA, gli US hanno visto il secondo anno più caldo mai registrato, e hanno speso 9 miliardi di dollari in disastri ambientali inclusi 3 tornado devastanti.
La buona notizia è che anche in America il mercato delle rinnovabili si espande e la produzione cresce. Le fonti rinnovabili non sono certamente l'unica soluzione al problema del cambiamento climatico, ma sono uno dei principali tasselli di una composizione molteplice finalizzata a ridurre e contenere le emissioni di gas climalteranti che modificano la composizione dell'atmosfera fino a causare un surriscaldamento che interessa tutto il pianeta.
Per la prima volta in oltre trent'anni negli Stati Uniti a marzo e ad aprile le fonti rinnovabili hanno generato più elettricità degli impianti nucleari, secondo i dati forniti dall'EIA, l'Energy Information Administration, l'agenzia statistica indipendente del Dipartimento Usa dell'energia.
L'evento dipenderebbe da due fattori di carattere opposto: la crescita delle rinnovabili e i programmi di manutenzione a cui vengono sottoposti gli impianti nucleari in primavera e autunno, quando la domanda elettrica complessiva è più bassa rispetto all'estate e all'inverno.
Comunque, un aumento della produzione dell'eolico che del fotovoltaico, unitamente all'aumento registrato nell'idroelettrico grazie a piogge e nevicate più intense negli Stati occidentali degli Usa durante l'inverno scorso, hanno comportato una crescita della generazione elettrica rinnovabile in primavera. Nello stesso periodo, la produzione di elettricità da centrali nucleari in aprile è stata la più bassa dal 2014, determinando così il primato delle rinnovabili.
Per quanto riguarda le rinnovabili elettriche nel mondo, è uscito il rapporto “Renewable Energy Statistics 2017 Yearbook” di IRENA, secondo il quale in 10 anni sarebbe raddoppiata la potenza. Dalle statistiche che riguardano circa 100 Paesi e le singole tecnologie utilizzate, emerge che nel
2016 sono stati superati i 2.000 GW installati. In 10 anni la potenza cumulativa delle rinnovabili è raddoppiata fino ad arrivare complessivamente a 2.008 GW, con un incremento di 161 GW. La generazione elettrica da rinnovabili nel 2015 ha raggiunto la cifra di 5.512 TWh. L'aumento risulta essere del 3,4% rispetto al 2014. Si procede verso i 6.000 TWh, una buona prospettiva.
In 9 anni si è registrato un incremento di quasi 2.000 TWh per quanto riguarda la produzione elettrica da rinnovabili, mentre la fonte verde maggiormente utilizzata è stata l’idroelettrico, per circa il 70%. Il 15% proviene invece dall’eolico.
Soltanto nell'anno 2015 si è avuto un relativo rallentamento dell’incremento annuale nella produzione idroelettrica a livello mondiale. In compenso si è registrata una crescita del solare del 13%, e dell’eolico, con il 15%.
Dagli accordi internazionali sui cambiamenti climatici gli USA, come è noto, si sono sfilati, ma di certo non si sfileranno dai cambiamenti climatici stessi che insistono anche sul loro territorio. Secondo la NOAA, gli US hanno visto il secondo anno più caldo mai registrato, e hanno speso 9 miliardi di dollari in disastri ambientali inclusi 3 tornado devastanti.
La buona notizia è che anche in America il mercato delle rinnovabili si espande e la produzione cresce. Le fonti rinnovabili non sono certamente l'unica soluzione al problema del cambiamento climatico, ma sono uno dei principali tasselli di una composizione molteplice finalizzata a ridurre e contenere le emissioni di gas climalteranti che modificano la composizione dell'atmosfera fino a causare un surriscaldamento che interessa tutto il pianeta.
Per la prima volta in oltre trent'anni negli Stati Uniti a marzo e ad aprile le fonti rinnovabili hanno generato più elettricità degli impianti nucleari, secondo i dati forniti dall'EIA, l'Energy Information Administration, l'agenzia statistica indipendente del Dipartimento Usa dell'energia.
L'evento dipenderebbe da due fattori di carattere opposto: la crescita delle rinnovabili e i programmi di manutenzione a cui vengono sottoposti gli impianti nucleari in primavera e autunno, quando la domanda elettrica complessiva è più bassa rispetto all'estate e all'inverno.
Comunque, un aumento della produzione dell'eolico che del fotovoltaico, unitamente all'aumento registrato nell'idroelettrico grazie a piogge e nevicate più intense negli Stati occidentali degli Usa durante l'inverno scorso, hanno comportato una crescita della generazione elettrica rinnovabile in primavera. Nello stesso periodo, la produzione di elettricità da centrali nucleari in aprile è stata la più bassa dal 2014, determinando così il primato delle rinnovabili.
Per quanto riguarda le rinnovabili elettriche nel mondo, è uscito il rapporto “Renewable Energy Statistics 2017 Yearbook” di IRENA, secondo il quale in 10 anni sarebbe raddoppiata la potenza. Dalle statistiche che riguardano circa 100 Paesi e le singole tecnologie utilizzate, emerge che nel
2016 sono stati superati i 2.000 GW installati. In 10 anni la potenza cumulativa delle rinnovabili è raddoppiata fino ad arrivare complessivamente a 2.008 GW, con un incremento di 161 GW. La generazione elettrica da rinnovabili nel 2015 ha raggiunto la cifra di 5.512 TWh. L'aumento risulta essere del 3,4% rispetto al 2014. Si procede verso i 6.000 TWh, una buona prospettiva.
In 9 anni si è registrato un incremento di quasi 2.000 TWh per quanto riguarda la produzione elettrica da rinnovabili, mentre la fonte verde maggiormente utilizzata è stata l’idroelettrico, per circa il 70%. Il 15% proviene invece dall’eolico.
Soltanto nell'anno 2015 si è avuto un relativo rallentamento dell’incremento annuale nella produzione idroelettrica a livello mondiale. In compenso si è registrata una crescita del solare del 13%, e dell’eolico, con il 15%.
martedì 20 giugno 2017
Si fa presto a dire progressista (per un centrosinistra ampio che guardi avanti)
Il periodo storico che stiamo vivendo è inevitabilmente caratterizzato da cambiamento. Alcuni sintomi portano a tale conclusione: la crisi economica che perdura da anni e colpisce in misura diversa ma con eguale diffusione i Paesi europei ed il mondo occidentale, e che sembra sempre più una crisi di sistema, le grandi migrazioni di persone da Paesi poveri o sedi di conflitti armati verso Paesi più ricchi, la crescita delle diseguaglianze e la polarizzazione dei redditi, la crisi ambientale che dopo due secoli di prelievo di risorse in quantità ben superiori a quanto mai fatto prima e rilascio di rifiuti riguarda l'intero pianeta ed i suoi equilibri ecologici, l'evidente difficoltà nel gestire fenomeni come la digitalizzazione con conseguente riduzione della necessità di lavoro o la globalizzazione, segnalano la presenza di una fase evolutiva che richiede attenzione e analisi. Se il cambiamento avverrà per il meglio, o per il peggio, saremo noi, l'attuale generazione, in larga misura a deciderlo, visto che il processo evolutivo in questione non è esclusivamente determinato da condizioni di partenza ma è largamente influenzato da decisioni politiche.
La capacità di vedere le cose con lungimiranza ha perciò un'importanza speciale, e riguarda tutte le formazioni politiche, ed in particolare il centrosinistra, per sua natura "progressista". Per fare questo è necessario almeno impostare un'analisi dei fenomeni in corso, per partire, e farla seguire da un'elaborazione fondata sull'oggi, non sul passato, con tutto il rispetto per il passato medesimo, per poi giungere alla costruzione di una proposta politica. Questo compito spetta, nel nostro Paese, ad un centrosinistra largo, inclusivo, che sappia anteporre gli interessi comuni ai particolarismi di varia natura che hanno sempre bloccato i processi di questo tipo sul nascere. La necessità di un'operazione di questo genere è avvalorata dalla crisi identitaria di cui la sinistra soffre, dall'offuscamento dei suoi contorni, dal conseguente allontanamento di moltissime persone che non si sentono più rappresentate e spesso fanno persino fatica a capire quale tipo di rappresentanza si offre loro.
Qualcosa si muove, nell'area di centrosinistra del nostro Paese, con tentativi di costruire unità a partire da divisioni. Si tratta di operazioni meritorie. Ma va detto subito che se si arriverà ad una forma di unione di svariate sigle, ciascuna impegnata a piantare i propri paletti per costruire il proprio (piccolo) recinto, verrà meno il senso principale dell'operazione, quello appunto di costruire una vasta area capace dell'analisi, dell'elaborazione, e dell'offerta di possibili risposte ai problemi di cui sopra. I temi vengono prima dei propri interessi di bottega, e vengono prima anche delle ideologie, che spostano l'asse verso la purezza d'intenti allontanandolo dall'arte di governare.
Un altro punto mi sembra essenziale: che si usi la veduta lunga anche nel merito dei temi, come dicevo sopra, che si punti l'attenzione sull'oggi. Non si può più parlare di economia soltanto sulla base dei contenuti tradizionali, e lo stesso vale per il lavoro, per l'ambiente, per le cause delle (nuove, appunto) povertà. I temi principali sono interdipendenti. Nella visione tradizionale, troviamo una formula economica di successo, che consenta la crescita, distribuiamo in modo tendenzialmente equo (o più equo di quanto fa la destra) i profitti della crescita, costruiamo un sistema di welfare che incrementi la distribuzione del benessere sociale, cerchiamo di contenere gli impatti ambientali, e creiamo posti di lavoro. Questa visione è, per esempio, alla base dell'ultimo libro di Romano Prodi (dal bel titolo galileiano "Il piano inclinato", Il Mulino). Il suo contenuto è, ben inteso, come sempre di grande interesse e ricco di spunti. Contiene una serie di indicazioni che se attuate porterebbero il nostro Paese ad un livello ben diverso dall'attuale, perché consentirebbero al nostro Paese di avanzare, invece di rimanere fermo (o quasi, senza sottovalutare le cose buone che sono state fatte) o avviato in un declino che sicuramente può essere invertito - tenendo presente che un piano inclinato se invertito diventa una salita.
Fatte quelle cose, però, si tratta ancora di guardare avanti. Per impostare economia e società italiane con lo sguardo al futuro e' indispensabile analizzare l'interdipendenza dei vari temi, accanto ai nuovi aspetti che gli stessi hanno assunto nel corso del tempo. L'economia deve (e dovrà sempre più) parlare il linguaggio dell'economia verde, delle innovazioni di processo e di prodotto per il contenimento degli impatti ambientali, dell'efficienza energetica e delle fonti di energia rinnovabile, dell'economia circolare, dell'economia sociale che sta nascendo, da sola, dal basso, dei numerosi fattori comuni allo stato dell'ambiente, a partire dell'uso che si fa delle risorse. Bisogna occuparsi della riduzione del lavoro nelle società avanzate, conseguenza della digitalizzazione e delle nuove tecnologie, ragionando su come distribuire quello che può essere un beneficio e non soltanto un problema, ed è necessario affrontare il tema di come fenomeni in forte accelerazione come quello migratorio siano influenzati da desertificazione in conseguenza del cambiamento climatico, e non soltanto da guerre e conflitti locali. Il mondo sta cambiando, ed è soggetto ad evoluzioni che non erano - e spesso non sono - incluse nei modelli dell'economia classica, la società è in evoluzione secondo direttrici che esperti del settore tentano ora di interpretare, l'ambiente sotto la spinta antropica sta modificando i propri equilibri ed i propri sistemi secondo percorsi anch'essi allo studio ma assolutamente non trascurabili. Queste sono le condizioni di partenza di un futuro che dipenderà in grande misura dalle scelte che faremo noi oggi.
Sono in corso di elaborazione la Strategia Energetica Nazionale e la Strategia Energia e clima in ottemperanza dell'impegno preso con l'Accordo di Parigi stipulato alla COP21; la prima dal Ministero dello Sviluppo Economico, la seconda dal Ministero dell'Ambiente. Sicuramente c'è un raccordo fra i due Ministeri, ma questo è un esempio di separazione di tematiche che invece andrebbero insieme poiché sono strettamente interdipendenti. Forse, sarebbe stato meglio elaborare un unico piano per l'energia e per il clima portatore di una visione più ampia. Della SEN abbiamo già parlato in altri post, e ne parleremo ancora, ma mi limito ad osservare che le strategie energetiche e ambientali riguardano da vicino anche le politiche industriali che si intende portare avanti, grandi assenti da molto tempo che invece avrebbero bisogno di maggior attenzione.
La capacità di vedere le cose con lungimiranza ha perciò un'importanza speciale, e riguarda tutte le formazioni politiche, ed in particolare il centrosinistra, per sua natura "progressista". Per fare questo è necessario almeno impostare un'analisi dei fenomeni in corso, per partire, e farla seguire da un'elaborazione fondata sull'oggi, non sul passato, con tutto il rispetto per il passato medesimo, per poi giungere alla costruzione di una proposta politica. Questo compito spetta, nel nostro Paese, ad un centrosinistra largo, inclusivo, che sappia anteporre gli interessi comuni ai particolarismi di varia natura che hanno sempre bloccato i processi di questo tipo sul nascere. La necessità di un'operazione di questo genere è avvalorata dalla crisi identitaria di cui la sinistra soffre, dall'offuscamento dei suoi contorni, dal conseguente allontanamento di moltissime persone che non si sentono più rappresentate e spesso fanno persino fatica a capire quale tipo di rappresentanza si offre loro.
Qualcosa si muove, nell'area di centrosinistra del nostro Paese, con tentativi di costruire unità a partire da divisioni. Si tratta di operazioni meritorie. Ma va detto subito che se si arriverà ad una forma di unione di svariate sigle, ciascuna impegnata a piantare i propri paletti per costruire il proprio (piccolo) recinto, verrà meno il senso principale dell'operazione, quello appunto di costruire una vasta area capace dell'analisi, dell'elaborazione, e dell'offerta di possibili risposte ai problemi di cui sopra. I temi vengono prima dei propri interessi di bottega, e vengono prima anche delle ideologie, che spostano l'asse verso la purezza d'intenti allontanandolo dall'arte di governare.
Un altro punto mi sembra essenziale: che si usi la veduta lunga anche nel merito dei temi, come dicevo sopra, che si punti l'attenzione sull'oggi. Non si può più parlare di economia soltanto sulla base dei contenuti tradizionali, e lo stesso vale per il lavoro, per l'ambiente, per le cause delle (nuove, appunto) povertà. I temi principali sono interdipendenti. Nella visione tradizionale, troviamo una formula economica di successo, che consenta la crescita, distribuiamo in modo tendenzialmente equo (o più equo di quanto fa la destra) i profitti della crescita, costruiamo un sistema di welfare che incrementi la distribuzione del benessere sociale, cerchiamo di contenere gli impatti ambientali, e creiamo posti di lavoro. Questa visione è, per esempio, alla base dell'ultimo libro di Romano Prodi (dal bel titolo galileiano "Il piano inclinato", Il Mulino). Il suo contenuto è, ben inteso, come sempre di grande interesse e ricco di spunti. Contiene una serie di indicazioni che se attuate porterebbero il nostro Paese ad un livello ben diverso dall'attuale, perché consentirebbero al nostro Paese di avanzare, invece di rimanere fermo (o quasi, senza sottovalutare le cose buone che sono state fatte) o avviato in un declino che sicuramente può essere invertito - tenendo presente che un piano inclinato se invertito diventa una salita.
Fatte quelle cose, però, si tratta ancora di guardare avanti. Per impostare economia e società italiane con lo sguardo al futuro e' indispensabile analizzare l'interdipendenza dei vari temi, accanto ai nuovi aspetti che gli stessi hanno assunto nel corso del tempo. L'economia deve (e dovrà sempre più) parlare il linguaggio dell'economia verde, delle innovazioni di processo e di prodotto per il contenimento degli impatti ambientali, dell'efficienza energetica e delle fonti di energia rinnovabile, dell'economia circolare, dell'economia sociale che sta nascendo, da sola, dal basso, dei numerosi fattori comuni allo stato dell'ambiente, a partire dell'uso che si fa delle risorse. Bisogna occuparsi della riduzione del lavoro nelle società avanzate, conseguenza della digitalizzazione e delle nuove tecnologie, ragionando su come distribuire quello che può essere un beneficio e non soltanto un problema, ed è necessario affrontare il tema di come fenomeni in forte accelerazione come quello migratorio siano influenzati da desertificazione in conseguenza del cambiamento climatico, e non soltanto da guerre e conflitti locali. Il mondo sta cambiando, ed è soggetto ad evoluzioni che non erano - e spesso non sono - incluse nei modelli dell'economia classica, la società è in evoluzione secondo direttrici che esperti del settore tentano ora di interpretare, l'ambiente sotto la spinta antropica sta modificando i propri equilibri ed i propri sistemi secondo percorsi anch'essi allo studio ma assolutamente non trascurabili. Queste sono le condizioni di partenza di un futuro che dipenderà in grande misura dalle scelte che faremo noi oggi.
Sono in corso di elaborazione la Strategia Energetica Nazionale e la Strategia Energia e clima in ottemperanza dell'impegno preso con l'Accordo di Parigi stipulato alla COP21; la prima dal Ministero dello Sviluppo Economico, la seconda dal Ministero dell'Ambiente. Sicuramente c'è un raccordo fra i due Ministeri, ma questo è un esempio di separazione di tematiche che invece andrebbero insieme poiché sono strettamente interdipendenti. Forse, sarebbe stato meglio elaborare un unico piano per l'energia e per il clima portatore di una visione più ampia. Della SEN abbiamo già parlato in altri post, e ne parleremo ancora, ma mi limito ad osservare che le strategie energetiche e ambientali riguardano da vicino anche le politiche industriali che si intende portare avanti, grandi assenti da molto tempo che invece avrebbero bisogno di maggior attenzione.
lunedì 12 giugno 2017
Concluso il G7 di Bologna con un documento comune (con postilla USA)
E' terminato con un documento votato all'unanimità il G7 sull'Ambiente tenuto a Bologna domenica 11 e lunedì 12 giugno, dopo un'intensa settimana "verde" ricca di incontri e dibattiti tenutisi in città. Gli USA, come era annunciato e persino prevedibile, hanno però indicato la loro diversa posizione con una postilla, una nota, in cui affermano di non aderire alla sezione del comunicato relativo al cambiamento climatico e alle banche multilaterali di sviluppo.
Nella postilla, annotata nella sezione 2 del documento dedicata al cambiamento climatico, si legge: "Noi gli Stati Uniti d'America continuiamo a dimostrare attraverso l'azione, avendo ridotto la nostra impronta di CO2, come dimostrato dal raggiungimento a livello nazionale dei livelli di CO2 pre-1994. Gli Stati Uniti continueranno a impegnarsi con i partner internazionali chiave in un modo che sia coerente con le nostre priorità nazionali, preservando sia una forte economia che un ambiente salubre. Di conseguenza, noi gli Stati Uniti non aderiamo a queste sezioni del comunicato sul clima e le MDB (banche multilaterali di sviluppo, n.d.r.), agendo così rispetto al nostro recente annuncio di ritirarci e cessare immediatamente l'attuazione dell'accordo di Parigi e gli impegni finanziari associati". La sezione 2 del documento comune è firmata soltanto dai ministri degli altri sei paesi del G7, e dall'Unione Europea.
Il documento finale è notevole nei suoi contenuti, considerando tutte le difficoltà relative alla ricerca di un accordo e di un impegno fattivo comune alle economie più sviluppate del pianeta su temi ambientali. Lo si può scaricare all'indirizzo in basso. Credo che si possa affermare che il Governo guidato da Gentiloni, ed il Ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, abbiano fatto un buon lavoro nell'appuntamento G7 in generale, ed in quello ambientale in particolare. Bologna è stata vetrina nazionale ed internazionale per una settimana sui temi "verdi" e su tutti gli argomenti legati ai temi ambientali a largo raggio, dall'economia ai rifiuti, dall'energia ai mari e agli oceani, fino al cambiamento climatico, vero clou della manifestazione e tema evidentemente piuttosto ostico per i Paesi coinvolti per le implicazioni di carattere economico e industriale.
Un annesso al comunicato finale adotta la "Road map di Bologna", un'intesa della durata di cinque anni, sottoposta a revisione, atta a compiere "passi ulteriori per far aumentare l'efficienza nell'uso delle risorse". Una road map che vuol essere "un documento 'vivente' che dia priorità alle azioni che facciano avanzare la gestione dei materiali basata sul loro ciclo vitale" e "le 3R", cioè riduzione, riuso e riciclo.
Politicamente, è evidente che gli Usa sono isolati e che gli altri Sei andranno avanti tenendo fede agli impegni sul clima assunti con l'Accordo di Parigi. Gli stessi non sono rinegoziabili. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non hanno saputo superare un atteggiamento che li contraddistingue da sempre, e che li vede garanti di una forma di libertà presunta che non può sottostare alle regole della comunità internazionale. L'amministrazione precedente aveva fatto una scelta diversa, condivisa da molti anche negli US, ma non da tutti e non soltanto per il merito della questione ma anche per la difficoltà insita nel riconoscere un ruolo regolatorio necessariamente autorevole alla comunità internazionale.
I ponti comunque non sono stati tagliati. L'impegno per la tutela del sistema climatico è troppo importante sia per il mantenimento dell'ambiente in cui viviamo, sia al fine di programmare un futuro desiderabile, in cui economia, tecnologia, società, sviluppo siano propriamente colti nel loro effettivo legame e affrontati con coscienza della grandissima sfida che pongono all'umanità.
Il documento finale si può scaricare ai seguenti indirizzi:
http://www.minambiente.it/comunicati/il-comunicato-finale-del-g7
http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio_immagini/Galletti/G7/communique_g7_environment_-_bologna.pdf
Nella postilla, annotata nella sezione 2 del documento dedicata al cambiamento climatico, si legge: "Noi gli Stati Uniti d'America continuiamo a dimostrare attraverso l'azione, avendo ridotto la nostra impronta di CO2, come dimostrato dal raggiungimento a livello nazionale dei livelli di CO2 pre-1994. Gli Stati Uniti continueranno a impegnarsi con i partner internazionali chiave in un modo che sia coerente con le nostre priorità nazionali, preservando sia una forte economia che un ambiente salubre. Di conseguenza, noi gli Stati Uniti non aderiamo a queste sezioni del comunicato sul clima e le MDB (banche multilaterali di sviluppo, n.d.r.), agendo così rispetto al nostro recente annuncio di ritirarci e cessare immediatamente l'attuazione dell'accordo di Parigi e gli impegni finanziari associati". La sezione 2 del documento comune è firmata soltanto dai ministri degli altri sei paesi del G7, e dall'Unione Europea.
Il documento finale è notevole nei suoi contenuti, considerando tutte le difficoltà relative alla ricerca di un accordo e di un impegno fattivo comune alle economie più sviluppate del pianeta su temi ambientali. Lo si può scaricare all'indirizzo in basso. Credo che si possa affermare che il Governo guidato da Gentiloni, ed il Ministro dell'Ambiente Gian Luca Galletti, abbiano fatto un buon lavoro nell'appuntamento G7 in generale, ed in quello ambientale in particolare. Bologna è stata vetrina nazionale ed internazionale per una settimana sui temi "verdi" e su tutti gli argomenti legati ai temi ambientali a largo raggio, dall'economia ai rifiuti, dall'energia ai mari e agli oceani, fino al cambiamento climatico, vero clou della manifestazione e tema evidentemente piuttosto ostico per i Paesi coinvolti per le implicazioni di carattere economico e industriale.
Un annesso al comunicato finale adotta la "Road map di Bologna", un'intesa della durata di cinque anni, sottoposta a revisione, atta a compiere "passi ulteriori per far aumentare l'efficienza nell'uso delle risorse". Una road map che vuol essere "un documento 'vivente' che dia priorità alle azioni che facciano avanzare la gestione dei materiali basata sul loro ciclo vitale" e "le 3R", cioè riduzione, riuso e riciclo.
Politicamente, è evidente che gli Usa sono isolati e che gli altri Sei andranno avanti tenendo fede agli impegni sul clima assunti con l'Accordo di Parigi. Gli stessi non sono rinegoziabili. Gli Stati Uniti, dal canto loro, non hanno saputo superare un atteggiamento che li contraddistingue da sempre, e che li vede garanti di una forma di libertà presunta che non può sottostare alle regole della comunità internazionale. L'amministrazione precedente aveva fatto una scelta diversa, condivisa da molti anche negli US, ma non da tutti e non soltanto per il merito della questione ma anche per la difficoltà insita nel riconoscere un ruolo regolatorio necessariamente autorevole alla comunità internazionale.
I ponti comunque non sono stati tagliati. L'impegno per la tutela del sistema climatico è troppo importante sia per il mantenimento dell'ambiente in cui viviamo, sia al fine di programmare un futuro desiderabile, in cui economia, tecnologia, società, sviluppo siano propriamente colti nel loro effettivo legame e affrontati con coscienza della grandissima sfida che pongono all'umanità.
Il documento finale si può scaricare ai seguenti indirizzi:
http://www.minambiente.it/comunicati/il-comunicato-finale-del-g7
http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio_immagini/Galletti/G7/communique_g7_environment_-_bologna.pdf
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lunedì 5 giugno 2017
G7 dell'Ambiente mentre gli US si sfilano dall'Accordo di Parigi
Mentre a Bologna si sta svolgendo la settimana ricca di appuntamenti sui temi ambientali che culminerà con il G7 dell'Ambiente i prossimi 11 e 12 giugno, sono intervenuti alcuni fatti notevoli, fra cui senz'altro il ritiro da parte di Donald Trump dell'adesione degli Stati Uniti all'Accordo di Parigi. Un fatto di cui si è parlato molto su cui vale la pena fare il punto.
Innanzitutto, l'aspetto legale, riguardante un accordo che si era voluto vincolante. Gli USA hanno aderito pochi mesi prima che finisse il mandato di Barack Obama e della sua amministrazione, poi sostituiti da Donald Trump, che invece non ne vuole sapere. Questo alternarsi di posizioni così diverse su temi che riguardano tutti costituisce un pericoloso precedente per la comunità internazionale, che vede limitata la capacità di impegnarsi dei propri e degli altrui governi su questioni ritenute fondamentali, superata dagli interessi politici interni locali. Altri potrebbero seguire gli USA, in una corsa al ribasso con conseguenze nefaste. La buona notizia è che nessuno per ora sembra volerlo fare, e le dichiarazioni contro al decisione del Presidente USA si sono sprecate. L'Accordo dunque è e resterà in vigore, anche senza la partecipazione di uno dei Paesi maggiormente inquinanti del mondo.
In secondo luogo, le conseguenze interne agli Stati Uniti stanno fiorendo con una velocità mai vista prima, e sono tutte di segno contrario alla scelta di Trump: numerose amministrazioni cittadine e Stati importanti come la California hanno annunciato che rispetteranno l'accordo, mentre imprese ad alta tecnologia e innovazione stanno protestando per le nuove strade che si aprono alle vecchie manifatture vc e alle energie più "sporche". Questo potrebbe essere l'inizio di un fronte ambientalista USA più forte e decisivo di quanto si sia mai visto in precedenza, in cui aziende, amministrazioni e ambientalisti perseguono sostanzialmente obiettivi molto simili, o addirittura comuni.
Pero ora, però, la leadership sui temi ambientali - che contrariamente a quanto sostengono loro, gli US non hanno mai avuto - resta in capo all'Europa, che se togliesse di mezzo definitivamente nazionalismi e populismi interni ad ogni Paese diventerebbe in breve un player di prima grandezza sul piano mondiale.
Ma che cos'è l'Accordo di Parigi, e perché ci si batte tanto per la sua implementazione? Ricordo in breve che si tratta di un accordo a cui hanno aderito 195 Paesi (praticamente tutta la comunità internazionale) avente lo scopo di ridurre significativamente le emissioni di anidride carbonica ed altri gas che vanno ad alterare la composizione atmosferica, fino a causare un cambiamento del sistema climatico mondiale quale non si è mai avuto prima nella storia umana. Non lo si è mai avuto prima nei termini della sua intensità e della sua velocità, mai così elevate in precedenza, in presenza di sostanze climalteranti capaci di restare nell'atmosfera per secoli, influenzando il mondo nel futuro. L'Accordo si basa sull'aumento della temperatura globale media, e non sulle emissioni che sarebbe stata scelta più stringente, che dovrebbe restare entro 2°C di incremento, e tendenzialmente meglio se entro 1,5°C. Considerando che siamo già ora oltre 0,7°C di incremento, si capisce che la sfida posta e notevole. Per raggiungere l'obiettivo gli Stati devono predisporre dei Piani di intervento che mostrino la volontà di agire e i risultati che ciascun Paese intende raggiungere. Gli ambiti di intervento riguardano un po' tutti i settori, da quello energetico, a quello industriale, a quello dei trasporti, e dell'agricoltura.
Gli impegni nazionali saranno resi noti e rivisti ogni 5 anni per renderli più ambiziosi, facendo il punto sui progressi fatti, e nel quadro di responsabilizzazione di ogni Paese viene rafforzato il sistema di compensazioni economiche che servono ad aiutare in Paesi in via di sviluppo per la mitigazione e l'adattamento con aiuti concreti. Vengono posti in risalto il ruolo dello sviluppo tecnologico e il ruolo della conservazione delle foreste.
Gli esiti ci parlano di un mondo del futuro, più pulito e rinnovabile, ambientalmente sostenibile, e non del passato con le miniere di carbone, le ciminiere fumanti, lo smog.
Che soltanto gli Stati Uniti si rifiutino di fare questa scelta sembra quasi un paradosso, visto che spesso le nuove tecnologie, comprese quelle a basso impatto, vengono dalla loro ricerca industriale, e gli stessi dati sul cambiamento del clima in atto provengono sovente da istituti di ricerca statunitensi. Resta da sperare che tecnologia, pensiero innovatore, rispetto per l'ambiente abbiano il sopravvento nonostante il veto della politica, di una politica chiusa, retriva, ultimo affanno di un mondo superato.
_
Il 5 giugno Piazza Maggiore a Bologna sarà sede di un concerto straordinario, Concerto per la Terra, la sera successiva del 6 giugno ci si trova in Piazza Nettuno per una fiaccolata in difesa del futuro di noi tutti organizzata dal PD bolognese, e queste sono solo alcune delle numerosissime iniziative in programma in questi giorni.
Innanzitutto, l'aspetto legale, riguardante un accordo che si era voluto vincolante. Gli USA hanno aderito pochi mesi prima che finisse il mandato di Barack Obama e della sua amministrazione, poi sostituiti da Donald Trump, che invece non ne vuole sapere. Questo alternarsi di posizioni così diverse su temi che riguardano tutti costituisce un pericoloso precedente per la comunità internazionale, che vede limitata la capacità di impegnarsi dei propri e degli altrui governi su questioni ritenute fondamentali, superata dagli interessi politici interni locali. Altri potrebbero seguire gli USA, in una corsa al ribasso con conseguenze nefaste. La buona notizia è che nessuno per ora sembra volerlo fare, e le dichiarazioni contro al decisione del Presidente USA si sono sprecate. L'Accordo dunque è e resterà in vigore, anche senza la partecipazione di uno dei Paesi maggiormente inquinanti del mondo.
In secondo luogo, le conseguenze interne agli Stati Uniti stanno fiorendo con una velocità mai vista prima, e sono tutte di segno contrario alla scelta di Trump: numerose amministrazioni cittadine e Stati importanti come la California hanno annunciato che rispetteranno l'accordo, mentre imprese ad alta tecnologia e innovazione stanno protestando per le nuove strade che si aprono alle vecchie manifatture vc e alle energie più "sporche". Questo potrebbe essere l'inizio di un fronte ambientalista USA più forte e decisivo di quanto si sia mai visto in precedenza, in cui aziende, amministrazioni e ambientalisti perseguono sostanzialmente obiettivi molto simili, o addirittura comuni.
Pero ora, però, la leadership sui temi ambientali - che contrariamente a quanto sostengono loro, gli US non hanno mai avuto - resta in capo all'Europa, che se togliesse di mezzo definitivamente nazionalismi e populismi interni ad ogni Paese diventerebbe in breve un player di prima grandezza sul piano mondiale.
Ma che cos'è l'Accordo di Parigi, e perché ci si batte tanto per la sua implementazione? Ricordo in breve che si tratta di un accordo a cui hanno aderito 195 Paesi (praticamente tutta la comunità internazionale) avente lo scopo di ridurre significativamente le emissioni di anidride carbonica ed altri gas che vanno ad alterare la composizione atmosferica, fino a causare un cambiamento del sistema climatico mondiale quale non si è mai avuto prima nella storia umana. Non lo si è mai avuto prima nei termini della sua intensità e della sua velocità, mai così elevate in precedenza, in presenza di sostanze climalteranti capaci di restare nell'atmosfera per secoli, influenzando il mondo nel futuro. L'Accordo si basa sull'aumento della temperatura globale media, e non sulle emissioni che sarebbe stata scelta più stringente, che dovrebbe restare entro 2°C di incremento, e tendenzialmente meglio se entro 1,5°C. Considerando che siamo già ora oltre 0,7°C di incremento, si capisce che la sfida posta e notevole. Per raggiungere l'obiettivo gli Stati devono predisporre dei Piani di intervento che mostrino la volontà di agire e i risultati che ciascun Paese intende raggiungere. Gli ambiti di intervento riguardano un po' tutti i settori, da quello energetico, a quello industriale, a quello dei trasporti, e dell'agricoltura.
Gli impegni nazionali saranno resi noti e rivisti ogni 5 anni per renderli più ambiziosi, facendo il punto sui progressi fatti, e nel quadro di responsabilizzazione di ogni Paese viene rafforzato il sistema di compensazioni economiche che servono ad aiutare in Paesi in via di sviluppo per la mitigazione e l'adattamento con aiuti concreti. Vengono posti in risalto il ruolo dello sviluppo tecnologico e il ruolo della conservazione delle foreste.
Gli esiti ci parlano di un mondo del futuro, più pulito e rinnovabile, ambientalmente sostenibile, e non del passato con le miniere di carbone, le ciminiere fumanti, lo smog.
Che soltanto gli Stati Uniti si rifiutino di fare questa scelta sembra quasi un paradosso, visto che spesso le nuove tecnologie, comprese quelle a basso impatto, vengono dalla loro ricerca industriale, e gli stessi dati sul cambiamento del clima in atto provengono sovente da istituti di ricerca statunitensi. Resta da sperare che tecnologia, pensiero innovatore, rispetto per l'ambiente abbiano il sopravvento nonostante il veto della politica, di una politica chiusa, retriva, ultimo affanno di un mondo superato.
_
Il 5 giugno Piazza Maggiore a Bologna sarà sede di un concerto straordinario, Concerto per la Terra, la sera successiva del 6 giugno ci si trova in Piazza Nettuno per una fiaccolata in difesa del futuro di noi tutti organizzata dal PD bolognese, e queste sono solo alcune delle numerosissime iniziative in programma in questi giorni.
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martedì 30 maggio 2017
G7 dell'Ambiente a Bologna, fra ostacoli e indifferibilità dei temi
Una
grande occasione per un confronto ad alto livello sui temi ambientali si
presenterà i prossimi 11 e 12 giugno a Bologna, quando si terrà il G7
dell’Ambiente, un vertice con i Ministri dell’Ambiente voluto in città dal
nostro Ministro Gian Luca Galletti. Fra essi, si annovera anche il responsabile
degli Stati Uniti, Paese che intende uscire dall’accordo di Parigi a protezione
del clima contro il riscaldamento globale.
E’
un’occasione importante, ed è bellissimo che si svolga a Bologna. Ne condivido
la scelta e l’impostazione. La cosa più importante, però, è che non si tratti
di una vetrina ma di un confronto vero, capace di portare risultati concreti.
Riguardo
i temi sul tavolo, non c’è che l’imbarazzo della scelta, fra cambiamenti
climatici, inquinamenti locali – che non sono più tanto “locali”, come la
qualità dell’aria nella Pianura Padana o in altre grandi aree d’Europa come il
bacino della Ruhr o i Paesi Bassi – grandi impianti inquinanti, fonti
energetiche fossili, rifiuti nucleari e impianti nucleari obsoleti, inquinamento
dell’acqua, perdita di biodiversità, taglio delle foreste, commercio di animali
selvatici, etc. Temi importanti, che da molti anni si collocano fra le prime
preoccupazioni dei cittadini, ma che continuano ad essere considerati in
subordine rispetto ad altri dalla politica, e dalla cultura in genere. Temi
sottovalutati da un vuoto innanzitutto culturale costruito da una politica
chiusa a riccio sui propri schemi vetusti, che troppo spesso interviene
soltanto per contenere la portata di provvedimenti di rilievo e orientarli in
favore di scelte tradizionali, rinviando un processo che invece andrebbe
favorito.
Si può
invece fare moltissimo di quanto serve in termini sia di protezione sia di
crescita e sviluppo, con la creazione di posti di lavoro utili, invece che di
disoccupazione e “meccanismi flessibili” che dovrebbero favorire l’occupazione
senza uno straccio di politica industriale.
A Bologna
si preparano anche le contestazioni con una manifestazione per domenica 11
giugno, a cui parteciperanno numerose sigle ed associazioni. Il Ministro
Galletti ha paventato l’eventualità di disordini (secondo quanto riportato da
alcuni giornali). Manifestare per
ottenere risultati migliori su temi come quelli ambientali, sottovalutati dai
partiti e dalla politica in genere, è un bene e un fatto molto positivo se
l’espressione del proprio punto di vista viene incanalata e volta
esclusivamente all’arricchimento del dibattito al fine di raggiungere obiettivi
migliori. Il punto è e deve restare questo: il confronto tematico nel merito
delle questioni. Il problema ambientale, per sua natura, è pieno di contenuti
scientifici, tecnici, specifici, dunque non è di facile risoluzione, e non si
presta ad interpretazioni semplicistiche o superficiali. Va affrontato entrando
nel merito. Anche nei confronti degli Stati Uniti: non va dimenticato che un’amministrazione
refrattaria alle politiche di protezione ambientale come quella attuale è stata
preceduta da Obama, e soprattutto che l’America ha espresso autorevoli
ambientalisti come Al Gore, Vicepresidente durante il governo di Bill Clinton,
Premio Nobel per la Pace proprio per il
suo impegno ambientale, per un soffio (o forse per altro, nei mesi in cui il
conteggio dei voti nella Florida governata dal fratello del suo avversario,
George Bush non arrivava mai ad una conclusione accettata per poche centinaia
di voti) mancato Presidente. Non va dimenticato, inoltre, che le tecnologie
nuove e meno impattanti procedono nonostante tutto, nonostante presidenti
recalcitranti e carbone a basso prezzo.
Per
contro, non va dimenticato che troppo spesso estremizzazioni poco fondate di
questioni ambientali hanno portato acqua al mulino dei detrattori, che hanno
trovato terreno per sostenere le loro tesi basate sugli errori degli altri. L’ambientalismo
italiano ha vissuto anche questo, autocostruendosi ostacoli che si sono
rivelati importanti battute d’arresto.
Insomma,
che G7 sia, nel merito e senza ricette precostituite e inderogabili (che di
solito si rivelano minestre riscaldate) tenendo conto che la verità in tasca
non la possiede nessuno, e che proprio l’importanza dei temi ambientali, unita
alla loro indifferibilità, richiede senso di responsabilità e razionalità da parte di tutti.
martedì 23 maggio 2017
Il valore della biodiversità (e le condizioni umane)
1.
La biodiversità, ovvero la diversità biologica ricca e varia della Terra è in continuo calo per una serie di ragioni gravi e diffuse. Ogni anno la Giornata Mondiale della Biodiversità dell’ONU, che si celebra il 22 maggio con centinaia di iniziative in tutto il mondo, cerca di portare l’attenzione sul problema, ma si tratta di una questione complessa al momento di difficile soluzione.
Sono circa 13 milioni le specie, tra flora e fauna, che si stima abitino la Terra e di cui conosciamo soltanto una piccola parte, meno di due milioni. Si tratta del patrimonio naturale del nostro pianeta, vario, unico, frutto di una lunghissima evoluzione durata oltre quattro miliardi di anni. Si tratta delle basi su cui abbiamo costruito la civiltà, creato una cultura, sostenuto l’alimentazione e la società di milioni e poi miliardi di persone per millenni. Si tratta delle risorse che servono all’industria, da quella meccanica a quella farmaceutica. Si tratta infine della bellezza di un ambiente straordinario nella sua normalità, quello terrestre.
Il valore della biodiversità non è monetizzabile, ma almeno parte di esso è stato esaminato dal punto di vista economico. L’evoluzione dell’economia umana infatti, vede oggi il capitale naturale come primo fattore limitante. Secondo uno studio dell’Unep (il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) “Dead planet, living planet”, pubblicato nel 2010, la biodiversità e gli ecosistemi in buono stato forniscono all’umanità servizi per un valore stimato in 72 mila miliardi di dollari ogni anno. Tenendo conto che nel 2010 il Pil mondiale si attestava intorno ai 64,7 mila miliardi, il valore del capitale naturale e dei servizi che fornisce supera il prodotto lordo delle attività umane.
La biodiversità però è gravemente minacciata, sebbene per la maggior parte sia ancora sconosciuta. Le conseguenze delle attività umane condotte in modo non sostenibile sono pesanti. Le Nazioni Unite sottolineano che l'abbondanza di specie sta diminuendo, con stime che indicano un calo di addirittura il 40% tra il 1970 e il 2000. Consumi non sostenibili stanno riducendo le risorse, anche biologiche, e superando la capacità della natura terrestre di recuperare e mantenere una condizione di equilibrio. Oggi praticamente la metà della superficie delle terre emerse del pianeta può considerarsi completamente trasformata in suolo utile alle attività umane. Solo negli ultimi 20 anni è stata convertita una superficie pari a due terzi dell'Australia. Fra le cause, il consumo di suolo per le più svariate attività, le conseguenze dei cambiamenti climatici, le invasioni di specie "aliene" in territori diversi, inquinamenti locali di aria, acqua e suolo, fenomeni capaci di trasformare interi ecosistemi senza che sia possibile alcun grado di adattamento per l’ecosistema precedente.
Tutto ciò influenza anche le condizioni umane, con il consumo delle risorse che perciò sono sempre meno disponibili, o in modo diretto, se si pensa che il 70% dei poveri del mondo vive in aree rurali e dipende direttamente dalla diversità biologica del loro territorio per la loro sopravvivenza. Proteggere natura e biodiversità è essenziale alla vita, compresa quella umana, ed ha riflessi diretti su fenomeni di grande attualità come le migrazioni di migliaia di individui che spesso fuggono da condizioni ambientali locali pessime.
Ogni mancato intervento in favore della conservazione della biodiversità può causare conseguenze gravissime sul grado di benessere dell’umanità, fino a mettere a rischio la sua stessa sussistenza. Forse, dobbiamo smettere di pensare che la Natura sia al nostro servizio, per entrare in un’ottica in cui noi stessi e la Natura siamo interdipendenti in maniera inscindibile.
2.
Dal 26 al
28 maggio Legambiente organizza “Spiagge e fondali puliti”, l’iniziativa volta
a liberare le spiagge e i fondali dai rifiuti abbandonati. Appuntamento dal 26
al 28 maggio con oltre 300 iniziative in tutta Italia di pulizia straordinaria.
Per
maggiori informazioni:
martedì 16 maggio 2017
Presentata in Parlamento la nuova Strategia Energetica Nazionale 2017
La
Strategia Energetica Nazionale 2017 sta prendendo forma. Dopo l’audizione
parlamentare del primo di marzo scorso, il 10 maggio, di fronte alle
Commissioni riunite Ambiente e Attività Produttive della Camera, si è svolta la
seconda audizione dei Ministri Carlo Calenda (Sviluppo Economico) e Gian Luca
Galletti (Ambiente).
Come
recita il testo delle nuove slides (scaricabili all’indirizzo in calce), assai
più corposo del precedente, dalla prima audizione parlamentare ad oggi sono
stati sviluppati i contenuti preliminari della SEN 2017. La Strategia Energetica Nazionale è un
fondamentale documento programmatico sull’energia che si prevede verrà
aggiornato nel 2020, e poi nel 2023.
A partire
da ora, saranno soltanto 30 i giorni disponibili per la consultazione.
Sono già
emersi i primi commenti in proposito, da parte degli stakeholders coinvolti, o semplicemente
da coloro che seguono il tema. Il fatto che si tratti di un tema a forte
caratterizzazione tecnica lo rende un po’ tradizionalmente ostico perciò scarsamente
diffuso, mentre in realtà si tratta di uno dei maggiori interessi che
riguardano la nazione, l’Europa, e noi tutti.
Alla
lettura delle slides, una premessa incoraggiante va fatta. Seguendo da
vent’anni gli scenari di politica energetica delineati di volta in volta dai
vari governi che se ne sono occupati nel nostro Paese – considerati nel
contesto dell’Unione Europea – mi viene quasi spontaneo rilevare il cambiamento
che progressivamente ha assunto il percorso riguardante l’energia: da tesi “fossili”,
con impostazioni fortemente consumistiche, costruite sulla base di un’ottica
che associava alti consumi energetici a sviluppo economico e civile, siamo
passati lentamente ma con costanza a tesi maggiormente “rinnovabili”, fondate
su criteri di promozione dell’efficienza e del risparmio a tutela
dell’ambiente, in un’ottica che associa consumi efficienti e rinnovabili a
sviluppo economico e civile. Un cambiamento non di poco conto, che viene spesso
definito un “cambio di paradigma” rimarcandone l’importanza e la nettezza; un
cambiamento che non ha ancora raggiunto l’obiettivo, ma che è sicuramente un
processo in atto. Tesi un tempo sostenute da pochi “ambientalisti” oggi sono
scritte sui documenti ministeriali o comunitari, e sui trattati internazionali.
Il cammino è ancora lungo (si può fare di meglio? Certamente , si può sempre fare di meglio), ma la strada è stata intrapresa. Questa nuova SEN, nel complesso e per ora (visto che non è ancora definitiva), vede alcuni punti da approfondire e migliorare su un impianto sostanzialmente corretto, e sicuramente migliorativo rispetto ad altre pianificazioni in materia viste in passato.
Ad un
primo esame, la nuova SEN presenta una serie di caratteristiche interessanti e
alcune criticità, collocate su una linea di fondo che si può considerare
positivamente.
La prima
opzione che emerge con evidenza è la prospettiva di terminare il ricorso al
carbone tra il 2025 e il 2030. Vengono presentati tre scenari con uscita
parziale e con uscita totale dal carbone, con la seconda che ci verrebbe a
costare fra i 2,3 e i 2,7 miliardi di euro in investimenti in sicurezza e
adeguatezza, con investimenti sulla rete o in nuove centrali e infrastrutture
energetiche necessarie. Questo punto viene ovviamente apprezzato, almeno dalle
associazioni ambientaliste: smettere il ricorso al carbone per produrre energia
significa eliminare la fonte energetica più inquinante.
Il gas naturale resta fra le
principali risorse, vista sia nell’ottica di sostegno alle rinnovabili, sia in
quella della sicurezza dell’approvvigionamento. Si prevede l’apporto dalle nuove linee di
importazione, in vista anche delle scadenze di contratti a lungo termine, e si
prevede un aumento delle importazioni di GNL per
sfruttare l'opportunità di un mercato in oversupply fino a metà anni '20.
Le slides prendono in
considerazione anche il settore trasporti, uno dei più problematici sul piano
dell’adeguamento agli obiettivi ambientali, dove si parla di biocombustibili
nell’attesa anche del decreto sul biometano (in verità, atteso da tempo),
mentre gli obiettivi sull’elettrico sono piuttosto vaghi, in assenza di
riferimenti ad eventuali incentivazioni. Questo aspetto richiede un
approfondimento, visto che un’elettrizzazione spinta del parco veicolare
italiano incide ovviamente sul sistema elettrico.
Riguardo
le fonti rinnovabili, gli obiettivi sono in linea con quelli europei: sui consumi
complessivi lordi al 2030 si prevede un 27,0% (ad oggi la stima è del 17,5%). Differenziando
gli obiettivi per settore, sull’elettrico il 33,5% attuale dovrebbe diventare
48-50%, sulla climatizzazione si passerebbe dal 19,2% attuale al 28-30%, sui
trasporti dal 6,4% (bassissimo dato attuale) al 17-19%.
Nella nuova
SEN si parla inoltre di promuovere i grandi impianti fotovoltaici, introducendo
contratti a lungo termine da attribuire tramite aste, mentre per i piccoli
impianti è prevista la “promozione dell’autoconsumo”.
Il contesto in cui si opera nella
produzione elettrica vede già da tempo una riduzione del parco termoelettrico,
con una tendenza in atto che pone un tema di adeguatezza, anche nella gestione
delle fonti rinnovabili, che sono variabili per loro natura.
Al fine
di migliorare l’efficienza energetica in ogni settore, si ipotizza l’introduzione
di un Fondo di garanzia a sostegno degli interventi di efficienza energetica
nell’edilizia, con il coinvolgimento di istituti finanziari per un eco-prestito
a tasso agevolato. Si pensa anche a stabilizzare il sistema delle detrazioni
fiscali, con una revisione degli stessi. E’ chiaro che questi aspetti devono
essere approfonditi, in particolare se finalizzati allo scopo di mettere in atto meccanismi
capaci di smuovere gli investimenti per migliorare l’efficienza ed il risparmio
energetico.
Nel
documento non c’è alcun cenno
alle trivellazioni.
Seguiremo
gli sviluppi. Il materiale presentato alle Audizioni parlamentari si può
scaricare ai seguenti indirizzi:
giovedì 11 maggio 2017
Pubblicato dal Ministero dell'Ambiente il Primo Rapporto sullo stato del Capitale Naturale
In relazione al post del 29 aprile sul lavoro del comitato istituito per studiare il Capitale Naturale del nostro Paese, segnalo che è
pubblicato sul sito del ministero dell’Ambiente il primo Rapporto sullo Stato
del Capitale Naturale, consegnato a febbraio al Presidente del Consiglio Paolo
Gentiloni e al Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Il documento affronta il legame tra lo stato dell’ecosistema, il
benessere sociale e le prospettive economiche.
Secondo quanto si legge sul sito, il documento è frutto
del lavoro del Comitato per il Capitale Naturale, cui hanno partecipato nove
ministeri, cinque istituzioni di ricerca pubbliche, Regioni, Comuni e nove
esperti scientifici, il Rapporto raccoglie le informazioni rilevabili sullo
stato di conservazione di acqua, suolo, aria, biodiversità ed ecosistemi,
avviando un modello di valutazione del Capitale Naturale. Questo viene
inquadrato all'interno di cinque Ecoregioni terrestri (Alpina, Padana,
Appenninica, Mediterranea Tirrenica e Mediterranea Adriatica) e le Ecoregioni
marine del Mediterraneo che interessano l’Italia (Mare Adriatico, Mare Ionio e
Mediterraneo Occidentale). Dall’analisi emerge che l’Italia è uno dei paesi più
ricchi di biodiversità, con 6.700 specie di flora vascolare e oltre 58.000 faunistiche,
ma che sono molti i fattori di pressione antropica: tra questi i cambiamenti
climatici, l’inquinamento, i rifiuti, il consumo di suolo e l’abusivismo
edilizio, gli incendi dei boschi e la perdita di biodiversità marina,
l’invasione delle specie aliene, lo spreco di acqua, la copertura artificiale
del suolo che determina distruzione del paesaggio.
Il Rapporto completo sullo stato del Capitale Naturale si scarica al seguente indirizzo:
lunedì 8 maggio 2017
Il nuovo pacchetto energia della Commissione Europea
La Commissione Europea ha presentato un pacchetto di misure "per mantenere l'Unione Europea competitiva mentre la transizione verso le energie pulite sta cambiando i mercati energetici globali", come si legge sul sito (gli indirizzi sono in calce).
Il nuovo pacchetto energia, denominato “Energia pulita per tutti gli europei”, delinea le nuove vie comunitarie che seguiranno le rinnovabili, l'efficienza, il mercato elettrico e i trasporti, attraverso una serie di documenti che compongono il quadro d'intervento della Commissione Europea sul tema energetico.
La Commissione afferma la volontà che l'UE sia guida del processo transitorio verso un sistema ad energia pulita, e non sia soltanto capace di adattarvisi. Da ciò consegue l'impegno di tagliare di almeno il 40% al 2030 le emissioni di CO2, accompagnandolo da un processo di modernizzazione dell'economia che consenta crescita e lavoro per tutti i cittadini dell'Unione. Gli obiettivi da raggiungere in tal quadro sono tre: porre al primo posto l'efficienza energetica, raggiungere la leadership nelle energie rinnovabili, e costruire un mercato favorevole per i consumatori.
Tra gli elementi più qualificanti del pacchetto energia, l’introduzione di un obiettivo vincolante per l’efficienza energetica: una riduzione del 30% dei consumi energetici entro il 2030. Si tratta di un provvedimento atteso da tempo. Nessuna modifica invece per le rinnovabili, il cui traguardo rimane al 27%, nonostante l’UE possa contare fin da oggi su una percentuale intorno al 24%. La scelta sembra dunque quella di non accelerare sulle energie verdi, considerazione che appare supportata anche dalla proposta di aggiornamento della Direttiva rinnovabili, dove viene inserita una misura sulla priorità di dispaccio, che prevede che nei Paesi con una quota di rinnovabili già ampia (del 15%) i nuovi impianti eolici e fotovoltaici non abbiano più diritto di precedenza sulle fonti fossili. La disposizione continuerà a valere solo per le centrali già esistenti e su piccola scala.
In favore delle fonti fossili, invece, va l’estensione a tutti gli Stati membri del capacity payment, vincolato però a precisi limiti di emissione: gli impianti non devono emettere più di 550g di CO2 per kWh prodotto. Una misura che colpisce le centrali più vecchie ed obsolete, aprendo invece alla remunerazione della capacità impiegata per quelle più recenti.
Per raggiungere il nuovo obiettivo di efficenza energetica del 30% al 2030, il pacchetto energia richiede anche un impegno sull'efficentamento degli edifici, a partire dagli standard per gli edifici ad energia quasi zero (Near Zero Energy Buildings), che include per i nuovi edifici la generazione di elettricità sul posto, e le infrastrutture necessarie alla mobilità elettrica, oltre a sistemi per riscaldamento, produzione di acqua calda, condizionamento e raffrescamento.
Anche i trasporti sono inclusi nei nuovi provvedimenti. Per esempio, si prevede che la mobilità elettrica entri a pieno titolo nella progettazione edilizia urbana. Secondo le nuove misure, tutti gli edifici non residenziali, di nuova costruzione o sottoposti a ristrutturazione importante, qualora dispongano di più di dieci posti auto, devono predisporne almeno uno ogni dieci con punti di ricarica elettrica. Gli Stati membri possono a loro discrezione estendere o meno questa normativa alle PMI.
La Commissione Europea pone, infine, l'accento sulla riforma del mercato dell'energia che dovrebbe modificare il ruolo dei consumatori europei, rendendoli "protagonisti centrali sui mercati dell’energia del futuro". I consumatori, infatti, secondo le nuove norme avranno la possibilità di produrre e vendere energia autonomamente, grazie a misure di revisione del mercato elettrico, mentre maggior conoscenza e chiarezza dovrebbe giungere dalla diffusione di contatori intelligenti, bollette chiare e condizioni di commutazione più facili. Negli intenti della Commissione si rileva anche l'indicazione del passaggio alla concorrenza effettiva, rimuovendo l'intervento pubblico sui prezzi, da realizzarsi secondo un percorso graduale.
La Commissione europea prevede che il pacchetto invernale mobiliti fino a 177 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati all’anno a partire dal 2021. Se le stime venissero rispettate si produrrebbe un aumento dell’1% del PIL nel prossimo decennio.
Per quanto riguarda la transizione alle fonti rinnovabili, si delinea un quadro a luci ed ombre. Alcuni provvedimenti sono sicuramente positivi, altri più discutibili nell'ottica della decarbonizzazione del sistema energetico.
Per i dettagli, si possono consultare i seguenti siti, dove è possibile scaricare i documenti relativi:
https://ec.europa.eu/energy/en/news/clean-energy-all-europeans-top-topic-eu-energy-council
https://ec.europa.eu/energy/en/news/commission-proposes-new-rules-consumer-centred-clean-energy-transition
Il nuovo pacchetto energia, denominato “Energia pulita per tutti gli europei”, delinea le nuove vie comunitarie che seguiranno le rinnovabili, l'efficienza, il mercato elettrico e i trasporti, attraverso una serie di documenti che compongono il quadro d'intervento della Commissione Europea sul tema energetico.
La Commissione afferma la volontà che l'UE sia guida del processo transitorio verso un sistema ad energia pulita, e non sia soltanto capace di adattarvisi. Da ciò consegue l'impegno di tagliare di almeno il 40% al 2030 le emissioni di CO2, accompagnandolo da un processo di modernizzazione dell'economia che consenta crescita e lavoro per tutti i cittadini dell'Unione. Gli obiettivi da raggiungere in tal quadro sono tre: porre al primo posto l'efficienza energetica, raggiungere la leadership nelle energie rinnovabili, e costruire un mercato favorevole per i consumatori.
Tra gli elementi più qualificanti del pacchetto energia, l’introduzione di un obiettivo vincolante per l’efficienza energetica: una riduzione del 30% dei consumi energetici entro il 2030. Si tratta di un provvedimento atteso da tempo. Nessuna modifica invece per le rinnovabili, il cui traguardo rimane al 27%, nonostante l’UE possa contare fin da oggi su una percentuale intorno al 24%. La scelta sembra dunque quella di non accelerare sulle energie verdi, considerazione che appare supportata anche dalla proposta di aggiornamento della Direttiva rinnovabili, dove viene inserita una misura sulla priorità di dispaccio, che prevede che nei Paesi con una quota di rinnovabili già ampia (del 15%) i nuovi impianti eolici e fotovoltaici non abbiano più diritto di precedenza sulle fonti fossili. La disposizione continuerà a valere solo per le centrali già esistenti e su piccola scala.
In favore delle fonti fossili, invece, va l’estensione a tutti gli Stati membri del capacity payment, vincolato però a precisi limiti di emissione: gli impianti non devono emettere più di 550g di CO2 per kWh prodotto. Una misura che colpisce le centrali più vecchie ed obsolete, aprendo invece alla remunerazione della capacità impiegata per quelle più recenti.
Per raggiungere il nuovo obiettivo di efficenza energetica del 30% al 2030, il pacchetto energia richiede anche un impegno sull'efficentamento degli edifici, a partire dagli standard per gli edifici ad energia quasi zero (Near Zero Energy Buildings), che include per i nuovi edifici la generazione di elettricità sul posto, e le infrastrutture necessarie alla mobilità elettrica, oltre a sistemi per riscaldamento, produzione di acqua calda, condizionamento e raffrescamento.
Anche i trasporti sono inclusi nei nuovi provvedimenti. Per esempio, si prevede che la mobilità elettrica entri a pieno titolo nella progettazione edilizia urbana. Secondo le nuove misure, tutti gli edifici non residenziali, di nuova costruzione o sottoposti a ristrutturazione importante, qualora dispongano di più di dieci posti auto, devono predisporne almeno uno ogni dieci con punti di ricarica elettrica. Gli Stati membri possono a loro discrezione estendere o meno questa normativa alle PMI.
La Commissione Europea pone, infine, l'accento sulla riforma del mercato dell'energia che dovrebbe modificare il ruolo dei consumatori europei, rendendoli "protagonisti centrali sui mercati dell’energia del futuro". I consumatori, infatti, secondo le nuove norme avranno la possibilità di produrre e vendere energia autonomamente, grazie a misure di revisione del mercato elettrico, mentre maggior conoscenza e chiarezza dovrebbe giungere dalla diffusione di contatori intelligenti, bollette chiare e condizioni di commutazione più facili. Negli intenti della Commissione si rileva anche l'indicazione del passaggio alla concorrenza effettiva, rimuovendo l'intervento pubblico sui prezzi, da realizzarsi secondo un percorso graduale.
La Commissione europea prevede che il pacchetto invernale mobiliti fino a 177 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati all’anno a partire dal 2021. Se le stime venissero rispettate si produrrebbe un aumento dell’1% del PIL nel prossimo decennio.
Per quanto riguarda la transizione alle fonti rinnovabili, si delinea un quadro a luci ed ombre. Alcuni provvedimenti sono sicuramente positivi, altri più discutibili nell'ottica della decarbonizzazione del sistema energetico.
Per i dettagli, si possono consultare i seguenti siti, dove è possibile scaricare i documenti relativi:
https://ec.europa.eu/energy/en/news/clean-energy-all-europeans-top-topic-eu-energy-council
https://ec.europa.eu/energy/en/news/commission-proposes-new-rules-consumer-centred-clean-energy-transition
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