martedì 1 aprile 2025

Un progetto europeo per l’idrogeno liquido nel settore aereo

 Pur non essendo (ancora) la principale fonte di inquinamento, il trasporto aereo incide sulle emissioni complessive in percentuale non trascurabile, soprattutto se si considerano le previsioni di crescita intensa del settore prevista per il prossimo futuro. Secondo Enac, le emissioni dovute agli aerei sono attualmente del 3% circa, secondo altre stime, come quella presente sul sito dell’Europarlamento, sono del 3,4%, mentre sappiamo che in rapporto al numero di passeggeri e al numero di kilometri percorsi gli spostamenti aerei sono più inquinanti dell’automobile a benzina, e molto più inquinanti del treno (che resta il mezzo di trasporto migliore dal punto di vista ambientale).


Tenendo conto della continua crescita del trasporto aereo, si fa dunque pressante la necessità di ridurne gli impatti. Questo è lo scopo del progetto europeo HASTA, che vede un finanziamento di oltre 3 milioni di euro nell’ambito del programma Horizon UE, e a cui partecipano 15 partner da 8 Paesi (tutti europei più il Sudafrica). Per l’Italia ne fanno parte Enea, CNR, e le Università La Sapienza e Cusano. Lo scopo del progetto è sviluppare tecnologie basate sull’idrogeno liquido come carburante per gli aerei.

L’attività di ricerca, in particolare, verte sullo stoccaggio dell’idrogeno liquido per il suo utilizzo nell’aviazione civile al cui riguardo si progetta un innovativo serbatoio in grado di contenerlo in sicurezza.


Come si legge sul sito dell’Enea, “per consentire quantità maggiori di idrogeno in spazi ridotti l'idrogeno deve essere raffreddato a bassissime temperature (-252,87 °C), in modo da renderlo molto più denso rispetto alla sua forma gassosa”. La sfida principale consiste proprio nel trovare i mezzi e le tecnologie capaci di gestire stoccaggi e interventi di vario tipo a temperature estremamente basse.

L’idrogeno, però, se “verde” cioè prodotto da energie pulite, non produce emissioni di CO2, ma soltanto vapore acqueo, e costituirebbe un grande vantaggio se si riuscisse a creare una intera filiera sostenibile.


Per maggiori dettagli:


https://www.media.enea.it/comunicati-e-news/archivio-anni/anno-2025/trasporti-enea-nel-progetto-da-3-milioni-di-euro-per-l-idrogeno-liquido-nel-settore-aereo.html






giovedì 20 marzo 2025

Temi economici ed energetici sul tavolo del Consiglio Europeo del 20/3

 Cosa sta accadendo sul piano politico a livello europeo riguardo i temi energetici ed economici, lo spiega bene un articolo tratto dalla rivista Qualenergia, dal titolo “Il riarmo europeo è anche finanziario, e c’entra l’energia”.

Il dibattito pubblico e i titoli dei giornali si concentrano molto sulla proposta di “riarmo” da 800 milioni, mentre il resto rimane nell’ombra.

In realta’ diverse cose si muovono sul fronte economico e finanziario. Si legge nell’articolo, di cui in calce riporto il link, che “L’Europa ha un fabbisogno aggiuntivo di “investimenti verdi” al 2030 tra 403 e 558 miliardi di euro l’anno. Si tratta di risorse che devono sommarsi a quelle già impegnate e previste per i prossimi cinque anni, alla luce dei target Ue di carattere ambientale e anche sociale” secondo stime della BCE. Una unione dei mercati dei capitali che costituisce una “sorta di riarmo finanziario che può avere un riflesso diretto sulla capacità delle aziende Ue di competere sulla scena globale”, come si legge nel medesimo articolo.

Si tratta di temi che saranno discussi oggi e domani, 20 e 21 marzo, al Consiglio europeo. Sul tavolo, anche il tema dell’energia, con il percorso di decarbonizzazione e i passi specifici da compiere, come il decreto Fer X, e il disaccoppiamento gas-elettricità, fondamentali nel processo in corso.

Il tema di una Europa sempre più unita è decisivo riguardo i temi dell’ambiente e dell’energia, ma ritengo che l’Unione Europea abbia necessità di un sostegno forte sul piano ideale per potersi compiere. Bene il processo di unificazione dei mercati, che si svolga sui piani economico e finanziario, ma non basta: se si vuole andare oltre, ed è necessario se non indispensabile, bisogna puntare su una visione del futuro europeo che sia fondata su valori e ideali come solide fondamenta di ogni processo di natura politica, economica e sociale. 


L’articolo menzionato:


https://www.qualenergia.it/articoli/riarmo-europeo-anche-finanziario-entra-energia/








lunedì 17 febbraio 2025

Rischio climatico: siamo al terzo posto

 L'Italia al 3° posto nel mondo in una classifica del grado di rischio rispetto al cambiamento climatico. Questa la non invidiabile posizione che occupa il nostro Paese nell'ultima edizione del Climate Risk Index 2025, da poco pubblicata. 

L'indice, pubblicato dal 2006, analizza gli effetti degli eventi climatici estremi causati dal cambiamento del clima nei vari Paesi del mondo, ordinandoli sulla base degli impatti umani ed economici. Il tema principale che sottende l'analisi è costituito dal fatto che le manifestazioni dell'estremizzazione dei fenomeni climatici stanno diventando comuni, una specie di nuova normalità, con piogge forti, alluvioni, tempeste, ondate di calore e incendi - come si legge sul sito. Dal 1993 al 2022 sono accaduti 9.400 eventi meteorologici estremi che hanno causato 765.000 morti, e una perdita economica di 4,2 migliaia di miliardi di dollari (stima che tiene conto dell'inflazione).

Si tratta di cifre elevatissime, del resto previste da anni se non da decenni: il Rapporto Stern (una delle prime valutazioni serie degli impatti economici del cambiamento climatico, che arrivava a stimare una perdita progressiva del 5% ogni anno, che può arrivare al 10% o al 20% del Pil mondiale) è del 2006. La perdita citata sopra sarebbe del 4% del Pil mondiale. Sappiamo da anni cosa ci aspetta, e rispetto ai rapporti degli anni '90 o 2000 (dell'IPCC o di altri organismi di studio e ricerca, o di singoli esperti), possiamo dire amaramente di essere soddisfatti delle previsioni.

Per quanto riguarda l’Italia, risulta essere uno dei Paesi più colpiti dalla crisi climatica, con dati che parlano chiaro: 38.000 vittime,  e danni per  60 miliardi di dollari. Si tratta di cifre preoccupanti, soprattutto se destinate ad aumentare nel corso del tempo, come conseguenza di un fenomeno che progredisce lentamente ma visibilmente nel tempo. 

Le considerazioni economiche sugli impatti sull’industria tradizionale delle politiche green devono tener conto anche di queste cifre, che non sono stime, ma dati precisi su quanto già accaduto. La quantificazione monetaria dei morti la lasciamo invece ai sostenitori dello status quo, ai contrari al cambiamento, ai fautori delle fonti di energia fossile, inquinanti, gravanti sui sistemi naturali a partire dal sistema climatico, ai promotori di fake news, a coloro che negano l’evidenza oltre che la scienza, quando anche fossero Presidenti degli Stati Uniti.

L’immagine che segue riassume la classifica nelle prime posizioni.




Per maggiori dettagli: 

https://www.germanwatch.org/en/cri

 

 

martedì 21 gennaio 2025

Parliamone insieme 3

 Siamo pronti a rispondere adeguatamente agli eventi climatici estremi, che ci colpiscono con maggiore frequenza?

Come intervenire sul territorio per migliorarne la resilienza, e quali modalità sono più adatte ai territori urbanizzati, a quelli agricoli, a quelli naturali?
Come relazionarci alla nuova era, denominata “antropocene” per via della profonda e invasiva influenza che l’uomo ha sui sistemi naturali?
A queste e a molte altre domande proveremo a rispondere nell’incontro pubblico online, che si terrà mercoledì 5 febbraio prossimo, alle ore 18.00, dal titolo
EVENTI CLIMATICI ESTREMI: TUTTO QUELLO CHE DEVI SAPERE PER RISPONDERE ALLE NUOVE SFIDE
La partecipazione è libera e gratuita, basta collegarsi al link:
Al termine degli interventi sarà possibile porre domande ai relatori.



lunedì 6 gennaio 2025

Caro bollette: sarebbe utile aprire un dibattito sul meccanismo di formazione dei prezzi

 Si parla nuovamente in questi giorni dell’aumento del prezzo dell’energia e del conseguente aggravio sulle famiglie e sulle imprese.  La guerra in Ucraina ha portato sotto i riflettori il fatto, che avrebbe dovuto essere già precedentemente fonte di preoccupazione riguardo la sicurezza, che una quota eccessiva di gas naturale proveniva dalla Russia, e bene ha fatto il governo a ridurre in tempi brevi una dipendenza non più accettabile. Ora, il prezzo del gas stesso è già stato oggetto di speculazioni e può esserlo ancora, tanto che il Ministro dell’Ambiente e dell’Energia ha chiesto un price cap in sede europea di 50/60 euro al megawattora. 

Il metano lo usiamo sia per riscaldamento, sia per produrre energia elettrica, e un aumento delle bollette va a colpire le famiglie, e le imprese che producono evidentemente utilizzando energia. Dato che sono convinta che se non si risale all’origine delle questioni non se ne comprendono appieno le caratteristiche, penso sia utile rivedere come si forma il prezzo dell’energia elettrica in Italia, dato che il gas viene ancora abbondantemente utilizzato nelle centrali termoelettriche per produrre elettricità, appunto.

Nel nostro Paese, il prezzo dell‘energia elettrica viene determinato all’interno di un sistema di mercato libero, diviso in fasi diverse: il “mercato del giorno prima” dove vengono presentate le offerte e da cui nasce il PUN (prezzo unico nazionale), il “mercato infragiornaliero”, il “mercato del dispacciamento”, e infine, contratti bilaterali diretti fra produttori e consumatori. Il sistema, con la gestione delle variazioni nella domanda o nell’offerta in tempo reale, ha lo scopo di garantire sicurezza dell’approvvigionamento dell’energia richiesta. Per determinare quali offerte vengono accettate e quali no, c’è il meccanismo delle “aste marginali”, che prevede il “prezzo marginale”, vale a dire il prezzo dell’ultima quota di energia necessaria per soddisfare la domanda in un dato momento. Si tratta sempre di gas, per cui il prezzo del gas è quello che vale per tutti, per così dire, anche per la quota di rinnovabili, oggi non più trascurabile ma, al contrario, rilevante. Le rinnovabili evidentemente non utilizzano gas, e non dovrebbero esserne influenzate nella formazione del prezzo finale.

Sulla questione delle modalità con cui si formano i prezzi dell’energia elettrica, e della loro attualità, ci sono due begli articoli sulla rivista Qualenergia pubblicati due/tre anni fa, quando il problema dell’incremento dei prezzi si è presentato con forza. Ne suggerisco la lettura, a questi link:


https://www.qualenergia.it/articoli/prezzi-elettrici-alle-stelle-tutta-colpa-prezzo-marginale/


https://www.qualenergia.it/pro/articoli-pro/formazione-prezzo-mercati-elettrici-criticita-soluzioni-caro-energia-futuro-rinnovabili/




martedì 10 dicembre 2024

Crisi dell'auto e regole ambientali: agli anni '50 non si tornerà

Si parla spesso della crisi che sta investendo il settore dell’automobile (Stellantis, Volkswagen, per citarne due) e delle conseguenze negative che le scelte politiche a protezione del clima e dell’ambiente avrebbero sul settore. La conseguenza che si trae di solito è che sia sbagliato imporre regole e limiti che vanno a colpire un settore industriale che è alla base della nostra economia e che impiega, fra industrie dedicate e indotto, migliaia di posti di lavoro.

Partiamo da alcune assunzioni: l’economia tradizionale si basa sul consumo delle risorse e sull’emissione di sostanze inquinanti in atmosfera – su questo abbiamo fondato lo sviluppo finora – il settore delle automobili a combustione interna produce oggetti altamente impattanti, sia durante l’utilizzo, sia in fase di smaltimento, il sistema economico così fondato produce “costi esterni” che ricadono sulla collettività e che sono conseguenza delle alterazioni ambientali, come danni alla salute, danni ai sistemi naturali, danni da cambiamento climatico. Questi ultimi sono sempre più gravi e sono ormai sotto gli occhi di tutti.


Dunque, vogliamo cambiare. Per cambiare occorrono regole e limiti, ma porre regole e limiti senza portare avanti un’adeguata politica industriale non può che portare agli esiti attuali, con crisi nei settori, in questo caso dell’auto. Risulta persino ovvio.

La riduzione delle emissioni deve procedere insieme ad un riorientamento delle produzioni, nel processo e nel prodotto, sia per evitare problemi sia per trarre profitto dal cambiamento. La transizione ecologica è esattamente questo.

Nello specifico dell’auto, la questione si interseca con una non trascurabile modifica dei bisogni: l’attuale produzione di automobili ha come target di consumatori un insieme che si sta riducendo sempre più. L’auto non è più uno status symbol come è stato in passato, i suoi impatti sono noti a tutti, il suo acquisto comporta un investimento notevole. Le auto oggi in produzione rispecchiano visione e valori di trenta-quaranta anni fa. In Germania, così come in tutto il Nord Europa, non è raro che interi quartieri cittadini siano privi di auto per scelta degli abitanti, che si spostano con i mezzi pubblici.


Come si possa pensare che le cose restino eternamente come sono, con l’economia del dopoguerra, è un mistero. Ovviamente, accade il contrario, le cose si evolvono e oggi servono esperti di economia sostenibile che operino per il mondo di oggi e del futuro, esattamente come altri operarono per tirarci fuori dalla povertà in passato.


Non si può risolvere il problema negandone un altro ben più grave, ovvero l’altissimo grado di inquinamento che abbiamo già prodotto e che va ad alterare il sistema climatico dell’intero pianeta, lo si può risolvere intervenendo per modificare un sistema industriale ed economico che in buona parte si sta già riorientando (spesso precedendo la politica) da solo.

Dunque, regole sì, ma accompagnate da politiche industriali adeguate al mondo di oggi, non agli anni ‘50, nonostante i molti che si oppongono – probabilmente solo per proteggere interessi consolidati.





domenica 24 novembre 2024

CoP 29: risultati deboli, con alcune novità. E non molliamo la presa.

 Alla fine lo hanno raggiunto, un accordo, prolungando la CoP 29 fino ad oltre le due e mezza della notte, trovando modi e parole per far convergere posizioni inizialmente inconciliabili. Sapevamo che sarebbe stata una Conferenza di transizione, su cui nessuno puntava (molti leaders erano assenti), e lo è stata ma con alcuni elementi utili. Come spesso accade, un quadro in chiaroscuro.


Qualcosa si muove, e la finanza per il clima sta prendendo forma. I 100 miliardi di dollari che i Paesi più avanzati (che hanno, nel tempo, inquinato di più) si erano impegnati a versare ai Paesi in via di sviluppo (che hanno inquinato di meno) sono diventati 300 miliardi, certo non molto, ma molto meglio trovare un accordo basso che non trovarlo affatto. Va ricordato che i fondi servono a rispondere adeguatamente alla sfida che il cambiamento del clima pone: come sappiamo, ciò significa mitigare e adattarsi, ovvero, ridurre le emissioni di CO2 e altri gas equivalenti che sono la causa del problema, e prendere provvedimenti funzionali a fare fronte al nuovo clima senza che ogni volta le comunità siano colpite da catastrofi, soprattutto quando si concretizzano i fenomeni meteo estremi.

Con l’accordo di Baku, i Paesi sviluppati, insieme ad altri Paesi su base volontaria, forniranno 300 miliardi all’anno entro il 2035, con lo scopo comune a tutti di mobilitare 1.300 miliardi anche da altre forme di finanziamento, pubbliche e private. Il fatto che tutti siano chiamati a contribuire modifica uno dei principi fondamentali che sono stati alla base degli accordi internazionali da trent’anni, ovvero che solo i Paesi industrializzati sono coinvolti nei finanziamenti, destinati ai Paesi in via di sviluppo. Una suddivisione che ora cade, e consente per esempio alla Cina o all’Arabia Saudita, o ad altri, di contribuire “su base volontaria” (art. 9).

L’accordo istituisce, inoltre, una roadmap di attività che porta alla CoP 30 di Belem, in Brasile, nell’autunno del prossimo anno.

Altra novità è l’istituzione di un mercato globale del carbonio regolato da standard internazionali (previsto dall’art. 6 dell’Accordo di Parigi).

I testi più fumosi sono quelli sul programma di mitigazione, davvero molto debole in assenza di riferimenti chiari agli obiettivi quantitativi e ai rapporti scientifici, e sul bilancio quinquennale sugli impegni nazionali assunti, il cosiddetto Global Stocktake, che anche se ancora un tema nuovo è stato declinato con un testo particolarmente debole visto che manca proprio il processo di monitoraggio dell’attuazione degli obiettivi che i Paesi si pongono.


Il risultato certo non è ambizioso, molti sono scontenti a partire dai Paesi più poveri che sono spesso anche i più fragili, e certo si poteva fare di più. Ma invalidare le CoP sarebbe un grave errore: esse restano l’unico modo valido per  affrontare un tema che rischia di sfuggire dalle mani, un tema difficile, una vera sfida, su cui non dobbiamo abbassare i riflettori. Ridicole le critiche sulle emissioni dovute ai viaggi per raggiungere le località interessate, meglio imparare a fare i conti con la realtà prima di affrontare temi complessi che vanno ben oltre gli aspetti superficiali. Tutto ciò che si è creato sin qui a livello internazionale per risolvere il problema del cambiamento climatico causato dalle emissioni inquinanti non è inutile, e non deve andare in soffitta. Bene o male, gli appuntamenti periodici ufficiali hanno funzionato, e costituiscono nell’insieme l’unico vero contesto internazionale riconosciuto da tutti dove discutere per cercare di risolvere una questione enorme. 


La prossima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC è prevista nel 2025 a Belém, in Brasile. Andate a vedere dove si trova: in Amazzonia.  La città è stata la prima colonia europea in Amazzonia. Certo, non nel mezzo della foresta, ma da quelle parti, e la scelta è voluta.

Se il gas e il petrolio sono stati definiti dal Presidente dell’Azerbaijan Aliyev “dono di Dio”, che il suo Paese esporta abbondantemente, può essere definita tale anche la foresta amazzonica e l’intero suo ecosistema. Se va valorizzata contribuendo finanziariamente affinché non venga distrutta allora dobbiamo farlo, per preservare ciò che consente la vita sulla Terra. In fondo, respiriamo ossigeno, non metano.


Il sito ufficiale della CoP 29 di Baku:


https://cop29.az/en/home





giovedì 7 novembre 2024

Parliamone insieme - 2

 Come sta cambiando il clima? Cosa sta succedendo, con la terribile sequenza di alluvioni che ha colpito varie zone d’Europa? Come sono legate alluvioni e siccità?

Partendo dal generale per arrivare al locale, e in particolare all’Emilia-Romagna e alle recenti inondazioni, ci addentreremo nei meandri della scienza del clima nel secondo appuntamento della serie “tutto ciò che devi sapere”, per tentare di capire un po’ meglio quanto sta accadendo e cosa ci aspetta nel prossimo futuro.
La partecipazione e’ libera e gratuita, basta collegarsi al link:

Sara’ possibile porre domande ai relatori.


venerdì 18 ottobre 2024

World Energy Outlook 2024

 E' uscito il nuovo World Energy Outlook 2024 della Iea, che prevede per i prossimi 5 anni un oversupply di gas e petrolio e bassi prezzi dell'energia. Una sintesi si può trovare sul portale Qualenergia, al link in calce, oppure andare al link dell’International Energy Agency. Il rapporto è corredato da molti grafici che rendono visivamente immediati molti contenuti.

In sostanza, il mercato mondiale dell'energia sarà influenzato dai conflitti e dagli eventi geopolitici, e da una fornitura relativamente abbondante di combustibili e nuove tecnologie. In tutti gli scenari studiati, la crescita della domanda globale di energia rallenta, grazie alla migliore efficienza, all'elettrificazione, e alla realizzazione di impianti ad energia rinnovabile.

La domanda globale di combustibili fossili raggiungerà un picco prima del 2030, e in seguito è destinata a diminuire. La crescita della domanda sarà coperta dalle fonti rinnovabili.

Gli scenari sono comunque molto diversi fra aree del mondo e Paesi diversi, in relazione ai differenti gradi di sviluppo dell'economia locale. La quota degli investimenti in energie rinnovabili nei mercati emergenti eccetto la Cina rimane ferma al 15%; queste economie rappresentano un terzo del Pil globale (GDP).

L'incremento del contributo delle rinnovabili è destinato a modificare la situazione a cui siamo abituati, come si vede anche dal grafico: entro il 2030 le rinnovabili  forniranno più della metà dell’elettricità mondiale, mentre le fonti fossili e il nucleare sono in calo o tendono alla stabilità. Il grafico presenta i valori in termini di generazione di elettricità in migliaia di Terawattora.

Per quanto riguarda le emissioni di CO2, lo scenario in aumento prevede un picco a breve termine, ma tale da portare la temperatura globale media al di sopra degli obiettivi di Parigi con un aumento probabile di +2,4°C entro la fine del secolo.

 Nel complesso, un quadro in chiaroscuro dell'evolversi della situazione, con andamenti molto diversi nelle varie aree del mondo, e prospettive di decarbonizzazione difficili, ma non impossibili. Come abbiamo sottolineato più volte, questi e i prossimi anni futuri costituiscono un periodo decisivo nel tentativo di risolvere il problema dell'inquinamento globale e del conseguente cambiamento climatico.




 Il link con l'analisi di Qualenergia è il seguente:

 https://www.qualenergia.it/articoli/picco-fossili-entro-2030-ma-verso-forte-aumento-riscaldamento/

Il link con Il WEO dell'IEA è  il seguente:

https://www.iea.org/reports/world-energy-outlook-2024



giovedì 19 settembre 2024

E’ successo di nuovo

 E’ successo di nuovo. A distanza di poco più di un anno dalle due alluvioni di maggio 2023, il territorio della Romagna e alcune zone del bolognese sono colpite da un evento climatico intenso che riporta il danno sopra al danno precedente, con precipitazioni e inondazioni devastanti. Migliaia gli sfollati, ansia e apprensione, ma soprattutto, la frase detta in un’intervista televisiva da un cittadino: “questa non è più vita”. Se dobbiamo aspettarci un’alluvione ogni volta che piove, davvero la fatica di restare sospesi all’imponderabile diventa improba. Solidarietà assoluta a coloro che vivono quest’incubo.


Si dice che l’Italia ha un territorio fragile, ed è così, ma è altrettanto vero che quel territorio è stato costruito, asfaltato, alterati i corsi dei fiumi e imbrigliati con alti argini, prosciugato (un tempo gran parte della Romagna era zona di paludi), cementificato (e in Emilia Romagna non c’è più bisogno dell’ennesimo polo logistico, o dell’ennesimo centro commerciale). Ora il territorio reagisce, esattamente come reagisce il clima ai nuovi parametri che includono un considerevole aumento della temperatura media globale. Territorio e clima seguono i percorsi dettati dalle leggi della Natura sulla base dei nuovi parametri che noi abbiamo alterato, e non c’è nulla che possiamo fare per modificare gli eventi se non intervenendo sui parametri stessi tentando di riportarli a valori compatibili con quelli naturali. Per il resto, dobbiamo adattarci. 


Uno di questi parametri è ovviamente la temperatura media globale, che si sta avvicinando sempre più all’incremento previsto dall’Accordo di Parigi di +1,5°C, nello scenario migliore, e di +2°C in quello peggiore ma considerato accettabile. Se il riscaldamento globale continua (ed è esattamente ciò che farà), la situazione è destinata a peggiorare, anche assumendo di rispettare l’Accordo di Parigi. Per via della maggiore quantità di calore trattenuta, maggiore è l’energia a disposizione per fenomeni meteorologici sempre più estremi. Fra qualche anno, le estati calde, la siccità o le precipitazioni, saranno ancora più intense. Ci ricorderemo le precedenti come accettabili.

Purtroppo, l’attenzione al territorio e la risposta alla crisi climatica sono sempre in difficoltà nelle agende dei governi, locali e nazionali, più attenti al tradizionale PIL e ai grandi poteri economici. 


Riporto di seguito una parte del comunicato relativo al documento di Legambiente “Rapporto città-clima” del 27 novembre 2023, solo pochi mesi fa. Ciò che sta accadendo in queste ore lo rende ancora più attuale.


“Italia gigante dai piedi d’argilla sempre più soggetto ad alluvioni e piogge intense. In 14 anni di monitoraggio registrati dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente  684 allagamenti e 86 frane da piogge intense, 166 le esondazioni fluviali.

In questi anni Sicilia, Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna le regioni più colpite dagli allagamenti. Tra le grandi città Roma, Agrigento, Palermo, Genova e Napoli. 

In compenso il Governo Meloni dimezza le risorse destinate a contrastare ildissesto idrogeologico, da 2,49 miliardi a 1,203 miliardi, in un Paese dove si sono spesi in media oltre 1,25 miliardi/anno  per la gestione delle emergenze. 

Legambiente: “Urgente definire una nuova governance che abbia una visione più ampia di conoscenza, pianificazione e controllo del territorio. Quattro le priorità da cui ripartire: serve approvare il PNAC,  una legge contro il consumo di suolo, superare la logica dell’emergenza agendo invece sulla prevenzione, definire una regia unica da parte delle Autorità di bacino distrettuale che preveda anche una maggiore collaborazione tra enti”. 

 L’Italia è sempre più soggetta ad alluvioni e piogge intense, e sempre più fragile e impreparata di fronte alla crisi climatica.  È quanto emerge dal “Rapporto Città Clima 2023 Speciale Alluvioni” realizzato da Legambiente, con il contributo del Gruppo Unipol,che quest’anno dedica uno speciale proprio al tema alluvioni denunciando anche i tagli che ci sono stati alle risorse destinate alla prevenzione del dissesto idrogeologico. I numeri parlano da soli: negli ultimi 14 anni-dal 2010 al 31 ottobre 2023 – sono stati registrati dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente ben 684 allagamenti da piogge intense, 166 esondazioni fluviali e 86 frane sempre dovute a piogge intense, che rappresentano il 49,1% degli eventi totali registrati. In questi 14 anni, le regioni più colpite per allagamenti da piogge intense sono state: la Sicilia, con 86 casi, seguita da Lazio (72), Lombardia (66), Emilia-Romagna (59), Campania e Puglia (entrambe con 49 eventi), Toscana (48). Per le esondazioni fluviali al primo posto la Lombardia con 30 casi, seguita dall’Emilia-Romagna con 25 e dalla Sicilia con 18 eventi. Va segnalato anche il numero di frane da piogge intense che hanno provocato danni in particolare in Lombardia (12), Liguria (11), Calabria e Sicilia (entrambe con 9 eventi). Ad andare in sofferenza sono soprattutto le grandi città: in primis Roma, dove si sono verificati 49 allagamenti da piogge intense, Bari con 21, Agrigento, con 15, Palermo con 12, Ancona, Genova e Napoli con 10 casi. Per le esondazioni fluviali spicca Milano, con almeno 20 esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro in questi anni, di cui l’ultima a fine ottobre; seguono Sciacca (AG) con 4, Genova e Senigallia (AN) con 3.  

Numeri preoccupanti se si pensa che l’Italia è un gigante dai piedi d’argilla e ad elevato rischio idrogeologico con 1,3 milioni di persone che vivono in aree definite a elevato rischio di frane e smottamenti e oltre 6,8 milioni di persone sono a rischio medio o alto di alluvione (dati Ispra). Dal punto di vista economico, ricorda Legambiente, il Paese ha speso dal 2013 al 2023, oltre 13,8 miliardi di euro in fondi per la gestione delle emergenze meteo-climatiche (dati Protezione civile). Eppure, nonostante tutto ciò, il Governo Meloni nel rimodulare il PNRR ha scelto di dimezzare le somme destinate a contrastare ildissesto idrogeologico,passate a livello nazionale da 2,49 miliardi a 1,203 miliardi, in un Paese dove si sono spesi in media oltre 1,25 miliardi/anno per la gestione delle emergenze, mentre dal 1999 al 2022, per la prevenzione del rischio, sono stati ultimati 7.993 lavori per un importo medio di 0,186 miliardi/anno (fonte Rendis- Ispra). 

Secondo Legambiente a pesare in questi anni in Italia l’assenza di una governance con una visione più ampia capace di tener insieme conoscenza, pianificazione e controllo del territorio. Per questo oggi l’associazione ambientalista, in occasione del lancio del suo report e a pochi giorni dell’apertura della COP28 sul clima a Dubai e del suo XII congresso nazionale dal titolo “L’Italia in cantiere” in programma a Roma l’1, 2 e 3 dicembre e incentrato su crisi climatica e transizione ecologica, ricorda quelli che devono essere i due pilastri cardine della buona gestione del territorio: ossia la convivenza con il rischio, che si attua con la giusta attenzione ai piani di emergenza comunali, all’informazione e formazione dei cittadini e la consapevolezza che un territorio come quello italiano non ha bisogno di essere ulteriormente ingessato, cementificato, impermeabilizzato, ma dell’esatto opposto, ovvero dell’adattamento. Al Governo Meloni lancia un appello affinché in tempi rapidi definisca una nuova governance del territorio, che riveda le politiche territoriali tenendo conto di quattro priorità su cui non sono ammessi più ritardi: 1) Occorre approvarein via definitiva ilPiano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climaticie individuare le linee di finanziamento stanziando adeguate risorse economiche (a oggi assenti) per attuare il Piano. 2) Approvare la legge sullo stop al consumo di suolo che il Paese aspetta da 11 anni. Occorre, poi, far rispettare il divieto di edificazione nelle aree a rischio idrogeologico e i vincoli già presenti, riaprire i fossi e i fiumi tombati nel passato, recuperare la permeabilità del suolo attraverso la diffusione di Sistemi di drenaggio sostenibile (SUDS) che sostituiscano l’asfalto e il cemento. 3) Superare la logica dell’emergenza e degli interventi invasivi e non risolutivi. 4) Costituire una regia unica, da parte delle Autorità di bacino distrettuale, attualmente marginalizzate, per costruire protocolli di raccolta dati e modelli logico/previsionali che permettano di conoscere la tendenza delle precipitazioni e i loro impatti sul territorio, e rafforzare la collaborazione tra gli Enti in modo da avere priorità di intervento e vincoli di tutela coerenti tra i diversi livelli, con l’obiettivo anche di fornire un quadro costantemente aggiornato dei progetti e dei cantieri in corso.” 


https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/rapporto-citta-clima-speciale-alluvioni/




martedì 3 settembre 2024

sabato 3 agosto 2024

Eolico e solare in Cina superano il carbone

La situazione dell’energia in Cina è più complessa di come appaia, e non è utile al dibattito semplificarla richiamando soltanto il grande consumo energetico - e le grandi emissioni - che il Paese più popoloso del mondo fa.

In questo post segnalo un articolo di Qualenergia con i dati recenti della potenza cumulativa installata nel Paese asiatico. 

Nell’articolo si legge: “Per la prima volta a giugno di quest’anno, in Cina la potenza combinata di eolico e solare ha superato quella da carbone, stando agli ultimi dati della National Energy Administration (Nea) del Paese.” Si tratta di una buona notizia. Certo, la potenza non equivale all’energia prodotta, che per le fonti rinnovabili è inferiore alle fonti fossili, ma si tratta comunque di un dato interessante che mostra che la Cina è impegnata da anni sul fronte delle fonti pulite ed è capace di ottenere risultati apprezzabili.

L’articolo, con grafici molto chiari, si trova al seguente link:


https://www.qualenergia.it/articoli/cina-potenza-fotovoltaica-eolica-supera-centrali-carbone/




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