domenica 30 giugno 2024

Perché il professor Franco Prodi sbaglia

 Vorrei smontare in blocco l’intervista a Franco Prodi, fisico del clima, pubblicata oggi sul Corriere della Sera; non occorre farlo punto per punto poichè la fallacia risiede nel legame logico che sta alla base del suo ragionamento, o meglio, nella sua assenza.


In sostanza, Prodi sostiene che a fronte del cambiamento climatico in atto, che lui afferma di non negare, non ci sono prove certe che sia causato dalle attività umane, non in misura sufficiente almeno, e dunque i tentativi di ridurre fino ad azzerare le emissioni di CO2 (e di altri gas ad effetto-serra) sono inutili, anzi “una bufala pazzesca”. Il riferimento è al Green Deal europeo in particolare.

Dunque, come lo stesso Prodi saprà - ma questa parte manca nell’intervista - la composizione dell’intera atmosfera terrestre è stata modificata negli ultimi due secoli dalle continue emissioni di anidride carbonica e di altri gas (come il metano) derivanti dall’uso di combustibili fossili tanto che è cambiata la concentrazione dei medesimi: la CO2 in particolare è passata da 280 parti per milione circa ad oltre 410 ppm. Perchè ci interessa la “concentrazione”? Perché si tratta di un’alterazione di TUTTA l’atmosfera terrestre, ovunque ci si trovi, anche lontano dai centri di emissione, anche ai poli. Il valore ci parla dell’aria nuova che tutti quanti respiriamo da quando abbiamo iniziato ad inquinare in modo e in misura talmente estesi da affliggere l’intero globo. L’atmosfera non è più quella che respirava non solo Giulio Cesare (che lui cita) ma mia nonna, nata nel 1891. 

A questo punto occorre spiegare cosa fanno di specifico questi gas nell’aria: molte cose, fra le quali, trattengono il calore. Di nuovo, e come saprà certamente, la CO2, il metano, ed altri composti, hanno la proprietà di riscaldarsi a lungo, trattenendo energia. Pertanto, la “nuova” aria che abbiamo creato per la Terra, dove viviamo, è capace di riscaldarsi di più di quanto faceva in passato, e il bilancio energetico fra il calore entrante e il calore uscente, cioè riflesso nello spazio, è cambiato. Da qui, in estrema sintesi, il fenomeno del “riscaldamento globale”. A questo punto, essendo l’energia, o il calore che è lo stesso, un parametro fondamentale del sistema climatico, si ha che il clima viene alterato, e lo sforzo dell’IPCC consiste nel cercare di modellizzare gli scenari futuri allo scopo di prepararci. Tali modelli, che si fanno da almeno tre decenni e finora hanno previsto correttamente, forniscono scenari allarmanti.

Di nuovo, Prodi sostiene che non si può avere la certezza poiché il clima è un sistema complesso; infatti, è per questo che si fanno i modelli, perché non arriverà mai una relazione che leghi i numerosi parametri di un sistema complesso. Esiste una branca della Fisica che studia i sistemi complessi, che apre nuove strade allo studio di questi affascinanti sistemi, ma forse non è il caso di attendere troppo gli sviluppi fino al raggiungimento della certezza per non finire bolliti nell’attesa. Per inciso, il periodo caldo medioevale, o quello romano, erano molto meno anomali del clima di oggi.


Ciò che manca nel ragionamento di Franco Prodi è il legame razionale fra le caratteristiche di alcuni composti aeriformi, con il loro potere riscaldante, le enormi quantità emesse e ovviamente rimaste in atmosfera, e il calore in eccesso che porta al cambiamento climatico. Insomma, manca il filo logico principale.

Non si capisce infine a cosa si riferisca con “accordi per la salvaguardia” in riferimento al problema in questione, visto che l’aria del pianeta è proprio ciò che vorremmo salvaguardare, e chi siano gli “scienziati veri”, visto che anche gli altri che sostengono l’opposto di quanto sostiene lui sono fisici e conoscono il tema.


Sul piano politico, è molto grave che ancora ci sia qualcuno che insiste a tirare il freno a mano, ponendo in forse la risoluzione di un problema certamente difficile ma che, oltre a riguardare l’intero pianeta, concerne in particolare le nuove generazioni, e i loro figli, e i figli dei loro figli. Chiedo perdono, ma a costo di risultare scortese faccio notare che il professore Franco Prodi, secondo quanto si legge su Internet, ha 83 anni, dunque da oltre un decennio è in pensione e non si occupa ufficialmente di ricerca scientifica. Quando le nuove generazioni dovranno affrontare un problema che diventerà sempre più grave col passare del tempo toccherà esclusivamente a loro, e Prodi (a cui auguro lunghissima vita) molto probabilmente non ci sarà più. Suggerirei educatamente più cautela nel prendere posizioni di così grande responsabilità su problemi che colpiranno altri.


L’intervista si trova qui:


https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/24_giugno_30/cambiamento-climatico-il-fisico-franco-prodi-la-grande-bufala-delle-emissioni-zero-non-ci-salvera-00c5934c-e3c8-46aa-ab71-f25c5b4b3xlk.shtml





domenica 9 giugno 2024

Earthrise

 La Terra come non l’avevamo mai vista. Una delle immagini più iconiche del nostro tempo: la Terra che sorge vista dalla Luna.

Questa foto, insieme ad altre scattate durante le missioni spaziali negli anni ‘60 e ‘70, sono entrate nell’immaginario collettivo, determinando una svolta cruciale nello sviluppo del pensiero umano e della concezione del nostro posto nell’Universo. Le immagini sono potenti, si sa, più delle parole: un conto è studiare sui libri che la Terra è un globo sospeso nello spazio perché lo hanno detto gli scienziati, un conto è vederlo con i propri occhi. 

Un unico ambiente isolato nello spazio immenso. Queste immagini hanno impresso una svolta anche nella concezione dell’ambientalismo prevalente fino a quel momento: dal tema fondante conservazionista, comune allora alle (poche) realtà impegnate nella tutela ambientale, alla presa di coscienza collettiva che si tratta di ben più di questo, del mantenimento del nostro unico mondo in condizioni adatte ad ospitarci. Da concetto di nicchia, seppure importante, a responsabilità collettiva e imprescindibile.


Le conseguenze culturali di immagini come questa sono state pregnanti. Il concetto stesso di “bellezza” è uscito per la prima volta dagli ambiti terrestri locali, e si è esteso all’intero pianeta. Possiamo qualificare “bella”, o “bellissima”, la visione della Terra dallo spazio, abbracciandola tutta, estendendo per un momento il nostro sguardo dal nostro quotidiano all’extra-ordinario, allargando l’orizzonte fino al buio dello spazio, al freddo dello spazio, all’infinita’ dello spazio, avvertendo “a pelle” che solo laggiu’, nell’azzurro, nell’acqua, nella terra, nell’aria, possiamo vivere bene.


Grazie, e buon viaggio William Anders.






(Credits: NASA)

venerdì 17 maggio 2024

Buone notizie (ma va mantenuta la rotta)

 Non si tratta di una sfida facile, ma notizie positive stanno arrivando: secondo i dati riportati dagli Stati membri dell’Unione Europea nell’aprile 2024, le emissioni inquinanti e climalteranti sono calate del -15,5%  paragonate all’anno precedente, facendo sperare realisticamente che l’obiettivo (vincolante) della riduzione di -55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990 sia alla portata. 

La diminuzione è stata causata principalmente dai settori della generazione di elettricità e dall’industria, che hanno registrato un minor contenuto di carbonio come effetto delle loro attività. La crescita delle fonti rinnovabili è stata dovuta principalmente ad un aumento di fattorie eoliche con buon +17 GW, e di +56 GW di pannelli solari aggiuntivi.

La Commissione immagina quindi di portare l’Unione ad una riduzione dell’88% al 2040, in linea con l’obiettivo di zero emissioni nette al 2050. 

Mantenere questo obiettivo e riuscire a raggiungerlo sarebbe una delle più grandi imprese dell’UE, e probabilmente della Storia che, senza eccessi ma consapevolmente, andrebbe riscritta sostituendo la sequenza di battaglie che si impara sui libri con la sequenza dei traguardi raggiunti dal pensiero e dalle attività umane. L’idea, paventata da molti, che il processo possa essere gravoso se sostenuto nel mondo solo dall’Europa va ribaltata: l’Europa può fare da guida in un percorso che riguarda tutti, vista la sua posizione di potenza economica. 


Nello specifico, anche il meccanismo Ets sta funzionando, dopo alti e bassi attraversati da quando è stato lanciato nel 2005. Le emissioni sotto il cap and trade sono ora del 47% al di sotto dei livelli del 2005, e sulla strada giusta per raggiungere il target di una diminuzione del -62% al 2030 - necessaria nel quadro del “Fit for 55”. Il rafforzamento del sistema, e la sua estensione ai trasporti marittimi, possono rendere sempre più efficace il mercato del carbonio, conveniente la riduzione delle emissioni sul piano dei costi, e contribuire efficacemente alla decarbonizzazione dell’economia.

Le riduzioni principali in questo ambito hanno riguardato il settore della produzione di energia, dove soltanto la produzione elettrica ha fatto registrare un calo delle emissioni di ben -24% in un anno, e il settore delle industrie energivore, con -7%. Purtroppo, continuano a crescere le emissioni nel trasporto aereo, con +10%.


Il parere di chi scrive è che gli obiettivi saranno raggiunti se si continuerà con un impegno concreto e se saremo capaci di fare comunità, cioè di avere obiettivi comuni e “sentiti” da tutti, e di prendere provvedimenti comuni adeguati, come lo è il Next Generation EU. La transizione ecologica è una via eccezionale per l’innovazione tecnologica in ogni ambito, e se sapremo gestirla al meglio, un’occasione eccezionale di miglioramento, non certo di regresso. Politicamente, questo significa rafforzare l’Unione, non indebolirla come alcune forze politiche propongono - e le prossime elezioni del Parlamento europeo sono un’occasione formidabile per i cittadini per indicare la strada.


Le informazioni e i dati provengono dai siti comunitari 


https://climate.ec.europa.eu/


e dal numero di Aprile della rivista The Economist.





venerdì 19 aprile 2024

Tutte le stagioni in una settimana. E dovremo abituarci.

 Il cambiamento climatico presenta ormai con evidenza empirica praticamente tutte le caratteristiche previste da anni dai modelli climatici scientifici: il riscaldamento globale medio, l’estremizzazione dei fenomeni meteorologici, la variabilità notevole e rapida.






“In Emilia-Romagna, come in altre regioni d’Italia e d’Europa, l’inverno meteorologico 2024, che copre il periodo da dicembre 2023 a febbraio 2024, è stato il più caldo dal 1961”, si legge sul sito di Arpa Emilia-Romagna. L’andamento in crescita emerge dal grafico che rappresenta la serie delle temperature medie regionali dal 1961 al 2024, riferite ai mesi invernali di dicembre, gennaio, febbraio. Nel grafico, le linee orizzontali gialla e rosa rappresentano la media del periodo che va dal 1961 al 1990 e dal 1991 al 

2020. Si nota che la temperatura media regionale ha raggiunto 6,6 °C, superando di +2,7 °C la media del trentennio 1991-2020, e di ben +3,7°C la media del periodo precedente, dal 1961 al 1990. Quando si leggono dati di questo tipo occorre fare attenzione al periodo rispetto al quale è riferito lo scarto, dato che un periodo recente, come gli ultimi trent’anni, è già esso stesso alterato dal riscaldamento globale.

Ma le alterazioni vanno oltre il calore, e sono percepibili direttamente. In Emilia-Romagna il clima locale è passato dall’estate all’inverno nel giro di quattro giorni di aprile: la temperatura nel primo pomeriggio di domenica 15 aprile a Bologna era di 29°C, lo stesso termometro nel primo pomeriggio di giovedì 18 aprile segnava 9°C. Dalla condizione di sole e caldo si è passati in quattro giorni al pieno inverno, confermato dalla neve in Appennino: 15 cm sui crinali, a Frassinoro, sul Cimone, etc.

Il ciclo dell’acqua ne risente, e siamo già in uno stato di siccità ricorrente dovuta sostanzialmente al fatto che d’inverno non nevica come un tempo era normale, mentre si rischiano forti piogge concentrate in tempi limitati.  Speriamo infatti che non succeda di nuovo il “fenomeno estremo” che lo scorso anno in maggio ha portato ad un’alluvione devastante.

Gli ecosistemi di certo non traggono vantaggio da una simile situazione, mentre le loro capacità di adattamento richiedono tempi lunghi, l’unica cosa che non abbiamo. I tempi sono estremamente ristretti ed ogni raffronto con i cambiamenti che le ere geologiche hanno comportato non ha alcun senso.

Questo in estrema sintesi, invitando a navigare sui siti dedicati per evitare di cadere nel tranello della sciocchezza del cambiamento climatico “ideologico” che circola sul web. Per parte di questo blog, una sintetica esposizione dei dati continuerà ad essere fatta periodicamente per non perdere di vista l’obiettivo imprescindibile del contenimento entro limiti accettabili di un cambiamento climatico che continua ad essere molto preoccupante.



Il sito di ArpaE da cui è tratto il grafico:


https://www.arpae.it/it/notizie/inverno-2024-emilia-romagna-record








venerdì 29 marzo 2024

L’approvvigionamento energetico dopo l’attacco russo all’Ucraina

 In un contesto conflittuale e di grave pericolo nei rapporti fra la Russia e l’Occidente quale quello che stiamo vivendo ormai da tempo, i temi della difesa comune dell’Unione Europea e dell’approvvigionamento energetico sono centrali, ed almeno il secondo è allo stesso livello del primo, anche se se ne parla assai di meno. La dipendenza dell’Unione e in particolare dell’Italia dalle risorse energetiche russe raggiungeva livelli incredibili (si importava il 40% del gas) prima dell’aggressione all’Ucraina e capaci di mettere seriamente in difficoltà il sistema economico in caso di ostacoli, e da molto tempo evidenziavano la necessità (ora diventata impellente) di diversificare le fonti e i Paesi di provenienza di alcune di esse. Diversificare le fonti, in particolare aumentando la quota di rinnovabili e incrementando l’efficienza, è l’unico modo che ha un territorio che, come il nostro, possiede solo quantità marginali di fonti fossili tradizionali, e non può essere che una scelta positiva, anche a prescindere dal minor impatto ambientale. 

Ora lo stiamo facendo, e in tempi stretti come mai prima d’ora. 


Al livello europeo,  come si legge sul sito del Consiglio Europeo, “La percentuale di gas russo da gasdotto nelle importazioni dell'UE è scesa da oltre il 40% nel 2021 all'8% circa nel 2023. Per quanto riguarda il gas da gasdotto e il GNL combinati, la Russia ha rappresentato meno del 15% delle importazioni totali di gas dell'UE. La riduzione è stata possibile soprattutto grazie a un forte aumento delle importazioni di GNL e a una riduzione generale del consumo di gas nell'UE.”

Dunque, in meno di due anni, l’UE ha ridotto moltissimo l’importazione di gas naturale dalla Russia, aumentando le importazioni via nave di GNL e riducendo il consumo. Dal che, emerge con evidenza che si può ridurre i consumi.

Dall’infografica interattiva alla pagina indicata al link in calce, si rileva che le maggiori variazioni che hanno consentito questo risultato sono l’incremento delle importazioni dagli Stati Uniti e proprio la riduzione dei consumi complessivi. In particolare, si legge anche che nel giro di un anno da agosto 2022 e gennaio 2023 i paesi dell'UE hanno ridotto collettivamente la quantità di gas naturale consumato nell'UE del 19%, vale a dire di 41,5 miliardi di metri cubi, con percentuali diverse nei vari Paesi.

La sicurezza dell’approvvigionamento e l’autonomia energetica, per quanto possibile, sono fondamentali, e ancor più, decisive nel ruolo e nella collocazione geopolitica internazionale dell’Europa, tanto quanto la famosa difesa comune che è arrivato il momento di porre in essere al più presto.


L’Italia ha applicato le indicazioni europee con un Piano di contenimento dei consumi che, insieme agli effetti degli alti costi energetici,  ha raggiunto l’obiettivo di ridurre i consumi di gas nello stesso anno di oltre il 18%, dunque in linea con la media UE. Siamo inoltre il secondo Paese dell’Unione per stoccaggio di gas (il primo è la Germania) prima dell’inverno appena trascorso, e abbiamo registrato un notevole incremento delle installazioni di fonti rinnovabili - senza i sussidi pubblici. Probabilmente, a guidare il tutto è stata più la dinamica dei prezzi che le indicazioni politiche, ma la situazione appare in evoluzione. Inoltre, abbiamo aumentato le importazioni da Paesi diversi e ridotto notevolmente quelle dalla Russia - che però non sono state azzerate. Algeria, Azerbaijan, Norvegia, Libia e Russia, che contribuisce per meno di un decimo di quanto faceva prima.

Evitare di dipendere fortemente da un solo Paese, e cercare di ridurre le necessità complessive di gas, sono linee guida indispensabili in questa fase. Anche questo aspetto va a beneficio della sicurezza energetica, che si trova alla base della sicurezza di un Paese.

Quanto prima l’Unione si doterà davvero di una politica energetica comune e di una difesa comune, tanto prima raggiungeremo gli obiettivi legati al ruolo internazionale e al benessere della cittadinanza che ci siamo dati.


Il link indicato nell’articolo:


https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/eu-gas-supply/





giovedì 14 marzo 2024

Politiche eco e mondi da salvare

 Sostiene Antonio Guterres (Segretario dell’ONU) durante l’intervista di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa che “abbiamo bisogno di solidarietà internazionale seria per mettere insieme le risorse e le capacità di tutti, perché è un problema di vita o di morte per noi e per il Pianeta; noi saremo in prima linea come Nazioni Unite in questa battaglia”, in riferimento alla crisi climatica che l’intero pianeta sta attraversando.

Va dato atto a Guterres di essersi espresso più volte in modo molto netto sul tema pesante del cambiamento climatico e come farvi fronte, in un contesto globale in cui, invece, il risiko delle grandi potenze sembra prevalere irresponsabilmente e come se non ci fossero sul tavolo problemi talmente grandi da avere la capacità di portare tutti noi, grandi potenze incluse, dritti nel baratro. I sistemi naturali sono in tali condizioni da portare l’umanità fuori dai percorsi consolidati verso territori in gran parte sconosciuti e per la parte restante preoccupanti se non interveniamo in breve tempo a modificare la rotta. In questo contesto, i contendenti nelle varie guerre che infestano il pianeta sono l’immagine dell’irresponsabilità, se non la personificazione dell’istinto di thanatos che dalla psiche esce e si fa arma per uccidere tutti quanti il più in fretta possibile. Nessuno di costoro mostra di aver capito che esiste un problema più grande per risolvere il quale dovremmo unirci e agire in modo coerente. E l’ONU non sembra in grado di farglielo capire.


Va dato atto anche all’Unione Europea di perseverare nella propria linea ambientalista (che è una bella parola, molto concreta e assai poco “ideologica”) come mostra la recente approvazione da parte del Parlamento della Direttiva sull’Efficienza Energetica degli Edifici, da tutti ribattezzata Direttiva sulle “case green”. Per la cronaca, e riguardo i partiti italiani, hanno votato contro: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Azione, mentre hanno votato a favore: Partito Democratico, Movimento5stelle, Verdi e Sinistra, Italia Viva. 

Se ne parla da anni, anzi da decenni, della necessità di intervenire per risparmiare energia nei settori di consumo anziché produrla, e l’efficienza energetica è la strada più lineare e incontestabile. Gli edifici datati, per come sono stati costruiti, richiedono molta energia per riscaldare, per raffrescare o per illuminare, mentre sono sul mercato tecnologie che consentono risparmi notevoli efficientando l’edificio, fino a renderlo “quasi zero” vale a dire con consumi bassissimi e impatti ambientali altrettanto bassi, con considerevoli risparmi in bolletta. Si parla da anni di iniziare dagli edifici pubblici, e dalle scuole, palestra dell’incoerenza sociale nel momento in cui insegni agli studenti come risparmiare energia o fare la raccolta differenziata dentro aule fredde piene di spifferi dalle finestre monovetro con termosifoni al massimo e cappotti sulle spalle. Chi le ha costruite, con quali denari, e aggiungerei con quali architetti?

I partiti contrari dicono che non si trovano i soldi per simili interventi, ma sono gli stessi che intendono trovare i soldi per ponti giganti inutili, per condonare le imposte agli evasori, per piste olimpioniche che diventeranno cattedrali nel deserto - dopo naturalmente aver abbattuto un bosco di larici secolari.

Dunque l’Europa mantiene il ruolo di guida a livello mondiale sui temi ambientali, ruolo che ha da anni, e che può essere un grande beneficio sociale e politico se ben sfruttato. Non si tratta di porre in essere decisioni che ostacolino la nostra economia, che sarebbe un errore grave, si tratta di incidere sull’economia mondiale, orientandone la forma e i contenuti.  Essere i primi in qualcosa che avverrà dovunque. L’Europa nell’ambito economico è una potenza mondiale e può esercitare la sua influenza sul piano globale. 


“Non siamo riusciti a far sì che la gente comune abbia l’esperienza concreta dei benefici della transizione” sostiene la Ministra Teresa Ribera del governo Sanchez, in una recente intervista sul Corriere della Sera. Credo che in larga misura sia vero. Perché, oltre ai benefici ambientali, sempre indiretti nella percezione del cittadino, la transizione ecologica può portare notevoli benefici economici, occupazionali, sociali legati allo sviluppo sostenibile. Si tratta di un salto in avanti, non indietro, che è invece la direzione in cui ci porterebbe il mantenimento dello status quo. Questo aspetto è sempre in secondo piano, e forse è anche colpa nostra, degli ambientalisti, non aver saputo comunicare efficacemente la positività legata a questo cruciale passaggio. La cultura di base ha un ruolo, accanto alla sensibilità di ciascuno, determinante nel costruire percorsi fatti di idee e proposte orientate allo sviluppo sostenibile. “Conoscere il tuo pianeta è un passo verso il proteggerlo” sosteneva il grande oceanografo Jacques Cousteau, e spesso manca proprio il primo passo, una cultura ecologica di base per iniziare un cammino che porti sulla via della sostenibilità.








venerdì 9 febbraio 2024

UE: eolico supera il gas nella produzione elettrica

 L’anno appena trascorso ha visto il raggiungimento ed il superamento di una serie di valori-soglia importanti nei Paesi dell’Unione Europea ben descritti nell’articolo di Qualenergia “Eolico batte gas, carbone ai minimi storici: l’elettricità dell’UE nel 2023” (in calce), che cita a sua volta un rapporto di Ember, organismo indipendente di studio sulle politiche energetiche che abbiamo già incontrato più volte, dal titolo “European Electricity Review 2024”.

Dice l’articolo che le fonti energetiche fossili per la prima volta sono calate fino a contribuire per meno di un terzo della produzione complessiva di elettricità, che l’eolico ha superato il gas generando 475 TWh contro 452 TWh, registrando un’aumento di 55 TWh, che eolico e fotovoltaico insieme hanno contribuito per oltre un quarto, precisamente per il 27%, alla generazione complessiva, e che tutte le rinnovabili insieme hanno superato il 40% della produzione totale arrivando al 44%. Da notare che si tratta di valori di produzione di energia elettrica, e non di potenza installata, quindi confrontabili direttamente con la generazione da fonte fossile.

Questi dati vanno affiancati ad un calo della domanda di quasi 2.700 TWh, corrispondenti a -3,4% rispetto al 2022.


Nello specifico, la produzione di energia da carbone ha raggiunto il minimo storico di 333 TWh, con un crollo nel giro di un anno di -26%, contribuendo alla generazione complessiva con il 12%. Anche il gas è diminuito, con 452 TWh corrispondenti ad una riduzione di -15% sull’anno precedente, e ad un contributo sul totale del 17%.







Nel grafico, che evidenzia con i colori il fatto nuovo che il vento, ossia una fonte energetica naturale e pulita, ha superato il gas nella generazione elettrica in Europa, si possono notare alcune altre caratteristiche. Innanzitutto, i valori di partenza riferiti all’anno 2000, nettamente diversi e distanti fra le fonti energetiche: bassissimi per vento e sole, intermedi per il gas e l’idroelettrico, elevati per nucleare e carbone. In secondo luogo, gli andamenti nel tempo: oscillante ma sostanzialmente stabile per la fonte rinnovabile storica, l’idroelettrico, calante per il nucleare, fortemente calante per il carbone, mentre il gas oscilla notevolmente nella fascia intermedia, e infine fortemente crescente per solare ed eolico. Questi dati ci dicono che la ormai famosa transizione ecologica è in corso, non si arresta - ricordate i timori di una frenata o di un arretramento ai tempi del lockdown del Covid? - e anzi procede nonostante tutti gli ostacoli, che comunque ci sono, basti pensare alle difficoltà che ci siamo trovati davanti quando abbiamo pensato di allontanarci dalla dipendenza  dalla Russia. Questo è il dato positivo: una volta iniziato il percorso, la via è tracciata, e non si torna indietro.

Il secondo elemento positivo che emerge dai dati è il calo delle emissioni inquinanti e climalteranti: si registra infatti un crollo record delle emissioni di -19%. Non è detto che si tratti di una tendenza stabile anno per anno, ma è molto probabile che si inserisca in una tendenza su un periodo più lungo di diminuzione delle emissioni provenienti dalla generazione elettrica.


Come dice Sarah Brown (Eu Programme Director di Ember, traduco dal sito) “La crisi energetica e l’invasione russa dell’Ucraina non hanno portato ad una rinascita di carbone e gas - anzi, ne siamo lontani. Il carbone sta uscendo dalla produzione, mentre eolico e solare crescono, e il gas è prossimo al declino. Ma non è tempo di compiacersi.” 

Penso che sia tempo di continuare a lavorare per creare un sistema efficiente di produzione energetica libera dalle fonti fossili, e questi dati mostrano che è possibile. 



Il rapporto di Ember si trova al seguente indirizzo:


https://ember-climate.org/insights/research/european-electricity-review-2024/


L’articolo che lo riassume sul sito di Qualenergia:


https://www.qualenergia.it/articoli/eolico-batte-gas-carbone-minimi-storici-elettricita-ue-2023/





giovedì 4 gennaio 2024

Appennino sotto attacco

 La montagna non è al sicuro: stanno cercando di imbrigliarla con funi, pali di cemento, cabinovie, ovvero con un grande progetto di impianti di risalita per sciare fra Emilia e Toscana, una idea certo non nuova per lo “sviluppo” della zona con il turismo basato sulla neve. Se poi la neve non c’è, il medesimo “sviluppo” non si fa vergogna di spararla eventualmente con i cannoni, facendo ricorso ad abbondanti consumi di energia e di acqua - che c’è sempre meno - per far girare l’economia guadagnando denaro invece di preservare l’energia e la risorsa idrica per scopi più utili, e fare girare l’economia in altro modo.

Su basi come queste si governano i territori, vale a dire senza vedere oltre la punta del proprio naso, senza considerare anni di riflessioni sui modelli di sviluppo alternativi - con cui troppo spesso è sufficiente riempire i discorsi preelettorali - e senza valutare nemmeno il cosiddetto adattamento al cambiamento climatico, parte fondante della strategia delle Nazioni Unite in risposta al maggiore problema che ci troviamo ad affrontare a livello planetario. I climatologi, dal canto loro, ci informano che la neve che comunque verra’ sara’ piu’ probabile nei mesi di gennaio e febbraio, cioè lontano dal periodo delle festività, e del turismo, natalizie.


L’Appennino in questione è il crinale fra Emilia Romagna e Toscana, nella zona del Corno alle Scale, un’area che possiede già impianti per lo sci, ma che soffre ogni inverno sempre più del riscaldamento globale che riduce fino ad azzerare la presenza di neve. Il rischio concreto è di costruire una cattedrale nel deserto (magari a perenne monito dell’ottusità) spendendo cifre importanti.

La vicenda nasce nel 2016, all’epoca del Governo Renzi, quando un accordo di programma fra Governo, Regione Emilia-Romagna e Regione Toscana, guidate rispettivamente da Stefano Bonaccini, tuttora in carica, e da Enrico Rossi, nel frattempo sostituito da Eugenio Giani eletto nel 2020, viene siglato per “il sostegno e la promozione congiunta degli impianti sciistici della montagna tosco-emiliano-romagnola” (da Greenreport). Lo scopo è potenziare impianti già esistenti e costruirne dei nuovi su entrambi i versanti, toscano ed emiliano romagnolo. Un progetto calato dall’alto, senza alcun legame con i territori. Il costo complessivo ad oggi sarebbe intorno ai 16 milioni di euro, di cui circa 6 milioni a carico dello Stato e 10 milioni a carico della Regione Toscana. La Regione Emilia Romagna mette sul piatto per parte sua oltre 7 milioni di euro per 15 progetti fra cui quelli riguardanti il versante emiliano degli impianti in questione.

Sono passati alcuni anni, ma mentre tutto lasciava pensare che la realizzazione degli impianti fosse ormai un’idea del passato, il 9 marzo dello scorso anno è stato depositato a Pistoia lo Studio di Fattibilità. Dunque, si vuole procedere.


La scelta viene immediatamente criticata e disapprovata da numerose associazioni ambientaliste, e non solo o non strettamente tali, come Legambiente, WWF, Lipu, di cui si leggono le osservazioni all’indirizzo in calce, CAI, di cui un bell’articolo viene altresì linkato in calce, Italia Nostra, Fridays for Future, Touring Club, Spi-CGIL, e altre. Si forma nel 2020 un comitato denominato Un Altro Appennino è Possibile presente sia sul versante emiliano romagnolo sia sul versante toscano. Il comitato ha posto in essere una raccolta fondi per presentare un ricorso al Consiglio di Stato, che ha avuto ottimi risultati: è stata superata la soglia prefissata di 10.000 euro, raggiungendo la cifra di oltre 12.000 euro. 

La domanda a questo punto sorge spontanea: ma a questo si deve arrivare? A fare ricorso? 

Certo, sono numerosissime le opposizioni a progetti di varia natura sul territorio italiano, si formano comitati per ogni cosa, è stata stigmatizzata la tendenza a non volere nulla dove ciascuno vive da un acronimo inglese (NIMBY), ci si oppone un po’ a tutto, rinnovabili comprese. La sensazione, però, è che si arrivi a questo perché la fiducia cieca non è sufficiente. Infatti, proprio in casi come questo che stiamo esaminando le amministrazioni che hanno fatto la proposta avrebbero il dovere - il dovere - di spiegare con chiarezza i benefici, i costi, gli impatti ambientali, e soprattutto le ragioni di una scelta che implica un intervento esteso sul crinale appenninico (zona di grandissima importanza naturalistica) in una fase storica che, salvo oscillazioni statistiche che saranno sempre più contenute, vedrà sparire progressivamente l’innevamento naturale alle quote interessate. Poi faremo la neve con i cannoni? Di quale sviluppo “sostenibile” stanno parlando?


Credo fermamente che non sia possibile individuare una linea semplice da seguire per costruire un tipo di sviluppo concretamente sostenibile, ma che sia necessario di volta in volta approfondire i vari aspetti di un progetto e calibrarne costi e benefici, nel contesto locale, nazionale, e quando necessario sovranazionale. In questo caso, davvero si fatica a comprendere le ragioni di una scelta, che sembra più dettata da ansia di costruzione che da una ponderata analisi. 


La realtà è che il progetto andrebbe fermato, e andrebbero riviste le prospettive di sviluppo della zone interessate, valutando alternative più adatte al nuovo clima e alla necessità di ridurre sempre più e prima che sia tardi le conseguenze sui sistemi naturali delle attività umane. Abbiamo creato noi lo sviluppo che ha cancellato la neve, e ora vogliamo costruire impianti per sciare sulla neve: mettiamoci d’accordo su ciò che vogliamo fare, una volta tanto.


L’articolo su Greenreport: 


https://greenreport.it/news/clima/nuova-funivia-doganaccia-corno-alle-scale-le-osservazioni-di-legambiente-wwf-e-lipu/


L’articolo del CAI:


https://www.loscarpone.cai.it/dettaglio/ha-ancora-senso-nel-2023-realizzare-nuove-funivie/


Il sito del comitato Un Altro Appennino è Possibile:


https://www.unaltroappennino.it



venerdì 8 dicembre 2023

Paradossi e conferenze (mondiali)

 Credevamo di cambiare il mondo, quando l’ONU ha iniziato le Conferenze sui cambiamenti del clima, ma siamo già alla ventottesima Conferenza delle Parti, la famosa Cop 28, e si fatica a notare decisioni davvero efficaci. 

La XXVIII Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici è in corso all’Expo City di Dubai, con la Presidenza degli Emirati Arabi Uniti, e terminerà il 12 dicembre 2023. Le incompetenze dei “grandi” sul tema che devono affrontare sono emerse immediatamente con le parole del Sultan Al Jaber, Presidente della Conferenza e capo della delegazione degli Emirati Arabi, che afferma che con l’eliminazione dei combustibili fossili si ritornerebbe all’era delle caverne. Non è dato sapere se si tratti di semplice ignoranza che porta a dichiarazioni da Bar Sport o di difesa dei propri interessi di produttori di petrolio. Infatti, è proprio del petrolio, che dobbiamo fare a meno.

I primi giorni della Conferenza sono stati caratterizzati anche da un rinnovato dibattito sul nucleare. Una ventina di Paesi, fra cui la Francia, gli Stati Uniti, il Regno Unito, hanno sottoscritto un patto per triplicare entro il 2050 la produzione di energia atomica, dato che la stessa non incide sulle emissioni climalteranti. Va detto subito, però, che il “nucleare pulito” di cui hanno vagheggiato immediatamente i giornali non esiste, e se si triplicherà qualcosa sarà il nucleare tradizionale, ben insediato come è noto proprio in Francia, negli USA e nel Regno Unito. Più difficile sarebbe un ritorno al nucleare dell’Italia, per una serie molto lunga di ragioni, fra cui le caratteristiche del  territorio, l’impegno finanziario richiesto, l’opposizione delle popolazioni locali, e tutte le difficoltà connesse a far tornare qualcosa che non c’è da trent’anni. (Di proposito non cito se non in parentesi il mai risolto problema della sistemazione delle scorie radioattive altrimenti qualcuno che legge e afferma che tale informazione è “ideologica” c’è di sicuro).

Interpellata sul tema, Meloni non chiude, anche se cita la fusione nucleare ovvero tutt’altra cosa, e Picchetto Fratin parla di “small modular reactors”, vale a dire la stessa cosa di un reattore tradizionale ma più piccolo, fino a 300 MW, e modulare, cioè più semplice da costruire e installare. Sarà interessante - se l’ipotesi andrà avanti, cosa che dubito - vedere quale Comune italiano si candiderà ad ospitare il piccolo reattore ma pur sempre reattore. 


Vedremo come finirà la Cop 28 e con quale dichiarazione di intenti, tenendo conto che il tempo è uno dei fattori in gioco. E’ uscito uno studio di cui ci parla la rivista Nature che afferma che siamo vicini ad alcuni “punti di non ritorno” che incombono sullo stato del pianeta Terra, come se manomettendo il telaio si deteriorasse tutta la tela della vita. Si legge inoltre nello studio che sono necessarie azioni incisive a breve termine, dato che in pratica non c’è più tempo. E’ sufficientemente grave? Non si tratta di tesi esposte da estremisti ambientalisti, ma di uno studio scientifico. Se qualcuno non capisce la differenza, è meglio che approfondisca i suoi studi, magari prima di intervenire in tv o sulla carta stampata.


Nel frattempo, sarebbe interessante rilevare il grado di inquinamento prodotto dalle due principali guerre in corso, dove Russi e Ucraini, Israeliani e Palestinesi si ammazzano reciprocamente ogni giorno - oltre ovviamente all’orrore delle violenze. Come se il mondo fosse infinito, nessuno ha capito nulla di ciò che è realmente, della portata planetaria delle distruzioni locali. Per non parlare del denaro speso in armi, in bombe destinate ad esplodere, ammazzare e devastare un territorio.

Il paradosso è che facciamo una Conferenza internazionale per salvare il mondo mentre accettiamo la guerra e la distruzione come mezzo di confronto fra Paesi. 

I richiami alla pace vanno sempre bene, ma in questi casi non servono: l’unico modo per farli smettere sarebbe un intervento delle grandi potenze mondiali, perché di questo si tratta, di confronti fra le grandi potenze. Lì, si gioca la partita, su un terreno ben più vasto della Striscia di Gaza, ed è su quel terreno che potrebbero, se ci fossero leaders di livello adeguato, porre fine al massacro.


PS: una risposta riguardo l’inquinamento prodotto dalle guerre mi arriva da un’articolo pubblicato sull’ultimo numero di Qualenergia, ed in particolare dalla guerra in Ucraina, e la aggiungo qui.  Uno studio valuta in 120 milioni di tonnellate di CO2 le emissioni causate dal conflitto, in modo diretto e indiretto, nei suoi primi dodici mesi, quanto quelle dell’intero Belgio nello stesso periodo.

Federico Butera, “Guerra al clima”, Qualenergia 4, 2023.


L’articolo citato sui punti di non ritorno si trova al seguente link:


“Catastrophic change looms as Earth nears climate “tipping points”, Jeff Tollefson, Nature, 

https://www.nature.com/articles/d41586-023-03849-y







venerdì 10 novembre 2023

Economia, industria, ecologia si incontrano alla Fiera di Rimini

 Per avere un’idea delle potenzialità industriali, economiche, occupazionali, oltre naturalmente a quelle di miglioramento delle condizioni dell’ambiente, della green e circular economy bisogna fare un salto in questi giorni a Rimini, dove ogni anno si tiene la Fiera Ecomondo. 

Dall’energia ai rifiuti, dal ciclo dell’acqua alle tecnologie a basso impatto, dall’agricoltura al recupero del suolo, al monitoraggio ambientale, ai veicoli, all’industria tessile. Tutti coloro che, nel tempo, paventavano un “ritorno alla candela” su suggerimento ambientalista possono farsi un viaggetto al mare per vedere di persona di cosa si tratta. E non da ora: sono ventisei anni, dall’ottobre 1997, che si tiene a Rimini l’appuntamento con l’economia e l’ecologia. Perché le due cose devono andare insieme, economia ed ecologia, apparentemente agli antipodi, sostanzialmente legate nel mondo moderno.


Quest’anno, sono oltre 1.500 espositori, con un incremento del 10% soltanto rispetto allo scorso anno, per 150 mila metri quadrati di spazi espositivi. Una crescita continua dell’industria e dell’economia green, qui ben rappresentata, che non ha visto recessioni in questi anni, nonostante guerre, pandemie, e difficoltà di vario genere. Il programma di quattro giorni ha visto anche decine di convegni e incontri sugli argomenti più disparati, con la partecipazione di esperti e rappresentanti delle istituzioni dal livello locale all’Unione Europea. 

L’edizione 2023 ha visto alcuni focus tematici specifici: stato di implementazione nazionale delle priorità e dei progetti faro PNRR con particolare attenzione alle filiere RAEE, carta-cartone, tessile, plastica; stato di adozione, a livello europeo ed internazionale, dell’economia circolare in termini di efficienza nei processi e nei prodotti, ecodesign, riciclo e uso delle materie prime seconde nelle filiere industriali in vari settori; ripristino e rigenerazione degli ecosistemi,  dei suoli e dell’idrosfera con approfondimenti sulla produzione e valorizzazione sostenibili delle risorse agro-forestali, l’uso sostenibile della risorsa idrica e del mare (blue economy), la gestione e valorizzazione integrata delle acque reflue e dei rifiuti organici municipali;  città verdi e circolari, più fresche e salutari, più efficienti nella gestione e consumo del cibo, della risorsa idrica, dell’energia e dei rifiuti; ricerca e innovazione con i finanziamenti europei diretti a sostenerle; nuove normative, procedure e policies nazionali ed europee, investimenti e financing, start up, creazione di partenariati, formazione e comunicazione.

Oltre a ciò, gli Stati Generali della Green Economy hanno lo scopo di costruire una strategia per il futuro. Come si legge sul sito: “ Gli Stati Generali della Green Economy, promossi dal Consiglio Nazionale della Green Economy, formato da 68 organizzazioni di imprese, in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica e con il patrocinio della Commissione europea, vedono quest’anno la loro XII edizione. Essi hanno l’ambizione di promuovere un nuovo orientamento dell’economia italiana verso una green economy per aprire nuove opportunità di sviluppo durevole e sostenibile ed indicare la via d’uscita dalla crisi economica e climatica”.


Tutto questo mostra che c’è moltissimo lavoro da fare in un ambito che è il solo capace di delineare un futuro accettabile, e auspicabilmente desiderabile, nel difficile contesto internazionale attuale. C’è un mondo da costruire poco alla volta, capace di rispondere alle sfide più gravose. Il cambiamento climatico dovuto e guidato dal sistema tradizionale economico e industriale è la maggiore, seguita da tutte le altre, inquinamento, biodiversità, depauperamento delle risorse, ma la prospettiva non è soltanto in risposta ad un problema che abbiamo creato - e già così non è poco - la prospettiva è positiva perché è capace di realizzare poco alla volta un futuro migliore sotto moltissimi aspetti, la salute, l’equità, l’ambiente di vita e quello naturale.

La Fiera Ecomondo fa ben sperare e guardare al futuro con fiducia.


Link al sito:

www.ecomondo.com




mercoledì 27 settembre 2023

Abbiamo ancora bisogno dell’ambientalismo?

 Stiamo assistendo ad una sorta di polarizzazione degli atteggiamenti nei confronti del problema ambientale, con movimenti che attuano forme se non estreme comunque invasive ed eclatanti di protesta (blocco del traffico sui principali assi viari, vernice lavabile su opere d’arte, etc) ed esponenti del giornalismo ed opinionismo nei media che portano avanti una vera e propria crociata contro idee ed espressioni ambientaliste fatta di articoli, testi e dibattiti. Di certo una situazione simile non porta bene allo sviluppo di un approccio serio al tema dell’impatto antropico sull’ambiente, e sarebbe necessario un intervento nel dibattito capace di orientare l’attenzione verso il problema reale e le sue caratteristiche. Perché non lo si risolve paventando il peggio, e non lo si risolve negandolo. L’ambientalismo più razionale e fondato nei fatti oggettivi necessita di una scossa, e di un risveglio potente.


I contenuti non mancano. Oltre al tema del cambiamento climatico e del riscaldamento globale, ormai entrato nella consapevolezza diffusa se non altro perché stimabile ad occhio nell’evoluzione degli eventi meteorologici nel giro di pochi anni, se ne elencano molti altri, che vanno dalla riduzione dell’estensione delle foreste primarie, al calo della biodiversità, alla diffusione nell’ambiente marino e terrestre delle microplastiche, all’inquinamento di aria, acqua e suolo a livello locale e a livello planetario. L’influenza di quasi otto miliardi di persone ma soprattutto di un sistema di consumo di risorse e produzione di rifiuti che non ha eguali nella storia e, a conti fatti, ha prodotto ricchezza soltanto per una parte della popolazione mondiale impattando pesantemente su tutti sono effetti non più trascurabili. 


Per rendersi conto dell’estensione attuale delle foreste c’è una mappa interattiva molto interessante all’indirizzo riportato in calce, dove in verde scuro sono rappresentate le foreste intatte, in verde chiaro quelle non più vergini ma alterate o degradate, in altri colori quelle perdute. Ed è impressionante osservare che le foreste veramente primarie, cioè mai disboscate dall’uomo, sono rimaste poche e spesso separate a formare ecosistemi importantissimi ma non più direttamente connessi fra loro. I disboscamenti procedono da decenni, fra i contrasti di coloro che vorrebbero salvarle e coloro che, quando possono (si pensi all’Amazzonia in Brasile durante il governo Bolsonaro), decidono di utilizzarle come risorsa. Ma le foreste vergini sono una risorsa finita e non rinnovabile, che una volta distrutta non tornerà più se non abbiamo la pazienza di attendere alcune ere geologiche. 


La biodiversità, una bella parola che definisce la ricchezza di specie viventi del pianeta, è in calo continuo ad un ritmo elevatissimo. Si legge sul sito istituzionale dell’Ispra: “Diversi studi riportano che il numero delle specie viventi sul pianeta possa variare da 4 a 100 milioni. Solo una parte di esse, però (da 1,5 a 1,8 milioni), è attualmente conosciuta e, come dimostrano le scoperte recenti, è possibile che ci siano ancora mammiferi sfuggiti all’osservazione degli zoologi. Si ritiene che molte specie vegetali e animali di ambienti tropicali o marini non siano mai state osservate, per non parlare degli invertebrati e dei funghi.”

E ancora: “si stima che ogni giorno scompaiano circa 50 specie viventi. L’estinzione è un fatto naturale, che si è sempre verificato nella storia della Terra. Mediamente, una specie vive un milione di anni. Il problema è che attualmente la biodiversità si riduce a un ritmo da 100 a 1000 volte più elevato rispetto al ritmo ‘naturale’. Questo fa ritenere che siamo di fronte a un’estinzione delle specie superiore a quella che la Terra ha vissuto negli ultimi 65 milioni di anni, persino superiore a quella che ha segnato la fine dei dinosauri.”

In altre parole, ogni giorno scompaiono 50 specie viventi di cui spesso non conosciamo nemmeno l’esistenza! La velocità è talmente elevata che il ritmo dell’estinzione è paragonabile a quello che portò alla scomparsa dei dinosauri. Non c’è nemmeno bisogno dell’asteroide, facciamo tutto da soli.


Di inquinamento locale si parla da due secoli, almeno dall’invenzione della tonalità di colore denominata “fumo di Londra” (un grigio scuro), mentre di microplastiche si parla da tempi recenti. Si legge su National Geographic che “In uno degli ultimi conteggi, risalenti al 2022, gli scienziati giapponesi dell'Università di Kyushu hanno stimato la presenza di 24.400 miliardi di frammenti di microplastiche negli strati più superficiali degli oceani, l'equivalente di circa 30 miliardi di bottiglie da mezzo litro”.  Trenta miliardi di bottiglie di plastica che non vediamo nemmeno ed entrano nella catena alimentare fino al nostro piatto. Non si sa ancora con esattezza quali siano le conseguenze sulla salute.


Tralascio il clima e i gas climalteranti perché è uno degli argomenti più spesso affrontati in questo blog. 


Altro che “ecoballe”, siamo in una fase di grave ed esteso attacco allo stato dell’ambiente, cioè quel posto dove dobbiamo vivere, e dove siamo vissuti sin qui. E’ necessario mettere i piedi per terra e studiare i mezzi per ridurre gli impatti ambientali, senza estremismi o scenari irrealizzabili, e senza resistenze che non fanno che ampliare il problema. Probabilmente è normale che, di fronte a cambiamenti necessariamente importanti, si muovano gli estremi e soprattutto si mettano di traverso i difensori dello status quo, ma il tempo è l’altra variabile di cui spesso dimentichiamo l’importanza. 

L’ambientalismo scientifico è l’unica strada che può portarci fuori dalla gabbia in cui ci siamo infilati (per questo non rientra nei palinsesti televisivi e raramente sulla carta stampata), senza dimenticare, come scrisse Konrad Lorenz, che soltanto “rendendoci conto veramente di quanto è grande, di quanto è bello il nostro mondo” potremo non disperare.

Apriamo gli occhi e interveniamo prima che sia tardi. Sia che abbiamo o no la sensibilità di un Konrad Lorenz. 



Gli indirizzi dei siti menzionati:


https://intactforests.org/world.webmap.html


https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita







mercoledì 13 settembre 2023

Una risorsa di plastica

 La filiera della plastica è, e può essere sempre più se ben gestita, un ambito fondamentale dell’economia circolare e in generale della green economy. La plastica non è una risorsa da eliminare, ma da utilizzare correttamente - va da sè che il primo passo consiste nel non disperderla nell’ambiente - creando un sistema che consenta il miglior utilizzo possibile minimizzando gli impatti ambientali. Un circolo chiuso, nel quadro dell’Economia Circolare.

Si è appena conclusa (lo scorso 8 settembre) Plast, la manifestazione dedicata al settore, alla Fiera di Milano e dopo 5 anni di assenza, a cui hanno partecipato 1.510 espositori da 55 Paesi. Gli esempi di riciclo sono numerosissimi e spesso sorprendenti, come il livello di innovazione tecnologica, molto avanzato. La fiera ha offerto persino un servizio esclusivo di calcolo della propria “Carbon Footprint di Organizzazione” (Impronta di Carbonio aziendale) per verificare la sostenibilità dell’impresa.


Il ramo presenta dati economici positivi. Secondo quanto riferisce Il Sole24ore, uno studio di MECS Amaplast sul settore delle tecnologie per la plastica e la gomma, il fatturato nel 2022 è stato di oltre 4 miliardi di Euro, con un aumento dell’8% rispetto all’anno precedente, in particolare con un export positivo e fortemente in crescita, +8,5%.

Da un’altra analisi effettuata da Teh Ambrosetti emerge il fattore moltiplicatore del settore,  risultando infatti che ogni 100 Euro investiti se ne generano €218, mentre contemporaneamente si stima di poter incrementare il recupero da ora al 2030 fino ad oltre il 19%, raggiungendo l’obiettivo del 10% dei rifiuti in discarica con 5 anni di anticipo. 


Naturalmente, tutto ciò non significa che non sia utile e benefico ridurre l’utilizzo della plastica nella nostra vita quotidiana: rinunciare alla plastica monouso, al sacchetto sostituito da una borsa riutilizzabile, alla bottiglietta quando si può portare una borraccia, al contenitore sempre nuovo quando sono in vendita prodotti sfusi o confezioni separabili, sono comportamenti virtuosi che qualora venissero portati avanti da tutti porterebbero a ridurre considerevolmente gli sprechi e migliorare la gestione dei rifiuti. Ma la completa eliminazione della plastica dal nostro mondo sarebbe impossibile se non dannosa allo stato attuale, e una corretta gestione circolare di quanto ci serve comunque sembra un obiettivo concreto e raggiungibile. 


La Green Economy si fonda anche su questo, e rappresenta una prospettiva di crescita non fittizia, creata ad arte, o costruita sulla creazione di nuovi bisogni spesso realmente inutili, ma necessaria.


Per saperne di più:


https://www.plastonline.org


https://www.ilsole24ore.com/art/plastica-italia-filiera-25-miliardi-fatturato-centro-questione-ambientale-AFYEoYk?refresh_ce=1








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