martedì 10 dicembre 2024

Crisi dell'auto e regole ambientali: agli anni '50 non si tornerà

Si parla spesso della crisi che sta investendo il settore dell’automobile (Stellantis, Volkswagen, per citarne due) e delle conseguenze negative che le scelte politiche a protezione del clima e dell’ambiente avrebbero sul settore. La conseguenza che si trae di solito è che sia sbagliato imporre regole e limiti che vanno a colpire un settore industriale che è alla base della nostra economia e che impiega, fra industrie dedicate e indotto, migliaia di posti di lavoro.

Partiamo da alcune assunzioni: l’economia tradizionale si basa sul consumo delle risorse e sull’emissione di sostanze inquinanti in atmosfera – su questo abbiamo fondato lo sviluppo finora – il settore delle automobili a combustione interna produce oggetti altamente impattanti, sia durante l’utilizzo, sia in fase di smaltimento, il sistema economico così fondato produce “costi esterni” che ricadono sulla collettività e che sono conseguenza delle alterazioni ambientali, come danni alla salute, danni ai sistemi naturali, danni da cambiamento climatico. Questi ultimi sono sempre più gravi e sono ormai sotto gli occhi di tutti.


Dunque, vogliamo cambiare. Per cambiare occorrono regole e limiti, ma porre regole e limiti senza portare avanti un’adeguata politica industriale non può che portare agli esiti attuali, con crisi nei settori, in questo caso dell’auto. Risulta persino ovvio.

La riduzione delle emissioni deve procedere insieme ad un riorientamento delle produzioni, nel processo e nel prodotto, sia per evitare problemi sia per trarre profitto dal cambiamento. La transizione ecologica è esattamente questo.

Nello specifico dell’auto, la questione si interseca con una non trascurabile modifica dei bisogni: l’attuale produzione di automobili ha come target di consumatori un insieme che si sta riducendo sempre più. L’auto non è più uno status symbol come è stato in passato, i suoi impatti sono noti a tutti, il suo acquisto comporta un investimento notevole. Le auto oggi in produzione rispecchiano visione e valori di trenta-quaranta anni fa. In Germania, così come in tutto il Nord Europa, non è raro che interi quartieri cittadini siano privi di auto per scelta degli abitanti, che si spostano con i mezzi pubblici.


Come si possa pensare che le cose restino eternamente come sono, con l’economia del dopoguerra, è un mistero. Ovviamente, accade il contrario, le cose si evolvono e oggi servono esperti di economia sostenibile che operino per il mondo di oggi e del futuro, esattamente come altri operarono per tirarci fuori dalla povertà in passato.


Non si può risolvere il problema negandone un altro ben più grave, ovvero l’altissimo grado di inquinamento che abbiamo già prodotto e che va ad alterare il sistema climatico dell’intero pianeta, lo si può risolvere intervenendo per modificare un sistema industriale ed economico che in buona parte si sta già riorientando (spesso precedendo la politica) da solo.

Dunque, regole sì, ma accompagnate da politiche industriali adeguate al mondo di oggi, non agli anni ‘50, nonostante i molti che si oppongono – probabilmente solo per proteggere interessi consolidati.





domenica 24 novembre 2024

CoP 29: risultati deboli, con alcune novità. E non molliamo la presa.

 Alla fine lo hanno raggiunto, un accordo, prolungando la CoP 29 fino ad oltre le due e mezza della notte, trovando modi e parole per far convergere posizioni inizialmente inconciliabili. Sapevamo che sarebbe stata una Conferenza di transizione, su cui nessuno puntava (molti leaders erano assenti), e lo è stata ma con alcuni elementi utili. Come spesso accade, un quadro in chiaroscuro.


Qualcosa si muove, e la finanza per il clima sta prendendo forma. I 100 miliardi di dollari che i Paesi più avanzati (che hanno, nel tempo, inquinato di più) si erano impegnati a versare ai Paesi in via di sviluppo (che hanno inquinato di meno) sono diventati 300 miliardi, certo non molto, ma molto meglio trovare un accordo basso che non trovarlo affatto. Va ricordato che i fondi servono a rispondere adeguatamente alla sfida che il cambiamento del clima pone: come sappiamo, ciò significa mitigare e adattarsi, ovvero, ridurre le emissioni di CO2 e altri gas equivalenti che sono la causa del problema, e prendere provvedimenti funzionali a fare fronte al nuovo clima senza che ogni volta le comunità siano colpite da catastrofi, soprattutto quando si concretizzano i fenomeni meteo estremi.

Con l’accordo di Baku, i Paesi sviluppati, insieme ad altri Paesi su base volontaria, forniranno 300 miliardi all’anno entro il 2035, con lo scopo comune a tutti di mobilitare 1.300 miliardi anche da altre forme di finanziamento, pubbliche e private. Il fatto che tutti siano chiamati a contribuire modifica uno dei principi fondamentali che sono stati alla base degli accordi internazionali da trent’anni, ovvero che solo i Paesi industrializzati sono coinvolti nei finanziamenti, destinati ai Paesi in via di sviluppo. Una suddivisione che ora cade, e consente per esempio alla Cina o all’Arabia Saudita, o ad altri, di contribuire “su base volontaria” (art. 9).

L’accordo istituisce, inoltre, una roadmap di attività che porta alla CoP 30 di Belem, in Brasile, nell’autunno del prossimo anno.

Altra novità è l’istituzione di un mercato globale del carbonio regolato da standard internazionali (previsto dall’art. 6 dell’Accordo di Parigi).

I testi più fumosi sono quelli sul programma di mitigazione, davvero molto debole in assenza di riferimenti chiari agli obiettivi quantitativi e ai rapporti scientifici, e sul bilancio quinquennale sugli impegni nazionali assunti, il cosiddetto Global Stocktake, che anche se ancora un tema nuovo è stato declinato con un testo particolarmente debole visto che manca proprio il processo di monitoraggio dell’attuazione degli obiettivi che i Paesi si pongono.


Il risultato certo non è ambizioso, molti sono scontenti a partire dai Paesi più poveri che sono spesso anche i più fragili, e certo si poteva fare di più. Ma invalidare le CoP sarebbe un grave errore: esse restano l’unico modo valido per  affrontare un tema che rischia di sfuggire dalle mani, un tema difficile, una vera sfida, su cui non dobbiamo abbassare i riflettori. Ridicole le critiche sulle emissioni dovute ai viaggi per raggiungere le località interessate, meglio imparare a fare i conti con la realtà prima di affrontare temi complessi che vanno ben oltre gli aspetti superficiali. Tutto ciò che si è creato sin qui a livello internazionale per risolvere il problema del cambiamento climatico causato dalle emissioni inquinanti non è inutile, e non deve andare in soffitta. Bene o male, gli appuntamenti periodici ufficiali hanno funzionato, e costituiscono nell’insieme l’unico vero contesto internazionale riconosciuto da tutti dove discutere per cercare di risolvere una questione enorme. 


La prossima Conferenza delle Parti dell’UNFCCC è prevista nel 2025 a Belém, in Brasile. Andate a vedere dove si trova: in Amazzonia.  La città è stata la prima colonia europea in Amazzonia. Certo, non nel mezzo della foresta, ma da quelle parti, e la scelta è voluta.

Se il gas e il petrolio sono stati definiti dal Presidente dell’Azerbaijan Aliyev “dono di Dio”, che il suo Paese esporta abbondantemente, può essere definita tale anche la foresta amazzonica e l’intero suo ecosistema. Se va valorizzata contribuendo finanziariamente affinché non venga distrutta allora dobbiamo farlo, per preservare ciò che consente la vita sulla Terra. In fondo, respiriamo ossigeno, non metano.


Il sito ufficiale della CoP 29 di Baku:


https://cop29.az/en/home





giovedì 7 novembre 2024

Parliamone insieme - 2

 Come sta cambiando il clima? Cosa sta succedendo, con la terribile sequenza di alluvioni che ha colpito varie zone d’Europa? Come sono legate alluvioni e siccità?

Partendo dal generale per arrivare al locale, e in particolare all’Emilia-Romagna e alle recenti inondazioni, ci addentreremo nei meandri della scienza del clima nel secondo appuntamento della serie “tutto ciò che devi sapere”, per tentare di capire un po’ meglio quanto sta accadendo e cosa ci aspetta nel prossimo futuro.
La partecipazione e’ libera e gratuita, basta collegarsi al link:

Sara’ possibile porre domande ai relatori.


venerdì 18 ottobre 2024

World Energy Outlook 2024

 E' uscito il nuovo World Energy Outlook 2024 della Iea, che prevede per i prossimi 5 anni un oversupply di gas e petrolio e bassi prezzi dell'energia. Una sintesi si può trovare sul portale Qualenergia, al link in calce, oppure andare al link dell’International Energy Agency. Il rapporto è corredato da molti grafici che rendono visivamente immediati molti contenuti.

In sostanza, il mercato mondiale dell'energia sarà influenzato dai conflitti e dagli eventi geopolitici, e da una fornitura relativamente abbondante di combustibili e nuove tecnologie. In tutti gli scenari studiati, la crescita della domanda globale di energia rallenta, grazie alla migliore efficienza, all'elettrificazione, e alla realizzazione di impianti ad energia rinnovabile.

La domanda globale di combustibili fossili raggiungerà un picco prima del 2030, e in seguito è destinata a diminuire. La crescita della domanda sarà coperta dalle fonti rinnovabili.

Gli scenari sono comunque molto diversi fra aree del mondo e Paesi diversi, in relazione ai differenti gradi di sviluppo dell'economia locale. La quota degli investimenti in energie rinnovabili nei mercati emergenti eccetto la Cina rimane ferma al 15%; queste economie rappresentano un terzo del Pil globale (GDP).

L'incremento del contributo delle rinnovabili è destinato a modificare la situazione a cui siamo abituati, come si vede anche dal grafico: entro il 2030 le rinnovabili  forniranno più della metà dell’elettricità mondiale, mentre le fonti fossili e il nucleare sono in calo o tendono alla stabilità. Il grafico presenta i valori in termini di generazione di elettricità in migliaia di Terawattora.

Per quanto riguarda le emissioni di CO2, lo scenario in aumento prevede un picco a breve termine, ma tale da portare la temperatura globale media al di sopra degli obiettivi di Parigi con un aumento probabile di +2,4°C entro la fine del secolo.

 Nel complesso, un quadro in chiaroscuro dell'evolversi della situazione, con andamenti molto diversi nelle varie aree del mondo, e prospettive di decarbonizzazione difficili, ma non impossibili. Come abbiamo sottolineato più volte, questi e i prossimi anni futuri costituiscono un periodo decisivo nel tentativo di risolvere il problema dell'inquinamento globale e del conseguente cambiamento climatico.




 Il link con l'analisi di Qualenergia è il seguente:

 https://www.qualenergia.it/articoli/picco-fossili-entro-2030-ma-verso-forte-aumento-riscaldamento/

Il link con Il WEO dell'IEA è  il seguente:

https://www.iea.org/reports/world-energy-outlook-2024



giovedì 19 settembre 2024

E’ successo di nuovo

 E’ successo di nuovo. A distanza di poco più di un anno dalle due alluvioni di maggio 2023, il territorio della Romagna e alcune zone del bolognese sono colpite da un evento climatico intenso che riporta il danno sopra al danno precedente, con precipitazioni e inondazioni devastanti. Migliaia gli sfollati, ansia e apprensione, ma soprattutto, la frase detta in un’intervista televisiva da un cittadino: “questa non è più vita”. Se dobbiamo aspettarci un’alluvione ogni volta che piove, davvero la fatica di restare sospesi all’imponderabile diventa improba. Solidarietà assoluta a coloro che vivono quest’incubo.


Si dice che l’Italia ha un territorio fragile, ed è così, ma è altrettanto vero che quel territorio è stato costruito, asfaltato, alterati i corsi dei fiumi e imbrigliati con alti argini, prosciugato (un tempo gran parte della Romagna era zona di paludi), cementificato (e in Emilia Romagna non c’è più bisogno dell’ennesimo polo logistico, o dell’ennesimo centro commerciale). Ora il territorio reagisce, esattamente come reagisce il clima ai nuovi parametri che includono un considerevole aumento della temperatura media globale. Territorio e clima seguono i percorsi dettati dalle leggi della Natura sulla base dei nuovi parametri che noi abbiamo alterato, e non c’è nulla che possiamo fare per modificare gli eventi se non intervenendo sui parametri stessi tentando di riportarli a valori compatibili con quelli naturali. Per il resto, dobbiamo adattarci. 


Uno di questi parametri è ovviamente la temperatura media globale, che si sta avvicinando sempre più all’incremento previsto dall’Accordo di Parigi di +1,5°C, nello scenario migliore, e di +2°C in quello peggiore ma considerato accettabile. Se il riscaldamento globale continua (ed è esattamente ciò che farà), la situazione è destinata a peggiorare, anche assumendo di rispettare l’Accordo di Parigi. Per via della maggiore quantità di calore trattenuta, maggiore è l’energia a disposizione per fenomeni meteorologici sempre più estremi. Fra qualche anno, le estati calde, la siccità o le precipitazioni, saranno ancora più intense. Ci ricorderemo le precedenti come accettabili.

Purtroppo, l’attenzione al territorio e la risposta alla crisi climatica sono sempre in difficoltà nelle agende dei governi, locali e nazionali, più attenti al tradizionale PIL e ai grandi poteri economici. 


Riporto di seguito una parte del comunicato relativo al documento di Legambiente “Rapporto città-clima” del 27 novembre 2023, solo pochi mesi fa. Ciò che sta accadendo in queste ore lo rende ancora più attuale.


“Italia gigante dai piedi d’argilla sempre più soggetto ad alluvioni e piogge intense. In 14 anni di monitoraggio registrati dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente  684 allagamenti e 86 frane da piogge intense, 166 le esondazioni fluviali.

In questi anni Sicilia, Lazio, Lombardia, Emilia-Romagna le regioni più colpite dagli allagamenti. Tra le grandi città Roma, Agrigento, Palermo, Genova e Napoli. 

In compenso il Governo Meloni dimezza le risorse destinate a contrastare ildissesto idrogeologico, da 2,49 miliardi a 1,203 miliardi, in un Paese dove si sono spesi in media oltre 1,25 miliardi/anno  per la gestione delle emergenze. 

Legambiente: “Urgente definire una nuova governance che abbia una visione più ampia di conoscenza, pianificazione e controllo del territorio. Quattro le priorità da cui ripartire: serve approvare il PNAC,  una legge contro il consumo di suolo, superare la logica dell’emergenza agendo invece sulla prevenzione, definire una regia unica da parte delle Autorità di bacino distrettuale che preveda anche una maggiore collaborazione tra enti”. 

 L’Italia è sempre più soggetta ad alluvioni e piogge intense, e sempre più fragile e impreparata di fronte alla crisi climatica.  È quanto emerge dal “Rapporto Città Clima 2023 Speciale Alluvioni” realizzato da Legambiente, con il contributo del Gruppo Unipol,che quest’anno dedica uno speciale proprio al tema alluvioni denunciando anche i tagli che ci sono stati alle risorse destinate alla prevenzione del dissesto idrogeologico. I numeri parlano da soli: negli ultimi 14 anni-dal 2010 al 31 ottobre 2023 – sono stati registrati dall’Osservatorio Città Clima di Legambiente ben 684 allagamenti da piogge intense, 166 esondazioni fluviali e 86 frane sempre dovute a piogge intense, che rappresentano il 49,1% degli eventi totali registrati. In questi 14 anni, le regioni più colpite per allagamenti da piogge intense sono state: la Sicilia, con 86 casi, seguita da Lazio (72), Lombardia (66), Emilia-Romagna (59), Campania e Puglia (entrambe con 49 eventi), Toscana (48). Per le esondazioni fluviali al primo posto la Lombardia con 30 casi, seguita dall’Emilia-Romagna con 25 e dalla Sicilia con 18 eventi. Va segnalato anche il numero di frane da piogge intense che hanno provocato danni in particolare in Lombardia (12), Liguria (11), Calabria e Sicilia (entrambe con 9 eventi). Ad andare in sofferenza sono soprattutto le grandi città: in primis Roma, dove si sono verificati 49 allagamenti da piogge intense, Bari con 21, Agrigento, con 15, Palermo con 12, Ancona, Genova e Napoli con 10 casi. Per le esondazioni fluviali spicca Milano, con almeno 20 esondazioni dei fiumi Seveso e Lambro in questi anni, di cui l’ultima a fine ottobre; seguono Sciacca (AG) con 4, Genova e Senigallia (AN) con 3.  

Numeri preoccupanti se si pensa che l’Italia è un gigante dai piedi d’argilla e ad elevato rischio idrogeologico con 1,3 milioni di persone che vivono in aree definite a elevato rischio di frane e smottamenti e oltre 6,8 milioni di persone sono a rischio medio o alto di alluvione (dati Ispra). Dal punto di vista economico, ricorda Legambiente, il Paese ha speso dal 2013 al 2023, oltre 13,8 miliardi di euro in fondi per la gestione delle emergenze meteo-climatiche (dati Protezione civile). Eppure, nonostante tutto ciò, il Governo Meloni nel rimodulare il PNRR ha scelto di dimezzare le somme destinate a contrastare ildissesto idrogeologico,passate a livello nazionale da 2,49 miliardi a 1,203 miliardi, in un Paese dove si sono spesi in media oltre 1,25 miliardi/anno per la gestione delle emergenze, mentre dal 1999 al 2022, per la prevenzione del rischio, sono stati ultimati 7.993 lavori per un importo medio di 0,186 miliardi/anno (fonte Rendis- Ispra). 

Secondo Legambiente a pesare in questi anni in Italia l’assenza di una governance con una visione più ampia capace di tener insieme conoscenza, pianificazione e controllo del territorio. Per questo oggi l’associazione ambientalista, in occasione del lancio del suo report e a pochi giorni dell’apertura della COP28 sul clima a Dubai e del suo XII congresso nazionale dal titolo “L’Italia in cantiere” in programma a Roma l’1, 2 e 3 dicembre e incentrato su crisi climatica e transizione ecologica, ricorda quelli che devono essere i due pilastri cardine della buona gestione del territorio: ossia la convivenza con il rischio, che si attua con la giusta attenzione ai piani di emergenza comunali, all’informazione e formazione dei cittadini e la consapevolezza che un territorio come quello italiano non ha bisogno di essere ulteriormente ingessato, cementificato, impermeabilizzato, ma dell’esatto opposto, ovvero dell’adattamento. Al Governo Meloni lancia un appello affinché in tempi rapidi definisca una nuova governance del territorio, che riveda le politiche territoriali tenendo conto di quattro priorità su cui non sono ammessi più ritardi: 1) Occorre approvarein via definitiva ilPiano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climaticie individuare le linee di finanziamento stanziando adeguate risorse economiche (a oggi assenti) per attuare il Piano. 2) Approvare la legge sullo stop al consumo di suolo che il Paese aspetta da 11 anni. Occorre, poi, far rispettare il divieto di edificazione nelle aree a rischio idrogeologico e i vincoli già presenti, riaprire i fossi e i fiumi tombati nel passato, recuperare la permeabilità del suolo attraverso la diffusione di Sistemi di drenaggio sostenibile (SUDS) che sostituiscano l’asfalto e il cemento. 3) Superare la logica dell’emergenza e degli interventi invasivi e non risolutivi. 4) Costituire una regia unica, da parte delle Autorità di bacino distrettuale, attualmente marginalizzate, per costruire protocolli di raccolta dati e modelli logico/previsionali che permettano di conoscere la tendenza delle precipitazioni e i loro impatti sul territorio, e rafforzare la collaborazione tra gli Enti in modo da avere priorità di intervento e vincoli di tutela coerenti tra i diversi livelli, con l’obiettivo anche di fornire un quadro costantemente aggiornato dei progetti e dei cantieri in corso.” 


https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/rapporto-citta-clima-speciale-alluvioni/




martedì 3 settembre 2024

sabato 3 agosto 2024

Eolico e solare in Cina superano il carbone

La situazione dell’energia in Cina è più complessa di come appaia, e non è utile al dibattito semplificarla richiamando soltanto il grande consumo energetico - e le grandi emissioni - che il Paese più popoloso del mondo fa.

In questo post segnalo un articolo di Qualenergia con i dati recenti della potenza cumulativa installata nel Paese asiatico. 

Nell’articolo si legge: “Per la prima volta a giugno di quest’anno, in Cina la potenza combinata di eolico e solare ha superato quella da carbone, stando agli ultimi dati della National Energy Administration (Nea) del Paese.” Si tratta di una buona notizia. Certo, la potenza non equivale all’energia prodotta, che per le fonti rinnovabili è inferiore alle fonti fossili, ma si tratta comunque di un dato interessante che mostra che la Cina è impegnata da anni sul fronte delle fonti pulite ed è capace di ottenere risultati apprezzabili.

L’articolo, con grafici molto chiari, si trova al seguente link:


https://www.qualenergia.it/articoli/cina-potenza-fotovoltaica-eolica-supera-centrali-carbone/




mercoledì 24 luglio 2024

La siccità in Sicilia era nota da tempo, e continuerà ad essere un problema in futuro

 Le immagini hanno la potenza che non hanno le parole e spesso si insediano nei ricordi con maggiore radicamento.

La foto al link seguente riguarda la Sicilia, ed è composta da due parti separate, una ripresa nel gennaio 2023, e la seconda nel gennaio 2024. Si tratta di immagini da satellite, precisamente da Copernicus, il programma di osservazione e monitoraggio ambientale Global Monitoring for Enviroment and Security della Commissione Europea,  dell'Agenzia Spaziale Europea, di EUMETSAT, di CEPMMT e Mercator Océan.

Dal confronto fra le due immagini si vede chiaramente la siccità che ha colpito l’isola nell’ultimo anno. Trattandosi di riprese risalenti a gennaio, sappiamo che ora la situazione è peggiore, con la scomparsa di interi laghi e problemi nell’approvvigionamento dell’acqua sia per uso domestico sia nell’allevamento del bestiame. Al riscaldamento globale, a cui l’isola per posizione geografica è particolarmente esposta, danno una mano la consueta mancanza di infrastrutture per l’acqua e la dispersione dalle reti di quella che c’è: secondo l’Istat il 51% dell’acqua si disperde dalle condotte della Sicilia, vale a dire che oltre la metà va perduta. Riguardo la siccità, trattandosi di notizia già da tempo conosciuta, gli interventi andavano fatti al più presto, certo prima della stagione estiva.


Quando si parla di cambiamento del clima si fa riferimento a due linee di intervento: la mitigazione e l’adattamento. Con la prima, si affrontano i necessari cambiamenti per contenere quanto più possibile le modifiche climatiche riducendo gli impatti, con la seconda, ci si adegua a quella quota di “nuovo” clima che dovremo accettare forzatamente perché ormai inevitabile. Adattarsi ad un clima più caldo, con un diverso regime delle piogge, significa porre in essere interventi adeguati per non restare senza riserve di acqua. Vanno realizzati per tempo, perché la risorsa idrica soddisfa bisogni che non attendono, che non sono rinviabili, e che sono indispensabili. Il fatto che la Sicilia diventerà più arida è previsto, purtroppo, ed è indispensabile adeguarsi.

 

 


 


https://www.copernicus.eu/en/media/image-day-gallery/severe-drought-persists-sicilia


Credit: European Union, Copernicus Sentinel-2 imagery 








domenica 30 giugno 2024

Perché il professor Franco Prodi sbaglia

 Vorrei smontare in blocco l’intervista a Franco Prodi, fisico del clima, pubblicata oggi sul Corriere della Sera; non occorre farlo punto per punto poichè la fallacia risiede nel legame logico che sta alla base del suo ragionamento, o meglio, nella sua assenza.


In sostanza, Prodi sostiene che a fronte del cambiamento climatico in atto, che lui afferma di non negare, non ci sono prove certe che sia causato dalle attività umane, non in misura sufficiente almeno, e dunque i tentativi di ridurre fino ad azzerare le emissioni di CO2 (e di altri gas ad effetto-serra) sono inutili, anzi “una bufala pazzesca”. Il riferimento è al Green Deal europeo in particolare.

Dunque, come lo stesso Prodi saprà - ma questa parte manca nell’intervista - la composizione dell’intera atmosfera terrestre è stata modificata negli ultimi due secoli dalle continue emissioni di anidride carbonica e di altri gas (come il metano) derivanti dall’uso di combustibili fossili tanto che è cambiata la concentrazione dei medesimi: la CO2 in particolare è passata da 280 parti per milione circa ad oltre 410 ppm. Perchè ci interessa la “concentrazione”? Perché si tratta di un’alterazione di TUTTA l’atmosfera terrestre, ovunque ci si trovi, anche lontano dai centri di emissione, anche ai poli. Il valore ci parla dell’aria nuova che tutti quanti respiriamo da quando abbiamo iniziato ad inquinare in modo e in misura talmente estesi da affliggere l’intero globo. L’atmosfera non è più quella che respirava non solo Giulio Cesare (che lui cita) ma mia nonna, nata nel 1891. 

A questo punto occorre spiegare cosa fanno di specifico questi gas nell’aria: molte cose, fra le quali, trattengono il calore. Di nuovo, e come saprà certamente, la CO2, il metano, ed altri composti, hanno la proprietà di riscaldarsi a lungo, trattenendo energia. Pertanto, la “nuova” aria che abbiamo creato per la Terra, dove viviamo, è capace di riscaldarsi di più di quanto faceva in passato, e il bilancio energetico fra il calore entrante e il calore uscente, cioè riflesso nello spazio, è cambiato. Da qui, in estrema sintesi, il fenomeno del “riscaldamento globale”. A questo punto, essendo l’energia, o il calore che è lo stesso, un parametro fondamentale del sistema climatico, si ha che il clima viene alterato, e lo sforzo dell’IPCC consiste nel cercare di modellizzare gli scenari futuri allo scopo di prepararci. Tali modelli, che si fanno da almeno tre decenni e finora hanno previsto correttamente, forniscono scenari allarmanti.

Di nuovo, Prodi sostiene che non si può avere la certezza poiché il clima è un sistema complesso; infatti, è per questo che si fanno i modelli, perché non arriverà mai una relazione che leghi i numerosi parametri di un sistema complesso. Esiste una branca della Fisica che studia i sistemi complessi, che apre nuove strade allo studio di questi affascinanti sistemi, ma forse non è il caso di attendere troppo gli sviluppi fino al raggiungimento della certezza per non finire bolliti nell’attesa. Per inciso, il periodo caldo medioevale, o quello romano, erano molto meno anomali del clima di oggi.


Ciò che manca nel ragionamento di Franco Prodi è il legame razionale fra le caratteristiche di alcuni composti aeriformi, con il loro potere riscaldante, le enormi quantità emesse e ovviamente rimaste in atmosfera, e il calore in eccesso che porta al cambiamento climatico. Insomma, manca il filo logico principale.

Non si capisce infine a cosa si riferisca con “accordi per la salvaguardia” in riferimento al problema in questione, visto che l’aria del pianeta è proprio ciò che vorremmo salvaguardare, e chi siano gli “scienziati veri”, visto che anche gli altri che sostengono l’opposto di quanto sostiene lui sono fisici e conoscono il tema.


Sul piano politico, è molto grave che ancora ci sia qualcuno che insiste a tirare il freno a mano, ponendo in forse la risoluzione di un problema certamente difficile ma che, oltre a riguardare l’intero pianeta, concerne in particolare le nuove generazioni, e i loro figli, e i figli dei loro figli. Chiedo perdono, ma a costo di risultare scortese faccio notare che il professore Franco Prodi, secondo quanto si legge su Internet, ha 83 anni, dunque da oltre un decennio è in pensione e non si occupa ufficialmente di ricerca scientifica. Quando le nuove generazioni dovranno affrontare un problema che diventerà sempre più grave col passare del tempo toccherà esclusivamente a loro, e Prodi (a cui auguro lunghissima vita) molto probabilmente non ci sarà più. Suggerirei educatamente più cautela nel prendere posizioni di così grande responsabilità su problemi che colpiranno altri.


L’intervista si trova qui:


https://corrieredibologna.corriere.it/notizie/cronaca/24_giugno_30/cambiamento-climatico-il-fisico-franco-prodi-la-grande-bufala-delle-emissioni-zero-non-ci-salvera-00c5934c-e3c8-46aa-ab71-f25c5b4b3xlk.shtml





domenica 9 giugno 2024

Earthrise

 La Terra come non l’avevamo mai vista. Una delle immagini più iconiche del nostro tempo: la Terra che sorge vista dalla Luna.

Questa foto, insieme ad altre scattate durante le missioni spaziali negli anni ‘60 e ‘70, sono entrate nell’immaginario collettivo, determinando una svolta cruciale nello sviluppo del pensiero umano e della concezione del nostro posto nell’Universo. Le immagini sono potenti, si sa, più delle parole: un conto è studiare sui libri che la Terra è un globo sospeso nello spazio perché lo hanno detto gli scienziati, un conto è vederlo con i propri occhi. 

Un unico ambiente isolato nello spazio immenso. Queste immagini hanno impresso una svolta anche nella concezione dell’ambientalismo prevalente fino a quel momento: dal tema fondante conservazionista, comune allora alle (poche) realtà impegnate nella tutela ambientale, alla presa di coscienza collettiva che si tratta di ben più di questo, del mantenimento del nostro unico mondo in condizioni adatte ad ospitarci. Da concetto di nicchia, seppure importante, a responsabilità collettiva e imprescindibile.


Le conseguenze culturali di immagini come questa sono state pregnanti. Il concetto stesso di “bellezza” è uscito per la prima volta dagli ambiti terrestri locali, e si è esteso all’intero pianeta. Possiamo qualificare “bella”, o “bellissima”, la visione della Terra dallo spazio, abbracciandola tutta, estendendo per un momento il nostro sguardo dal nostro quotidiano all’extra-ordinario, allargando l’orizzonte fino al buio dello spazio, al freddo dello spazio, all’infinita’ dello spazio, avvertendo “a pelle” che solo laggiu’, nell’azzurro, nell’acqua, nella terra, nell’aria, possiamo vivere bene.


Grazie, e buon viaggio William Anders.






(Credits: NASA)

venerdì 17 maggio 2024

Buone notizie (ma va mantenuta la rotta)

 Non si tratta di una sfida facile, ma notizie positive stanno arrivando: secondo i dati riportati dagli Stati membri dell’Unione Europea nell’aprile 2024, le emissioni inquinanti e climalteranti sono calate del -15,5%  paragonate all’anno precedente, facendo sperare realisticamente che l’obiettivo (vincolante) della riduzione di -55% al 2030 rispetto ai livelli del 1990 sia alla portata. 

La diminuzione è stata causata principalmente dai settori della generazione di elettricità e dall’industria, che hanno registrato un minor contenuto di carbonio come effetto delle loro attività. La crescita delle fonti rinnovabili è stata dovuta principalmente ad un aumento di fattorie eoliche con buon +17 GW, e di +56 GW di pannelli solari aggiuntivi.

La Commissione immagina quindi di portare l’Unione ad una riduzione dell’88% al 2040, in linea con l’obiettivo di zero emissioni nette al 2050. 

Mantenere questo obiettivo e riuscire a raggiungerlo sarebbe una delle più grandi imprese dell’UE, e probabilmente della Storia che, senza eccessi ma consapevolmente, andrebbe riscritta sostituendo la sequenza di battaglie che si impara sui libri con la sequenza dei traguardi raggiunti dal pensiero e dalle attività umane. L’idea, paventata da molti, che il processo possa essere gravoso se sostenuto nel mondo solo dall’Europa va ribaltata: l’Europa può fare da guida in un percorso che riguarda tutti, vista la sua posizione di potenza economica. 


Nello specifico, anche il meccanismo Ets sta funzionando, dopo alti e bassi attraversati da quando è stato lanciato nel 2005. Le emissioni sotto il cap and trade sono ora del 47% al di sotto dei livelli del 2005, e sulla strada giusta per raggiungere il target di una diminuzione del -62% al 2030 - necessaria nel quadro del “Fit for 55”. Il rafforzamento del sistema, e la sua estensione ai trasporti marittimi, possono rendere sempre più efficace il mercato del carbonio, conveniente la riduzione delle emissioni sul piano dei costi, e contribuire efficacemente alla decarbonizzazione dell’economia.

Le riduzioni principali in questo ambito hanno riguardato il settore della produzione di energia, dove soltanto la produzione elettrica ha fatto registrare un calo delle emissioni di ben -24% in un anno, e il settore delle industrie energivore, con -7%. Purtroppo, continuano a crescere le emissioni nel trasporto aereo, con +10%.


Il parere di chi scrive è che gli obiettivi saranno raggiunti se si continuerà con un impegno concreto e se saremo capaci di fare comunità, cioè di avere obiettivi comuni e “sentiti” da tutti, e di prendere provvedimenti comuni adeguati, come lo è il Next Generation EU. La transizione ecologica è una via eccezionale per l’innovazione tecnologica in ogni ambito, e se sapremo gestirla al meglio, un’occasione eccezionale di miglioramento, non certo di regresso. Politicamente, questo significa rafforzare l’Unione, non indebolirla come alcune forze politiche propongono - e le prossime elezioni del Parlamento europeo sono un’occasione formidabile per i cittadini per indicare la strada.


Le informazioni e i dati provengono dai siti comunitari 


https://climate.ec.europa.eu/


e dal numero di Aprile della rivista The Economist.





venerdì 19 aprile 2024

Tutte le stagioni in una settimana. E dovremo abituarci.

 Il cambiamento climatico presenta ormai con evidenza empirica praticamente tutte le caratteristiche previste da anni dai modelli climatici scientifici: il riscaldamento globale medio, l’estremizzazione dei fenomeni meteorologici, la variabilità notevole e rapida.






“In Emilia-Romagna, come in altre regioni d’Italia e d’Europa, l’inverno meteorologico 2024, che copre il periodo da dicembre 2023 a febbraio 2024, è stato il più caldo dal 1961”, si legge sul sito di Arpa Emilia-Romagna. L’andamento in crescita emerge dal grafico che rappresenta la serie delle temperature medie regionali dal 1961 al 2024, riferite ai mesi invernali di dicembre, gennaio, febbraio. Nel grafico, le linee orizzontali gialla e rosa rappresentano la media del periodo che va dal 1961 al 1990 e dal 1991 al 

2020. Si nota che la temperatura media regionale ha raggiunto 6,6 °C, superando di +2,7 °C la media del trentennio 1991-2020, e di ben +3,7°C la media del periodo precedente, dal 1961 al 1990. Quando si leggono dati di questo tipo occorre fare attenzione al periodo rispetto al quale è riferito lo scarto, dato che un periodo recente, come gli ultimi trent’anni, è già esso stesso alterato dal riscaldamento globale.

Ma le alterazioni vanno oltre il calore, e sono percepibili direttamente. In Emilia-Romagna il clima locale è passato dall’estate all’inverno nel giro di quattro giorni di aprile: la temperatura nel primo pomeriggio di domenica 15 aprile a Bologna era di 29°C, lo stesso termometro nel primo pomeriggio di giovedì 18 aprile segnava 9°C. Dalla condizione di sole e caldo si è passati in quattro giorni al pieno inverno, confermato dalla neve in Appennino: 15 cm sui crinali, a Frassinoro, sul Cimone, etc.

Il ciclo dell’acqua ne risente, e siamo già in uno stato di siccità ricorrente dovuta sostanzialmente al fatto che d’inverno non nevica come un tempo era normale, mentre si rischiano forti piogge concentrate in tempi limitati.  Speriamo infatti che non succeda di nuovo il “fenomeno estremo” che lo scorso anno in maggio ha portato ad un’alluvione devastante.

Gli ecosistemi di certo non traggono vantaggio da una simile situazione, mentre le loro capacità di adattamento richiedono tempi lunghi, l’unica cosa che non abbiamo. I tempi sono estremamente ristretti ed ogni raffronto con i cambiamenti che le ere geologiche hanno comportato non ha alcun senso.

Questo in estrema sintesi, invitando a navigare sui siti dedicati per evitare di cadere nel tranello della sciocchezza del cambiamento climatico “ideologico” che circola sul web. Per parte di questo blog, una sintetica esposizione dei dati continuerà ad essere fatta periodicamente per non perdere di vista l’obiettivo imprescindibile del contenimento entro limiti accettabili di un cambiamento climatico che continua ad essere molto preoccupante.



Il sito di ArpaE da cui è tratto il grafico:


https://www.arpae.it/it/notizie/inverno-2024-emilia-romagna-record








venerdì 29 marzo 2024

L’approvvigionamento energetico dopo l’attacco russo all’Ucraina

 In un contesto conflittuale e di grave pericolo nei rapporti fra la Russia e l’Occidente quale quello che stiamo vivendo ormai da tempo, i temi della difesa comune dell’Unione Europea e dell’approvvigionamento energetico sono centrali, ed almeno il secondo è allo stesso livello del primo, anche se se ne parla assai di meno. La dipendenza dell’Unione e in particolare dell’Italia dalle risorse energetiche russe raggiungeva livelli incredibili (si importava il 40% del gas) prima dell’aggressione all’Ucraina e capaci di mettere seriamente in difficoltà il sistema economico in caso di ostacoli, e da molto tempo evidenziavano la necessità (ora diventata impellente) di diversificare le fonti e i Paesi di provenienza di alcune di esse. Diversificare le fonti, in particolare aumentando la quota di rinnovabili e incrementando l’efficienza, è l’unico modo che ha un territorio che, come il nostro, possiede solo quantità marginali di fonti fossili tradizionali, e non può essere che una scelta positiva, anche a prescindere dal minor impatto ambientale. 

Ora lo stiamo facendo, e in tempi stretti come mai prima d’ora. 


Al livello europeo,  come si legge sul sito del Consiglio Europeo, “La percentuale di gas russo da gasdotto nelle importazioni dell'UE è scesa da oltre il 40% nel 2021 all'8% circa nel 2023. Per quanto riguarda il gas da gasdotto e il GNL combinati, la Russia ha rappresentato meno del 15% delle importazioni totali di gas dell'UE. La riduzione è stata possibile soprattutto grazie a un forte aumento delle importazioni di GNL e a una riduzione generale del consumo di gas nell'UE.”

Dunque, in meno di due anni, l’UE ha ridotto moltissimo l’importazione di gas naturale dalla Russia, aumentando le importazioni via nave di GNL e riducendo il consumo. Dal che, emerge con evidenza che si può ridurre i consumi.

Dall’infografica interattiva alla pagina indicata al link in calce, si rileva che le maggiori variazioni che hanno consentito questo risultato sono l’incremento delle importazioni dagli Stati Uniti e proprio la riduzione dei consumi complessivi. In particolare, si legge anche che nel giro di un anno da agosto 2022 e gennaio 2023 i paesi dell'UE hanno ridotto collettivamente la quantità di gas naturale consumato nell'UE del 19%, vale a dire di 41,5 miliardi di metri cubi, con percentuali diverse nei vari Paesi.

La sicurezza dell’approvvigionamento e l’autonomia energetica, per quanto possibile, sono fondamentali, e ancor più, decisive nel ruolo e nella collocazione geopolitica internazionale dell’Europa, tanto quanto la famosa difesa comune che è arrivato il momento di porre in essere al più presto.


L’Italia ha applicato le indicazioni europee con un Piano di contenimento dei consumi che, insieme agli effetti degli alti costi energetici,  ha raggiunto l’obiettivo di ridurre i consumi di gas nello stesso anno di oltre il 18%, dunque in linea con la media UE. Siamo inoltre il secondo Paese dell’Unione per stoccaggio di gas (il primo è la Germania) prima dell’inverno appena trascorso, e abbiamo registrato un notevole incremento delle installazioni di fonti rinnovabili - senza i sussidi pubblici. Probabilmente, a guidare il tutto è stata più la dinamica dei prezzi che le indicazioni politiche, ma la situazione appare in evoluzione. Inoltre, abbiamo aumentato le importazioni da Paesi diversi e ridotto notevolmente quelle dalla Russia - che però non sono state azzerate. Algeria, Azerbaijan, Norvegia, Libia e Russia, che contribuisce per meno di un decimo di quanto faceva prima.

Evitare di dipendere fortemente da un solo Paese, e cercare di ridurre le necessità complessive di gas, sono linee guida indispensabili in questa fase. Anche questo aspetto va a beneficio della sicurezza energetica, che si trova alla base della sicurezza di un Paese.

Quanto prima l’Unione si doterà davvero di una politica energetica comune e di una difesa comune, tanto prima raggiungeremo gli obiettivi legati al ruolo internazionale e al benessere della cittadinanza che ci siamo dati.


Il link indicato nell’articolo:


https://www.consilium.europa.eu/it/infographics/eu-gas-supply/





giovedì 14 marzo 2024

Politiche eco e mondi da salvare

 Sostiene Antonio Guterres (Segretario dell’ONU) durante l’intervista di Fabio Fazio a Che Tempo Che Fa che “abbiamo bisogno di solidarietà internazionale seria per mettere insieme le risorse e le capacità di tutti, perché è un problema di vita o di morte per noi e per il Pianeta; noi saremo in prima linea come Nazioni Unite in questa battaglia”, in riferimento alla crisi climatica che l’intero pianeta sta attraversando.

Va dato atto a Guterres di essersi espresso più volte in modo molto netto sul tema pesante del cambiamento climatico e come farvi fronte, in un contesto globale in cui, invece, il risiko delle grandi potenze sembra prevalere irresponsabilmente e come se non ci fossero sul tavolo problemi talmente grandi da avere la capacità di portare tutti noi, grandi potenze incluse, dritti nel baratro. I sistemi naturali sono in tali condizioni da portare l’umanità fuori dai percorsi consolidati verso territori in gran parte sconosciuti e per la parte restante preoccupanti se non interveniamo in breve tempo a modificare la rotta. In questo contesto, i contendenti nelle varie guerre che infestano il pianeta sono l’immagine dell’irresponsabilità, se non la personificazione dell’istinto di thanatos che dalla psiche esce e si fa arma per uccidere tutti quanti il più in fretta possibile. Nessuno di costoro mostra di aver capito che esiste un problema più grande per risolvere il quale dovremmo unirci e agire in modo coerente. E l’ONU non sembra in grado di farglielo capire.


Va dato atto anche all’Unione Europea di perseverare nella propria linea ambientalista (che è una bella parola, molto concreta e assai poco “ideologica”) come mostra la recente approvazione da parte del Parlamento della Direttiva sull’Efficienza Energetica degli Edifici, da tutti ribattezzata Direttiva sulle “case green”. Per la cronaca, e riguardo i partiti italiani, hanno votato contro: Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Azione, mentre hanno votato a favore: Partito Democratico, Movimento5stelle, Verdi e Sinistra, Italia Viva. 

Se ne parla da anni, anzi da decenni, della necessità di intervenire per risparmiare energia nei settori di consumo anziché produrla, e l’efficienza energetica è la strada più lineare e incontestabile. Gli edifici datati, per come sono stati costruiti, richiedono molta energia per riscaldare, per raffrescare o per illuminare, mentre sono sul mercato tecnologie che consentono risparmi notevoli efficientando l’edificio, fino a renderlo “quasi zero” vale a dire con consumi bassissimi e impatti ambientali altrettanto bassi, con considerevoli risparmi in bolletta. Si parla da anni di iniziare dagli edifici pubblici, e dalle scuole, palestra dell’incoerenza sociale nel momento in cui insegni agli studenti come risparmiare energia o fare la raccolta differenziata dentro aule fredde piene di spifferi dalle finestre monovetro con termosifoni al massimo e cappotti sulle spalle. Chi le ha costruite, con quali denari, e aggiungerei con quali architetti?

I partiti contrari dicono che non si trovano i soldi per simili interventi, ma sono gli stessi che intendono trovare i soldi per ponti giganti inutili, per condonare le imposte agli evasori, per piste olimpioniche che diventeranno cattedrali nel deserto - dopo naturalmente aver abbattuto un bosco di larici secolari.

Dunque l’Europa mantiene il ruolo di guida a livello mondiale sui temi ambientali, ruolo che ha da anni, e che può essere un grande beneficio sociale e politico se ben sfruttato. Non si tratta di porre in essere decisioni che ostacolino la nostra economia, che sarebbe un errore grave, si tratta di incidere sull’economia mondiale, orientandone la forma e i contenuti.  Essere i primi in qualcosa che avverrà dovunque. L’Europa nell’ambito economico è una potenza mondiale e può esercitare la sua influenza sul piano globale. 


“Non siamo riusciti a far sì che la gente comune abbia l’esperienza concreta dei benefici della transizione” sostiene la Ministra Teresa Ribera del governo Sanchez, in una recente intervista sul Corriere della Sera. Credo che in larga misura sia vero. Perché, oltre ai benefici ambientali, sempre indiretti nella percezione del cittadino, la transizione ecologica può portare notevoli benefici economici, occupazionali, sociali legati allo sviluppo sostenibile. Si tratta di un salto in avanti, non indietro, che è invece la direzione in cui ci porterebbe il mantenimento dello status quo. Questo aspetto è sempre in secondo piano, e forse è anche colpa nostra, degli ambientalisti, non aver saputo comunicare efficacemente la positività legata a questo cruciale passaggio. La cultura di base ha un ruolo, accanto alla sensibilità di ciascuno, determinante nel costruire percorsi fatti di idee e proposte orientate allo sviluppo sostenibile. “Conoscere il tuo pianeta è un passo verso il proteggerlo” sosteneva il grande oceanografo Jacques Cousteau, e spesso manca proprio il primo passo, una cultura ecologica di base per iniziare un cammino che porti sulla via della sostenibilità.








venerdì 9 febbraio 2024

UE: eolico supera il gas nella produzione elettrica

 L’anno appena trascorso ha visto il raggiungimento ed il superamento di una serie di valori-soglia importanti nei Paesi dell’Unione Europea ben descritti nell’articolo di Qualenergia “Eolico batte gas, carbone ai minimi storici: l’elettricità dell’UE nel 2023” (in calce), che cita a sua volta un rapporto di Ember, organismo indipendente di studio sulle politiche energetiche che abbiamo già incontrato più volte, dal titolo “European Electricity Review 2024”.

Dice l’articolo che le fonti energetiche fossili per la prima volta sono calate fino a contribuire per meno di un terzo della produzione complessiva di elettricità, che l’eolico ha superato il gas generando 475 TWh contro 452 TWh, registrando un’aumento di 55 TWh, che eolico e fotovoltaico insieme hanno contribuito per oltre un quarto, precisamente per il 27%, alla generazione complessiva, e che tutte le rinnovabili insieme hanno superato il 40% della produzione totale arrivando al 44%. Da notare che si tratta di valori di produzione di energia elettrica, e non di potenza installata, quindi confrontabili direttamente con la generazione da fonte fossile.

Questi dati vanno affiancati ad un calo della domanda di quasi 2.700 TWh, corrispondenti a -3,4% rispetto al 2022.


Nello specifico, la produzione di energia da carbone ha raggiunto il minimo storico di 333 TWh, con un crollo nel giro di un anno di -26%, contribuendo alla generazione complessiva con il 12%. Anche il gas è diminuito, con 452 TWh corrispondenti ad una riduzione di -15% sull’anno precedente, e ad un contributo sul totale del 17%.







Nel grafico, che evidenzia con i colori il fatto nuovo che il vento, ossia una fonte energetica naturale e pulita, ha superato il gas nella generazione elettrica in Europa, si possono notare alcune altre caratteristiche. Innanzitutto, i valori di partenza riferiti all’anno 2000, nettamente diversi e distanti fra le fonti energetiche: bassissimi per vento e sole, intermedi per il gas e l’idroelettrico, elevati per nucleare e carbone. In secondo luogo, gli andamenti nel tempo: oscillante ma sostanzialmente stabile per la fonte rinnovabile storica, l’idroelettrico, calante per il nucleare, fortemente calante per il carbone, mentre il gas oscilla notevolmente nella fascia intermedia, e infine fortemente crescente per solare ed eolico. Questi dati ci dicono che la ormai famosa transizione ecologica è in corso, non si arresta - ricordate i timori di una frenata o di un arretramento ai tempi del lockdown del Covid? - e anzi procede nonostante tutti gli ostacoli, che comunque ci sono, basti pensare alle difficoltà che ci siamo trovati davanti quando abbiamo pensato di allontanarci dalla dipendenza  dalla Russia. Questo è il dato positivo: una volta iniziato il percorso, la via è tracciata, e non si torna indietro.

Il secondo elemento positivo che emerge dai dati è il calo delle emissioni inquinanti e climalteranti: si registra infatti un crollo record delle emissioni di -19%. Non è detto che si tratti di una tendenza stabile anno per anno, ma è molto probabile che si inserisca in una tendenza su un periodo più lungo di diminuzione delle emissioni provenienti dalla generazione elettrica.


Come dice Sarah Brown (Eu Programme Director di Ember, traduco dal sito) “La crisi energetica e l’invasione russa dell’Ucraina non hanno portato ad una rinascita di carbone e gas - anzi, ne siamo lontani. Il carbone sta uscendo dalla produzione, mentre eolico e solare crescono, e il gas è prossimo al declino. Ma non è tempo di compiacersi.” 

Penso che sia tempo di continuare a lavorare per creare un sistema efficiente di produzione energetica libera dalle fonti fossili, e questi dati mostrano che è possibile. 



Il rapporto di Ember si trova al seguente indirizzo:


https://ember-climate.org/insights/research/european-electricity-review-2024/


L’articolo che lo riassume sul sito di Qualenergia:


https://www.qualenergia.it/articoli/eolico-batte-gas-carbone-minimi-storici-elettricita-ue-2023/





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