giovedì 31 luglio 2025

I (notevoli) numeri del dissesto idrogeologico

 Avanza la percentuale di territorio esposta a rischio per frane negli ultimi tre anni di una percentuale non trascurabile del 15%, secondo il IV Rapporto Ispra sul “Dissesto idrogeologico in Italia” edizione 2024 (link in calce).

In termini assoluti, passa da 55.400 chilometri quadrati a 69.500, corrispondente al 23% del territorio nazionale. Risulta dal Rapporto che quasi tutti i Comuni italiani sono esposti al rischio di frane, alluvioni, valanghe: in percentuale, si raggiunge quasi il totale con il 94,5%. Viene da chiedersi dove si trovano i restanti Comuni del 5,5%.

Anche le aree classificate a maggiore pericolosità (c’è una classificazione specifica) aumentano, passando da 8,7% a 9,5%.

Inutile ricordare che i fenomeni qui analizzati si sono verificati e hanno comportato vittime, disagi, danni all’agricoltura e alle strutture viarie, residenziali, produttive.

Siamo tra i Paesi europei più esposti, con 5,7 milioni di abitanti a rischio per le frane, cui si associano 742.000 edifici, 75.000 imprese e 14.000 beni culturali.

Riguardo il pericolo di valanghe, si rileva che il 13% del territorio montano è a rischio. L’unico dato positivo è l’inversione di tendenza del fenomeno erosivo delle spiagge italiane.

Le principali cause sono riconducibili alle caratteristiche geologiche del territorio italiano (su cui non possiamo fare molto se non difenderci), alla sistematica invasione dell’edilizia di ogni genere in aree non adatte (su cui avremmo sempre potuto fare moltissimo evitando di costruire dove non si può), e ai cambiamenti climatici, che aumentano la frequenza e la portata dei fenomeni (in questo caso possiamo ancora una volta difenderci, ma anche agire per ridurre le cause del cambiamento climatico stesso, che è dovuto all’inquinamento planetario).

In altre parole, dobbiamo intervenire per aumentare la sicurezza del territorio, evitare di costruire e magari togliere il costruito nelle aree inadatte, e continuare il percorso di decarbonizzazione dell’economia in linea con la prospettiva di arrivare ad un futuro a impatto climatico zero. Investire in questo senso significa porre al riparo il Paese da danni gravissimi, prevenedo i costi che poi vengono sostenuti qualora la frana, l’alluvione, etc. capitino veramente. 

Riguardo l’aspetto economico, possiamo legarci facilmente al post precedente. Alla domanda “quanto costa intervenire per mettere in sicurezza il territorio dal rischio idrogeologico?” possiamo contrapporre la domanda: “quanto costa non farlo?”

Vale a dire, quanto costa evitare di affrontare i problemi ambientali, e aspettare che ci piombino addosso, pagandone al momento tutte le conseguenze?

Ripetiamo ancora una volta che non si sta qui parlando di temi “nuovi”, su cui è necessario dibattere, confrontarsi, etc., si sta parlando di temi che almeno hanno 40-50 anni, ma che per ragioni diverse faticano moltissimo ad entrare nel novero delle priorità da affrontare. 

Il nostro Paese è esposto anche se per mesi non capita nulla, se un’estate è meno calda delle altre, o se un inverno nevica. Basarsi sui dati scientifici è la migliore opzione che abbiamo, e se l’abbiamo è meglio usarla.


Il link del IV Rapporto di Ispra:


https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2025/dissesto-idrogeologico





mercoledì 2 luglio 2025

Green Deal sì, Green Deal no

 Iniziamo da un paio di domande. Costa il Green Deal europeo? Sì. Perché l’attuazione del Green Deal ha un prezzo? Perché la straordinaria crescita economica degli ultimi due secoli ha dei costi che non sono stati considerati, che non rientrano nel calcolo della crescita economica, ma che esistono, e ora ci viene presentato il conto. Un conto salato che molti ancora rifiutano di vedere.


A volte è utile ripartire dalle fondamenta. Lo sviluppo economico che, innegabilmente, ha portato benefici ad una parte consistente dell’umanità è stato condotto a spese dell’ambiente. L’estrazione dei combustibili fossili dal sottosuolo (carbone, petrolio, metano), la loro combustione, l’immissione in atmosfera dei prodotti della combustione stessa hanno causato, e tuttora causano, danni gravi all’ambiente, ai sistemi naturali, alle persone che nell’ambiente vivono, cioè a noi tutti. Questo causa dei costi legati ai danni arrecati, all’aria inquinata, all’acqua e al suolo alterati, e alle conseguenze sanitarie sulle persone. Questi costi non rientrano nei calcoli economici, che infatti nell’economia classica restano “esterni” e così vengono chiamati, cioè rimangono a carico della collettività. L’incremento di spesa sanitaria dovuto alle malattie respiratorie che affliggono numerose persone residenti in aree con l’aria inquinata viene coperto con la fiscalità generale. Lo stesso vale tradizionalmente per tutti gli altri, dai depuratori, allo smaltimento dei rifiuti nocivi.

Ora, il problema si è talmente allargato che stiamo alterando i sistemi naturali dell’intero pianeta: la concentrazione di carbonio in atmosfera è diventata così alta da procurare un cambiamento del sistema climatico, la perdita di biodiversità procede a ritmi elevatissimi, la natura in generale si sta rapidamente deteriorando.

A causa del cambiamento del clima accadono fenomeni meteorologici estremi con maggiore frequenza e a questi rispondiamo sempre facendo a meno di integrare quei costi nel sistema economico, ma pagandoli con i soldi pubblici. Chi paga le conseguenze di una frana, di un’alluvione, le ondate di calore che comportano anche un aumento dei decessi dovuti al caldo? 


Ora, la natura ci sta presentando il conto. E non è retorica, ma fisica. 

Però, i parametri che determinano la crescita economica e che sono il principale metro di valutazione dell’attività di un governo non includono questi fatti. 

Dico subito che non si tratta di passare alla decrescita, ma di passare ad un’altra crescita economica, quella “verde”. Non abbiamo altre strade. 

Il Green Deal europeo tratta di questo, ovvero del passaggio ad un sistema economico maggiormente sostenibile per l’ambiente. Credo che l’UE debba tenere il punto, ma credo anche che la transizione “verde” non debba essere fatta solo di regole, ma anche di adeguate politiche industriali e sociali. Una parte della produzione industriale va riconvertita in ciò che serve per il greening della nostra economia; se non continueremo a fare componentistica per auto faremo componentistica per le rinnovabili, o per l’efficienza.

Sentire o leggere in ogni dove l’esponente politico di turno che dovrebbe occuparsi di questi temi affermare che dato che non è stata fatta una politica industriale adeguata bisogna rinunciare al Green Deal è sconcertante. Spetta a loro farla, costruendo un percorso che risolva un problema pressante. Sarebbe come dire che siccome non ho fatto il lavoro che dovevo resto dove sono e non risolvo un bel niente.


La ricerca da parte dell’Europa di procedere verso una società più sostenibile e più giusta è corretta e fondata. Ma va guidata: non puoi lasciare al singolo cittadino l’onere di trasformare la sua casa in classe A+, gli vanno forniti gli strumenti, anche finanziari. Vanno riparate le toppe che abbiamo fatto nel corso del tempo, immaginando un mondo in cui si poteva fare ciò che si voleva, senza tenere conto delle conseguenze ambientali. Un mondo che non esiste. 


Dunque, perché il Green Deal ha un prezzo? Perché abbiamo costruito un sistema economico che esclude l’ambiente, e la prosperità che siamo riusciti ad ottenere (per una parte soltanto dell’umanità) si basa sullo sfruttamento delle risorse naturali, con tutte le conseguenze che ora subiamo. Quindi, è l’economia tradizionale a sbagliare. Da tempo in effetti numerosi studiosi hanno proposto linee di pensiero e di azione diverse che vanno sotto il nome di “economia ecologica”, ma sarebbe troppo lungo trattarne i temi qui.


Dobbiamo però sapere che possiamo intervenire per correggere la rotta. Possiamo ora - non dopodomani, ma ora - cercare di rimediare e impostare di conseguenza un tipo di sviluppo che sia realmente sostenibile. Per noi e per le prossime generazioni, a cui già ora consegnamo un mondo profondamente alterato.







martedì 17 giugno 2025

Estate con i libri

Un'occasione per affrontare insieme argomenti fondamentali e bellissimi come la tutela della biodiversità: mercoledì 25 giugno ne parleremo presentando un libro che ripercorre, passando da Linneo a von Humboldt a Darwin, la storia significativa dell'evoluzione della vita sulla Terra, e tratta dell'impatto che la specie umana ha sul pianeta e sulle altre specie. 

Una storia affascinante che ci porta a considerare correttamente il contesto naturale in cui ci troviamo e che troppo spesso dimentichiamo.

 

 

 

sabato 24 maggio 2025

Emissioni climalteranti in calo in Cina

 Una notizia davvero interessante: per la prima volta (escluso quindi il periodo del lockdown durante la pandemia) le emissioni di biossido di carbonio della Cina sono diminuite, nonostante la rapida crescita della domanda di energia. La causa sarebbe la crescita della produzione di energia pulita.

L’articolo e il grafico sono stati pubblicati da Carbon Brief, con il titolo “Analysis: clean energy just put China’s CO2 emissions into reverse for first time”.

Il grafico mostra le emissioni di CO2, in milioni di tonnellate, nel corso del tempo. Esse calano di 1,6% nel primo trimestre del 2025 rispetto allo scorso anno, e di 1% negli ultimi 12 mesi, e la causa va soprattutto ricercata nella grande diffusione delle energie pulite che interessa il Paese asiatico. Infatti, l’aspetto di “prima volta” sarebbe dovuto proprio alla crescita delle energie rinnovabili che riesce a coprire la crescita della domanda, e non ad un periodo di crisi economica, come sarebbe già accaduto in passato.

L’analisi si spinge ad ipotizzare che le emissioni cinesi potrebbero essere vicine a raggiungere un picco o addirittura una fase di declino strutturale.

Tuttavia, alla velocità attuale di riduzione delle emissioni la Cina non riuscirebbe a raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione dell’Accordo di Parigi. Questo mostra che c’è ancora molto da fare, in un contesto, però, dove certo non sono fermi al punto di partenza.




Le emissioni di CO2 della Cina calano per la prima volta a causa delle energie pulite.



Per approfondire, l’articolo citato amplia l’analisi ai vari settori. L’indirizzo è il seguente:

https://www.carbonbrief.org/analysis-clean-energy-just-put-chinas-co2-emissions-into-reverse-for-first-time/





venerdì 9 maggio 2025

Eolico a Badìa Tedalda: troppi elementi critici genererebbero un impatto eccessivo

Riguardo il progetto di impianto eolico denominato “Badia del vento” e situato al confine fra Toscana e Romagna nel territorio di Badìa Tedalda (AR) credo che abbia ragione la Regione Emilia Romagna che, insieme a numerosi Comuni del territorio, ha espresso parere contrario. La Regione Toscana, che promuove l’impianto collocato al confine fra le due regioni (capitano spesso proprio sui confini) è ovviamente favorevole.

Si tratta di sistemare un impianto eolico industriale di dimensioni ragguardevoli in uno dei territori italiani ancora poco alterati da mano umana, di particolare rilevanza storica, paesaggistica, naturalistica. A questo impianto ne seguirebbero altri, arrivando ad una sessantina di aerogeneratori collocati in alta quota sui crinali. L’area interessata si trova fra il camaldolese, il territorio di San Marino e il Montefeltro. Dalla parte della Romagna, le pale eoliche sovrasterebbero la Valmarecchia.
Il progetto di impianto “Badia del vento” è costituito da 7 turbine eoliche alte 180 metri, come enormi grattacieli, con rotori del diametro di 136 metri, e piazzole di sostegno gigantesche. I lavori di sbancamento sarebbero notevoli, su crinali intonsi ad oltre 1.000 metri di quota. L’Appennino toscoemiliano non è caratterizzato da venti particolarmente intensi, perciò bisogna andare a prenderli a grandi altezze, e sorge spontanea la domanda se ne vale la pena sul piano della produzione di energia.
Il progetto, inoltre, non rispetterebbe i 7 Km di distanza, con numerosi beni architettonici e storici tutelati, e non terrebbe conto della vicinanza ad aree naturali protette. Per citarne alcune, si tratta della Riserva Naturale dell’Alpe della Luna, il Monte Fumaiolo, la ripa della Moia, i fiumi Marecchia e Senatello, il Monte Carpegna, il Torrente Messa, il Poggio Miratoio, il Parco e la riserva naturale del Sasso Simone e Simoncello, o località storiche come il borgo di Petrella Guidi. E’ del tutto naturale che la zona sia piena di territori da tutelare, vi
ste le caratteristiche che la rendono una delle aree di maggior pregio naturalistico e storico in Italia.

La Regione Emilia Romagna osserva che l’impianto può avere potenziali effetti negativi e significativi sulle componenti ambientali (paesaggio, avifauna, chirotterofauna e rumore) e che presenta delle criticità rispetto alla pianificazione territoriale regionale e l'idoneità delle aree per l'installazione di impianti eolici, per non parlare ovviamente dell’impatto visivo. 
E’ lecito aspettarsi che il progetto venga archiviato, nel quadro di una regolamentazione delle aree idonee agli impianti eolici e del rispetto delle norme, come anche nel contesto di uno sviluppo corretto delle fonti rinnovabili.


Il problema delle rinnovabili sul territorio costituisce da anni un aspetto non secondario della transizione energetica. Sono positivi i dati numerici che mostrano una crescita nel tempo delle energie pulite, ma non basta se tale crescita nel concreto non avviene nel rispetto del territorio. Insomma, non si possono costruire ovunque e comunque, vanno invece fatte delle scelte sulla base di regole precise, capaci di promuovere le fonti pulite senza stravolgere fauna, flora, peculiarità storiche, artistiche, naturalistiche del territorio interessato - è l’unico modo, fra l’altro, che può portare a una migliore e più facile accettazione da parte delle comunità locali.


Si possono trovare tutte le informazioni relative al progetto e all’iter in corso sui siti della Regione Emilia Romagna e Toscana, sul portale Demetra della Regione Emilia Romagna, oltre che su numerosi siti informativi.



martedì 15 aprile 2025

La riduzione della calotta glaciale artica continua

Nonostante le posizioni contrarie alle tesi scientifiche sul cambiamento climatico della nuova amministrazione americana, le pagine del NOAA (organismo scientifico governativo statunitense) continuano a fornire dati sulla situazione ambientale mondiale, che risulta purtroppo in continuo peggioramento.
Secondo un articolo pubblicato il 9 aprile scorso, la calotta glaciale artica è in continua riduzione, sia di estensione sia di spessore, e quest'anno ha raggiunto il record negativo storico (come quasi ogni anno, in una sequenza che non lascia dubbi riguardo la tendenza). Il 22 marzo scorso il ghiaccio artico era nel suo picco massimo stagionale, ma si tratta del massimo più ridotto degli ultimi 47 anni, da quando sono cominciate le misure via satellite, nel 1979. L'immagine rappresenta l'estensione rispetto alla media fra il 1981 e il 2010, costituita dalla linea gialla.
I dati - almeno ad oggi, e speriamo che la politica non si intrometta mai nella libera ricerca scientifica - non possono essere alterati, e la sequenza di diminuzione dei ghiacci terrestri ad ogni latitudine è impressionante, costituendo la prova più evidente del riscaldamento globale e delle sue conseguenze. 

L'articolo completo si trova all'indirizzo in calce.



https://www.climate.gov/news-features/event-tracker/2025-winter-maximum-sea-ice-extent-arctic-smallest-record


martedì 1 aprile 2025

Un progetto europeo per l’idrogeno liquido nel settore aereo

 Pur non essendo (ancora) la principale fonte di inquinamento, il trasporto aereo incide sulle emissioni complessive in percentuale non trascurabile, soprattutto se si considerano le previsioni di crescita intensa del settore prevista per il prossimo futuro. Secondo Enac, le emissioni dovute agli aerei sono attualmente del 3% circa, secondo altre stime, come quella presente sul sito dell’Europarlamento, sono del 3,4%, mentre sappiamo che in rapporto al numero di passeggeri e al numero di kilometri percorsi gli spostamenti aerei sono più inquinanti dell’automobile a benzina, e molto più inquinanti del treno (che resta il mezzo di trasporto migliore dal punto di vista ambientale).


Tenendo conto della continua crescita del trasporto aereo, si fa dunque pressante la necessità di ridurne gli impatti. Questo è lo scopo del progetto europeo HASTA, che vede un finanziamento di oltre 3 milioni di euro nell’ambito del programma Horizon UE, e a cui partecipano 15 partner da 8 Paesi (tutti europei più il Sudafrica). Per l’Italia ne fanno parte Enea, CNR, e le Università La Sapienza e Cusano. Lo scopo del progetto è sviluppare tecnologie basate sull’idrogeno liquido come carburante per gli aerei.

L’attività di ricerca, in particolare, verte sullo stoccaggio dell’idrogeno liquido per il suo utilizzo nell’aviazione civile al cui riguardo si progetta un innovativo serbatoio in grado di contenerlo in sicurezza.


Come si legge sul sito dell’Enea, “per consentire quantità maggiori di idrogeno in spazi ridotti l'idrogeno deve essere raffreddato a bassissime temperature (-252,87 °C), in modo da renderlo molto più denso rispetto alla sua forma gassosa”. La sfida principale consiste proprio nel trovare i mezzi e le tecnologie capaci di gestire stoccaggi e interventi di vario tipo a temperature estremamente basse.

L’idrogeno, però, se “verde” cioè prodotto da energie pulite, non produce emissioni di CO2, ma soltanto vapore acqueo, e costituirebbe un grande vantaggio se si riuscisse a creare una intera filiera sostenibile.


Per maggiori dettagli:


https://www.media.enea.it/comunicati-e-news/archivio-anni/anno-2025/trasporti-enea-nel-progetto-da-3-milioni-di-euro-per-l-idrogeno-liquido-nel-settore-aereo.html






giovedì 20 marzo 2025

Temi economici ed energetici sul tavolo del Consiglio Europeo del 20/3

 Cosa sta accadendo sul piano politico a livello europeo riguardo i temi energetici ed economici, lo spiega bene un articolo tratto dalla rivista Qualenergia, dal titolo “Il riarmo europeo è anche finanziario, e c’entra l’energia”.

Il dibattito pubblico e i titoli dei giornali si concentrano molto sulla proposta di “riarmo” da 800 milioni, mentre il resto rimane nell’ombra.

In realta’ diverse cose si muovono sul fronte economico e finanziario. Si legge nell’articolo, di cui in calce riporto il link, che “L’Europa ha un fabbisogno aggiuntivo di “investimenti verdi” al 2030 tra 403 e 558 miliardi di euro l’anno. Si tratta di risorse che devono sommarsi a quelle già impegnate e previste per i prossimi cinque anni, alla luce dei target Ue di carattere ambientale e anche sociale” secondo stime della BCE. Una unione dei mercati dei capitali che costituisce una “sorta di riarmo finanziario che può avere un riflesso diretto sulla capacità delle aziende Ue di competere sulla scena globale”, come si legge nel medesimo articolo.

Si tratta di temi che saranno discussi oggi e domani, 20 e 21 marzo, al Consiglio europeo. Sul tavolo, anche il tema dell’energia, con il percorso di decarbonizzazione e i passi specifici da compiere, come il decreto Fer X, e il disaccoppiamento gas-elettricità, fondamentali nel processo in corso.

Il tema di una Europa sempre più unita è decisivo riguardo i temi dell’ambiente e dell’energia, ma ritengo che l’Unione Europea abbia necessità di un sostegno forte sul piano ideale per potersi compiere. Bene il processo di unificazione dei mercati, che si svolga sui piani economico e finanziario, ma non basta: se si vuole andare oltre, ed è necessario se non indispensabile, bisogna puntare su una visione del futuro europeo che sia fondata su valori e ideali come solide fondamenta di ogni processo di natura politica, economica e sociale. 


L’articolo menzionato:


https://www.qualenergia.it/articoli/riarmo-europeo-anche-finanziario-entra-energia/








lunedì 17 febbraio 2025

Rischio climatico: siamo al terzo posto

 L'Italia al 3° posto nel mondo in una classifica del grado di rischio rispetto al cambiamento climatico. Questa la non invidiabile posizione che occupa il nostro Paese nell'ultima edizione del Climate Risk Index 2025, da poco pubblicata. 

L'indice, pubblicato dal 2006, analizza gli effetti degli eventi climatici estremi causati dal cambiamento del clima nei vari Paesi del mondo, ordinandoli sulla base degli impatti umani ed economici. Il tema principale che sottende l'analisi è costituito dal fatto che le manifestazioni dell'estremizzazione dei fenomeni climatici stanno diventando comuni, una specie di nuova normalità, con piogge forti, alluvioni, tempeste, ondate di calore e incendi - come si legge sul sito. Dal 1993 al 2022 sono accaduti 9.400 eventi meteorologici estremi che hanno causato 765.000 morti, e una perdita economica di 4,2 migliaia di miliardi di dollari (stima che tiene conto dell'inflazione).

Si tratta di cifre elevatissime, del resto previste da anni se non da decenni: il Rapporto Stern (una delle prime valutazioni serie degli impatti economici del cambiamento climatico, che arrivava a stimare una perdita progressiva del 5% ogni anno, che può arrivare al 10% o al 20% del Pil mondiale) è del 2006. La perdita citata sopra sarebbe del 4% del Pil mondiale. Sappiamo da anni cosa ci aspetta, e rispetto ai rapporti degli anni '90 o 2000 (dell'IPCC o di altri organismi di studio e ricerca, o di singoli esperti), possiamo dire amaramente di essere soddisfatti delle previsioni.

Per quanto riguarda l’Italia, risulta essere uno dei Paesi più colpiti dalla crisi climatica, con dati che parlano chiaro: 38.000 vittime,  e danni per  60 miliardi di dollari. Si tratta di cifre preoccupanti, soprattutto se destinate ad aumentare nel corso del tempo, come conseguenza di un fenomeno che progredisce lentamente ma visibilmente nel tempo. 

Le considerazioni economiche sugli impatti sull’industria tradizionale delle politiche green devono tener conto anche di queste cifre, che non sono stime, ma dati precisi su quanto già accaduto. La quantificazione monetaria dei morti la lasciamo invece ai sostenitori dello status quo, ai contrari al cambiamento, ai fautori delle fonti di energia fossile, inquinanti, gravanti sui sistemi naturali a partire dal sistema climatico, ai promotori di fake news, a coloro che negano l’evidenza oltre che la scienza, quando anche fossero Presidenti degli Stati Uniti.

L’immagine che segue riassume la classifica nelle prime posizioni.




Per maggiori dettagli: 

https://www.germanwatch.org/en/cri

 

 

martedì 21 gennaio 2025

Parliamone insieme 3

 Siamo pronti a rispondere adeguatamente agli eventi climatici estremi, che ci colpiscono con maggiore frequenza?

Come intervenire sul territorio per migliorarne la resilienza, e quali modalità sono più adatte ai territori urbanizzati, a quelli agricoli, a quelli naturali?
Come relazionarci alla nuova era, denominata “antropocene” per via della profonda e invasiva influenza che l’uomo ha sui sistemi naturali?
A queste e a molte altre domande proveremo a rispondere nell’incontro pubblico online, che si terrà mercoledì 5 febbraio prossimo, alle ore 18.00, dal titolo
EVENTI CLIMATICI ESTREMI: TUTTO QUELLO CHE DEVI SAPERE PER RISPONDERE ALLE NUOVE SFIDE
La partecipazione è libera e gratuita, basta collegarsi al link:
Al termine degli interventi sarà possibile porre domande ai relatori.



lunedì 6 gennaio 2025

Caro bollette: sarebbe utile aprire un dibattito sul meccanismo di formazione dei prezzi

 Si parla nuovamente in questi giorni dell’aumento del prezzo dell’energia e del conseguente aggravio sulle famiglie e sulle imprese.  La guerra in Ucraina ha portato sotto i riflettori il fatto, che avrebbe dovuto essere già precedentemente fonte di preoccupazione riguardo la sicurezza, che una quota eccessiva di gas naturale proveniva dalla Russia, e bene ha fatto il governo a ridurre in tempi brevi una dipendenza non più accettabile. Ora, il prezzo del gas stesso è già stato oggetto di speculazioni e può esserlo ancora, tanto che il Ministro dell’Ambiente e dell’Energia ha chiesto un price cap in sede europea di 50/60 euro al megawattora. 

Il metano lo usiamo sia per riscaldamento, sia per produrre energia elettrica, e un aumento delle bollette va a colpire le famiglie, e le imprese che producono evidentemente utilizzando energia. Dato che sono convinta che se non si risale all’origine delle questioni non se ne comprendono appieno le caratteristiche, penso sia utile rivedere come si forma il prezzo dell’energia elettrica in Italia, dato che il gas viene ancora abbondantemente utilizzato nelle centrali termoelettriche per produrre elettricità, appunto.

Nel nostro Paese, il prezzo dell‘energia elettrica viene determinato all’interno di un sistema di mercato libero, diviso in fasi diverse: il “mercato del giorno prima” dove vengono presentate le offerte e da cui nasce il PUN (prezzo unico nazionale), il “mercato infragiornaliero”, il “mercato del dispacciamento”, e infine, contratti bilaterali diretti fra produttori e consumatori. Il sistema, con la gestione delle variazioni nella domanda o nell’offerta in tempo reale, ha lo scopo di garantire sicurezza dell’approvvigionamento dell’energia richiesta. Per determinare quali offerte vengono accettate e quali no, c’è il meccanismo delle “aste marginali”, che prevede il “prezzo marginale”, vale a dire il prezzo dell’ultima quota di energia necessaria per soddisfare la domanda in un dato momento. Si tratta sempre di gas, per cui il prezzo del gas è quello che vale per tutti, per così dire, anche per la quota di rinnovabili, oggi non più trascurabile ma, al contrario, rilevante. Le rinnovabili evidentemente non utilizzano gas, e non dovrebbero esserne influenzate nella formazione del prezzo finale.

Sulla questione delle modalità con cui si formano i prezzi dell’energia elettrica, e della loro attualità, ci sono due begli articoli sulla rivista Qualenergia pubblicati due/tre anni fa, quando il problema dell’incremento dei prezzi si è presentato con forza. Ne suggerisco la lettura, a questi link:


https://www.qualenergia.it/articoli/prezzi-elettrici-alle-stelle-tutta-colpa-prezzo-marginale/


https://www.qualenergia.it/pro/articoli-pro/formazione-prezzo-mercati-elettrici-criticita-soluzioni-caro-energia-futuro-rinnovabili/




martedì 10 dicembre 2024

Crisi dell'auto e regole ambientali: agli anni '50 non si tornerà

Si parla spesso della crisi che sta investendo il settore dell’automobile (Stellantis, Volkswagen, per citarne due) e delle conseguenze negative che le scelte politiche a protezione del clima e dell’ambiente avrebbero sul settore. La conseguenza che si trae di solito è che sia sbagliato imporre regole e limiti che vanno a colpire un settore industriale che è alla base della nostra economia e che impiega, fra industrie dedicate e indotto, migliaia di posti di lavoro.

Partiamo da alcune assunzioni: l’economia tradizionale si basa sul consumo delle risorse e sull’emissione di sostanze inquinanti in atmosfera – su questo abbiamo fondato lo sviluppo finora – il settore delle automobili a combustione interna produce oggetti altamente impattanti, sia durante l’utilizzo, sia in fase di smaltimento, il sistema economico così fondato produce “costi esterni” che ricadono sulla collettività e che sono conseguenza delle alterazioni ambientali, come danni alla salute, danni ai sistemi naturali, danni da cambiamento climatico. Questi ultimi sono sempre più gravi e sono ormai sotto gli occhi di tutti.


Dunque, vogliamo cambiare. Per cambiare occorrono regole e limiti, ma porre regole e limiti senza portare avanti un’adeguata politica industriale non può che portare agli esiti attuali, con crisi nei settori, in questo caso dell’auto. Risulta persino ovvio.

La riduzione delle emissioni deve procedere insieme ad un riorientamento delle produzioni, nel processo e nel prodotto, sia per evitare problemi sia per trarre profitto dal cambiamento. La transizione ecologica è esattamente questo.

Nello specifico dell’auto, la questione si interseca con una non trascurabile modifica dei bisogni: l’attuale produzione di automobili ha come target di consumatori un insieme che si sta riducendo sempre più. L’auto non è più uno status symbol come è stato in passato, i suoi impatti sono noti a tutti, il suo acquisto comporta un investimento notevole. Le auto oggi in produzione rispecchiano visione e valori di trenta-quaranta anni fa. In Germania, così come in tutto il Nord Europa, non è raro che interi quartieri cittadini siano privi di auto per scelta degli abitanti, che si spostano con i mezzi pubblici.


Come si possa pensare che le cose restino eternamente come sono, con l’economia del dopoguerra, è un mistero. Ovviamente, accade il contrario, le cose si evolvono e oggi servono esperti di economia sostenibile che operino per il mondo di oggi e del futuro, esattamente come altri operarono per tirarci fuori dalla povertà in passato.


Non si può risolvere il problema negandone un altro ben più grave, ovvero l’altissimo grado di inquinamento che abbiamo già prodotto e che va ad alterare il sistema climatico dell’intero pianeta, lo si può risolvere intervenendo per modificare un sistema industriale ed economico che in buona parte si sta già riorientando (spesso precedendo la politica) da solo.

Dunque, regole sì, ma accompagnate da politiche industriali adeguate al mondo di oggi, non agli anni ‘50, nonostante i molti che si oppongono – probabilmente solo per proteggere interessi consolidati.





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