martedì 16 maggio 2023

La Cina raggiungerà quest’anno il nuovo picco delle emissioni, ma potrebbe essere l’ultimo

 Le emissioni di biossido di carbonio - CO2 - della Cina sono cresciute del 4% nei primi mesi del 2023 in rapporto allo stesso periodo dello scorso anno, raggiungendo un picco che rappresenta un record per il grande Paese asiatico, al di sopra di 3 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti, scrive Lauri Myllyvirta (lead analyst al Centre for Research on Energy and Clean Air, CREA) su Carbon Brief.


Le emissioni record raggiunte dalla Cina sarebbero causate, secondo l’analisi, da tre fattori principali: un rimbalzo dell’economia cinese dopo il lungo periodo di restrizioni dovute al Covid, misure economiche di stimolo, e bassa generazione da fonte idraulica dovuta alla siccità. Questi fattori avrebbero determinato un aumento della domanda di combustibili fossili, corrispondenti per ogni fonte a +5,5% di petrolio, +3,6% di carbone, +1,4% di gas, derivanti principalmente dalla produzione energetica, dai trasporti, dalla produzione di cemento.

Con tutta probabilità, visto l’impegno del governo sul fronte economico, l’anno in corso segnerà un picco di emissioni mai visto prima.


Ma sul medio periodo le cose starebbero in forma un po’ diversa (per fortuna). 

L’impegno cinese sul versante delle fonti rinnovabili ha portato ad una capacità installata che, insieme al nucleare (che ha altri problemi, ma non emette CO2) supera il 50% del totale. Le installazioni solari quest’anno sono triplicate rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, quelle eoliche hanno registrato un +32%, e complessivamente si prevede che quest’anno la nuova capacità solare ed eolica installata raggiungerà i 160 GW. I grafici mostrano andamenti in forte crescita, nettamente superiore agli ultimi anni, quando avevano già tutti un notevole andamento crescente. Questo significa che l’impegno cinese sulle rinnovabili non è venuto meno, anzi, è maggiore di prima, tanto che se la tendenza continuerà la Cina supererà previsioni che solo poco tempo fa erano consolidate fra gli analisti, ma che appaiono oggi eccessivamente deboli.

Contemporaneamente, la Cina fa ancora largo uso di carbone e nuovi impianti vengono realizzati, ma pare che la necessità di tali impianti sia fondamentalmente a copertura della domanda di picco, cresciuta notevolmente in anni recenti (lo scorso anno l’estate straordinariamente calda ha portato a un uso diffuso di condizionatori).

Le previsioni degli analisti sostengono che nei prossimi anni il contributo delle centrali a carbone potrebbe diminuire (in accordo, del resto, con gli impegni presi) in concomitanza alla percentuale sempre maggiore di fonti pulite, e che nel complesso le emissioni di carbonio sarebbero vicine, o già prossime, al picco storico, vale a dire al periodo in cui inizierebbero a calare. L’outlook prevede il picco addirittura quest’anno, e sarebbe seguito negli anni prossimi da un declino strutturale del livello delle emissioni.


Su piano globale, questo significa che la transizione ecologica del settore energetico sta coinvolgendo sempre più anche i grandi Paesi che fino a poco tempo fa erano occupati a creare sviluppo economico per migliorare le condizioni di vita al loro interno al di là di considerazioni di stampo ambientale. La Cina è stata portata troppo spesso a supporto delle tesi negazioniste e conservative dello status quo mentre non è affatto questo il ruolo che sta ricoprendo attualmente. Al contrario, nonostante le difficoltà derivanti dal recente sviluppo, l’impegno sul fronte delle rinnovabili non viene accantonato, come confermano gli studi condotti negli ultimi anni. 

La prospettiva (di cui l’Unione Europea è sempre stata traino mondiale, anche dal canto suo non senza difficoltà) va tenuta aperta e supportata in ogni modo, con lungimiranza.


L’analisi pubblicata su Carbon Brief si trova al seguente link:


https://www.carbonbrief.org/analysis-chinas-co2-emissions-hit-q1-record-high-after-4-rise-in-early-2023/







martedì 18 aprile 2023

Inizia il calo delle emissioni del settore energetico? Probabilmente sì.

 Crescono le rinnovabili e raggiungono percentuali non certo trascurabili dell'energia elettrica: secondo Ember, nel 2022 la quota è stata del 12%, con un incremento notevole rispetto all'anno precedente che registrava un 10%.

Il think tank sulla sfida energetica Ember ha pubblicato il nuovo Rapporto sullo stato del settore di produzione di energia che prevede che già quest'anno potremmo entrare in una nuova era di calo continuo della produzione da fonti fossili e di conseguenza delle emissioni derivanti dal settore. Sulla strada della decarbonizzazione, lo scenario dell'IEA (International Energy Agency) "Net Zero emissions" pone l'obiettivo di zero emissioni per il settore energetico al 2040, mentre lo zero delle emissioni dell'economia nel suo complesso dovrebbe configurarsi nel 2050. Si tratta di obiettivi molto sfidanti, da cui emerge l'importanza e l'urgenza di un decremento continuo nel settore energetico.

Le notizie riportate sono parzialmente positive: l'intensità di carbonio della generazione di elettricità non è mai stata così bassa come nello scorso anno, quando ha raggiunto "solo" 436 gCO2/kWh, cioè l'energia più pulita che nel complesso sia mai stata prodotta, dovuta principalmente all'aumento record di solare ed eolico. Nonostante questo, le emissioni del settore sono cresciute del 1,3%, per via del fatto che sono complessivamente aumentati i consumi.  Il ricorso al carbone è cresciuto del 1,1%, in linea con gli anni precedenti, ma molto meno di quanto ci si aspettasse al principio della crisi energetica, mentre il gas è quasi stabile. 

Ma soprattutto, gli autori del rapporto ritengono che il 2023 sarà l'inizio di un calo delle emissioni provenienti dal settore di produzione di energia che continuerà in futuro, dando il via ad una nuova era di emissioni via via decrescenti.

Per quanto riguarda altre fonti, come il nucleare tradizionale (fissione), che non emettono carbonio ma presentano altri problemi di difficile soluzione, si registra in questi giorni la notizia che la Germania abbandona i reattori decidendo di chiudere le ultime tre centrali ancora attive.  La strada sembra chiara: verso le fonti pulite e l'efficienza energetica.

Per saperne di più sul rapporto Ember:

https://ember-climate.org/insights/research/global-electricity-review-2023/




venerdì 7 aprile 2023

Fotovoltaico in Sicilia: un beneficio, non certo un danno

 Davvero si fatica a comprendere quale sia lo scopo del Presidente della Regione Siciliana Renato Schifani che ha deciso di sospendere il rilascio di autorizzazioni per il fotovoltaico nella sua regione, vale a dire che ha deciso di bloccare 667 richieste di nuove connessioni per una potenza di oltre 36 GW. Stando alle sue parole (Sole24Ore del 4 aprile u.s.) “dobbiamo valutare l’utile di impresa con l’utile sociale e col danno ambientale” e ancora “si tratta di investimenti notevoli che non producono posti di lavoro” e “la Sicilia paga un prezzo non dovuto per una risorsa che abbiamo”. Tutto questo specificando che le istruttorie non si fermano, ma vanno avanti. 

All’apparenza siamo all’autarchia locale dell’energia. Allora teniamoci ciascuno le nostre centrali per far funzionare la propria regione, incluse quelle che sfortunatamente inquinano perché non sono solari, così nessuno paga un prezzo non dovuto per la propria risorsa. Risulta quasi incredibile che un Presidente di Regione si esprima in questo modo, soprattutto in una fase energetica delicata in cui occorre per il bene del Paese investire sulle rinnovabili; speriamo che si tratti solo di schermaglie fra enti, alla ricerca di compensazioni.

E speriamo soprattutto che lo scontro fra istituzioni non rallenti - ancora una volta - un processo in cui siamo indietro se consideriamo le potenzialità del nostro Paese. Stando ai dati di Elettricità Futura (associazione del settore aderente a Confindustria) se procediamo come nell’ultimo periodo non raggiungeremo gli obiettivi al 2030. Figuriamoci poi se le Regioni corniciano a puntare i piedi.  Sempre Elettricità Futura sostiene che per raggiungere l’80% di rinnovabili al 2030 sarà necessario installare 85 GW per 320 miliardi di investimenti, 540 mila posti di lavoro, e 270 mliioni di tonnellate di CO2eq risparmiate. Le Regioni avranno solo da guadagnare dal processo e soprattutto quelle del Sud: proprio in Sicilia, a Catania, sono in corso progetti come quello di Enel Green Power 3Sun, una gigafactory da mille posti di lavoro dove si programma l’agrifotovoltaico o i nuovi pannelli solari bifacciali a eterogiuzione di silicio con prestazioni più elevate di quelli tradizionali, e destinata a diventare la più grande fucina di pannelli solari in Europa.  Altro che compensazioni, la Sicilia diventerà leader del settore. 


Abbiamo rilevato per un paio di decenni (questi sono stati i tempi necessari alla politica) che avevamo promosso con un sistema di incentivazioni le fonti rinnovabili senza creare una filiera del settore, ora che la stiamo creando sarebbe meglio portare avanti il tutto senza intoppi. Non si tratta solo di rispettare i target ambientali, si tratta in concomitanza di costruire un futuro per l’industria italiana che si basi sulle reali necessità e sulle risorse disponibili fra le quali non manca certo il Sole.




sabato 18 marzo 2023

Emissioni 2022: non bene, ma poteva andare peggio

 Le emissioni globali di biossido di carbonio dovute agli usi energetici sono aumentate anche nel 2022 ma meno di quanto si temesse soprattutto grazie alla forte crescita delle rinnovabili e delle tecnologie più efficienti. Come mostra il grafico, dopo il crollo delle emissioni nel 2020 a seguito del lockdown globale per la pandemia e il forte rimbalzo del 2021 con un +6%, lo scorso anno è stato registrato un incremento dello 0,9%, decisamente più basso di quanto ci si aspettasse. Il fatto però che la crescita sia piuttosto contenuta non ci esime dall’aver raggiunto il massimo storico di ben 36,8 miliardi di tonnellate di CO2 emesse in atmosfera.

Come a dire, le emissioni continuano a crescere ma meno del previsto. 


Questo è il quadro complessivo che emerge dal rapporto “CO2 emissions in 2022” (scaricabile al link in calce) della Iea (International Energy Agency) riguardante le emissioni di CO2 del settore energetico.

Il rapporto riguarda le emissioni di gas ad effetto-serra (CO2, metano, ossidi di azoto) provenienti dalla produzione di energia e dai processi industriali. Questi ultimi hanno visto un calo, mentre l’energia un incremento. Tutto sommato, e nonostante quanto accaduto nei mesi scorsi, con forti oscillazioni dei prezzi dell’energia, inflazione, ritorno del carbone in numerosi Paesi in risposta alla situazione di grande incertezza dovuta anche alla guerra in Ucraina, risulta che le nuove tecnologie per le rinnovabili e per l’efficienza non hanno perso terreno ed hanno evitato ben 550 milioni di tonnellate di emissioni. Una conferma del fatto che una volta ben introdotte nel mercato le nuove tecnologie si aprono la loro strada e non si torna più indietro.

Un secondo fra i punti principali che emergono dallo studio consiste nella conferma della tendenza al disaccoppiamento - desiderio e attesa ultradecennale di tutti coloro che seguono questo tema - fra le emissioni e la crescita economica che si registra da un po’ (2021 a parte): lo scorso anno il PIL mondiale è cresciuto del 3,2%, dunque molto di più dell’aumento delle emissioni. 

Il rapporto si addentra in valutazioni riguardanti le singole fonti e i principali Paesi inquinatori, dove risulta un leggerissimo calo delle emissioni in Cina, un piccolo aumento negli USA, quindi sostanzialmente situazioni stazionarie nei due Paesi, ed una riduzione del 2,5% nell’Unione Europea dove per la prima volta la generazione di elettricità eolica e solare insieme ha superato quella del gas o del nucleare. 



Nel grafico, l’andamento delle emissioni di carbonio in atmosfera nel corso del tempo. In ordinata, le emissioni in miliardi di tonnellate.



Il rapporto  IEA “CO2 emissions in 2022” può essere scaricato qui:


https://www.iea.org/reports/co2-emissions-in-2022





giovedì 23 febbraio 2023

Bandi green e rinnovabili: la Regione Emilia Romagna si impegna, ma il ritardo c’è ancora

 Fa piacere, anche se in un’ottica di lungo periodo, evidenziare il cambiamento avvenuto nelle istituzioni riguardo i temi energetici e ambientali negli ultimi vent’anni: si è passati da piani energetici obsoleti già al tempo in cui venivano proposti e largamente tradizionali a programmi green che un tempo stavano soltanto nei sogni degli ambientalisti.

Anche la Regione Emilia Romagna non si sottrae a questa evoluzione positiva che ha interessato le politiche riguardanti energia, ambiente, e ora (correttamente) anche lavoro, con una spinta in avanti negli anni recenti che delinea un cambio netto di visione. Vorrei segnalare il piano triennale di attuazione 2022-2024 del Piano Energetico Regionale 2030 (approvato con delibera n.112 del 6 dicembre 2022) e i primi tre bandi ad esso collegati, attivi in questi giorni se qualcuno fosse interessato. 


Si tratta di un primo bando da 13 milioni di Euro a fondo perduto (domande da indirizzare alla Regione dal 31 gennaio al 22 febbraio 2023) rivolto alle imprese che intendono fare interventi di riqualificazione energetica, di realizzazione di impianti a fonti rinnovabili per l’autoconsumo, di adeguamento antisismico.

Il secondo bando impegna 30 milioni di Euro per le stesse finalità ma destinati agli edifici pubblici (domande da presentare dal 14 marzo al 27 aprile 2023).

Infine, il terzo bando mette in campo 2 milioni di Euro per sostenere la costituzione di Comunità Energetiche Rinnovabili (domande dal 9 febbraio al 9 marzo 2023). 

Una Comunità Energetica Rinnovabile, prevista dalla normativa europea e italiana, è un’associazione di cittadini, imprese, amministrazioni locali, avente lo scopo di produrre, consumare e scambiare energia prodotta, ovviamente, con fonti pulite. Si tratta di un concetto innovativo che può produrre benefici economici e ambientali notevoli, e rientra nella linea politica di decarbonizzazione - e in questo caso, di evidente democratizzazione - dell’energia dell’Unione Europea.


Si legge sul sito (all’indirizzo in calce) che il Piano triennale di attuazione del piano energetico regionale aggiorna alcuni obiettivi, e fra questi indica una quota di copertura dei consumi finali rinnovabile del 22% al 2024, raggiungibile con un tasso di crescita del 3% annuo: una crescita interessante, che evidentemente avrebbe avuto altre cifre se si fosse partiti prima negli anni, e sarebbe stato più facile ottemperare i target UE, come è noto molto sfidanti. Nello specifico, l’Unione ha fissato l’obiettivo di raggiungere il 45% di rinnovabili sui consumi finali al 2030, mentre le emissioni climalteranti dovranno calare del 55% rispetto al 1990 sempre al 2030. E’ necessario uno sforzo notevole per rispettare limiti così stringenti, e le politiche dovranno concretizzarsi in esperienze e azioni tangibili rispettando una tabella di marcia che non ammette sconti.


In sostanza, va bene e soprattutto va bene il cambio netto di prospettiva avvenuto negli ultimi anni, ma per rispettare gli obiettivi dell’Unione Europea in materia di energia e emissioni sarà necessario fare di più, cifre alla mano. 


Il sito della Regione Emilia Romagna con i dati qui forniti:


https://energia.regione.emilia-romagna.it/notizie/in-evidenza/energia-pulita-piano-da-8-5-miliardi-gia-pronti-tre-bandi-da-45-milioni




mercoledì 1 febbraio 2023

Tagliare le emissioni è indispensabile, ma non basterà

 Un nuovo studio, di cui ci informa Scientific American, ribadisce un concetto già emerso in altri studi analoghi del recente passato: tagliare le emissioni di gas climalteranti è indispensabile, ma al punto in cui ci troviamo non basterà, occorre anche rimuovere carbonio dall’atmosfera se intendiamo raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, sostanziati nelle politiche che numerosi Paesi del mondo a partire dall’Unione Europea vogliono mettere in atto.


L’articolo di Chelsea Harvey dal titolo “Global carbon removal efforts are off track for meeting climate goals” (link in calce) spiega già nel sottotitolo che la rimozione del carbonio dall’aria è una parte indispensabile dell’azione a protezione del cima e che ciò che si sta facendo ora non è assolutamente sufficiente per ottemperare agli impegni presi a Parigi - che richiedono di restare sotto i +2°C di riscaldamento globale e possibilmente sotto +1,5°C.

Per stabilizzare la temperatura media globale della Terra entro tali limiti (che “sembrano bassi”, ma non lo sono affatto) bisogna arrivare ad un bilancio zero entro poche decadi - per farsi un’idea, entro il 2050, come scelto dall’Unione Europea - il che significa che fra meno di trent’anni le emissioni nette, ovvero il bilancio fra le quantità emesse e le quantità assorbite, di composti climalteranti dovranno azzerarsi e il bilancio essere in perfetto equilibrio. La Natura si regge su equilibri (non assoluti, ma a lunghissima scadenza) e noi dobbiamo adeguarci a fare altrettanto se vogliamo rispettarne le leggi.

Da dove provengano le emissioni ormai lo sappiamo bene, dalle attività di produzione di energia a vario titolo, dalle industrie, dagli usi civili, dai trasporti, dagli allevamenti; dove si trovino gli assorbimenti è meno noto, anche perché il tema resta un po’ sullo sfondo. Principalmente, i cosiddetti “pozzi di carbonio” naturali (carbon sink) sono le foreste e gli oceani. In effetti, oltre a produrre e richiedere meno CO2, risparmiando, riciclando, passando alle energie alternative, risulta rilevante assorbirne quanta possibile. La via maestra per questo scopo è piantare alberi e vegetazione in genere, la migliore macchina di assorbimento di carbonio che si conosca, e possibilmente smettere di disboscare, soprattutto le foreste primarie o quasi primarie che sono ricchissime di vegetazione e biodiversità e svolgono un ruolo insostituibile negli equilibri planetari.

L’articolo spiega che, ad oggi, non siamo sulla strada giusta e che ciò che si fa in questo ambito è largamente insufficiente. Occorre insomma, rimuovere più carbonio dall’atmosfera di quanto accada attualmente con metodi che si basano principalmente sull’uso che si fa del suolo e della vegetazione.


Sono allo studio, o sulla via della realizzazione (dopo molti anni di studi e di progettazioni) impianti per la cattura e il sequestro della CO2, che potrebbero aggiungersi agli altri metodi. Il rischio, particolarmente grave qualora la tecnologia si diffondesse, è quello che essa venga percepita come una sorta di via libera (di nuovo) alle fonti fossili tanto poi il carbonio viene rimosso dall’aria. Questo è un rischio serio, viste le immani fatiche volte a modificare il modello di sviluppo attuale troppo invasivo per l’ambiente, e viste le resistenze che ancora oggi molti oppongono ad un vero cambiamento. 

Però non si possono sottovalutare gli studi - ormai numerosi - che ci avvertono del fatto che trovare tecniche nuove per la rimozione del carbonio dall’aria che vadano ad aggiungersi a quelle tradizionali è indispensabile. In sostanza, le tecnologie per la cattura della CO2 dovrebbero aggiungersi alla riforestazione e alla riduzione delle emissioni se vogliamo salvare il pianeta su cui viviamo, ma assolutamente non sostituirvisi.  Non basta cioè, dati alla mano, ridurre le emissioni e magari azzerarle al 2050, occorre anche rimuovere CO2 dall’atmosfera con ampie riforestazioni e tecniche per la cattura, purché tutte queste linee di azione procedano insieme. 

Le stime numeriche ci indicano la necessità di  rimuovere dall’aria un ulteriore miliardo di tonnellate di carbonio rispetto al presente, ogni anno da oggi al 2030. Si tratta di un tema non da poco, che apre un ampio ragionamento sulla ricerca, le nuove tecnologie, le applicazioni delle stesse.


Il link all’articolo citato:


https://www.scientificamerican.com/article/global-carbon-removal-efforts-are-off-track-for-meeting-climate-goals/


 



venerdì 13 gennaio 2023

Avanti adagio

 Sull’ultimo numero della rivista Qualenergia (che presenta una copertina divisa in due parti: la prima, con l’immagine di una piattaforma di estrazione marina con la scritta Governo Meloni, la seconda con un impianto eolico off-shore e la scritta “dallo sblocco del gas a quello delle rinnovabili”) c’è un focus dal titolo “La corsa delle rinnovabili”, che fa ben sperare. Il sottotitolo, però, mette in guardia: “I segnali sullo sviluppo mondiale delle rinnovabili sono chiari ma la politica deve ancora attivarsi a pieno”. Per qualche ragione, la politica deve sempre attivarsi, il che vuol dire sempre arrivare in ritardo, figuriamoci poi se si tratta di rinnovabili. Restando nel nostro Paese, ancora non è chiaro quale direzione intende prendere il governo in tema di energia, e non sembra che abbiano idee chiare in proposito. Nulla di nuovo, dopo le esperienze che abbiamo vissuto nel passato (con governi di ogni colore, l’approssimazione e la tendenza al mantenimento dello status quo regnavano) sarebbe degno di nota se succedesse il contrario. Non so se si tratta di mala fede del Governo Meloni - i governi non hanno mai brillato in tema di energia e ancora meno di ambiente - piuttosto per ora mi sembra incapacità, ma forse serve altro tempo per “carburare”. Possiamo certamente aspettare ancora un po’ e vedere cosa faranno.

In ogni caso, nel 2022 le cose sono andate meglio del solito per le nuove rinnovabili, come attestano i dati: nell’articolo “Record rinnovabile” si parla di 3.230 MW di progetti autorizzati fotovoltaici ed eolici, con preponderanza di FV (2.923 MW), e si sottolinea la maggior efficienza degli iter autorizzativi a livello regionale, ed è una buona notizia. Altrettanto buoni sono gli effetti delle semplificazioni autorizzative. 

L’eolico on shore presenta le solite difficoltà, incontrando pareri contrastanti che spesso costituiscono la base per il blocco dei progetti. A mio parere, maggiore attenzione alle notevoli opportunità che vengono dall’eolico off shore porterebbe ad un miglioramento della situazione nel settore, con benefici notevoli. Riassumendo, qualcosa si muove ed è un bene, ma non è ancora sufficiente per una vera svolta green sul fronte della produzione energetica.

Ancora una volta, ricordo che la questione del caro bollette e del caro carburante non ha un’unica causa, ma una serie di cause (oscillazioni sul mercato dei prezzi delle fonti primarie, la struttura stessa del mercato energetico, la guerra, le speculazioni che approfittano delle situazioni che si creano, l’insieme delle caratteristiche del nostro sistema energetico) e non sarà la Guardia di Finanza - a cui va la massima stima -  a risolvere problemi che sono complessi e riguardano la politica energetica nel suo insieme. L’unica via per acquistare meno petrolio e meno metano dall’estero consiste nel promuovere rinnovabili ed efficienza energetica, quest’ultimo un capitolo ancora aperto e molto importante. Il metano presente nel sottosuolo italiano è, astraendo da considerazioni riguardanti la scelta di estrarlo in misura maggiore quando poteva essere indirizzata maggiormente alle fonti pulite, poca cosa rispetto ai bisogni del Paese. Estraiamolo pure (evitando così di essere tacciati di posizioni ideologiche) ma non risolverà il problema. 

Paradossalmente, abbiamo già inquinato così tanto che non fa più freddo d’inverno, almeno alle nostre latitudini, in modo che possiamo consumare meno e tenerci le scorte, che gli esperti fan del fossile minacciavano che non avrebbero raggiunto la fine dell’anno dai talk show televisivi. 

Una cosa è certa: il processo denominato di transizione energetica potrà essere ritardato - colpevolmente - da tutti coloro che sostengono il vecchio mondo, ma non potrà essere fermato. 




venerdì 30 dicembre 2022

Cambia il clima sull’Italia

In un comunicato stampa di oggi Legambiente definisce il 2022 appena trascorso “anno nero” per il clima nel nostro Paese. I dati riportati sono pesanti ed in effetti confermano ciò che a memoria ricordiamo dell’anno appena trascorso: eventi meteorologici estremi sempre più frequenti, frane, alluvioni, colate di fango, caldo forte di lunga durata in estate, assenza di neve in inverno e scarsità sui monti, piogge e nebbie. Le “quattro stagioni” sembrano un ricordo lontano, a parte l’estate dalle tinte sempre più africane.


Passando ai numeri, gli eventi meteorologici estremi sono aumentati di +55% in un solo anno, e nello specifico, si è trattato di 310 fenomeni meteorologici e idrogeologici intensi capaci di causare danni alle persone o alle infrastrutture, con 104 alluvioni, 81 trombe d’aria e venti forti, 29 grandinate, 18 mareggiate, 11 frane, 13 esondazioni fluviali, e 28 casi di danni causati da siccità prolungata. I danni alle persone sono stati anche gravissimi, con 29 morti. Tutte le regioni sono state colpite, da Nord a Sud.

Il 2022 si caratterizza anche per un lungo periodo di siccità. Secondo l’istituto ISAC del CNR, nei primi sette mesi dell’anno le piogge sono diminuite del 46% rispetto alla media degli ultimi trent’anni. Ricordiamo tutti la prolungata secca del Po, e l’abbassamento del livello delle acque nei grandi laghi subalpini. 

Il caldo estivo è stato eccezionale, con temperature in giugno e luglio al di sopra della media di oltre 3 gradi, e durata fuori dall’ordinario di oltre tre mesi. Non sono mancati picchi dannosi per la salute umana, come in agosto quando le temperature hanno superato i 40 °C a Palermo, Catania, Reggio Calabria. Queste cifre hanno conseguenze devastanti: secondo il Ministero della Salute, sono stati oltre 2300 i decessi causati dalle ondate di calore anomale. 


E fa bene Legambiente a ricordare i casi emblematici, fra le alluvioni nelle Marche, a Ischia, e forse quello che colpisce di più, il distacco di una porzione del ghiacciaio della Marmolada lo scorso 3 luglio, con la conseguenza di 11 vittime e 8 feriti che si trovavano sul posto. Il fatto che un ghiacciaio sia già in sofferenza all’inizio dell’estate dà una misura del problema e un quadro molto preoccupante della situazione.

Le grandi montagne sono, nel nostro immaginario, quanto di più poderoso la Natura abbia creato. Ce le immaginiamo lì dove si trovano da sempre, immutabili, enormi, solide, e i ghiacciai che le ricoprono ci sembrano immensi, irraggiungibili, inattaccabili. Ora non lo sono più, siamo arrivati alla loro portata e li stiamo sciogliendo, poco a poco ma inesorabilmente. Poche cose ci appaiono così possenti come le montagne. Poche cose ci ricordano così profondamente che stiamo attaccando i sistemi naturali con forza e durata mai viste prima nella storia umana. L’enorme catino, l’ammanco di ghiaccio sulla vetta della più grande montagna delle Dolomiti è un monito, non dimentichiamolo, e non è retorica ricordarlo. 


“I monti stanno immobili, ma noi dove ci fermeremo?” 

Friedrich Hölderlin



Il comunicato stampa di Legambiente si trova al seguente link:


https://www.legambiente.it/comunicati-stampa/emergenza-clima-il-2022-anno-nero/


venerdì 2 dicembre 2022

Piccoli passi avanti (a voler essere positivi)

 Davvero non c’è molto da dire sugli esiti della recente CoP 27, visto che non sono riusciti ad accordarsi su limiti alle emissioni, a parte però una novità importante: la creazione del fondo di sostegno ai Paesi più colpiti dal cambiamento climatico. 

Dopo trent’anni di dibattito, infatti, è stato deciso di creare il fondo Loss and Damage con cui sarà possibile rimediare alle perdite e ai danni causati dagli eventi meteorologici estremi sempre più frequenti per il climate change nei Paesi in via di sviluppo che sono maggiormente esposti nonostante non abbiano contribuito al problema. 

Si tratta di un risultato lungamente atteso e fondamentale nel procedere all’adattamento e alla mitigazione della crisi climatica globale per una serie di ragioni: la giustizia climatica, perché questi Paesi subiscono danni ingenti dovuti ad un fenomeno a cui non hanno partecipato e di cui non sono beneficiari in termini di sviluppo economico tradizionale, la spinta alla migrazione, dato che una parte rilevante dei migranti sono migranti ambientali che fuggono da condizioni insostenibili in territori che un tempo consentivano almeno un’economia di sussistenza, lo sviluppo sostenibile senza passare (o quasi) da quello tradizionale, visto che numerosi Paesi in via di sviluppo devono avere la possibilità di passare direttamente alle fonti rinnovabili e alle tecnologie moderne di risparmio energetico senza attraversare due secoli di inquinamento come il mondo occidentale ha fatto altrimenti l’obiettivo di +1,5°C sarebbe largamente fuori portata.

Dunque una notizia positiva c’è, anche se siamo consapevoli che non basta. Come ha detto il Segretario generale dell’ONU Antonio Guterres “CoP 27 si è conclusa con molti compiti e poco tempo”.


Un’altra notizia positiva, almeno nelle premesse, arriva sul fronte della deforestazione con l’elezione nuovamente di Lula al governo del Brasile. Come sappiamo, le foreste soprattutto quelle considerate “primarie” o comunque in ottimo stato ecologico, sono uno dei pilastri del mantenimento di un clima vivibile sulla Terra e l’enorme foresta dell’Amazzonia, con la sua ricchezza di specie animali e vegetali e la sua estensione, è uno dei fattori irrinunciabili. Lula ha partecipato alla CoP 27 in Egitto insieme a Maria Osmarina da Silva Vaz de Lima, già ministra dell’Ambiente brasiliana nel mandato di Lula del 2003-2008, che si è espressa con chiarezza contro la deforestazione e in salvaguardia delle minoranze etniche che abitano l’Amazzonia. Dopo i disboscamenti di Bolsonaro speriamo che il nuovo governo inverta la rotta, anche in collaborazione con gli altri Paesi. Anche in questo caso, è un tema di giustizia: se il Brasile (e non solo, ma tutti i Paesi che possiedono sul loro territorio un bene naturale importante per il mondo) ha una risorsa di così grande valore deve essere aiutato a conservarla, cioè a non intaccarla per ragioni economiche. La foresta dell’Amazzonia, così come le altre foreste rimaste quasi intatte nel mondo (e sono ormai poche), costituisce un bene fondamentale per tutti e tutti devono contribuire alla sua conservazione.

Speriamo dunque che lo spirito torni ad essere quello del “summit per la Terra” di Rio de Janeiro del 1992, non per niente organizzato nei pressi della foresta più grande del mondo.


Sul fronte energetico, il nuovo governo italiano per ora parla solo del costo delle bollette, che va bene ma non basta, e staremo a vedere quali politiche energetiche metterà in atto. Il fatto che Cingolani sia rimasto consulente del Ministero dell’Ambiente è a mio parere un fatto positivo viste le sue competenze in materia. Vedremo nei prossimi mesi, ma ora si può già affermare che il tema del passaggio ad un sistema energetico più pulito e magari capace di coinvolgere il sistema industriale, dei servizi, dell’edilizia,  deve tornare centrale in una prospettiva di sviluppo sostenibile.






giovedì 10 novembre 2022

Sono trent’anni, ma è (sempre) il momento di fare sul serio

 Ci siamo, è da poco iniziata la CoP 27, ovvero la ventisettesima (!) Conferenza delle Parti dell’UNFCCC (United Nations Framework Convention on Climate Change) la Convenzione delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico. Questa volta si tiene a Sharm el Sheikh, in Egitto, dove sono attesi i leaders di tutti, si spera, i Paesi del Mondo. 

In questi giorni, estenuanti trattative, come ogni volta, cercheranno di ottenere accordi per limitare le emissioni climalteranti ed evitare che il cambiamento del clima terrestre vada fuori controllo. Quest’anno sono trascorsi esattamente trent’anni dal 1992, anno in cui si tenne lo storico Summit della Terra a Rio de Janeiro, spartiacque fra il mondo dello sviluppo economico irresponsabile riguardo le conseguenze ambientali e il mondo che ha acquisito una coscienza delle conseguenze globali delle proprie azioni. Il tema degli effetti planetari dell’inquinamento dell’aria causato dalle attività economiche è quindi entrato nella politica attiva da almeno trent’anni, ma nonostante tale rilevante periodo di tempo ancora oggi si fatica ad assumere un punto di vista scientifico ambientale nelle scelte politiche concrete e negli orientamenti dei partiti, in ogni Paese. In Italia, questo rimane un grande (forse il maggiore) vulnus nella teoria e nella pratica politica, con pochissime analisi e ancora meno revisioni. Ora il massimo che si riesce ad ottenere è che l’aspetto tecnico che questi temi includono sia affidato a tecnici, non sempre, ma se accade è già un passo in avanti.  

Tre anni dopo gli accordi di Rio si tenne la prima Conferenza delle Parti a Berlino, nel 1995. Da allora sono state organizzate 27 CoP, e il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi, e il problema non accenna ad essere risolto, anzi peggiora. Se volessimo sintetizzare brevemente quali siano stati gli effetti di tali impegni, si potrebbe ridurre ad una frase: non siamo fuori dalla fase più difficile, ma è stato evitato il peggio. In altre parole, il mondo sta ancora andando verso una gravissima crisi climatica, ma la velocità con cui si sta muovendo il tal senso è un po’ inferiore a quella che si avrebbe se non avessimo fatto nulla sin qui. In sostanza abbiamo contenuto le emissioni, e le loro conseguenze, in un andamento che resta in crescita. 

Per risolvere davvero il problema dobbiamo ora agire con maggior decisione rispetto al passato, limitando fortemente gli inquinanti derivanti dalla combustione di composti contenenti carbonio, e facendolo a livello mondiale. Volendo essere pessimisti, la sfida appare davvero enorme e quasi impossibile da farsi in tempi brevi, ma vale anche il contrario, ovvero volendo essere ottimisti, non è da trascurare il fatto che la generazione attuale al governo in tutto il mondo è mediamente diversa da coloro che governavano trent’anni fa: ha acquisito consapevolezza del problema e non lo nasconde come era d’uso anche soltanto dieci o quindici anni fa. Contemporaneamente, le tecnologie che consentono di evitare i combustibili fossili sono più diffuse e meno costose, e possono trasformare i Paesi di più antica industrializzazione e sostenere i Paesi in via di sviluppo nel loro percorso. Non hanno controindicazioni. Sono alla portata. 

Uno dei nodi da risolvere, di cui si parla ogni volta alle CoP, è quello della giustizia climatica, in base al quale i Paesi che hanno goduto di un lungo periodo privo di vincoli ambientali e sono più ricchi ora hanno l’obbligo morale di aiutare i Paesi che hanno inquinato di meno a passare direttamente alle fonti pulite e a proteggersi dai fenomeni legati al cambiamento climatico che già li investono. Un’analisi delle ragioni che spingono i migranti ad attraversare il Mediterraneo e raggiungere l’Europa porterebbe facilmente al problema del cambiamento del clima locale che riguarda molte zone dell’Africa, ma invece di approfondire questi aspetti si preferisce fare demagogia sulla pelle di coloro che si trovano a fuggire dalla propria casa su barconi e gommoni, dando una prova chiarissima del basso livello del dibattito che prevale nella  politica italiana. 

Al punto in cui si trova l’Italia, e tutta l’Europa, la speranza è che si promuovano fonti pulite, efficienza, stili di vita sostenibili, cooperazione con gli altri Paesi con intensità maggiore, senza fermarsi e nemmeno temporeggiare. Sono anni che l’elettricità pulita nel nostro Paese è ferma intorno al 35% - con variazioni dipendenti dalle condizioni stagionali - e nessuno ha mai chiarito le ragioni per cui ci si è fermati lì. Occorre procedere e smetterla di attribuire difficoltà inesistenti. Dobbiamo fare la nostra parte e abbiamo solo da guadagnarci sotto ogni profilo, ambientale ed economico. 

La CoP 27 di Sharm è in corso, e vedremo quali risultati porterà. Una cosa è certa, ovvero il fatto che è importantissima, il fulcro attorno al quale ruota il nostro futuro, e la seguiremo ogni giorno, come sempre da trent’anni. 

Per saperne di più, il sito ufficiale dell’UNFCCC e della CoP27 è il seguente:

https://unfccc.int/cop27




lunedì 24 ottobre 2022

Record solare in Europa

 A volte è bello leggere anche notizie positive, o fermarsi ad osservare gli aspetti positivi che pure ci sono e possono aiutare a perseguire la via giusta per uscire dalla crisi energetica e climatica (ma non solo) che stiamo vivendo. 

Secondo il think tank Ember, che opera per promuovere il passaggio nel mondo dalle fonti fossili alle fonti energetiche pulite stando a quanto si legge sul sito, in Unione Europea la scorsa estate abbiamo raggiunto una produzione solare record, addirittura il 12% dell’elettricità, aumentando notevolmente la quota rispetto alla stagione precedente, quando ci si fermava soltanto al 9%. Si tratta di un dato incoraggiante. Il sito di Ember è molto chiaro e ricco di dati, ma scarno di parole per cui occorre avere già un’idea del tema di cui si occupa. Vale la pena di consultarlo se si è alla ricerca di numeri, grafici e indicatori utili sul tema energetico con la finalità di favorire il passaggio alle energie rinnovabili. Riporto l’indirizzo in calce.  

Secondo lo studio riguardante l’Europa, il 12% di solare ha consentito di risparmiare 29 miliardi di euro di gas, stimati sul prezzo medio del gas nel periodo fra maggio e agosto 2022.  In termini di produzione energetica si tratta di 99,4 TWh, una quantità senza dubbio rilevante che sommata alla altre fonti rinnovabili segna cifre sempre più importanti (ricordate quando Ministri in carica sostenevano che con le rinnovabili si poteva raggiungere solo lo zero virgola?). In percentuale, le principali riguardano il 12% di eolico e 11% di idro, quote non lontane dal 16% del carbone, ancora diffuso un molti Paesi dell’Unione. 

I record solari sono stati battuti in 18 dei 27 Paesi UE, mentre 10 Stati superano il 10% di elettricità solare, con le quote maggiori spettanti a Olanda (23%), Germania (19%) e Spagna (17%). Per confronto, il solare fotovoltaico in Italia contribuisce all’elettricità mediamente per circa 8-9% (dati Terna).


Sostiene Ember che per raggiungere gli obiettivi a protezione del clima che l’UE si è data al 2030 questo tasso di crescita deve continuare regolarmente, evitando colli di bottiglia rappresentati dalle regole e alle decisioni interne a ciascun Paese - come è accaduto in Italia, ne abbiamo parlato nel post precedente. Risulta chiarissimo anche il fatto che il solare e tutte le fonti rinnovabili possono dare un contributo importante nel momento in cui la pratica normale finora di acquisto di una quota rilevante di gas dalla Russia è messa in discussione dalla crisi in corso, e speculazioni sui mercati rendono estremamente volatili i prezzi dell’energia. In Italia sarebbe ora che si superassero veti e blocchi burocratici che possono solo danneggiare il settore e ovviamente i cittadini in conseguenza dell’inerzia.


Sul sito sono presenti anche grafici molto chiari riguardo gli andamenti e le prospettive, utili per stabilire politiche energetiche opportune.

Il link è il seguente: 


https://ember-climate.org/insights/research/record-solar-summer-in-europe-saves-billions-in-gas-imports/ 



 


giovedì 13 ottobre 2022

La credibilità ambientalista si conquista con i fatti, non con le parole

 “11 GW di nuove rinnovabili italiane sbloccati nel 2022, di cui 9,5 GW pronti ad entrare in esercizio nei prossimi mesi e nella prima metà del 2023. Cifre che fanno impallidire i risultati degli anni precedenti e che racconta una nuova fase di crescita per l’energia pulita nazionale. I numeri li ricorda oggi il Ministero della Transizione Ecologica (MiTE) in una nota stampa, con l’obiettivo di fare chiarezza tra quanto già fatto dal Governo per sostenere le FER e quanto ancora da fare. Un intervento che cerca di rispondere alle diverse polemiche e preoccupazioni in merito al completamento dell’assetto normativo, e su cui oggi pesa (e non poco) il cambio di Esecutivo.”

Questo è quanto si legge sul sito www.rinnovabili.it in merito alla situazione riguardante le nuove rinnovabili. La speranza è che il nuovo esecutivo non fermi un processo che va invece alimentato, senza deviare su binari impercorribili a breve, privi comunque di benefici immediati e problematici (come, ad esempio, il nucleare). A questo proposito, vedremo cosa saprà fare il governo e chi saranno i Ministri dello Sviluppo e dell’Ambiente, che usualmente includono le deleghe relative all’energia.

Non si sentiva parlare da tempo del tema energetico con l’intensità attuale, dovuta al contesto che tende ad allontanarci dal gas metano, sia pure in prospettiva, e ad avvicinarci a forti produzioni rinnovabili, accompagnate da risparmio energetico. In realtà, avremmo dovuto introdurre misure di contenimento dei consumi ben prima dell’attuale crisi energetica e avremmo dovuto farlo per ragioni climatiche e ambientali: chiudere le porte dei negozi con il riscaldamento o il raffrescamento in funzione, abbassare l’illuminazione pubblica nelle ore centrali della notte, evitare di vivere in case riscaldate a 25 gradi in inverno sono misure di buon senso se si tiene conto di ciò che comporta produrre energia, soprattutto se viene prodotta in modo tradizionale con le fonti fossili inquinanti. Ma l’ambiente fatica a farsi rispettare oltre le chiacchiere in proposito, e le misure serie vengono prese solo in stato di emergenza.

Politicamente, il Paese ora sarà governato dalla coalizione di centrodestra, che di sicuro non ha mai brillato sul fronte ambientalista e in particolare su quello del rapporto fra energia e ambiente, accanto ad una minoranza di centrosinistra molto ristretta in Parlamento (penalizzata dalla legge elettorale in vigore) che dal canto suo allo stesso modo non ha mai brillato sul fronte ambientalista, eccezion fatta per alcuni (pochi) provvedimenti a volte assunti. L’Italia è infatti ferma da anni riguardo le nuove installazioni di eolico e fotovoltaico, con le rinnovabili che nell’insieme si attestano intorno al 35-38% sul totale elettrico, e della scelta di rallentare la diffusione delle rinnovabili che ora ci penalizza sono responsabili anche governi di centrosinistra, come il governo guidato da Matteo Renzi, all’epoca nel Partito Democratico. La ragione per cui ci si dovesse fermare intorno al trentacinque per cento (dell’elettricità) non è chiara, mentre è chiaro il favore fatto ai grandi gruppi del gas e del petrolio. Se qualcuno vuole ricordare entrando un minimo nel dettaglio cosa è successo alcuni anni fa, c’è un dossier di Legambiente molto chiaro all’indirizzo riportato in calce: i grafici in particolare sono molto eloquenti e mostrano il crollo degli investimenti nelle rinnovabili durante i governi Monti, Letta e Renzi negli anni 2011-2016.


Ha fatto bene Enrico Letta a scegliere in questa campagna elettorale di promuovere il tema ambientale ed energetico, ma farlo ora dopo che governi di centrosinistra (incluso il suo prima di Renzi) sono stati attivi nel rallentare o peggio nell’arrestare la grande crescita delle fonti pulite che si era faticosamente riusciti a creare, non appare credibile e l’elettorato non è più disponibile a cascarci. Fate le cose quando siete al governo, invece di parlarne per poi farne altre, e forse riguadagnerete la fiducia degli elettori - fra i numerosi suggerimenti che piovono da ogni parte orientati a portare il Partito Democratico fuori dalla débâcle in cui si trova questo forse è tra i più efficaci.


Dunque, ora non ci resta che stare a vedere cosa accadrà con il nuovo esecutivo, ma la spinta

derivante dalla situazione geopolitica che si è venuta a creare è notevole e, se ben gestita, può portare ad indirizzare la società verso la costruzione di un sistema energetico complessivamente migliore di quello del passato.


Il brano iniziale è tratto dal sito di Rinnovabili.it:


https://www.rinnovabili.it/energia/politiche-energetiche/nuove-rinnovabili-italiane-sbloccati-11-gw-2022/


Il dossier di Legambiente “Stop alle rinnovabili in Italia” si trova al seguente link:


https://www.legambiente.it/sites/default/files/docs/dossier_stopallerinnovabiliinitalia2015.pdf





 


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