giovedì 31 luglio 2025

I (notevoli) numeri del dissesto idrogeologico

 Avanza la percentuale di territorio esposta a rischio per frane negli ultimi tre anni di una percentuale non trascurabile del 15%, secondo il IV Rapporto Ispra sul “Dissesto idrogeologico in Italia” edizione 2024 (link in calce).

In termini assoluti, passa da 55.400 chilometri quadrati a 69.500, corrispondente al 23% del territorio nazionale. Risulta dal Rapporto che quasi tutti i Comuni italiani sono esposti al rischio di frane, alluvioni, valanghe: in percentuale, si raggiunge quasi il totale con il 94,5%. Viene da chiedersi dove si trovano i restanti Comuni del 5,5%.

Anche le aree classificate a maggiore pericolosità (c’è una classificazione specifica) aumentano, passando da 8,7% a 9,5%.

Inutile ricordare che i fenomeni qui analizzati si sono verificati e hanno comportato vittime, disagi, danni all’agricoltura e alle strutture viarie, residenziali, produttive.

Siamo tra i Paesi europei più esposti, con 5,7 milioni di abitanti a rischio per le frane, cui si associano 742.000 edifici, 75.000 imprese e 14.000 beni culturali.

Riguardo il pericolo di valanghe, si rileva che il 13% del territorio montano è a rischio. L’unico dato positivo è l’inversione di tendenza del fenomeno erosivo delle spiagge italiane.

Le principali cause sono riconducibili alle caratteristiche geologiche del territorio italiano (su cui non possiamo fare molto se non difenderci), alla sistematica invasione dell’edilizia di ogni genere in aree non adatte (su cui avremmo sempre potuto fare moltissimo evitando di costruire dove non si può), e ai cambiamenti climatici, che aumentano la frequenza e la portata dei fenomeni (in questo caso possiamo ancora una volta difenderci, ma anche agire per ridurre le cause del cambiamento climatico stesso, che è dovuto all’inquinamento planetario).

In altre parole, dobbiamo intervenire per aumentare la sicurezza del territorio, evitare di costruire e magari togliere il costruito nelle aree inadatte, e continuare il percorso di decarbonizzazione dell’economia in linea con la prospettiva di arrivare ad un futuro a impatto climatico zero. Investire in questo senso significa porre al riparo il Paese da danni gravissimi, prevenedo i costi che poi vengono sostenuti qualora la frana, l’alluvione, etc. capitino veramente. 

Riguardo l’aspetto economico, possiamo legarci facilmente al post precedente. Alla domanda “quanto costa intervenire per mettere in sicurezza il territorio dal rischio idrogeologico?” possiamo contrapporre la domanda: “quanto costa non farlo?”

Vale a dire, quanto costa evitare di affrontare i problemi ambientali, e aspettare che ci piombino addosso, pagandone al momento tutte le conseguenze?

Ripetiamo ancora una volta che non si sta qui parlando di temi “nuovi”, su cui è necessario dibattere, confrontarsi, etc., si sta parlando di temi che almeno hanno 40-50 anni, ma che per ragioni diverse faticano moltissimo ad entrare nel novero delle priorità da affrontare. 

Il nostro Paese è esposto anche se per mesi non capita nulla, se un’estate è meno calda delle altre, o se un inverno nevica. Basarsi sui dati scientifici è la migliore opzione che abbiamo, e se l’abbiamo è meglio usarla.


Il link del IV Rapporto di Ispra:


https://www.isprambiente.gov.it/it/istituto-informa/comunicati-stampa/anno-2025/dissesto-idrogeologico





mercoledì 2 luglio 2025

Green Deal sì, Green Deal no

 Iniziamo da un paio di domande. Costa il Green Deal europeo? Sì. Perché l’attuazione del Green Deal ha un prezzo? Perché la straordinaria crescita economica degli ultimi due secoli ha dei costi che non sono stati considerati, che non rientrano nel calcolo della crescita economica, ma che esistono, e ora ci viene presentato il conto. Un conto salato che molti ancora rifiutano di vedere.


A volte è utile ripartire dalle fondamenta. Lo sviluppo economico che, innegabilmente, ha portato benefici ad una parte consistente dell’umanità è stato condotto a spese dell’ambiente. L’estrazione dei combustibili fossili dal sottosuolo (carbone, petrolio, metano), la loro combustione, l’immissione in atmosfera dei prodotti della combustione stessa hanno causato, e tuttora causano, danni gravi all’ambiente, ai sistemi naturali, alle persone che nell’ambiente vivono, cioè a noi tutti. Questo causa dei costi legati ai danni arrecati, all’aria inquinata, all’acqua e al suolo alterati, e alle conseguenze sanitarie sulle persone. Questi costi non rientrano nei calcoli economici, che infatti nell’economia classica restano “esterni” e così vengono chiamati, cioè rimangono a carico della collettività. L’incremento di spesa sanitaria dovuto alle malattie respiratorie che affliggono numerose persone residenti in aree con l’aria inquinata viene coperto con la fiscalità generale. Lo stesso vale tradizionalmente per tutti gli altri, dai depuratori, allo smaltimento dei rifiuti nocivi.

Ora, il problema si è talmente allargato che stiamo alterando i sistemi naturali dell’intero pianeta: la concentrazione di carbonio in atmosfera è diventata così alta da procurare un cambiamento del sistema climatico, la perdita di biodiversità procede a ritmi elevatissimi, la natura in generale si sta rapidamente deteriorando.

A causa del cambiamento del clima accadono fenomeni meteorologici estremi con maggiore frequenza e a questi rispondiamo sempre facendo a meno di integrare quei costi nel sistema economico, ma pagandoli con i soldi pubblici. Chi paga le conseguenze di una frana, di un’alluvione, le ondate di calore che comportano anche un aumento dei decessi dovuti al caldo? 


Ora, la natura ci sta presentando il conto. E non è retorica, ma fisica. 

Però, i parametri che determinano la crescita economica e che sono il principale metro di valutazione dell’attività di un governo non includono questi fatti. 

Dico subito che non si tratta di passare alla decrescita, ma di passare ad un’altra crescita economica, quella “verde”. Non abbiamo altre strade. 

Il Green Deal europeo tratta di questo, ovvero del passaggio ad un sistema economico maggiormente sostenibile per l’ambiente. Credo che l’UE debba tenere il punto, ma credo anche che la transizione “verde” non debba essere fatta solo di regole, ma anche di adeguate politiche industriali e sociali. Una parte della produzione industriale va riconvertita in ciò che serve per il greening della nostra economia; se non continueremo a fare componentistica per auto faremo componentistica per le rinnovabili, o per l’efficienza.

Sentire o leggere in ogni dove l’esponente politico di turno che dovrebbe occuparsi di questi temi affermare che dato che non è stata fatta una politica industriale adeguata bisogna rinunciare al Green Deal è sconcertante. Spetta a loro farla, costruendo un percorso che risolva un problema pressante. Sarebbe come dire che siccome non ho fatto il lavoro che dovevo resto dove sono e non risolvo un bel niente.


La ricerca da parte dell’Europa di procedere verso una società più sostenibile e più giusta è corretta e fondata. Ma va guidata: non puoi lasciare al singolo cittadino l’onere di trasformare la sua casa in classe A+, gli vanno forniti gli strumenti, anche finanziari. Vanno riparate le toppe che abbiamo fatto nel corso del tempo, immaginando un mondo in cui si poteva fare ciò che si voleva, senza tenere conto delle conseguenze ambientali. Un mondo che non esiste. 


Dunque, perché il Green Deal ha un prezzo? Perché abbiamo costruito un sistema economico che esclude l’ambiente, e la prosperità che siamo riusciti ad ottenere (per una parte soltanto dell’umanità) si basa sullo sfruttamento delle risorse naturali, con tutte le conseguenze che ora subiamo. Quindi, è l’economia tradizionale a sbagliare. Da tempo in effetti numerosi studiosi hanno proposto linee di pensiero e di azione diverse che vanno sotto il nome di “economia ecologica”, ma sarebbe troppo lungo trattarne i temi qui.


Dobbiamo però sapere che possiamo intervenire per correggere la rotta. Possiamo ora - non dopodomani, ma ora - cercare di rimediare e impostare di conseguenza un tipo di sviluppo che sia realmente sostenibile. Per noi e per le prossime generazioni, a cui già ora consegnamo un mondo profondamente alterato.







In evidenza

Indietro tutta

  Riassumendo il nocciolo del dibattito che si sviluppa in questi giorni sull’energia si può affermare quanto segue: dato che non siamo stat...

Più letti